Cult Media

Il Guardian avverte i giornalisti: “I social network distruggono i contenuti di alta qualità”

Dopo la consegna del documento sulle “Fake news” al governo britannico, il Guardian ci avvisa che il dominio del mercato digitale pubblicitario di Facebook e Google “danneggia e minaccia i futuri investimenti nel giornalismo di alta qualità”.

89918182_paperIl popolare quotidiano inglese ha inoltre affermato che le “Fake news” sono il “sintomo di un fenomeno più grande legato alla rapida maturazione del sistema di connessione globale delle piattaforme che offrono un’interconnessione istantanea e virale, una novità nella storia della comunicazione”.

Come riporta Press Gazzette, l’inchiesta, avviata dal Dipartimento inglese della Cultura, Media e Sport, si è chiusa a marzo e verso la fine di aprile dovrebbero essere divulgati i principali risultati.

Nel suo documento scritto, il Guardian Media Group ha specificato che Facebook e Google hanno avuto un “ruolo cruciale” nel “cuore dell’ecosistema delle news” complicando la vita agli editori che si trovano ad affrontare sfide sempre più difficili nel ricercare e distribuire notizie su internet.

«Punto primo, il principale obiettivo dei risultati di ricerca e delle piattaforme social non è di dare agli utenti un’equilibrata e soddisfacente varietà di notizie di alta qualità ma è quello di proporre pubblicità o comunque contenuti sponsorizzati.

20122f122f042f412fhownewscons-bloI recenti cambiamenti degli algoritmi delle piattaforme privilegiano i contenuti virali condivisi soprattutto da amici e parenti, questa strategia lascia così in secondo piano i contenuti giornalistici di alta qualità», ha dichiarato il Guardian.

«Punto secondo, la distribuzione delle singole notizie non aggregate incoraggia il giornalismo dalle fonti incerte e ciò danneggia il rapporto di fiducia tra i lettori e il consolidati brand d’informazione».

Il Guardian inoltre ha sostenuto che la sua inchiesta abbia colmato “un evidente vuoto” perché i dati dell’impatto della tecnologia digitale sul consumo dei media nella società si riferiscono alle singole piattaforme, e di conseguenza non sono di pubblico dominio.

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Facebook organizzerà dei corsi online per i giornalisti

Facebook guarda sempre più al giornalismo e in questi giorni ha lanciato una certificazione – per ora non disponibile in Italia – che offre gratuitamente delle lezioni su come fare dei post sul social network per ingaggiare i lettori e ottenere visite. Il percorso formativo sarà valido solo dopo aver passato un testo e ottenuto un diploma.

I cronisti che si iscriveranno al corso da giornalisti impareranno come si usa Facebook Live, gli Instant Articles e i video a 360 gradi per “connettere e ingaggiare” meglio il loro pubblico online.

scrittura-blog-copywritingÈ anche presente un corso sulla condivisione di foto da Instagram,  famosissima piattaforma social che è stato comprata da Facebook nel 2012 per circa 1 miliardo di dollari.

L’iniziativa fa una parte di un progetto di Facebook dedicato al giornalismo a seguito delle infervorate accuse di far profitto sulle fake news.

In un post di questa settimana, Facebook ha specificato: «Con questi corsi online gratuiti, Facebook e Poynter cercano di aiutare i giornalisti a utilizzare facilmente Facebook e Instagram nel loro lavoro quotidiano – dalla ricerca delle fonti allo storytelling per attirare l’attenzione dei propri iscritti.

«I corsi sono stati ideati da Poynter e Facebook, con una valutazione finale creata appositamente da Poynter per attestare le conoscenze acquisite durante il percorso formativo che potranno così essere inserite nel proprio curriculum».

I frequentanti del corso che passeranno il test elaborato da Poynter riceveranno un certificato di partecipazione, riconosciuto sia da Facebook e che da Poynter, attraverso Blueprint, un sistema di e-learning.

autodraw 16_4_2017.png«Questo curriculum è importante perché è vale come certificazione, caso di studio, suggerimenti su Facebook e preziosa indicazione giornalistica elaborata da Poynter», si legge sul sito PressGazzette.

Kelly McBride, vicepresidente del Poynter Institute, ha inoltre affermato: «Non si può fare giornalismo in quest’epoca senza usare Facebook. È un privilegio esserci uniti per fare una guida definitiva per i giornalisti. L’informazione contenuta in questi corsi è fondamentale per presentare e distribuire le notizie».

Ci si è resi conto che nessuno corso materiale/fisico sia focalizzato sugli aspetti pratici, legali o etici del creare o trasmettere le notizie sul social inventato da Mark Zuckerberg.

Facebook ha pure detto di aver voluto creare questo certificato dopo aver ascoltato “i giornalisti di tutto il mondo” che chiedevano una singolo luogo dove poter imparare a conoscere i prodotti di Facebook, i suoi strumenti e i servizi da usare per il loro lavoro”.

Il social network ha infine aggiunto: «Questi corsi di formazione online aiuteranno i giornalisti a ottenere il meglio fuori da Facebook, e ognuno è stato costruito su tre fondamentali pilastri del ciclo delle news: la scoperta di contenuti, la creazione di storie e la costruzione di un pubblico.

Ogni modulo include le migliori pratiche,linee guida e stimolanti analisi sui giornalisti che hanno utilizzato Facebook con grande successo».

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Il Social Journalism spiegato a tutti

Il libro che sto prendendo sotto esame è indicato per chi, come me, sta cercando di capire come si possano pubblicizzare i propri contenuti su Facebook. Su questo argomento ho letto tanti articoli nel web ma sono tutti uguali e non consigliano nulla di interessante. Rimango dell’idea che per conoscere bene un argomento sia necessario trovare un libro dedicato ad esso. Allora sfogliando vari cataloghi on-line mi sono imbattuto in questo bel testo di aggiornamento sul mondo del giornalismo social.

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Social Media Journalism (Apogeo)

Social Media Journalism (Apogeo) di Barbara Sgarzi, giornalista e docente della Scuola Internazionale di Studi Avanzata (SISSA), è una sorta di bussola per chi ha il bisogno di comprendere le dinamiche di internet per ciò che concerne la veicolazione di contenuti giornalistici, o comunque di testi che riteniamo di pubblico interesse (non voglio escludere nessuna categoria culturale).

Incomincio a mettere le mani avanti: Facebook è un social network che serve a creare un legame con i nostri lettori e non è una vetrina per pubblicizzare i nostri testi, video, foto, etc… Anche perché il social di Zuckerberg rende poco sostenibile economicamente l’attività culturale stessa.

La verità è che ce ne freghiamo di questo aspetto perché ripetiamo a noi stessi, tipo mantra, che “Facebook è un oceano pieno di pesci pronti ad abboccare ai nostri contenuti”. L’affermazione è in parte vera, come conferma la Sgarzi nel suo libro: «La massa critica di utenti su Facebook è incommensurabile rispetto ad altre piattaforme». In più dalle statistiche statunitensi sappiamo che il 62% degli adulti negli Stati Uniti ottiene informazioni sui social media, inoltre il dato è in forte crescita se analizziamo il campione dei giovani Millenials.

Però vi siete mai chiesti come si comportano gli utenti di fronte a un articolo condiviso? L’autrice afferma che la maggior parte si ferma al titolo senza leggere il contenuto della notizia.

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Barbara Sgarzi

Un altro gigantesco aspetto molto discusso riguarda l’algoritmo. Chi segue il blog sa che ne ho già parlato qui (Il filtro di Facebook ci toglie la libertà di pensiero?) ma nel 2016 c’è stato un’ulteriore modifica. La Sgarzi ci informa che Facebook ha deciso di tornare alle origini organizzando diversamente il nostro newsfeed che premia i contenuti condivisi da amici e parenti, a discapito di quelli postati dalle pagine di giornali ed editori: «Il faro guida deve essere ciò che è importante per noi, in quel momento. Vince chi offre al momento giusto l’informazione che cerchiamo e alla quale siamo interessati», specifica l’autrice.

I signori del social network hanno lanciato un messaggio chiaro: il volante non è nelle mani di chi produce e condivide il contenuto, bensì in quelle del contenitore. La Sgarzi inoltre stabilisce quattro regole base per usare bene Facebook:

1. La qualità del contenuto. Evitiamo il clickbait
2. Creare una community che abbia fiducia in noi
3. Lavorare con le immagini e con testi che siano brevi e accattivanti
4. Dare degli appuntamenti fissi ovvero programmare i post

Non è obbligatorio condividere contenuti strepitosi, ma è fondamentale cogliere il momento e intercettare gli umori dei lettori senza chiedere nulla in cambio.

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Facebook è un editore?

Devo però aprire una parentesi sugli Instant Articles che sono stati introdotti nell’aprile del 2016. Gli IA sono documenti HTML5 ottimizzati per una rapida performance su mobile. I nostri contenuti sono visualizzabili direttamente su Facebook e l’esperienza di lettura si completa sulla piattaforma. L’introduzione di questa nuova tecnologia ha però complicato la vita agli editori sulla pubblicità: possono vendere la pubblicità direttamente e trattenere il 100% di incassi, oppure utilizzare Facebook Audience Network, ottenendo il 70% del denaro.

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Facebook aiuterà il giornalismo?

Come spiega la Sgarzi: «Gli Instant Articles assecondano l’idea di imbattersi in contenuti slegati dalle testate e avvantaggiano Facebook, che diventa un ambiente totale in cui tenere i propri user senza farli uscire nemmeno per informarsi: un giardino ben curato, ma recintato sempre più in modo significativo».
L’autrice inoltre si chiede se la Pagina Facebook coincida con la testata. La risposta è affermativa. Gli editori hanno delle strategie da utilizzare: «Si privilegia quello che sul sito è il “primo piano”. La mattina e il primo pomeriggio si dà la precedenza alle hard news, mentre tendenzialmente per la pausa pranzo e la sera si scelgono argomenti più soft», spiega Raffaella Manichini di Repubblica in un’intervista.
Chiuderei il post cercando di spiegare la differenza tra Pagina e profilo personale: rispetto al profilo, la pagina è pubblica ed è un canale privilegiato di contatto con i lettori però l’attenzione e il tempo da dedicare alla Pagina devono essere considerevoli.

Per altri consigli potete leggere questo mio articolo: 9 consigli per scrivere meglio su Facebook.

I testi ci parlano. I libri vanno interpretati

Volevo fare delle esigue considerazioni su un volume che sto leggendo riguardo alla disciplina dedicata alla storia del libro.

Non si sta rivelando una lettura semplicissima. Ho dunque deciso di parlarne qui per sbrogliare quel gomitolo di concetti che ho trovato nelle pagine sfogliate da poco.

512bdepd0byl-_sx322_bo1204203200_Il volume in questione è Bibliografia e sociologia dei testi e parla del significato nascosto che ogni libro porta con sé. Ogni pubblicazione contiene diverse informazioni che non sono solo quelle testuali ma anche paratestuali, storiche e sociologiche. Perché dovrei ritenere il libro come una forma espressiva?

McKenzie, l’autore di questo saggio, afferma che gli studiosi di una volta consideravano i libri come degli oggetti staccati dal loro tempo e dissociati dalla società che li aveva prodotti. Egli sostanzialmente afferma che un bravo bibliografo, se intende studiare con intelligenza la storia della produzione del libro, deve utilizzare diverse discipline umanistiche. Ogni segno di un libro è un simbolo e noi dobbiamo essere in grado di interpretarlo con i giusti strumenti.

Lo studioso inoltre sostiene nel capitolo “Il libro come forma espressiva” che un testo non sia solo qualcosa di scritto ma anche qualcosa che possiamo ascoltare come un discorso. Ricordiamoci che in passato, nelle comunità più povere e fragili, si leggeva ad alta voce per permettere a tutti di capire il contenuto di un libro. L’Orlando Furioso di Ariosto ne è una dimostrazione.

Perché accostiamo il termine sociologia all’invenzione della stampa o comunque al mondo dei libri? La motivazione è legata ai mestieri del libro che hanno cambiato e modificato professionalmente le popolazioni e l’economia del passato. Ogni libro è portatore di un messaggio e ogni forma determina un senso. Quindi anche la veste tipografica di una pubblicazione ha un suo significato.

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Donald McKenzie

Nella storia del libro rientrano inoltre tutte quelle ricerche che si occupano di far luce sui rapporti tra autore e stampatore quando si decidere di pubblicare un determinato testo. Vediamo infatti che nel ‘700, gli autori nutrono molte perplessità sui tipografi perché temono che la veste grafica delle loro opere venga stravolta. Spesso le volontà inoltre vengono tradite dall’editore. McKenzie fa l’esempio del drammaturgo Congreve che soffrì a lungo le scelte editoriali del suo editore.

Congreve inoltre si batte anche per il diritto d’autore, che comparì in Inghilterra per la prima volta dopo il ‘700. Fino ad allora gli scrittori cedevano il loro manoscritto come se oggi vendessimo una casa. Non avevano così nessun diritto sulle opere che scrivevano.

Come scrive lo stesso McKenzie: «La sociologia dei testi ha un potere quale non ha alcun’altra disciplina nel risuscitare gli autori calati nelle loro epoche e i loro lettori di ogni tempo».

Infondo egli ci vuole dire che il testo non è qualcosa di predefinito ma qualcosa che può essere interpretato da diverse angolazioni di ricerca.

Logan, in quale universo siamo?

Wolverine nell’ultimo film non indossa la famosa tuta da combattimento gialla e nera. Questa scelta non è una decisione presa a caso. Nel mondo dell’ultimo film esistono i fumetti della Marvel e quindi troviamo sullo stesso piano i mutanti finti e i mutanti veri. Logan in più occasione afferma che gli eventi dei fumetti sono solamente delle storie inventate che non appartengono alla vera storia degli X-men.

logan_2017_posterIl regista James Mangold ha creato una pellicola molto diversa dai cinecomic che abbiamo visto precedentemente. Lo spin-off degli X-men si concentra sull’aspetto umano del mutante furioso che si trova, per un breve periodo, a diventare una specie di padre: proteggere una bambina e accudire un anziano malato.

Uno Hugh Jackman invecchiato, stanco e malandato mi ha fatto impressione perché mi ha fatto capire che i mutanti non sono degli idoli immortali ma degli esseri che soffrono e vivono come il resto dell’umanità. L’anziano che ho citato poco fa è un inedito Professor X, Charles Xavier, che ha perso la personalità austera e accademica a causa dell’Alzheimer. La sua malattia è estremamente pericolosa per tutti perché il cervello di Xavier è stato classificato come arma di distruzione di massa: con una crisi può uccidere tutti gli esseri umani nelle vicinanze.

La bambina è Laura, o meglio conosciuta come X-23, una mutante concepita in laboratorio che possiede il patrimonio genetico di Wolverine. L’undicenne Laura è incredibilmente simile a Logan, sia per carattere che per forza.

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Anteprima al cinema Arcadia

L’atmosfera del film è molto western a partire dal luogo in cui vive Logan con il Professor X e il mutante Calibano. Questi tre personaggi dimorano in una specie di industria abbandonata sul confine americano con il Messico.

Il Logan del 2029 fa l’autista ed è depresso: tutti i suoi amici sono morti e lui è gravemente malato (tossisce spesso, ci vede poco, e le nocche sono coperte dal pus). Il suo crepuscolo esistenziale verrà momentaneamente interrotto da un manipolo di tiepidi antagonisti: una milizia di cyborg e uno scienziato pazzo che vogliono catturare la piccola X-23.

Per concludere, dico che il film non mi ha entusiasmato come speravo perché, secondo me, rappresenta una “pellicola ponte” per aprire una nuova finestra nel mondo degli X-men. Logan è un’introduzione ai Nuovi Mutanti. Avanzo inoltre un’altra critica: gli antagonisti sono deboli e non hanno identità, sono insipidi. L’unico nemico di Logan è Wolverine.

Capirete questa mia ultima affermazione quando vedrete il film in sala.

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Editoria Multimediale. Quello che non sappiamo (II parte)

È venuto il momento di parlare di Ebook dopo avervi annoiato con la prima parte (ahinoi necessaria) sull’ipertesto.

A scanso di equivoci dobbiamo decidere subito i termini che utilizzeremo in questa parentesi sui libri digitali. Lo strumento che usiamo per leggere gli eBook, ovvero l’Ereader, lo chiamerò device, mentre l’eBook si riferisce al libro digitale.

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Metadati di un ePub

Un eBook per essere tale deve essere un’opera letteraria monografica in forma di oggetto digitale che ha uno o più identificatori comuni (come l’ISBN per intenderci) e che possiede dei metadati. Questa definizione è stata elaborata dall’Open Ebook Forum nel 2000.

Una piccola precisazione, se il contenuto non è monografico abbiamo a che fare con un E-Journal, una rivista o quotidiano digitale che non ha dunque un contenuto monografico.

Chi inventò questo benedetto eBook? Il papà ufficiale è Alan Kay che nel 1968 costruì un apparecchio che era in grado di scaricare libri attraverso le onde radio. In quegli anni però non c’era ancora la tecnologia adatta a creare un device simile a un libro.

Oggi invece esiste e questo device si chiama Ereader che può essere di diverse tipologie. Quello più diffuso ha una tecnologia particolare ovvero sulla pagina appaiono le parole tramite inchiostro elettronico: un membrana contiene del liquido che si polarizza col più o meno e così dà forma alle lettere.

Però ora dovremmo parlare dei percorsi transmediali dell’eBook. Ovvero che differenza c’è oggi tra un libro digitale e una rivista digitale? Il contenuto, qualcuno direbbe e non sbaglierebbe, ma gli strumenti rimangono gli stessi. L’eBook e la rivista si creano attualmente con uno stesso meccanismo.

Oggi questi due prodotti assomigliano più a una applicazione che ad altro.

8-sitios-web-para-descargar-libros-gratis-de-forma-legalAvere la stessa tecnologia che dà vita a più prodotti è un vantaggio enorme. Grazie agli standard unificati possiamo lavorare in ambiti diversi imparando poche cose ma bene. Oggi per fortuna si usa un unico standard.

Però prima di affrontare in profondità l’argomento devo proporvi un glossario minimo, dei concetti precisi da studiare bene. Queste parole le troviamo ormai dappertutto e sono state distorte dal marketing che ha sballato i loro significati.

  • Transmedialità: il termine si riferisce ai tipi di comunicazione multimediale che utilizzano diversi linguaggi e diversi media. Passa da un media all’altro. Può essere interna ed esterna. Esterna tipica di Star Wars, la storia è la stessa ma viene diffusa e reinterpretata da più media.

  • Crossmedialità: indica l’infrastruttura, un contenuto che si vede ed è fruibile su più dispositivi.

  • Intermedialità: processi di integrazione e convergenza nell’ambito della digitalizzazione. Dalla versione cartacea a quella digitale.

  • Multimedialità: utilizzo di più media per la creazione o fruizione di contenuti. Sinonimo di digitale.

Dopo aver elencato i termini base nel mondo dell’editoria multimediale, mi soffermerò sugli eBook.

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Lo standard più recente

Il formato standard per la distribuzione, lo scambio e pubblicazione del libro digitale è l’ePub.

Questo ePub è un modo di rappresentare, comporre e codificare contenuti web strutturati e semanticamente arricchiti. Gli ePub includono come codice (X)HTML5, CSS per il layout e SVG per la distribuzione in un singolo formato. So di avervi citato elementi che sono complicati da comprendere ma li tratteremo più avanti nello specifico.

Da queste specifiche però emerge chiaramente l’idea che l’ePub non è uno standard usato solamente per creare dei libri ma anche per le pubblicazioni digitali di diverso genere. A questo punto immagino che abbiate capito che l’editoria digitale non si occupa solo di romanzi, saggi etc… ma anche di mostre virtuali, siti e contenuti web.

L’eBook è un prodotto simile a un sito e infatti le stesse tecnologie per crearlo vengono impiegati per fare i siti web. Per esempio il codice XHTML5 è uno standard che serve a garantire la perfetta qualità della codifica.

International Digital Publishing Forum o più amichevolmente IDPF, un’istituzione che ha a che fare con l’ambito accademico e non commerciale, s’incarica di stabilire, tenendo conto dell’avanzamento della tecnologia, gli standard più adatti ai device in commercio. L’eBook che oggi si legge in Italia è nel formato ePub2, che non è più standard dal 2011 quando è stato superato dall’ePub3.

L’ePub2 è un formato essenzialmente testuale che può occasionalmente contenere anche delle immagini. La cosa più simile a questo standard è un PDF con qualche immagine dentro. Lo standard in questione consente solo la lettura di un testo su uno schermo e basta. L’ePub2 ha un testo adattivo che prende la forma dello schermo del dispositivo.

A causa di una guerra commerciale, per ora, abbiamo due standard. Ciò accade perché ogni editore vuole venderci il proprio device e quindi non gli conviene uniformare lo standard, rinuncerebbe a tutti i soldi che incassa commerciando i vari Tolino, Kobo o Kindle. Gli Ereader tra le altre cose sono oggetti che non rappresentano nessuna novità ma cercano solo d’imitare la forma e alcune sensazioni del libro. Poi questi supporti non valorizzano l’ePub3, e allora non si capisce perché siano ancora in commercio. Il codice XHTML inoltre non è più standard dal 2014.

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Bill Kasdorf

Bill Kasdorf nel convegno del 2011 dell’IDPF ha lanciato l’ePub3 definendolo “non è l’ebook di tuo padre” e ha preso le distanze dal passato e ha parlato di una nuova generazione di formato. L’IDPF è un’entità super partes, accademica e non ha nessun interesse economico. La fatidica domanda allora è questa: se possiamo creare testi che possono avere suoni, video, immagini perché non lo facciamo? Avrete intuito la risposta.

L’ePub3 è supportato da tutti i software di nuova generazione e sul vecchio Kobo non si vede, sul nuovo invece si visualizza peggio che su uno smartphone.

Questo standard si basa su tre tecnologie: quella fondamentale è l’HTML5, che ha sostituito nel 2014 XHTML. Questo codice è inoltre lo standard unico per creare contenuti digitali.

Il CSS3 è il linguaggio utilizzato per descrivere l’aspetto, la formattazione delle pagine e dei testi. I fogli di stile a cascata vengono fatti grazie a questa tecnologia.

JAVASCRIPT è invece un linguaggio di scripting incluso nelle pagine web per fornire funzioni come menu, suoni, e altre caratteristiche. Chi ha una formazione informatica sicuramente sa di che cosa sto parlando.

L’ePub3 è stato inoltre definito come “Website in a Box”. Questa definizione ci dice che la scatola è il file in formato ePub che racchiude tutto, mentre in un sito web ci sarebbero contenuti separati ed è qualcosa di completamente nuovo e diverso.

Ora la vera sfida è capire quale siano le pubblicazioni adatte all’ePub3. Un’idea ce l’abbiamo a dire la verità: testi scolastici, libri di ricette, guide turistiche, manuali di lingue straniere etc…

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esempio di ePub3

Dico questo perché questo formato non privilegia la testualità ma la multimedialità. Prendiamo ad esempio le guide turistiche, non sempre sono aggiornate al minuto. Con l’ePub3 si risolve questo inghippo e inoltre si può utilizzare una mappa con dei punti precisi per raggiungere i monumenti più importanti di una città e magari queste informazioni possono essere corredate da un breve filmato che ci descrive un particolare monumento. Le idee sono molte.

Il libro digitale del futuro non deve imitare il suo antenato di carta o altri prodotti che non appartengono al mondo dell’editoria.

Una delle esperienze più brutte in questo senso è il libro digitale de I Pilastri della Terra di Ken Follett. Ci hanno provato ma è venuta fuori questa cafonata che assomiglia più a un dvd che raccoglie gli Extra di un film.

https://www.youtube.com/watch?v=3hrcOZQFOFA

Un esempio virtuoso è invece The Beatles – Yellow submarine un libro che richiama le pubblicazioni per ragazzi.

https://www.youtube.com/watch?v=Ymsw_xzTsXI

Ci sono però dei problemi pratici e sono 3:

  1. Il testo lo si fa reflowable o a layout fisso. Il primo si adatta allo schermo ma può deformare le immagini o la struttura del libro che avevo immaginato. Negli eBook questo problema c’è ancora ma è stato risolto nel web con la tecnologia responsive.

  2. Un altro problema sono i caratteri tipografici. Nel libro cartaceo sono fissi e variano in base alla casa editrice. Nel caso dei device, io editore non so se quel carattere verrà mantenuto dal lettore o verrà modificato grazie alle impostazioni di lettura. Con l’ePub3 questo problema può essere risolto.

  3. Terza questione è la copertina che fa parte degli elementi paratestuali di un libro (sono molto importanti in una pubblicazione) e che spesso lascia a desiderare nei formati digitali. Mi è stato consigliato il sito www.Hongkiat.com per gestire i dettagli di un libro ma non l’ho ancora provato, in teoria si dovrebbero trovare dei buoni consigli su come creare un eBook.

Finalmente siamo arrivati alla fine di questo lungo articolo. Non ci crederete ma ci ho messo quasi una settimana a scriverlo.

Alla prossima settimana!