Editoria e mondo del libro

“La Novità” un romanzo sull’editoria francese

In Italia arriva tutto troppo tardi. Un esempio di velocità tartarughesca italica sono le unioni civili, Starbucks e Netflix. Anche per alcuni libri è così. Però questa volta dobbiamo ringraziare la casa editrice Voland che ha tradotto – con il lavoro della traduttrice Federica Di Lella – un bel romanzo transalpino sull’editoria francese. Il libro di cui sto parlando è La novità di Paul Fournel.

Questo volume di neanche 200 pagine (ce l’ho in eBook quindi verificate voi) vale davvero la pena di essere letto perché riesce a mescolare uno stile letterario, quindi tutti i suoi meccanismi, con un tema, quello dell’editoria, più vicino alla saggistica. Quando cerco qualche scritto sul mondo editoriale il 99% delle volte lo trovo sotto forma di saggio o di manuale. La novità allora mi è apparsa davvero una novità di genere. Scusate il calembour.

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Paul Fournel

L’autore del romanzo è l’attempato Paul Fournel, uno scrittore, editore e intellettuale francese che ha collaborato con molte case editrici francesi come Hachette, Honoré Champion, Ramsay e Seghers.

Il narratore-protagonista, un certo Robert Dubois, sin dall’inizio parla chiaro al lettore: «Nel mondo editoriale sta avvenendo un cambiamento epocale». L’ho scritto io, lo hanno detto gli altri, e ora ce lo conferma anche questo veterano francese del libro: Il formato digitale della scrittura sta cambiando il nostro approccio coi testi. Il tema centrale del romanzo è dunque il rapporto di un anziano editore con un tablet dentro cui ha i manoscritti da controllare e da ripulire per una prossima pubblicazione.

«Lo metto sulla scrivania e ci poggio sopra la guancia. È fredda non produce nessun suono, non si stropiccia e non macchia. Niente lascia immaginare che contenga tanti libri».

Accanto alla descrizione dei mille modi con cui Dubois tenta di approcciarsi al nuovo device di lettura troviamo anche la narrazione dell’aspetto umano di questo editore; possiamo percepire dunque i suoi legami con i colleghi, con la moglie e con la giovane e talentuosa stagista Valentine.

Lasciando da parte l’aspetto romanzesco di questa pubblicazione, vorrei analizzare insieme a voi gli aspetti tecnici del mondo editoriale descritti in questo libro. Innanzitutto devo dire che mi è piaciuto molto l’approccio positivo alla novità (il tablet). Il protagonista accoglie il progresso con curiosità sperimentando i vari usi e le varie manipolazioni che un testo digitale consente. In un passo però l’editore Dubois riflette anche sulla praticità spaziale del tablet:

«E così ora il peso di tutta la letteratura mondiale è lì, nelle manacce rosse di René. 730 grammi. Hugo + Voltaire + Proust + Celine + Roubaud, 730 grammi. Ci mettiamo anche Rebelais? 730 grammi. Louise Labé? 730 grammi»

È indubbio il fatto che gli eBook abbiano degli aspetti positivi soprattutto per gli addetti ai lavori. Per un giornalista infatti è molto più facile recensire un libro quando questo arriva comodamente nella propria casella postale inviato da una casa editrice: c’è un risparmio di tempo e di denaro.

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La Novità – Voland editore

La novità insiste anche sui rapporti che un editore ha con i suoi autori. Gli scrittori sono esseri strani, vanno coccolati, seguiti, perché sanno essere molto vendicativi. Dubois spesso usa la carta del cibo per parlare con loro, seduto in qualche buon bistrot, ed è divertente ricordare questa sua frase: «In fin dei conti non posso dire di essermi arricchito con questo mestiere, ma almeno ho mangiato bene».

Veniamo ad un’ultima problematica. Che fine farà l’editoria? Dove sta andando? Intuiamo una risposta nello scambio di battute tra Dubois e Balmer, un celebre scrittore che si è dato all’editoria 2.0:

«Allora com’è la vita di uno scrittore 2.0? // Una meraviglia, ti assicuro. Mentre voi sprecate energie e soldi per trovare il modo di vendere online i vostri vecchi romanzi senza inimicarvi i librai, che comunque alla fine porterete al fallimento, noi creiamo qualcosa di totalmente nuovo, che si insinua da solo nei vari aggeggi e aggeggini della gente»

Non so oggi quanto sia realistica una nuova proposta editoriale quando in Italia il 57% della popolazione non legge. È vero che non bisogna rinunciare all’innovazione ma in tempo di crisi si tende a proporre prodotti editoriali simili e senza un’anima che scontentano lo zoccolo duro dei lettori ammiccando al mare magnum di non lettori.

Verso la fine del romanzo, quando il protagonista Dubois, vivendo una grande tragedia personale, decide di recarsi in libreria per trovare conforto nei vecchi libri di carta. Sceglie i 50 titoli che non è riuscito a leggere durante la sua vita. Al momento del pagamento alla cassa esprime questa considerazione:

«Quindi ho stabilito cinquanta. Avrei potuto decidere dieci o mille, ma ho optato per cinquanta. I cinquanta libri che il mio mestiere mi ha impedito di leggere e che finalmente leggerò […]

Perché al momento di pagare mi dico i libri costano troppo? Ho passato tutta la vita a dimostrare il contrario»

Dunque allora è lecito farsi alcune domande: la crisi del lettore è stata prodotta anche dalla politica dei prezzi di copertina? Il prodotto editoriale vale un investimento di 20 euro? Questioni che affronterò meglio in un nuovo post.

La nostra società e la bibliografia: il futuro è la reinterpretazione del passato

Ed eccoci all’ultimo capitolo di Bibliografia e sociologia dei testi di Donald McKenzie. È stato un percorso abbastanza impervio ma mi fa piacere che alcuni di voi abbiano apprezzato il mio sforzo nel raccontare questo fondamentale testo sulla storia dei libri.

Il terzo capitolo è intitolato Dialettica della bibliografia di oggi e a grandi linee parla della forma del testo e dei vari ambienti culturali a cui può essere applicata. McKenzie torna su un concetto che abbiamo già visto nei precedenti articoli (I testi ci parlano. I libri vanno interpretati e La bibliografia non dovrebbe occuparsi solo di libri): i testi non sono esclusivamente dei libri.

bibliografiaL’autore parla infatti di due concetti di testo: uno è suggellato dall’autore conchiuso in sé stesso e storicamente definibile; l’altro rimane sempre incompleto, aperto e sempre interpretabile. Nel primo caso c’è bisogno dello storico che cerca di riportare oggettivamente gli intenti dell’autore, le funzioni espressive del testo tenendo conto della sua ricezione.

«Il testo è da considerare un fatto bibliografico perché è localizzato, descritto, datato, attribuito a un autore e interpretato»

La bibliografia non fa altro che pescare questi testi dal passato e conservarli per le possibili future interpretazioni tenendo conto però di quelle precedenti.

McKenzie per avvalorare questa sua tesi cita due autori come John Locke e James Joyce. Locke diceva, nei suoi studi su San Paolo, che la veste tipografica di un testo può occultare il suo messaggio. Perciò la forma in cui un testo viene stampato influenza i possibili modi di lettura, inoltre può portare delle discordie sociali sulla sua corretta interpretazione: emblematico è il caso delle Bibbia.

Si può dunque affermare che la veste tipografica di un’opera dovrebbe essere concepita per esaltare e rendere fruibile il ragionamento dell’autore e non per stravolgerlo e strumentalizzarlo. Joyce infatti aveva concepito l’Ulisse in un modo tale che anche la veste tipografica aggiungesse un ulteriore significato al testo in sé per sé.

Lo storico del libro ritiene dunque che i libri possano essere forme espressive di qualche sottigliezza, e una pratica editoriale che ignora questo fatto probabilmente produrrà un testo carente per i parametri dell’autore.

Nessun testo di una qualche complessità può offrire un significato definitivo. Quando leggiamo o confrontiamo un testo, in pratica lo riscriviamo e gli diamo un significato in più. La bibliografia quindi deve occuparsi di tutti i testi registrati e può determinare il carattere unico e irripetibile di un singolo testo, di rilevare tutte le dimensioni intertestuali: in sintesi registrare e spiegare le forme materiali che mediano il significato. Come abbiamo già visto, la disciplina bibliografica accetta la costruzione di nuovi testi e delle loro forme interessandosi ai testi come prodotti sociali.

Ora però analizziamo quella apparente anomalia che conosciamo come sotto-categoria di testi non-libri. Possiamo utilizzare questa categoria per i testi orali, le immagini a stampa, o la fotografia che nella nostra società sono aspetti rilevanti per la comunicazione. La bibliografia si deve dunque occupare anche di questi testi non-scritti come dvd, siti web, videoclip, podcast, etc… Volendo i metodi bibliografici possono essere applicati anche al cinema.

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Bibliografia e sociologia dei testi

Quali possono essere i nostri archivi? Le biblioteche devono accogliere tutte le tipologie di “testi” in un ordine razionale, stabile, coerente e nello stesso tempo queste risorse devono essere socialmente accessibili.

Ormai nella società di oggi emerge il principio secondo cui si compra l’accesso e non l’oggetto: ormai non compriamo il libro in sé ma il tempo necessario per leggerlo.

Nell’ultima parte di questo capitolo McKenzie si chiede se ci sia un declino del libro: «No. Perché il testo sta prendendo altre forme. Il principio della registrazione e dell’accesso al catalogo e al possesso non è cambiato ma si è affinato».

Questi tre capitoletti offrono dunque un modello culturale che dovrebbe essere adottato da un’istituzione statale perché la prospettiva commerciale non ha interesse a occuparsi del passato. Però ci sono ancora molti ostacoli da superare per raggiungere i traguardi di McKenzie e i principali punti di discussione sono il copyright, l’archiviazione e l’accessibilità dei materiali.

Le biblioteche che non ricercano il profitto mantengono vivo l’interesse pubblico per la conservazione di questi testi: ne garantiranno l’autenticità e assicureranno la loro accessibilità.

Il messaggio principale di questo testo è che i libri non sono sempre sufficienti e proprio per questo c’è la necessità di plasmare un nuovo pensiero bibliografico al passo coi tempi.

 

Il futuro dei libri. Cosa si diceva nel 2010

In questo ultimo post vorrei parlare dell’editoria di oggi. Mi stacco momentaneamente dai soliti discorsi accademici per immergermi nell’attualità. L’oggetto di questa breve discussione sarà il “futuro del libro”: le nostre previsioni di qualche anno fa sull’industria editoriale si sono rivelate fondate o infondate di fronte alle statistiche di lettura che abbiamo oggi?

9788874522408_0_0_300_80La settimana scorsa sono stato alla fiera libraria degli editori indipendenti di Milano. Il Book Pride di quest’anno si è allargato e ha ospitato molte case editrici di cui ignoravo l’esistenza. Ovviamente sono andato a spulciare quei volumi di editori che già conoscevo per poter andare a colpo sicuro nell’acquisto di qualche titolo interessante.

Così è stato per Che fine faranno i libri? di Francesco Cataluccio, un piccolo libretto di 60 pagine edito nella collana “gransasso” di Nottetempo. La pubblicazione è un po’ datata, infatti risale al 2010, ma non obsoleta, e in essa Cataluccio, in qualità di ex-direttore delle case editrici Bruno Mondadori e Bollati Boringhieri, s’interrogava sul destino del libro e in particolare sul futuro dei libri digitale.

«Ci sarà ovviamente un periodo intermedio in cui i due sistemi librari (analogico e digitale) conviveranno. A coloro che hanno oggi più di 15 anni piacerà continuare a maneggiare anche i libri cartacei. Noi più anziani ci ostineremo addirittura nella ricerca di vecchi libri (che saranno quelli della nostra gioventù sui quali ci siamo divertiti ed educati»

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Francesco Cataluccio

Commentando il passo, sono in grado di dire che 7 anni dopo questa sua affermazione non si è verificato quanto scritto qui sopra. La diffusione dei device atti a leggere gli eBook non hanno per nulla scalfito le obbrobriose statistiche di lettura della penisola più bella del mondo. D’altro canto c’è una parte di verità. Le nuove generazioni tendono a leggere testi e generi nati e cresciuti sul web. Mi riferisco a siti come Wattpad che macinano visite consistenti perché ospitano sulle loro piattaforme manoscritti (di dubbia qualità) di giovani ragazzi che però non mi sento di etichettare come scrittori o autori.

Però parliamo anche di una generazione che spende molti soldi per acquistare gli illeggibili libri-cartacei-volantini degli youtubers.

Quindi né io e né Cataluccio siamo in grado di dirvi se ci sia una luce in fondo al tunnel o dei fazzoletti in questa valle di lacrime.

Però è davvero interessante l’elenco delle professioni che spariranno o si rafforzeranno con lo sviluppo digitale:

  • Gli editori saranno sempre necessari, anche in assenza di libri di carta.
  • Gli autori renderanno i libri elettronici aperti a infiniti percorsi narrativi e di approfondimento.
  • I traduttori rimarranno figure centrali dell’industria libraria.
  • Ci sarà sempre bisogno dei redattori e degli impaginatori.
  • I grafici prenderanno il controllo sulle copertine.
  • Gli stampatori purtroppo spariranno.
  • Spariranno anche i promotori.
  • I distributori e i magazzini diverranno totalmente virtuali, con grandi risparmi di spazio e tempi di movimentazione dei volumi.
  • Gli uffici stampa dovranno affrontare la sfida della promozione del libro elettronico
  • Le librerie sopravviveranno per qualche tempo.

Cataluccio infine termina queste sue previsioni sostenendo che, qualsiasi forma acquisirà il libro, gli editori dovranno essere responsabili e favorire “la conoscenza come bene comune”.

Arrivano gli eBook gratis in metropolitana

Chi lavora nell’editoria prima o poi si fa questa domanda: “E oggi cosa ci inventiamo per promuovere la lettura?”

Ci sono stati molti esperimenti in tutto il mondo e non esistono ancora studi che abbiano dimostrato l’efficacia di tali manovre culturali.

milano_da_leggereTutti voi ricorderete l’iniziativa IoLeggoPerché. Fu un fallimento totale perché la grande manifestazione fu molto criticata dai lettori e dalle stesse case editrici per essere una cosa vecchia, obsoleta e autoreferenziale.

Ultimamente a Milano è nato un nuovo progetto di promozione alla lettura chiamato “Milano da leggere”. Grazie alla collaborazione delle case editrici Bollati Boringhieri, Garzanti, Guanda, Marcos y Marcos, Meravigli, Mondadori e Mursia, dell’agenzia letteraria Santachiara e grazie alle biblioteche milanesi, tutti gli utenti della metropolitana potranno scaricare 10 gialli in versione ebook nel formato Mobi ed ePub.

Fino al 31 maggio i viaggiatori milanesi, con l’utilizzo di un device connesso ad internet e provvisto di un lettore di QR Code, potranno scaricare i libri digitali sui loro smartphone, tablet e non solo, fotografando i codici di download stampati sui manifesti affissi ai muri della metropolitana.

Nel 2016 sono stati scaricati 4mila ebook con questa iniziativa comunale che si è ispirata alle varie strategie di promozione letteraria in Sud Corea e in Francia.

I testi ci parlano. I libri vanno interpretati

Volevo fare delle esigue considerazioni su un volume che sto leggendo riguardo alla disciplina dedicata alla storia del libro.

Non si sta rivelando una lettura semplicissima. Ho dunque deciso di parlarne qui per sbrogliare quel gomitolo di concetti che ho trovato nelle pagine sfogliate da poco.

512bdepd0byl-_sx322_bo1204203200_Il volume in questione è Bibliografia e sociologia dei testi e parla del significato nascosto che ogni libro porta con sé. Ogni pubblicazione contiene diverse informazioni che non sono solo quelle testuali ma anche paratestuali, storiche e sociologiche. Perché dovrei ritenere il libro come una forma espressiva?

McKenzie, l’autore di questo saggio, afferma che gli studiosi di una volta consideravano i libri come degli oggetti staccati dal loro tempo e dissociati dalla società che li aveva prodotti. Egli sostanzialmente afferma che un bravo bibliografo, se intende studiare con intelligenza la storia della produzione del libro, deve utilizzare diverse discipline umanistiche. Ogni segno di un libro è un simbolo e noi dobbiamo essere in grado di interpretarlo con i giusti strumenti.

Lo studioso inoltre sostiene nel capitolo “Il libro come forma espressiva” che un testo non sia solo qualcosa di scritto ma anche qualcosa che possiamo ascoltare come un discorso. Ricordiamoci che in passato, nelle comunità più povere e fragili, si leggeva ad alta voce per permettere a tutti di capire il contenuto di un libro. L’Orlando Furioso di Ariosto ne è una dimostrazione.

Perché accostiamo il termine sociologia all’invenzione della stampa o comunque al mondo dei libri? La motivazione è legata ai mestieri del libro che hanno cambiato e modificato professionalmente le popolazioni e l’economia del passato. Ogni libro è portatore di un messaggio e ogni forma determina un senso. Quindi anche la veste tipografica di una pubblicazione ha un suo significato.

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Donald McKenzie

Nella storia del libro rientrano inoltre tutte quelle ricerche che si occupano di far luce sui rapporti tra autore e stampatore quando si decidere di pubblicare un determinato testo. Vediamo infatti che nel ‘700, gli autori nutrono molte perplessità sui tipografi perché temono che la veste grafica delle loro opere venga stravolta. Spesso le volontà inoltre vengono tradite dall’editore. McKenzie fa l’esempio del drammaturgo Congreve che soffrì a lungo le scelte editoriali del suo editore.

Congreve inoltre si batte anche per il diritto d’autore, che comparì in Inghilterra per la prima volta dopo il ‘700. Fino ad allora gli scrittori cedevano il loro manoscritto come se oggi vendessimo una casa. Non avevano così nessun diritto sulle opere che scrivevano.

Come scrive lo stesso McKenzie: «La sociologia dei testi ha un potere quale non ha alcun’altra disciplina nel risuscitare gli autori calati nelle loro epoche e i loro lettori di ogni tempo».

Infondo egli ci vuole dire che il testo non è qualcosa di predefinito ma qualcosa che può essere interpretato da diverse angolazioni di ricerca.