La reale assurdità di “Aspettando Godot”

Recensione dell’opera teatrale di Samuel Beckett intitolata “Aspettando Godot” (Einaudi)

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C’è un modo di dire che, una volta nella vita, ci è capitato di sentire e questa frase idiomatica è “aspettando Godot“. Il riferimento è all’opera di Samuel Beckett che uscì nel 1954 e che fu subito un successo nonostante il significato oscuro. La commedia rientra infatti nel filone delle rappresentazioni del teatro dell’assurdo: una corrente artistica che germogliò in Francia negli anni Cinquanta; i protagonisti di questa nuova avanguardia teatrale furono E. Ionesco, A. Adamov, S. Beckett, J. Genet, F. Arrabal. Lo scopo di questa corrente artistica era quella di porre dei quesiti sull’esistenza umana e sull’incomunicabilità del mondo contemporaneo per mezzo di un linguaggio drammatico, slegato dalle regole tradizionali. Ritorniamo però al modo di dire “aspettando Godot”, cosa significa? La frase si usa quando vogliamo parlare di qualcosa che attendiamo e che probabilmente non arriverà mai – per esempio le nostre pensioni.

foto aspettando godot copertinaVi dirò la verità. Non è stato affatto semplice decodificare il capolavoro di Beckett. Ho lasciato decantare nella mia mente le sue pagine, edite da Einaudi, per settimane e settimane. Come i protagonisti Vladimiro, Estragone, Lucky e Pozzo, non riuscivo più a cercare me stesso poiché mi perdevo nelle suggestioni beckettiane. Mi sono sentito spaesato perché da essere umano razionale tentavo di dare un’interpretazione a ogni parola e scena, non capendo che l’effetto di questa commedia teatrale è proprio quello di creare un senso di “assurdo” che confonde lo spettatore (in questo caso il lettore). Non parliamo di un’opera sconclusionata, ma di un mix di pensieri, aspettative, e immagini che si saldano tra di loro. Quando penso a questa commedia beckettiana mi viene in mente la palla di pongo di un bambino in cui si mescolano tutti i colori. Vladimiro è sicuramente il personaggio che cerca un aggancio con la realtà ma i suoi tentativi vengono sabotati dagli altri tre soggetti (Estragone, Lucky e Pozzo)  che sono completamente folli.

C’è però un altro personaggio che non appare mai in scena e questo è Godot. Chi è Godot? Nessuno lo sa. Perché i due barboni Vladimiro ed Estragone lo aspettano davanti a un albero, che prima è morente e poi in un secondo momento rigoglioso di foglie verdi? Anche in questo caso, nessuno lo sa.

ESTRAGONE (Ritorna al centro della scena e guarda verso il fondo)  Un luogo incantevole. (Si volta, avanza fino alla ribalta, guarda verso il pubblico) Panorami ridenti. ( Si volta verso Vladimiro )  Andiamocene.

VLADIMIRO Non si può.

ESTRAGONE Perché?

VLADIMIRO Aspettiamo Godot.

ESTRAGONE Già, è vero. (Pausa) Sei sicuro che sia qui?

VLADIMIRO Cosa?

ESTRAGONE Che lo dobbiamo aspettare.

VLADIMIRO Ha detto davanti all’albero. (Guardano l’albero). Ne vedi altri?

foto samuel beckett
Samuel Beckett – drammaturgo e scrittore

Come scrive Carlo Fruttero nella prefazione della mia edizione Einaudi di Aspettando Godot, la commedia di Beckett è la prima opera teatrale che si svolga entro “un tempo congelato, un’enorme pausa”. Ed è davvero così. I protagonisti non conoscono orari, si basano sul ciclo solare che però non sanno interpretare, e di conseguenza il tramonto viene confuso con l’alba e viceversa. Fruttero infatti scrive che la confusione si rispecchia anche sul linguaggio favorendo un florilegio di qui pro quo, doppi sensi, gag farsesche e parolacce: «Ma ci vuol poco ad avvedersi che questa non è una commedia spensierata, senza secondi fini, bensì una commedia che guarda criticamente se stessa, che non è contenta del proprio stato, una commedia, si potrebbe dire declassata che si sforza invano, per due atti, di risalire al rango perduto di tragedia».

Inoltre Fruttero fa notare che probabilmente Aspettando Godot sia nato anche da un sentimento storico, la guerra fredda, periodo in cui ogni giorno poteva essere l’ultimo, dato il pericolo di una guerra nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Sui contemporanei, l’immobilismo politico causato dal conflitto ad armi fredde, deve esser stato corrosivo: «Quel che è certo è che essa (la commedia ndr) esprime nel modo più estremo che mai sia stato tentato sulla scena una condizione di cui ciascuno di noi ha, in diversa misura, coscienza, e che ci presenta un’immagine schiacciante della vita (o, se si vuole, della “civiltà occidentale” quale si è ridotta oggi), in cui soltanto l’ottimista per candore o per partito preso può fare a meno di riconoscere i nostri rapporti, il nostro linguaggio, il nostro quotidiano brancolare».

Nella sua assurdità Aspettando Godot è allora diventato lo specchio della nostra società che si è smaterializzata: oggi usiamo monete digitali, libri digitali, realtà virtuali. Godot è il simulacro del presente in cui noi tutti siamo immersi, compresi voi che state leggendo questo blog.

Questo libro fa parte della lista Dorfles.

 

 

Carlo Levi e l’uso della letteratura per fare critica sociale

Recensione del romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, edito da Einaudi.

«I tre fantasmi bianchi picchiavano senza misericordia chi veniva a tiro, senza distinguere, poiché una volta tanto tutto era lecito, fra Signori e contadini, e tenevano tutta la strada in salti obliqui, presi dal furore, gridando invasati, scotendo nei balzi le bianche penne, come degli amok incruenti, o dei danzatori di una sacra danza del terrore». Il caso ha voluto che questo passo di Cristo si è fermato a Eboli mi sia capitato tra le mani nel periodo di Halloween. Ogni 31 ottobre dell’anno si ripetono le solite considerazioni su questa recente festa: “è un’americanata”, “importiamo sempre il peggio delle altre culture”, “abbiamo già il carnevale! Che senso ha celebrare la morte?”. Forse sull’argomentazione della “festa importata” si può cambiare idea. Come testimonia Levi nel suo romanzo, in Lucania negli anni Trenta si festeggiava una simile ricorrenza. I bambini andavano in giro con il viso impiastricciato di nero per simulare dei baffi. Gagliano, il paese in cui lo scrittore doveva scontare il confino, era molto povero e i ragazzini non potevano permettersi delle maschere. Carlo Levi si propose di fabbricargliele: «Mi misi all’opera, e feci con dei cilindri di carta bianca con dei buchi per gli occhi, una maschera per ciascuno, assai più grande del viso, che restava tutto coperto. Non so perché, ma forse per il ricordo delle funebri maschere contadine, o spinto senza volerlo, dal genio del luogo, le feci tutte uguali, dipinte di bianco e di nero, e tutte erano teste di morto, con le cavità nere delle occhiaie e del naso, e i denti senza labbra. I bambini non si impressionarono, anzi ne furono felici, e si affrettarono a infilarne, ne misero una anche al muso di Barone, e corsero via, spargendosi in tutte le case del paese. Era ormai sera, e quella ventina di spettri entravano gridando nelle stanze appena illuminate dai fuochi rossi dei camini, e dai lumi a olio ondeggianti. Le donne fuggivano atterrite: perché qui ogni simbolo è reale, e quei venti ragazzi erano davvero, quella sera un trionfo della morte».

cristo si è fermato ad Eboli copertina
Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (1945)

L’autore di queste parole è Carlo Levi che nel suo diario-romanzo, pubblicato nel 1945 da Einaudi, descrive il confino inflittogli dal regime littorio. Mussolini utilizzava questa pena per neutralizzare e controllare gli oppositori politici interni ed esterni al suo partito. Carlo viveva a Torino, dove si laureò in medicina. Lo scrittore però aveva consacrato la propria vita all’arte, e quindi preferì fare il pittore invece che il medico. Dopo l’avvento del Fascismo, nella città sabauda incominciarono a crearsi dei gruppi di opposizione. In questo ambito Carlo collaborò con l’intimo amico Piero Gobetti (figura centrale dell’editoria italiana a cui sicuramente dedicherò spazio in futuro) ed è uno dei fondatori di Giustizia e Libertà. Come si legge nella prefazione dell’edizione degli Oscar Mondadori, più volte incarcerato, nel 1935 venne confinato in Lucania. Cristo si è fermato a Eboli nasce appunto da questa esperienza.

«Mi pareva di essere un verme chiuso dentro una noce secca. Lontano dagli affetti, nel guscio religioso della monotonia, aspettavo gli anni venturi, e mi pareva di essere senza base, liberato in un’aria assurda, dove era strano anche il suono della mia voce», scrive Levi a proposito della sua condizione da confinato. La Lucania degli anni Trenta non è affatto un luogo ospitale. Come suggerito dal titolo, è un posto abbandonato da Dio dove la popolazione più povera, i contadini, sopportano le angherie del ceto borghese che è sostenitore del fascismo. A Gagliano tutto sommato lo scrittore venne accolto molto bene. Il fatto che fosse un medico, un vero medico, indusse la popolazione affetta dalla malaria a coltivare un barlume di speranza. I contadini infatti non potevano curarsi perché nel loro paese natio non c’erano dottori ma solo “medicaciucci, non medici cristiani”. Levi li apostrofa così perché questi finti dottori “di medicina non sanno più nulla, se pure ne hanno mai saputo qualcosa”. I guaritori non hanno preparazione: «I rottami delle perdute conoscenze galleggiano senza più senso, in un naufragio di noia, su un mare di chinino, medicina unica per tutti i mali». Gli abitanti allora incominceranno a presentarsi da Levi ed egli sarà costretto a esercitare un mestiere mai fatto, quello di dottore. Come si evince dalla narrazione del pittore torinese, non era affatto facile procurarsi i medicinali perché in Lucania scarseggiavano le farmacie, e quelle poche che c’erano non avevano neppure strumenti di base come gli stetoscopi. Il protagonista però verrà intralciato dai medicaciucci che lo denunzieranno per “abuso di professione”. Così i fascisti gli negheranno il permesso di visitare i malati di Gagliano.

foto di Carlo Levi
Lo scrittore Carlo Levi

Cristo si è fermato a Eboli non è solo un bel romanzo ma anche una documento storico delle società contadine degli anni Trenta. Leggendo le sue descrizioni etnografiche, il mio pensiero si è rivolto alle immagini dei bambini africani delle varie pubblicità televisive dell’Unicef. Non credo di dire qualcosa di sbagliato, se affermo che molte zone del Meridione descritte da Levi assomigliavano alla povertà africana che oggi osserviamo nei nostri schermi a led attraverso gli spot delle ONG. La malaria era infatti presente nelle campagne della Basilicata: «Di bambini ce n’era un’infinità. In quel caldo, in mezzo alle mosche, nella polvere, spuntavano da tutte le parti, nudi del tutto o coperti di stracci. Io non ho mai visto una tale immagine di  miseria: eppure sono abituata, è il mio mestiere, a vedere ogni giorno decine di bambini poveri, malati e maltenuti. Ma uno spettacolo come quello di ieri non l’avevo mai neppure immaginato. Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili, e non le scacciavano neppure con le mani. Sì, le mosche gli passeggiavano sugli occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma», il brano che avete letto condensa i pensieri di Luisa Levi, sorella di Carlo e anche lei medico come il fratello. «Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi come dei vecchi, e scheletriti per la fame; i capelli pieni di pidocchi e di croste. Ma la maggior parte avevano delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria», conclude Luisa Levi che aveva attraversato Matera per raggiungere il fratello confinato.

Foto di Gagliano - Basilicata
Foto di Gagliano – Basilicata

Cristo si è fermato a Eboli suggerisce tanti temi su cui riflettere. L’ultimo che voglio affrontare è quello legato al problema meridionale, che neppure una dittatura riuscì a risolvere. Nelle pagine finali del romanzo, Levi sostenne che i piani centralizzati avrebbero portato dei benefici pratici ma “sotto qualunque segno sarebbero restate due Italie ostili”. Qui Carlo Levi si riferiva all’enorme gap sociale ed economico tra il Nord e Sud, presente ancora ai giorni nostri. Egli affermò che il sud aveva sostanzialmente tre problemi: «(1) Siamo innanzitutto di fronte al coesistere di due civiltà diversissime, nessuna delle quali è in grado di assimilare l’altra […] La civiltà contadina sarà sempre vinta, ma non si lascerà mai schiacciare del tutto, si conserverà sotto i veli della pazienza, per esplodere di tratto in tratto. (2) Il secondo aspetto è quello economico: è il problema della miseria. Quelle terre si sono andate progressivamente impoverendo; le foreste sono state tagliate, i fiumi si sono fatti torrenti, gli animali si sono diradati, invece degli alberi, dei prati e dei boschi, ci si è ostinati a coltivare il grano in terre inadatte. Non ci sono capitali, non c’è industria, non c’è risparmio, non ci sono scuole, l’emigrazione è diventata impossibile, le tasse sono insopportabili e sproporzionate: e dappertutto regna la malaria. (3) Infine c’è il lato sociale del problema […] Il vero nemico, quello che impedisce ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile ai contadini, è la piccola borghesia dei paesi. È una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale». Parole dure ma necessarie quelle di Levi sul Meridione.

In questo post sul capolavoro di Carlo Levi si potevano scrivere tante cose, ma ho voluto comunque evitare errate sintesi proponendo il limpido pensiero del pittore torinese, che nell’epoca attuale ha ancora molto da insegnare. Cristo si è fermato a Eboli è un libro da leggere per capire un pezzo di storia d’Italia che influenza tutt’ora l’attualità del Paese a forma di stivale.

Il libro fa parte della lista Dorfles.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come curare il nostro giornalismo morente minacciato dal mondo digitale

Recensione del saggio di Domenico Quirico intitolato “Un tuffo nel pozzo” (Vita e Pensiero).

articolo 21Le immagini sanguinose e violente dell’aggressione al giornalista del programma televisivo Nemo hanno sconvolto l’opinione pubblica. Commenti indignati e analisi televisive hanno fatto da contorno a questa vicenda avvenuta ad Ostia ai primi di novembre. Si è gridato alla difesa dell’articolo 21, che se non lo sapete, tutela la libertà di opinione. Effettivamente mi ha fatto molta impressione vedere un uomo, che in uno scontro dialettico, non ha avuto la possibilità di argomentare a causa di una violenza fisica (la testata sul setto nasale). Il bruto mette le mani addosso al suo interlocutore quando non è in grado di ribattere dialetticamente e perché lo vuole sovrastare nel modo più facile e veloce. Il violento è poi stato arrestato dalle forze di polizia, ma certi commenti a suo sostegno ci hanno fatto sbattere la testa contro il muro per la vergogna.

Il sistema democratico è fondato sul dialogo e la discussione, quando la violenza si affaccia deve essere punita, e nel caso Ostia fortunatamente si sono presi dei provvedimenti. L’aggressore è infatti finito in carcere. La vicenda però ha suscitato un dibattito sul giornalismo e sulla sua importanza nelle nazioni moderne. Solitamente gli esperti sostengono che la prosperità del mondo giornalistico sia un termometro per misurare il grado di libertà di una democrazia. Attualmente ci sono parecchi elementi che influenzano le redazioni giornalistiche: la sopravvivenza economica, i rapporti politici, le denunce, etc… Forse è giunto il momento di portare il discorso su un altro piano: chi è oggi un buon giornalista?

foto libro quirico tuffo pozzoQuesta è infondo la domanda che ha ispirato la pubblicazione di Domenico Quirico intitolata Il tuffo nel pozzo (Vita e Pensiero). L’inviato de La Stampa ha elaborato un breve saggio sul valore odierno del giornalismo, partendo dalla propria esperienza personale. Nel libro egli dichiara che oggi il giornalismo stia morendo perché ha acquisito un basso valore per i lettori. A causa della velocità dei social network e di internet, le lente redazioni non riescono a stare al passo con il flusso informativo digitale e di conseguenza vengono scavalcate. Quirico si scaglia soprattutto sulla forma dell’editoriale: «Diciamolo con forza: l’editoriale ha ucciso l’anima del giornalismo che è racconto, immersione nella realtà, contagio del presente. È come se parlassimo di un cadavere. Non è più che il superstite della sua fama. Non c’è un editoriale che abbia cambiato la storia del mondo, ci sono molti onesti racconti della realtà che lo hanno fatto». Secondo Quirico, lo scopo del buon giornalismo è quello di scardinare i meccanismi dell’indifferenza. Il giornalismo deve stimolare una reazione, un’emozione in chi legge ogni mattina un articolo davanti a una bevanda bollente.

I fatti per provocare tali reazioni emotive devono essere raccolti sul campo. Quirico valuta negativamente le attuali strategie redazionali italiane che fanno un largo uso dei giornalisti da desk, che passano ore e ore ad estrapolare notizie dalla dimensione virtuale dimenticandosi di quella reale. L’inviato, partendo dal racconto dei suoi viaggi di lavoro in Africa, critica aspramente l’insopportabile abitudine dei giornalisti da “albergo” che non si muovono dai loro nidi protetti e producono reportage di guerra per sentito dire: «Ritornai al Polana: il prestigioso collega era lì, in realtà non si era mosso. Mi accolse ai bordi della piscina abbronzato in ogni centimetro di pelle, la tinta del reporter esotico!, avvolto da un accappatoio bianco. Sorseggiava una fresca bevanda e leggeva… un romanzo. Si informò con l’educata indifferenza di un vecchio maestro delle mie peregrinazioni, apprezzò con eleganza lo sforzo del dilettante ansioso».

Il tuffo nel pozzo è un libro concepito per dare un’interpretazione alla attuale crisi del giornalismo. Il lavoro giornalistico oggi è sempre più minacciato da manipolazioni (fake news), nazionalismi, intimidazioni mafiose (testata di Ostia). Quirico allora afferma che solo una nuova rivoluzione umanistica possa salvare il valore della notizia e di conseguenza della democrazia.

Enrico Mentana foto
Enrico Mentana alla Mircosoft House di Milano

A proposito di fake news, il 16 novembre ho partecipato al mio primo evento dell’edizione del 2017 di Book City, la grande kermesse letteraria milanese. Con due miei amici, mi sono recato presso la Microsoft House, un edificio moderno e tecnologico a due passi da China Town, che è stato concepito anche per ospitare eventi culturali. Quella sera Enrico Mentana, stimato giornalista televisivo, ha parlato della potenzialità negativa delle fake news. Il giornalista ha sostanzialmente detto che è normale quindi imbattersi in notizie che sono esplicitamente delle bufale in un’epoca in cui “tutti possono scrivere e non hanno un’identità certa sul web”. Egli ha detto che le bufale, o come va di moda adesso, le fake news, sono strumenti utilizzati anche dalle democrazie e dai regimi attuali. Mentana ha fatto l’esempio della Russia e dell’America. Per quanto riguarda Putin, egli è certo che i russi abbiano studiato a fondo gli effetti dei social network sulle democrazie occidentali e di conseguenza li abbiano utilizzati per fare i loro interessi. «Oggi il giornalismo deve scendere in campo con le fake news. Se sono nel mezzo di una diretta e arriva una notizia, anche dubbia, ho il dovere di darla, ovviamente col beneficio del dubbio. Non c’è tempo per verificarla subito, e non comunicarla vorrebbe dire consegnare i telespettatori alla concorrenza. La verifica avviene poi in un secondo momento». A margine di queste considerazioni, vorrei dire però che non si è spesa una sola parola sui lettori. L’informazione per ritrovare credibilità certamente ha bisogno di buoni giornalisti, ma soprattutto di un pubblico alfabetizzato e provvisto di pensiero critico. Anche se le responsabilità sono diverse, nel ciclo dell’informazione si sono sviluppate delle lacune culturali che forse vanno ricercate nelle criticità dell’educazione di oggi. Criticità che sono presenti però anche in molte altre parti del mondo.

foto libro parole e potereIl 17 novembre, in una sera milanese gelida e desertica, mi sono invece recato al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano. Alle 20 incominciava un evento interessante sulle fake news, sulla libertà d’espressione e sull’hate speech. Gli esperti che hanno animato l’evento erano i docenti Oreste Pollicino (Bocconi) e  Giulio Enea Vigevani (Bicocca) , coordinati dal giornalista radiofonico Maurizio Melis. L’incontro, seppure improntato sulla presentazione del volume Parole e potere (Egea), ha toccato macro temi come l’attuale dibattito sulla libertà di espressione in rete. Vigevani ha infatti dichiarato che l’anonimato favorisce la  nascita di nuove idee; questa condizione “mascherata” ci libera da autocensure e ci permette di esprimere il nostro pensiero in totale libertà senza avvertire la minima pressione censoria. Pollicino invece ha insistito sul fenomeno della polarizzazione delle opinioni nel mondo digitale. Internet oggi è uno strumento utilizzato in primo luogo per accrescere i nostri pregiudizi sulla realtà. Su questo problema si è espresso Vigevani che ha spiegato come l’utente medio utilizzi uno strumento di ricerca sul web: «Fateci caso. Quando scriviamo qualcosa all’interno del campo di ricerca di Google, formuliamo delle domande, che però non sono affatto neutre». In effetti sembra proprio così. L’utente suggerisce al motore di ricerca le risposte che gli interessano e dunque salta il meccanismo formativo della ricerca classica che porta una persona a leggere diversi argomenti, anche contrastanti con le sue posizioni, prima di farsi una sufficiente opinione sul tema in discussione. Chiaramente questo meccanismo di “conferma dei pregiudizi” può darsi che favorisca il mercato delle fake news. In fondo una notizia falsa è un’informazione che non troviamo nei siti accreditati che però conferma alcune nostre sensazioni.

Per rivitalizzare il moribondo ruolo dei giornalisti, forse si dovrebbe ragionare su le problematiche citate nell’articolo ma so benissimo che questi miei pensieri sono relativamente utopistici dato il perenne tono da campagna elettorale che in Italia ci ha abituati a guardare solo agli interessi del presente e non a quelli del futuro.

Se il tema vi incuriosisce vi consiglio i seguenti articoli precedentemente pubblicati  in questo blog: Il Guardian avverte i giornalisti: “I social network distruggono i contenuti di alta qualità” e Il Social Journalism spiegato a tutti.

La rivoluzione gentile di Bartleby, lo scrivano

Recensione del racconto “Bartleby, lo scrivano” di Herman Melville.

bartleby scrivano libro melville foto

Mi ero completamente scordato di possedere nella mia libreria Bartleby, lo scrivano del celebre scrittore newyorkese Herman Melville. Il motivo è semplice: il librettino era stato inghiottito da altri libri. Nonostante la sua occultazione, sono riuscito a trovarlo e – cosa più importante – a leggerlo. L’edizione, acquistata nel lontano 2015, era uscita nella collana dei Racconti d’autore del quotidiano economico “Il Sole 24 Ore”. Bartleby, lo scrivano è un racconto che viene citato spesso; mi ricordo di un’improbabile citazione in un libro di Beppe Severgnini: Bartleby veniva tirato in ballo perché doveva fungere da esempio alle nuove generazioni di lavoratori. Ora vi chiederete perché Severgnini abbia utilizzato il racconto di Melville. La risposta è semplice: per una famosissima frase: “Preferirei di no”.

La voce narrante del racconto è il proprietario dello studio legale in cui Bartleby lavora. Il padrone è un avvocato sulla sessantina, gentile e coscienzioso; un vero miracolo pensando alla tipica spregiudicatezza dell’ambiente forense. Siamo in un ufficio di Wall Street dell’America dell’Ottocento. Oltre all’avvocato e a Bartleby, nello studio lavorano altri tre individui con dei curiosi soprannomi (il narratore spiegherà l’etimologia): «Nel periodo immediatamente precedente l’avvento di Bartleby avevo alle mie dipendenze due persone, in qualità di copisti, e un ragazzo piuttosto promettente, in qualità di fattorino. Il primo Turkey, il secondo Nippers, il terzo Ginger Nut». L’avvocato mette subito in allerta il lettore riguardo al resoconto su Bartleby, che viene definito “fra tutti gli scrivani fu il più strano che io abbia mai visto o di cui abbia sentito parlare”. Bartleby è effettivamente un giovane atipico. Viene assunto per la sua innata capacità di copiare complicati documenti forensi e per la sua taciturna educazione. Nel suo angolino, lo scrivano passa tutto il giorno a scrivere e a riscrivere, fermandosi solo per sgranocchiare qualche biscotto allo zenzero. Gli attriti tra lo scrivano e il suo datore di lavoro emergono quando Bartleby si rifiuta di assistere alla correzione di alcuni testi. «Me ne stavo dunque seduto in tale atteggiamento quando lo chiamai spiegandogli in fretta quanto desiderassi da lui, ovvero esaminare insieme a me un breve documento. Immaginate quindi la mia sorpresa, per non dire la mia costernazione, quando, senza neanche muoversi dal suo buco solitario, Bartleby, con voce singolarmente pacata ma ferma, rispose: “Preferirei di no”». La risposta spiazza totalmente il bonario avvocato che non sa come reagire. Alla fin della fiera, Bartleby viene esentato dal correggere i documenti per evitare ulteriori problemi all’interno dello studio. Un bel giorno però Bartleby smette di scrivere e, di conseguenza, a lavorare. Non sappiamo il motivo, egli interrogato sul suo strano atteggiamento risponde che “preferisce non farlo”. Il licenziamento è vicino. Il proprietario dello studio però non sa come liberarsi di Bartleby che ogni giorno si presenta sul luogo del lavoro e passa le ore a fissare il muro al di là di una finestra. Al “sei licenziato”, Bertleby risponde sempre “preferirei di no”. L’avvocato, pur di liberarsi dallo sgradito lavoratore, sceglie di traslocare. Bertleby rimarrà nello studio, anche dopo il subentro di un altro legale. A causa della sua caparbietà, lo scrivano verrà tradotto in carcere dove si abbandona alla morte, rifiutando il cibo e le relazioni sociali.

foto di herman melville
Herman Melville – scrittore

Seguendo le mie prime impressioni, mi sembra che il libro sotto esame sia dedicato all’alienazione da lavoro. Mi spiego meglio. Bartleby è impiegato in una mansione disumanizzante: passa ore e ore a leggere e a copiare documenti legali in uno spazietto claustrofobico. Lo scrivano è anche privato del panorama della sua finestra, che consiste in un muro impenetrabile. Il lavoro di Bartleby non è usurante. Di Più. È un impiego mortale. Melville da grande intellettuale riflette sugli effetti dei lavori estenuanti nella società moderna già nel 1853: un tema ancora attuale nelle nostre democrazie occidentali. Come abbiamo appreso da alcune inchieste giornalistiche, sappiamo che alcune grandi multinazionali sfruttano i propri lavoratori togliendo loro anche il respiro. In passato ho sperimentato personalmente questa alienazione e in tutta sincerità vi confesso che mi ha davvero fatto passare dei brutti momenti. D’altronde la fame o la schiavitù, come nell’800 a oggi, è la condizione primaria dell’impiego medio. Ultimamente ho assistito nella mia città a uno spettacolo di stand-up comedy. Il comico che mi stava di fronte a un certo punto ha parlato di lavoro. In particolare ha dichiarato al pubblico di aver lasciato il suo lavoro dopo aver visto un video del motivatore Montemagno su Facebook. Il video diceva sostanzialmente che se un lavoro non ti piace, bisogna cercare di inventarsene uno nuovo che soddisfi le proprie aspettative. «Ho fatto come mi ha detto Montemagno. Mi sono licenziato. Massì chissenefrega. La vita è una sola. Ora me ne inventerò un altro, di lavoro. Nel frattempo però sono un disoccupato». Non so se Melville sia un sognatore o un testimone, fatto sta che il messaggio di questo breve racconto è molto chiaro da ciò che si evince dai passi di Bartleby, lo scrivano: «Pensate ad un uomo che per natura e per le sventure sia incline a una pallida disperazione: riuscite a pensare a un lavoro più adatto per acuire tale propensione? Maneggiare lettere smarrite, irrecapitabili, per metterle in ordine e poi darle alle fiamme… Inviate come messaggere di vita, queste lettere viaggiano verso la morte. Ah, Bartleby! Ah, umanità!».

Questo libro è contenuto nella lista Dorfles.

Anche le fabbriche hanno un’anima

se i muri potessero raccontareDopo tre anni dal precedente romanzo, Maurilio Riva torna in libreria con la sua ultima fatica intitolata Se i muri potessero raccontare (Unicopoli). Lo scrittore milanese, di origine tarantina, torna nuovamente a raccontare il mondo operaio degli anni ’60 e ’70. Riva è davvero un grande conoscitore dei temi proletari grazie al suo passato lavorativo: egli ha infatti sperimentato in prima persona i vizi e le virtù del lavoratore faticando in un’importante azienda lombarda nel campo delle telecomunicazioni in cui, tra le altre cose, ha ambientato il suo ultimo volume. L’aspetto più sorprendente del libro è sicuramente la struttura narrativa: un mosaico di storie operaie rese note dalla laconica voce immaginaria della fabbrica in cui i lavoratori sono stati impiegati. A onor del vero, la “fabbrica animata” non si limita solo a raccontare le biografie dei propri occupanti ma esprime anche parecchi giudizi sul presente e il futuro delle strategie aziendali; il più delle volte le considerazioni dell’edificio parlante hanno un carattere esplicito:

citazione libro se i muri potessero raccontare

Credo che non sia possibile elaborare una sintesi del libro. Come scrive l’autore, nell’opera troviamo infatti le testimonianze di un microcosmo operaio realmente esistito; ogni racconto è un frammento indipendente che si lega però ai ricordi delle pareti di calcestruzzo dello stabilimento industriale. Dalle pagine de Se i muri potessero raccontare, il lettore percepisce che per il proletariato la fabbrica sia un ambiente ambivalente dove le gioie e dolori di un umanità stanca  si mescolano ad un’assidua routine lavorativa. Inoltre ritengo che il tema centrale della pubblicazione sotto esame sia l’alienazione prodotta dal sistema industriale. Moreno Senzamacchia, un personaggio su cui si soffermano i ricordi dello stabilimento, con la sua cultura rappresenta il necessario farmaco per aggredire l’insopportabile conformismo produttivo.

se i muri potessero raccontare

Riva ha uno stile chiaro e scorrevole, animato da un frizzante citazionismo: ho trovato formidabili i riferimenti a Walter Benjamin, Charles Baudelaire e Carlo Levi. Considerando un aspetto di mera editoria, mi è difficile definire con completezza il genere dell’opera: mi sono trovato a sfogliare un libro che è un ibrido tra un saggio e un romanzo.  Potremmo definirlo una non-fiction intrisa di nozionismo e precisi riferimenti storici, ma sarebbe un’etichetta inadeguata all’intuizione letteraria di Riva. Di sicuro la struttura narrativa assomiglia molto alla celebre Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

A chi consiglierei questo libro? Senza dubbio a un lettore motivato che voglia rileggere la storia operaia da un inedito punto di vista. Maurilio sa cogliere la criticità del mondo moderno che sta dimenticando la propria recente storia industriale in nome di un progresso sempre più invadente e, perché no, più inquietante:

se i muri potessero raccontare

La lettura di Se i muri potessero raccontare tutto sommato è stata gradevole, resa ancor più interessante dalle testimonianze raccolte da Riva che danno al lettore un vivido affresco della multiforme umanità di una fabbrica che ha perso tutto tranne che i propri ricordi. Per questo motivo, come è possibile non resistere alla commozione, dopo aver terminato il capitoletto dedicato ad Ultimo, in cui viene sviscerato quel dolore immane che prova un padre davanti alla prematura morte di un figlio? Un pacchetto di fazzoletti non è bastato.

L’abitudine di essere conformisti

La recensione del romanzo di Alberto Moravia intitolato “Il conformista” edito da Bompiani.

Il tema del conformismo è forse sottovalutato al giorno d’oggi. Paradossalmente dovremmo parlare di conformismo proprio perché le nostre abitudini quotidiane assomigliano sempre di più a quelle di altre persone di cui ignoriamo l’identità. Se volessimo etichettare tale fenomeno potremmo chiamarlo conformismo sociale. Però cosa significa questo termine? Restando terra a terra, senza inerpicarci sulle vette filosofiche del pensiero, un individuo conformista è definito tale se delega al gruppo di cui fa parte la facoltà di decidere sulle cose – dalle più banali a quelle più importanti. Tale atteggiamento si verifica perché l’uomo ab origine ha un bisogno innato di sentirsi parte di una classe di individui. Per questo cerca di schivare come può i severi giudizi della massa per non correre il pericolo di essere allontanato da essa. Insomma, conformarsi alle abitudini del gruppo è un modo per sentirsi meno soli e intessere facilmente nuove relazioni, sacrificando sull’altare dell’ipocrisia la propria individualità. A tal proposito ne L’arte di conoscere se stessi, il filosofo Arthur Schopenhauer spiega  al lettore che egli decise di isolarsi dalla società del suo tempo dopo aver compreso meglio se stesso e aver appurato l’inconsistenza intellettiva della gente che in passato aveva frequentato. Dalle parole del pensatore ho dedotto che scegliere di essere conformisti o anticonformisti è in primis una decisione politica. Questa mia deduzione è stata poi ulteriormente confermata dalla lettura de Il conformista di Alberto Moravia, un romanzo edito da Bompiani che uscì nel 1951.

alberto moravia fotoVeniamo al contenuto del libro. Il romanzo si apre con la descrizione di un tragico evento accaduto al protagonista quando era ancora un ragazzino spensierato ma dall’indole violenta (uccideva le lucertole per divertimento). Marcello è un bambino dai lineamenti femminili e dai modi affettuosi, a causa di queste sue particolarità viene bullizzato dai compagni di classe che lo chiamano “Marcellina”. Oltre ai problemi scolastici, Marcello deve far i conti con una famiglia incasinata (quanto lo capisco). Suo padre è fuori di testa: in una scena fa un fattura bucando una fotografia in prossimità degli occhi del figlio e della moglie. Moravia non lo scrive esplicitamente, ma la follia del capo famiglia è probabilmente innescata dalle abitudini libertine della madre, una bella donna, che pensa più alle serate con amici e amanti piuttosto che agli impegni domestici. L’infanzia e la vita di Marcello subiscono un deciso cambiamento quando nel libro appare Lino, un sacerdote spretato, che cerca di violentarlo, dopo averlo adescato con la scusa di regalargli una rivoltella. La violenza non avviene perché Marcello sparerà al pedofilo. Moravia interrompe il racconto e ricomincia la narrazione presentandoci un Marcello Clerici ormai adulto. Siamo più o meno verso la fine degli anni Trenta e il protagonista lavora per la polizia politica fascista, l’OVRA. Il lettore assiste ai preparativi del suo matrimonio con Giulia, una bella ragazza di una famiglia del ceto medio. Marcello però viene incaricato di spiare l’antifascista Quadri, un suo ex-professore che si trova a Parigi. Il protagonista per far piacere ai suoi superiori decide allora di organizzare il suo viaggio di nozze nella capitale francese per non insospettire il sovversivo da monitorare. Parigi cambia Marcello che fino alla fine del libro s’interrogherà sul suo presente e sul suo avvenire di “normalità” nel regime fascista. Il finale del romanzo mi ha abbastanza scosso perché mi è sembrato totalmente in contrasto con il ritmo della narrazione, che ha un incedere lento, lacunoso e ovattato.

il conformista moravia
Il Conformista di Alberto Moravia (1951)

I temi contenuti nel libro sono molti. L’argomento principale, come ho spiegato nell’attacco del post, è senza dubbio il conformismo. Marcello desidera fortemente lavare il suo disagio sociale adeguandosi nella massa. Come diceva Baudelaire, solo nella confusione un uomo può essere anonimo. Tale è la filosofia del personaggio che non si fa problemi ad abbracciare apertamente il fascismo, dedicando tutte le sue energie alle missioni che gli vengono proposte. A Marcello non interessano gli ideali propugnati da Mussolini, egli cerca solo il consenso del prossimo col minimo sforzo. Paradossalmente, fino alle prime avvisaglie del crollo della dittatura, il nostro protagonista sembra essere soddisfatto del suo compromesso; la sua recitazione trova terreno fertile nel appiattimento culturale inflazionato dal fascismo. Per sembrare una persona normale, Marcello deve solo agire per “la famiglia e per la patria”. Giulia, sua moglie, infatti è una donna della classe media senza orizzonti e abituata ad un pensiero sciocco e banale. Marcello la sceglie solo per una questione di immagine: sposandola potrà davvero dimostrare la sua normalità di fronte a tutti. Marcello quindi è il simbolo di una dittatura che osteggia qualsiasi dibattito critico. Per questo le certezze del protagonista incominceranno a vacillare quando incontrerà i coniugi Quadri, soprattutto la moglie del professore, Lina, che lo farà impazzire d’amore.

Criticare significa giudicare. Esercitare il giudizio critico significa mettere in discussione i precedenti capisaldi che si sono radicati nella nostra vita. Nel caso di Marcello, vediamo che egli fino all’ultimo istante non vuole ammettere le colpe e attribuisce tutto al destino. Marcello per non ammettere il suo fallimento da uomo e soprattutto da padre scarica tutto sul fatalismo: «Marcello ricordò Lino, causa di tutte le vicende della sua vita e spiegò, riflessivamente: “Quando si dice fatalità si dicono appunto tutte queste cose, l’amore e il resto… tu non potevi agire come hai agito e lei non poteva, appunto, non partire con il marito”». Il conformismo allora può essere paragonato ad una droga che assumiamo per distorcere la realtà, inducendo il nostro stomaco ad ingoiare ciò che la nostra lingua rigetterebbe subito. Il pensiero critico infatti crea divisioni e contrasti. Per esercitarlo serve coraggio e costanza.

Questo libro è contenuto nella lista Dorfles.

Per terminare vorrei consigliarvi l’ascolto de “Il Conformista” di Giorgio Gaber. Secondo me, un pezzo divino che sa spiegare al largo pubblico che cosa sia davvero il conformismo: