Cult Media

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Editoria Multimediale. Quello che non sappiamo (II parte)

È venuto il momento di parlare di Ebook dopo avervi annoiato con la prima parte (ahinoi necessaria) sull’ipertesto.

A scanso di equivoci dobbiamo decidere subito i termini che utilizzeremo in questa parentesi sui libri digitali. Lo strumento che usiamo per leggere gli eBook, ovvero l’Ereader, lo chiamerò device, mentre l’eBook si riferisce al libro digitale.

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Metadati di un ePub

Un eBook per essere tale deve essere un’opera letteraria monografica in forma di oggetto digitale che ha uno o più identificatori comuni (come l’ISBN per intenderci) e che possiede dei metadati. Questa definizione è stata elaborata dall’Open Ebook Forum nel 2000.

Una piccola precisazione, se il contenuto non è monografico abbiamo a che fare con un E-Journal, una rivista o quotidiano digitale che non ha dunque un contenuto monografico.

Chi inventò questo benedetto eBook? Il papà ufficiale è Alan Kay che nel 1968 costruì un apparecchio che era in grado di scaricare libri attraverso le onde radio. In quegli anni però non c’era ancora la tecnologia adatta a creare un device simile a un libro.

Oggi invece esiste e questo device si chiama Ereader che può essere di diverse tipologie. Quello più diffuso ha una tecnologia particolare ovvero sulla pagina appaiono le parole tramite inchiostro elettronico: un membrana contiene del liquido che si polarizza col più o meno e così dà forma alle lettere.

Però ora dovremmo parlare dei percorsi transmediali dell’eBook. Ovvero che differenza c’è oggi tra un libro digitale e una rivista digitale? Il contenuto, qualcuno direbbe e non sbaglierebbe, ma gli strumenti rimangono gli stessi. L’eBook e la rivista si creano attualmente con uno stesso meccanismo.

Oggi questi due prodotti assomigliano più a una applicazione che ad altro.

8-sitios-web-para-descargar-libros-gratis-de-forma-legalAvere la stessa tecnologia che dà vita a più prodotti è un vantaggio enorme. Grazie agli standard unificati possiamo lavorare in ambiti diversi imparando poche cose ma bene. Oggi per fortuna si usa un unico standard.

Però prima di affrontare in profondità l’argomento devo proporvi un glossario minimo, dei concetti precisi da studiare bene. Queste parole le troviamo ormai dappertutto e sono state distorte dal marketing che ha sballato i loro significati.

  • Transmedialità: il termine si riferisce ai tipi di comunicazione multimediale che utilizzano diversi linguaggi e diversi media. Passa da un media all’altro. Può essere interna ed esterna. Esterna tipica di Star Wars, la storia è la stessa ma viene diffusa e reinterpretata da più media.

  • Crossmedialità: indica l’infrastruttura, un contenuto che si vede ed è fruibile su più dispositivi.

  • Intermedialità: processi di integrazione e convergenza nell’ambito della digitalizzazione. Dalla versione cartacea a quella digitale.

  • Multimedialità: utilizzo di più media per la creazione o fruizione di contenuti. Sinonimo di digitale.

Dopo aver elencato i termini base nel mondo dell’editoria multimediale, mi soffermerò sugli eBook.

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Lo standard più recente

Il formato standard per la distribuzione, lo scambio e pubblicazione del libro digitale è l’ePub.

Questo ePub è un modo di rappresentare, comporre e codificare contenuti web strutturati e semanticamente arricchiti. Gli ePub includono come codice (X)HTML5, CSS per il layout e SVG per la distribuzione in un singolo formato. So di avervi citato elementi che sono complicati da comprendere ma li tratteremo più avanti nello specifico.

Da queste specifiche però emerge chiaramente l’idea che l’ePub non è uno standard usato solamente per creare dei libri ma anche per le pubblicazioni digitali di diverso genere. A questo punto immagino che abbiate capito che l’editoria digitale non si occupa solo di romanzi, saggi etc… ma anche di mostre virtuali, siti e contenuti web.

L’eBook è un prodotto simile a un sito e infatti le stesse tecnologie per crearlo vengono impiegati per fare i siti web. Per esempio il codice XHTML5 è uno standard che serve a garantire la perfetta qualità della codifica.

International Digital Publishing Forum o più amichevolmente IDPF, un’istituzione che ha a che fare con l’ambito accademico e non commerciale, s’incarica di stabilire, tenendo conto dell’avanzamento della tecnologia, gli standard più adatti ai device in commercio. L’eBook che oggi si legge in Italia è nel formato ePub2, che non è più standard dal 2011 quando è stato superato dall’ePub3.

L’ePub2 è un formato essenzialmente testuale che può occasionalmente contenere anche delle immagini. La cosa più simile a questo standard è un PDF con qualche immagine dentro. Lo standard in questione consente solo la lettura di un testo su uno schermo e basta. L’ePub2 ha un testo adattivo che prende la forma dello schermo del dispositivo.

A causa di una guerra commerciale, per ora, abbiamo due standard. Ciò accade perché ogni editore vuole venderci il proprio device e quindi non gli conviene uniformare lo standard, rinuncerebbe a tutti i soldi che incassa commerciando i vari Tolino, Kobo o Kindle. Gli Ereader tra le altre cose sono oggetti che non rappresentano nessuna novità ma cercano solo d’imitare la forma e alcune sensazioni del libro. Poi questi supporti non valorizzano l’ePub3, e allora non si capisce perché siano ancora in commercio. Il codice XHTML inoltre non è più standard dal 2014.

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Bill Kasdorf

Bill Kasdorf nel convegno del 2011 dell’IDPF ha lanciato l’ePub3 definendolo “non è l’ebook di tuo padre” e ha preso le distanze dal passato e ha parlato di una nuova generazione di formato. L’IDPF è un’entità super partes, accademica e non ha nessun interesse economico. La fatidica domanda allora è questa: se possiamo creare testi che possono avere suoni, video, immagini perché non lo facciamo? Avrete intuito la risposta.

L’ePub3 è supportato da tutti i software di nuova generazione e sul vecchio Kobo non si vede, sul nuovo invece si visualizza peggio che su uno smartphone.

Questo standard si basa su tre tecnologie: quella fondamentale è l’HTML5, che ha sostituito nel 2014 XHTML. Questo codice è inoltre lo standard unico per creare contenuti digitali.

Il CSS3 è il linguaggio utilizzato per descrivere l’aspetto, la formattazione delle pagine e dei testi. I fogli di stile a cascata vengono fatti grazie a questa tecnologia.

JAVASCRIPT è invece un linguaggio di scripting incluso nelle pagine web per fornire funzioni come menu, suoni, e altre caratteristiche. Chi ha una formazione informatica sicuramente sa di che cosa sto parlando.

L’ePub3 è stato inoltre definito come “Website in a Box”. Questa definizione ci dice che la scatola è il file in formato ePub che racchiude tutto, mentre in un sito web ci sarebbero contenuti separati ed è qualcosa di completamente nuovo e diverso.

Ora la vera sfida è capire quale siano le pubblicazioni adatte all’ePub3. Un’idea ce l’abbiamo a dire la verità: testi scolastici, libri di ricette, guide turistiche, manuali di lingue straniere etc…

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esempio di ePub3

Dico questo perché questo formato non privilegia la testualità ma la multimedialità. Prendiamo ad esempio le guide turistiche, non sempre sono aggiornate al minuto. Con l’ePub3 si risolve questo inghippo e inoltre si può utilizzare una mappa con dei punti precisi per raggiungere i monumenti più importanti di una città e magari queste informazioni possono essere corredate da un breve filmato che ci descrive un particolare monumento. Le idee sono molte.

Il libro digitale del futuro non deve imitare il suo antenato di carta o altri prodotti che non appartengono al mondo dell’editoria.

Una delle esperienze più brutte in questo senso è il libro digitale de I Pilastri della Terra di Ken Follett. Ci hanno provato ma è venuta fuori questa cafonata che assomiglia più a un dvd che raccoglie gli Extra di un film.

https://www.youtube.com/watch?v=3hrcOZQFOFA

Un esempio virtuoso è invece The Beatles – Yellow submarine un libro che richiama le pubblicazioni per ragazzi.

https://www.youtube.com/watch?v=Ymsw_xzTsXI

Ci sono però dei problemi pratici e sono 3:

  1. Il testo lo si fa reflowable o a layout fisso. Il primo si adatta allo schermo ma può deformare le immagini o la struttura del libro che avevo immaginato. Negli eBook questo problema c’è ancora ma è stato risolto nel web con la tecnologia responsive.

  2. Un altro problema sono i caratteri tipografici. Nel libro cartaceo sono fissi e variano in base alla casa editrice. Nel caso dei device, io editore non so se quel carattere verrà mantenuto dal lettore o verrà modificato grazie alle impostazioni di lettura. Con l’ePub3 questo problema può essere risolto.

  3. Terza questione è la copertina che fa parte degli elementi paratestuali di un libro (sono molto importanti in una pubblicazione) e che spesso lascia a desiderare nei formati digitali. Mi è stato consigliato il sito www.Hongkiat.com per gestire i dettagli di un libro ma non l’ho ancora provato, in teoria si dovrebbero trovare dei buoni consigli su come creare un eBook.

Finalmente siamo arrivati alla fine di questo lungo articolo. Non ci crederete ma ci ho messo quasi una settimana a scriverlo.

Alla prossima settimana!

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Editoria Multimediale. Quello che non sappiamo (I parte)

Mi bastano davvero due righe per spiegare questo titolo. Da questo venerdì fino a maggio pubblicherò contenuti incentrati sull’editoria multimediale. Cercherò di illustrarvi ciò che ho appreso leggendo diversi testi che analizzano questo argomento.

Prima di affrontare i temi più caldi dell’editoria digitale devo incominciare a parlare di un termine che ha rivoluzionato la mia e la nostra scrittura: l’ipertesto.

Che cos’è allora questo ipertesto? Un ipertesto è una serie di documenti collegati tra loro tramite una parola chiave. Faccio un esempio pratico. Se ora parlo di web posso citare un mio vecchio articolo e proporvelo tramite parola chiave o concetto: scrittura nel web.

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Theodor Nelson

Quando leggiamo un libro, la lettura del testo è normale. Invece in un ipertesto si procede da un nodo all’altro tramite hyperlink.Uno dei grandi teorici del web, Theodor Nelson nel 1977 diceva che la sequenza unica in un testo non va bene a tutti perché è frutto delle scelte di un autore che possono non essere condivise dal lettore. Umberto Eco invece diceva che più collegamenti ci sono e più ci sembra di avere una parvenza di libertà ma in realtà siamo sempre obbligati a fare un determinato percorso.

Nelson sosteneva inoltre che un testo non sequenziale tende a ramificarsi e permette al lettore di effettuare delle scelte personali e questa tipologia di testo è adatta soprattutto per uno schermo interattivo, e tale affermazione fu fatta nel 1965.

Ipertesto quindi è un termine inventato da Nelson che lo definì come “una serie di pezzi di testo, collegati fra loro, che favoriscono un percorso di lettura”.

Però nel tempo sono state formulate altre definizioni di ipertesto. George P. Landow sosteneva inoltre che un ipertesto fossero dei blocchi di testo legati tra di loro attraverso collegamenti elettronici.

Jean Clément parla di ipertesto narrativo arrivando a definire il romanzo ipertestuale che può essere costruito da documenti non gerarchizzati che il lettore può attivare e permette un rapido accesso a ciascuno degli elementi costitutivi dell’insieme. 

Francesca Tomasi ha semplificato ulteriormente le cose e ha definito l’ipertesto come ogni forma di testualità che si presenta suddivisa in blocchi collegati fra loro con dei link.

ipertestoNelson inoltre parlò anche di Ipermedium e riprendo dunque la definizione di Wikipedia che dice: “Ipermedia o ipermedialità è un termine generico, derivato da ipertesto, che integra una raccolta di informazioni eterogenee, quali grafica, audio, video e testo, connessi tra loro in maniera non sequenziale. Il termine è un’evoluzione del termine multimedia, o multimedialità . Questo vocabolo venne usato per la prima volta da Ted Nelson in un articolo del 1965. Un classico esempio è il World Wide Web“.

Ci sono tre forme di ipertesto:

  • a struttura assiale, è simile a quella che troviamo nei libri, per esempio le note. E’ una struttura poco più complessa del libro di carta.
  • a struttura gerarchica, ci sono almeno nodi di tre livelli, per capirci il modello è quello del sito e della sua homepage. Viene utilizzata in ambito didattico per dare completezza all’informazione.
  • a struttura a rete, nasce in ambito pubblicitario e appare su Amazon quando ci vengono suggeriti gli acquisti. E’ un metodo utilizzato per farci comprare. In questa struttura un nodo finisce nell’altro ed è la struttura adatta per gli smartphone perché richiede minori click rispetto alla struttura gerarchica.

L’ingegnere e tecnologo americano Vannevar Bush fu il primo nel dopoguerra a concepire l’idea di ipertesto che usò per decriptare i messaggi dei nemici mentre lavorava nell’esercito americano. In un suo articolo, As We may Think, afferma che la mente umana impara attraverso associazioni libere, non in modo rigoroso e sequenziale. Bush costruì una macchina ipertestuale, Memex, concepita come estensione della memoria umana.

Nelson invece ideò Xanadu, una struttura digitale in tre dimensioni, un semicerchio in cui posso muovermi e avvicinarmi ai documenti, e le parole chiave sono collegate tra loro attraverso fasci di luce (i link). I collegamenti di Nelson sono permanenti, bidirezionali e i link sono semantici. Egli afferma che per realizzare un modello del genere sia necessario identificare la fonte e poi gestire le versioni. Xanadu generò quello che oggi conosciamo come Web.

L’ipertesto può anche essere utilizzato per creare dei romanzi. L’Ipertesto Letterario ha la seguente definizione secondo Wikipedia: “Il termine romanzo ipertestuale in letteratura indica le opere ottenute dalla commistione tra romanzo e ipertesto. In qualche modo queste opere sono chiamate anche iperromanzi, come erano stati definiti da Italo Calvino prima dell’uscita dell’ipertesto dagli ambienti di ricerca. In genere con il termine iperromanzo si vuole indicare il contenuto corrispondente a certe caratteristiche di complessità, sia esso sviluppato su libro oppure su un supporto informatico; con il termine romanzo ipertestuale si indica invece la modalità elettronica e ipertestuale dell’opera di narrativa, in qualche modo indipendentemente dai suoi contenuti. Un iperromanzo realizzato in forma di romanzo ipertestuale riesce a raggiungere la sua forma più compiuta, evidenziando tramite hyperlink tutti i legami che sono intrinseci a un’opera di questo tipo ha assunto un significato più specifico e legato non solo ai contenuti del romanzo ma anche alla sua forma.

Nei romanzi ipertestuali il lettore può leggere il contenuto di una pagina (mutuando un termine di Roland Barthes tale unità di testo è stata chiamata lessìa) e, per poter proseguire la lettura, si trova a dovere scegliere quale hyperlink seguire per passare alla pagina (lessia) successiva, in tale modo realizzando un proprio percorso personale all’interno della serie di elementi predisposti e tra di loro relazionati dall’autore. Quando i romanzi ipertestuali sono realizzati con supporti informatici possono anche includere suoni, immagini, filmati e altre applicazioni, diventando così dei romanzi ipertestuali multimediali (in inglese anche chiamati hypermedia). Un romanzo ipertestuale, se costruito con una struttura complessa e a maglia, e non banalmente con una sequenza di pagine legate tra di loro in modo sequenziale, automaticamente realizza alcuni dei punti indicati da Calvino come caratteristici dell’iperromanzo”.

Il primo esempio concreto di ipertesto letterario è Afternoon, a story di Michael Joyce pubblicato nel 1990 dalla casa editrice EastGate. Su internet si dovrebbe trovare gratuitamente per Twelve Blue di Joyce. Questi romanzi sono stati creati con un software chiamato StorySpace che costa molto. L’alternativa gratuita e più performante è Twine ed è un programma usato per fare storytelling.

So che questa parte è stata un po’ noiosa ma nella prossima parleremo di Ebook.

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La scrittura secondo Raymond Carver

Secondo me la colpa è dei film e delle serie tv, se tutti desiderano una volta nella vita pubblicare un libro. La maggior parte delle persone crede che chiunque possa diventare uno scrittore dimenticandosi del talento e della costruzione di una solida base culturale. Lo scrittore nell’immaginario video-ludico è un essere eccezionale, arguto e amato dagli dei. Ci credo che poi lo spettatore nutre un po’ di invidia nei suoi confronti.

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Raymond Carver

In Italia, secondo le stime ufficiali, vengono pubblicati ogni giorno 215 libri e meno della metà dei cittadini Italiani (41%) legge almeno un libro all’anno. Poi potrei parlare anche del fenomeno degli youtubers scrittori ma per il momento lascerei stare.

Che cosa bisogna fare per diventare un bravo scrittore? Sicuramente leggere ottimi libri e scrivere molto, ogni giorno, come se avessimo i compiti a casa. Non scoraggiatevi però se vi dico che questo non potrebbe bastare.

Come afferma l’autore americano, Raymond Carver, nel volume che raccoglie i suoi saggi e i suoi articoli, Il mestiere di scrivere (Einaudi), «La buona narrativa consiste nel portare notizie da un mondo all’altro».

Carver è stato uno dei più importanti scrittori americani della seconda metà del Novecento e si specializzò nella creazione di racconti e poesie. Egli fu inoltre un amato professore universitario di scrittura creativa.

41fcmar939lIl libro sotto esame non è un manuale, ma raccoglie alcune riflessioni sulla scrittura che possono aiutarci a comprendere meglio il complesso meccanismo del processo creativo che ogni scrittore deve affrontare di fronte alla pagina bianca di Word o di WordPress.

Scrivere bene non significa solo edificare grandiose trame e personaggi avvincenti. Scrivere bene significa soprattutto usare correttamente le parole e la grammatica. Carver insiste sulla leggerezza della narrazione, come Italo Calvino, afferma che “la scrittura estremamente elaborata e chic o quella chiaramente stupida fa venire veramente sonno”.

Un altro aspetto rilevante della scrittura è la revisione. Carver amava correggere i propri testi e anche quelli dei suoi studenti. Credeva profondamente “nell’efficacia della revisione senza fine; era una cosa che gli stava molto a cuore e che, ne era convinto, era importantissima per gli scrittori, in qualsiasi fase di sviluppo si trovassero”.

Come avrete capito, essere un professionista delle lettere non è una cosa facile, ma se il vostro sogno è di campare pubblicando libri, vi consiglio di scrivere un po’ ogni giorno, senza speranza e senza disperazione.

Un ultima cosa. Vi segnalo la mia radio-recensione del libro, che potete scaricare o ascoltare collegandovi al mio profilo di Soundcloud. Per risparmiare tempo, qui sotto trovate il player con il contenuto.

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Fare lo scrittore non è salutare

salone internazionale del libro 2012

Giuseppe Culicchia

Tutti e dico tutti, in Italia, sognano di scrivere un libro. Chi può smentirmi? Sicuramente non coloro che scelgono di sborsare migliaia di euro per autopubblicarsi o che si collegano ai vari siti di self-publishing uploadando la loro bozza Word.

Sempre parlando del mio caro e accogliente Paese, ci sono ogni anno più pubblicazioni che lettori. Sarà il segnale di qualcosa?

Qualche giorno fa, ho finito E così vorresti fare lo scrittore (Laterza) di Giuseppe Culicchia, autore torinese che ha esordito nel 1994 con Tutti giù per terra, romanzo vincitore dei Premi Montblanc e Grinzane Cavour.

In questo libro del 2013, l’autore con stile sobrio e ironico crea un allegro affresco del mondo dell’editoria di oggi. L’industria editoriale viene definita come un “salotto” in cui albergano simpatie e antipatie che puntualmente si manifestano nelle recensioni e critiche che si materializzano sui grandi quotidiani.

Sui giornali nazionali, soprattutto negli inserti culturali, ogni settimana compare la classifica dei libri più venduti. Culicchia racconta che lo scrittore non è mai contento della lista che comprenda o non comprenda la sua ultima pubblicazione.

90762_Zagrebelsky 0909 piccLa Sindrome da Classifica si manifesta sempre il sabato o la domenica, ovvero quando escono le classifiche sui giornali, quelle che contano di più visto che finiscono in mano ai potenziali lettori, e scatta dopo quattordici giorni dall’uscita del libro, ovvero il tempo necessario perché sui giornali compaia la rilevazione delle vendite corrispondenti alla settimana in cui è avvenuta la pubblicazione. I sintomi della SDC, che si manifestano ovviamente solo negli scrittori che non si ritrovano al primo posto di tutte e tre le classifiche, ovvero nel 99% dei medesimi, sono sempre gli stessi. Nell’ordine: ira funesta, depressione molesta e paranoia manifesta. La casistica, per quanto riguarda la SDC, è comunque piuttosto varia. Di seguito troverai un quadro di massima dei casi in cui uno scrittore ne soffre.

Non è la sola nevrosi, intendiamoci, che può colpire la Brillante Promessa, il Solito Stronzo o il Venerato Maestro. Queste sono le fasi evolutive, secondo Culicchia, di chi si occupa di scrittura.

Il capitolo che mi è piaciuto di più è quello dedicato alle recensioni del web. Culicchia afferma che, dopo l’uscita della sua ultima fatica, uno scrittore ricerchi quotidianamente su Google delle nuove recensioni. Il web però è la terra di nessuno dove non esiste clemenza e il rischio di rimanerci male è davvero alto. Se non volete arrabbiarvi per critiche superficiali, non accendete i computer.

In Rete si può far circolare impunemente qualsiasi cosa, e come l’ironia venga usata con un unico obiettivo: screditare il bersaglio di turno e automaticamente autoaccreditarsi, come se si avesse la facoltà di autopatentarsi in veste di “intellettuali” e di revocare le patenti altrui.

Ci sarebbe ancora molto da dire e per questo vi invito a leggere il libro perché è divertente e offre un punto di vista inedito sul mondo dell’editoria. Sapete come si dice in questi casi? Scherzando si può dire tutto, anche la verità.

 

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9 consigli per scrivere meglio su Facebook

Non capita spesso che scriva un post sul libro che stia leggendo, ma oggi lo farò.

Da circa una settimana sto sfogliando Scrivere per il web (Hoepli) di Michael Miller, un autore americano molto popolare che ha scritto numerosi best-seller sulla musica, sulla tecnologia e sul marketing.

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Michael Miller

Il volume in questione tratta la scrittura sul web e gli accorgimenti da adottare per diventare un buon copywriter.

Come sapete, nella vita mi occupo principalmente di giornalismo e a questo argomento ho anche dedicato la mia tesi di laurea. Dunque drizzo sempre le mie antenne verso tutte le pubblicazioni che si occupano del rapporto tra innovazione tecnologica e scrittura.

L’ho scritto molte volte: il futuro del giornalismo sarà online. I giornali di carta saranno solo prodotti culturali di lusso per una cerchia ristretta di lettori.

Se oggi parliamo di prodotti culturali, dobbiamo per forza parlare anche di social network e Facebook è quello più utilizzato in Italia.

Il social di Zuckerberg non mi piace molto perché fatico ad utilizzarlo. La mia bacheca è invasa da post banali e informazioni superficiali che mi fanno perdere tempo. Esistono le eccezioni, ma sono rare. Facebook punta all’intrattenimento e non all’informazione: le pagine di bufale ne sono una prova.

418drcojasl-_sy346_D’altro canto, sono obbligato a utilizzare Facebook se voglio espandere il mio pubblico di lettori. Per fare questo, ho appreso alcuni trucchetti da Scrivere per il web.

  1. Bisogna esercitarsi nel creare un proprio stile. Gli utenti devono percepire una differenza sostanziale rispetto alle altre migliaia di post pubblicati nel feed news.
  2. Lo stile che adottiamo su altri social, non dovrebbe essere applicato a Facebook.
  3. È preferibile scrivere post brevi perché la soglia di attenzione degli utenti è molto bassa su internet.
  4. Ogni post deve contenere un solo pensiero o un solo argomento. Non creiamo testi troppo ricchi di informazioni. I social non amano la complessità.
  5. Facciamo attenzione alle parole e alla grammatica. Eliminiamo le parole superflue come i modificatori inutili, frasi inopportune come quelle introduttive e le ridondanze. Il linguaggio deve essere semplice, composto da termini e frasi brevi.
  6. Il tono dei nostri post non deve essere troppo professionale ma tendere alla colloquialità.
  7. Dobbiamo saper coinvolgere i nostri amici. Condividiamo le nostre esperienze personali, facciamo domande, rendiamoci utili per il lettore e cerchiamo di incuriosirlo.
  8. Aggiorniamo una volta al giorno la nostra pagina o profilo. Facciamolo però solo se abbiamo davvero qualcosa da dire.
  9. Per legittimare ciò che scriviamo, si può incollare il link della nostra fonte. Questo piace molto ai lettori.
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I Robot sostituiranno gli scrittori?

Si dice che scrivere un romanzo sia un po’ come dare alla luce un figlio. Ed è verissimo. Siamo sempre stati abituati – giustamente – ad analizzare le opere narrative in base anche alla biografie degli autori che sono fatti di carne, di sentimenti e che vivono con noi su questo grande luogo chiamato pianeta Terra.

Tali certezze però non sono più così solide. Il 16 dicembre ho letto un articolo interessante sul Corriere della Sera, Storia di un computer scrittore, in cui vengono elencati alcuni progetti informatici dedicati alla scrittura di romanzi.

La tecnologia a mano a mano che si sviluppa tende a rimpiazzare l’attività umana. Ad esempio nel campo giornalistico esistono degli algoritmi che sono in grado di scrivere semplici notizie o di sbobinare in diretta i discorsi pubblici pronunciati durante eventi o conferenze. Uno di questi software si chiama “Quill” creato dal Chicago Narrative Science. Questo ente inoltre è convinto che nei prossimi anni il 90% degli articoli sarà scritto dai robot.

Leggendo questa notizia, la mia mente mi ha proiettato in un ambiente cinematografico come Blade Runner o Ex-machina, due pellicole che approfondiscono il divario intellettivo tra mente umana e cervello artificiale. Come facciamo a capire se un computer pensi come noi? Facile, bisogna applicare il Test di Turing.

Lasciando da parte le rievocazioni cinematografiche, il romanzo artificiale fa già parte della nostra realtà. Nel 2008 una casa editrice russa, la Astrel-Spb ha pubblicato il romanzo-bot Amore vero scritto in 72 ore da un sistema informatico. Come spiegano gli esperti, il computer è in grado di creare il 60% di un romanzo, ovvero la trama, ma è poi il programmatore a rappresentare ed aggregare i dati. Tale “creatività computazionale” può funzionare con un buon database di romanzi selezionati e tecniche più o meno complesse di elaborazione di linguaggio naturale.

Il tema che ho presentato qui è molto affascinante e complesso e ha bisogno senza dubbio di approfondimenti. Il primo saggio che ha sollevato questo problema fu Will robots ever have Literature? dello studioso Jerry Hobbs pubblicato nel 1990. Da quel momento si sono sviluppate diverse considerazioni, una delle più recenti è questa della BBC Could a robot write a novel?