Come le onde, ci ritiriamo per avanzare

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Non sempre si riesce a fare tutto quello che si programma. Io ne so qualcosa. E’ stato lo stesso con questo blog. Mi è mancato scrivere i miei post noiosissimi. Continuo perché il mio attivismo culturale è apprezzato da un gruppo di persone e mi sembra ingiusto privare i miei lettori di questi articoli scritti in tutta libertà e senza pretese. Quindi possiamo dirlo ad alta voce: le righe che state leggendo appartengono ad un blog schierato contro il protagonismo intellettuale: è molto lontana da me l’intenzione di trattare argomenti pop per guadagnare click e una manciata di view.

Punto alla qualità, spesso non la raggiungo ma almeno cerco di avvicinarmi ad essa.

Il manifesto di questo luogo virtuale è legato ad un’idea di diffusione del sapere che da elitario diviene collettivo. Perché sì, anche al giorno d’oggi per imparare determinate cose abbiamo bisogno di elaborarle e scrivere è il miglior modo per apprendere. Dietro a questo progetto velleitario non c’è politica e non c’è esaltazione ma solo una sana voglia di costruire qualcosa che possa rimanere nella liquidità e relatività del nostro caro mondo digitale.

Sentivo la necessità di fare il punto e di sgranchirmi un po’ le dita dopo molto tempo d’inattività.

Sono tornato per migliorare. Sono tornato per condividere nuove notizie.

C’è tanto lavoro da fare.

Mettiamoci sull’attenti.

House of Cards e il nostro immaginario politico

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Come viene rappresentato il potere nel 2016? E da chi? Possono essere domande banali e infantili ma occorre rispondere.

Queste sono le domande emerse durante un evento del 27 aprile presso l’Università Cattolica di Milano intitolato Da House of Cards alla Casa Bianca: lo spettacolo del potere nello specchio della serialità televisiva.

Una risposta plausibile potrebbe essere questa: le serie tv e i media. Soffermiamoci su un caso mediatico particolare. Parliamo della serie tv americana House of Cards, giunta oggi alla sua quarta stagione.house-of-cards-season-1-and-2-blu-ray

Nel passato l’immaginario politico generale veniva forgiato dalla letteratura che poteva presentarsi in forma seriale o unica. Mi riferisco ai romanzi normali o a quelli d’appendice. House of Cards secondo i critici televisivi esercita una sorta di soft power. Che cosa intendiamo con questa espressione? Cito testualmente da Wikipedia: “Soft power è un termine utilizzato nella teoria delle relazioni internazionali per descrivere l’abilità di un potere politico di persuadere, convincere, attrarre e cooptare, tramite risorse intangibili quali “cultura, valori e istituzioni della politica”. Il termine è stato coniato al principio degli anni novanta da Joseph Nye della Harvard Kennedy School of Government. Nye partiva dall’idea che a dominare l’atlante geopolitico nel mondo globalizzato dovesse essere non lo scontro di civiltà, ma un complesso meccanismo di interdipendenze (appunto, il soft power), attraverso cui gli Stati Uniti potessero migliorare la propria immagine internazionale e rafforzare il proprio potere, in contrapposizione all’esercizio dell’hard power, e della conseguente dispendiosa ricerca di nuovi e costosi sistemi d’arma”.

house-of-cards-flag-logo-wallpaper-3518Insomma non parliamo di propaganda ma di plasmare le abitudini del mondo. Secondo i critici questa complessa macchina ha influenzato la letteratura, il cinema e la tv. Nulla di nuovo dunque. House of Cards però mette in scena una politica mutata e lontana dalle ideologie dell’aureo passato americano. Il logo già la dice tutta: la bandiera americana rovesciata.

All’interno di questo prodotto televisivo però ci sono molte citazioni shakespeariane – si pensi al Riccardo III – ma non solo; abbiamo l’esibizione del potere che avviene attraverso un meccanismo che conosciamo molto bene ovvero lo storytelling. Le serie tv dunque sono una narrazione in divenire, un cantiere aperto, e i propri autori non fanno altro che dare un’interpretazione ai fatti che quotidianamente appaiono sui nostri media: tv, smartphone e giornali.

2adec28de01ef9f559418ac6599158b6Non ci dobbiamo meravigliare dunque se il protagonista Frank Underwood rappresenti una politica senza più valori: dopo la caduta delle ideologie si è scatenato un diverso immaginario. I cittadini comuni infatti ritengono che il politico sia più interessato alla propria ascesa, e quindi al potere, piuttosto che al bene comune. in questo senso House of Cards rappresenta un decalogo della moderna narrazione politica fatta di ricatti psicologici e fisici, seduzione, coppie di potere e di influenze lobbistiche. Secondo Aldo Grasso questa produzione esporta la globalizzazione della paura: si vuole dipingere un’America sommersa dal disordine e in procinto di essere alle soglie di un’apocalisse. La coppia al potere soppianta quel Dio che non viene più considerato; l’uomo non si sente legato da nessun limite e la sua legittimazione è frenata soltanto dall’appetito personale. Negli Stati Uniti la politica è legata a grandi personaggi che hanno le risorse economiche per gestire un comitato. E’ inevitabile così che la politica assuma una connotazione personale e non più collettiva. Non contano le teste che formano il partito ma coloro che hanno la leadership. Siamo allora all’interno della spettacolarizzazione della politica dove i nostri rappresentanti assomigliano più ad attori che a intellettuali e sono in una permanente campagna elettorale per garantirsi un costante consenso.

Forse House of Cards ci sta dicendo che da una democrazia liberale stiamo passando ad una post-democrazia? Una buona notizia?

Dentro alla testa di David Foster Wallace

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Non voglio perdere lo strascico di emozioni che stanno albergando nella mia coscienza e nel mio petto dopo la visione del film The end of the tour. La pellicola narra la vicenda  dell’intervista che David Foster Wallace rilasciò a David Lipsky, giornalista del Rolling Stone, in occasione di un suo tour letterario per la presentazione del suo ultimo romanzo. Siamo negli anni ’90, credo e penso.

Wallace ha raggiunto il successo col suo immenso libro – in tutti i sensi – Infinite Jest che diventa un caso editoriale americano e rende famoso l’autore. David, anche lui scrittore, decide di intervistarlo perché percepisce che il letterato con la bandana sia davvero un personaggio di cui si parlerà molto anche dopo la sua morte.

1401x788-theendofthetour_still2E’ bello notare come la relazione tra i due incominci come tutte le relazioni ovvero che sia basata sull’ipocrisia. Wallace tenta di essere più estroverso possibile ma Lipsky non sembra accorgersi del grande dono dello scrittore americano. I due arriveranno a scontrarsi per un fraintendimento: il punto di svolta che fa capire allo spettatore come il conflitto sia un aspetto di un’amicizia.

Wallace, è un essere strano. Ora non so dirvi se questa sia una peculiarità di tutti gli scrittori. Non ne conosco moltissimi e dunque per me è difficile dire se ci sia un legame tra il mestiere culturale e la pazzia. So che ci può essere un legame con la solitudine. Viene infatti dipinto e percepito un Wallace in preda all’isolamento affettivo e mediatico. Lo scrittore infatti vive in una casa male ammobiliata e ed anonima all’interno di un territorio che presenta solo grandi distesi di verde senza la frenesia cittadina dalla quale egli scappa.

Wallace non ha nemmeno la tv. L’apparecchio gli fa uno strano effetto: lo rincoglionisce sino a svuotargli il cervello. Dalla conversazione che i due hanno avuto, per gran parte avvenuta in macchina o in stanza d’albergo, emerge una visione culturale americana degenerata dove l’individuo può scoprire  se stesso solo nell’isolamento completo.

img_2738Non svelo nulla di nuovo se dico che Wallace si suicidò nel 2008. Indagare le ragioni del gesto non è affatto semplice ma si può comunque intuire che David Foster Wallace fosse vissuto nel momento sbagliato e nel posto sbagliato. Sfortuna per lui, fortuna per noi che abbiamo la grande opportunità di godere ancora dei suoi libri.

Giovanni Pascoli | La vita

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Come ho già fatto per altri autori, in questo post ci dedichiamo all’imponente figura di uno dei poeti più autorevoli della nostra storia letteraria recente. Faccio questo mero esercizio di stile per introdurre e ricordare a me stesso cose che nel tempo ho dimenticato.

Giovanni Pascoli è nato in Romagna nel 1855 e trascorre la sua infanzia a stretto contatto con la natura. Egli infatti viveva in campagna e col tempo aveva imparato a nominare tutti i generi di piante e le specie animali con cui aveva a che fare.

102077037-portrait-of-italian-poet-and-university-gettyimagesLa sua famiglia era agiata e di stampo patriarcale. Pascoli la considerava il suo nido ben protetto dalla figura decisionista del padre. La buona condizione economica famigliare gli ha permesso di intraprendere i primi studi senza alcun tipo di problemi. Il giovane Pascoli sin da subito si dimostrò molto attratto dallo studio e dai libri.

Nel 1867 però la vita del dodicenne venne sconvolta da un tragico fatto di sangue che influenzò nel bene e nel male il suo futuro. Il padre fu barbaramente ucciso a bruciapelo con un colpo di fucile. Non si riuscì mai a scoprire chi fosse l’assassino (si pensa però ad un omicidio su commissione).

Questa è solo una delle numerose morti che colpirono la famiglia Pascoli. Qualche tempo dopo morì infatti anche la madre e questo avvenimento gettò il nucleo famigliare in un caos emotivo ed economico: i figli si trovano sprovvisti di una guida genitoriale e non hanno più tutele nello studio.

poppi_1_672-458_resizeGiacomo, il fratello maggiore, riuscì a tenere a galla la barca e così risollevò le sorti della propria famiglia che decise di trasferire nei pressi di Rimini. In quegli anni Giovanni ebbe la possibilità di finire gli studi e si iscrisse alla facoltà di Lettere presso l’università di Bologna grazie ad una borsa di studio.

Come in passato, nei primi anni di università Pascoli si dimostrò un zelante studente. Poi nella sua vita entrò la politica. Diede inizio ad una serie di contatti con i circoli socialisti. Egli era infatti favorevole all’incremento dei diritti dei lavoratori e alla giustizia sociale. Tale attivismo politico gli precluse il rinnovo della borsa di studio e così si trovò costretto a sospendere la propria carriera universitaria.

Nel 1976 un altro lutto si manifestò in casa Pascoli: Giacomo morì e la famiglia fu sprovvista di un appoggio economico. Furono obbligati a vendere l’amata casa di San Mauro per costituire un piccolo gruzzolo per sostentarsi.

175818026-view-of-the-living-room-in-the-giovanni-gettyimagesNel frattempo Giovanni intensifica la sua militanza politica e riesce addirittura a conoscere Andrea Costa, pioniere del movimento operaio italiano. Sull’onda dell’entusiasmo, Pascoli fece un’attiva ed intensa propaganda per la Prima Internazionale. A causa della sua attività politica viene arrestato e detenuto nel carcere di Bologna.

Crescendo, riesce a calmare il proprio fervore politico e sviluppa una concezione idealistica legata all’umanitarismo interclassista di stampo contadino. Rispetto agli anni della gioventù si convinse che lo scontro sociale non fosse affatto necessario. Dopo tali cambiamenti riuscì ad ottenere di nuovo il sussidio universitario fino al termine degli studi.

Finti gli studi, incomincia la sua carriera da professore itinerante. Dico questo perché dovette cambiare molte scuole prima di diventare professore ordinario. Infatti insegnò prima a Matera, poi a Massa ed infine a Livorno. Negli anni di questo girovagare scrisse due antologie di poesia latina e due di letteratura italiana.

Dopo queste esperienze lavorative, Pascoli incominciò la carriera accademica: a Bologna insegna grammatica latina e greca. Grazie al suo talento divenne un famosissimo latinista e riuscì a vincere il prestigioso premio internazionale di Amsterdam per la poesia latina.

In questi anni pubblicò le sue raccolte poetiche: nel 1891 le Myricae e nel 1897 i Poemetti e nel 1903 I canti di Castelvecchio.

famiglia-colibriNegli ultimi anni della sua vita, il poeta italiano cercò di ricomporre il nido famigliare; decise di andare a vivere con le due sorelle nubili. Il rapporto che aveva con loro era abbastanza morboso e infatti Pascoli non si sposò mai.

Nel 1895 si trasferisce nella Garfagnana, a Castelvecchio di Braga, dove affitta in un primo momento la casa che poi acquisterà in un momento successivo.

In questi ultimi anni diventa promotore e poeta ufficiale del patriottismo italiano: la produzione letteraria coeva esalta e celebra la virtù della patria. Fanno parte di questa tendenza Gli inni, i poemi italici, poemi di Risorgimento e Le canzoni di re Enzio. Il componimento La grande proletaria s’è mossa celebra la guerra in Libia.

Nel 1912 gli viene assegnata un’altra medaglia d’oro dall’accademia olandese ma lo stesso anno morì a causa di un tumore.


In breve voglio riassumere le costanti letterarie del Pascoli. Non tutti lo sanno, ma in casa egli aveva tre tavoli da lavoro: uno dedicato alla poesia italiana, il secondo alla poesia latina e il terzo alla critica dantesca. Questo ci fa comprendere quale fosse l’impronta unitaria dell’ingegno versatile del poeta; infatti sperimentò vari generi come lo stile lirico, elegiaco, bucolico, epico, fiabesco, allegorico, celebrativo e didascalico.

La poetica pascoliana trova la sua genesi nella enorme ferita psicologica derivata dall’assassinio del padre. Negli anni egli ha utilizzato la poesia proprio in funzione di riabilitazione e di elaborazione del lutto. Tutto ciò è avvenuto attraverso un meccanismo regressivo: il suo immaginario poetico retrocede nel passato che rappresenta il contenitore di sentimenti positivi e propositivi. I critici letterari hanno individuato tre tipi di regressione: anagrafica, sociale e storico-culturale.

 

 

 

 

La lingua dell’amore non sa di limone.

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Scrivere della cosa denominata “amore” non è affatto semplice. Infatti lo hanno fatto in molti da Virgilio a Moccia. Omnia amor vincit, scrisse uno dei due scrittori ma ora non ricordo quale fosse.

Il punto è che scrivere storie d’amore può risultare pericoloso se si decide di rivolgersi a lettori con un minimo di facoltà intellettive e non a quelle torbe di ragazzine in piena fase ormonale che fanno la felicità di tanti editori distorcendo i canoni, piegandosi ad una strategia di incasso facile.

Sulle leggi della sopravvivenza però non si può discutere e allora ognuno faccia come vuole.

Arriviamo alla scena in cui entro in una libreria e vedo che sotto al libro “Intestino felice” c’è l’ultimo e primo romanzo di Guido Catalano.

3508590-9788817072502La copertina è davvero orrenda: caratteri rossi e neri sembrano disegnati con la vernice e poi a piè di copertina un gallo che insegue una gallina, almeno così mi sembra riguardandolo meglio.

Non vorrei dilungarmi troppo su questo aspetto ma credo davvero che quella scelta grafica rovini il contenuto del volume. Sorvolando su questo aspetto, il libro mi è piaciuto molto. Ed è stata veramente una sorpresa perché Catalano è riuscito a fondere con una magia o un’abilità da fabbro medievale, i patemi amorosi con le risate no sense.

E’ una scelta coraggiosa. E’ una scelta d’avanguardia. Perché concentrarsi ancora sulle storie strappa lacrime? Meglio farlo su quelle strappa risate o sorrisi.

Il protagonista è un poeta scombinato che si innamorerà di Agata – identità femminile memorabile dato che il cane della mia vicina ha lo stesso nome.

Il post che state leggendo non vuole essere una recensione ma solo un puro resoconto delle sensazione che mi sono rimaste ad un mese e mezzo dalla lettura.

0343592_guido-catalanoIl mio consiglio è di non studiare inglese perché il linguaggio internazionale e più utile è senz’altro quello d’amore e Guido Catalano lo padroneggia encomiabilmente.

Gadda e il gomitolo linguistico

giardino-gomitolo-gomitolo-largeC’è una pratica già estinta – o quasi– che si chiama “organizzazione della corrispondenza”. Nel 2016 riceviamo lettere di carta solo dagli amici delle società elettriche o dall’amministrazione comunale che ci sollecita a pagare una multa.  Si è persa la magia dell’attesa. Ora ci affidiamo all’immediatezza delle chat e allora ecco che fioccano whatsapp, telegram e snapchat.

È quindi un atto eroico mettersi a leggere un complicato scambio di missive tra due intellettuali che dibattono su temi editoriali ed esistenziali.

Il 22 marzo ho terminato la lettura di Un gomitolo di concause che raccoglie le lettere che Carlo Emilio Gadda inviò tra i ’50 e i ’60 ad un giovane Piero Citati.

814c05dbb934e927750cfe8c73b40cac_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyConfidando che voi abbiate compreso il mio stile ellittico, non è un libro facilmente interpretabile senza la lettura dell’organizzato apparato di note.

Gadda mi ha stupito. Da un grande della letteratura mi sarei aspettato un tono laconico e cattedratico e invece nulla di tutto questo.

Ho notato un grande sperimentalismo linguistico: una sorta di ibridazione tra il latino, il dialetto e l’italiano corrente.

Di sicuro non è un libro fondamentale ma sicuramente può aiutarci a conoscere più da vicino un grande scrittore che non ricorre molto spesso nei discorsi degli intellettuali.

Frigoriferi Milanesi: la crisi dei giornali

Riporto nel modo più fedele possibile l’intervento intitolato Chi ha ucciso i giornali? del giornalista Emanuele Bevilacqua avvenuto il 19 marzo all’interno del programma di eventi di Bellissima Fiera Milano.

C’è stata una forte crisi nel giornalismo, questo è indubbio. Una crisi strutturale e col passare del tempo si venderanno sempre meno giornali: un cambiamento inderogabile.  E’ così in Europa e anche negli Stati Uniti. Questo non toglie che i giornali non siano mai stati così bene come in questo momento.
Non si spiegherebbe perché in India e in Cina ci sia una forte crescita dei giornali di carta.
La crisi dei giornali è un fenomeno che colpisce la pubblicità. La crisi dei giornali non ha a che fare con la crisi politica, il web e la riottosità delle nuove generazioni: sono dei fattori di accelerazione, ma non rappresentano il motivo principale. Il web offre tutto quello che vogliamo come gli approfondimenti che una volta erano appannaggio delle grandi testate.
I contenitori hanno però cominciato a tagliare i costi. I tagli ci saranno ma danneggiano le famiglie, i lettori e soprattutto la qualità.
Nel 2008 in America hanno chiuso 50 testate.
Chi sta uccidendo i giornali? E’ successo qualcosa al lettore:  ci sono molte informazioni nel web e reggono la qualità degli altri media. 
Forse con una ridotta  dieta mediatica possiamo avere materiale buono. Alziamo dunque dunque l’asticella e vogliamo qualcosa in più. Prima ci accontentavamo, adesso no. La sensazione che abbiamo è che questi giornali non siano più necessari. Il modello non regge più, non c’è più un rapporto col lettore.
Il fascino del web non è solo la  gratuità. Forse c’è un rapporto empatico: per il lettore il web rappresenta un ambiente confortevole.  Lo spazio però è enorme. L’informazione non è mai stata vitale come ora ma gli utenti pretendono attenzione e qualità.
I giornali hanno sempre dovuto combattere con un nemico e ora l’aspetto economico è l’elemento necessario per elaborare piani di strategia innovativi nel campo del giornalismo.
Il calo delle copie è cominciato dagli anni ’90. Questo perché tra 1986 e 1990 c’è stato lo sviluppo delle TV commerciali. In quegli anni dentro le redazioni dei giornali la creatività non mancava. Era  la stagione dei collaterali, della terza gamma di fatturato. Le copie scivolavano. Quando c’era un’iniziativa, in un periodo di idee a raffica, si faceva una barca di soldi.
La centralità dei quotidiani è stata ed è rilevante per capire la realtà. Ma oggi richiedono qualcosa in più.
L’empatia infatti non è affatto un dettaglio, e non ne esiste una fabbrica ma è quello su cui forse si deve puntare.
IL CENSIS nel 2011 ha certificato che i lettori italiani all’epoca erano preoccupati che i giornali volessero imporre le loro opinioni. Nello stesso anno, una ricerca degli Stati Uniti ha avuto lo stesso risultato. 
Due Paesi così diversi  sono arrivati a pensare cose completamente simili.
Parlo di empatia, per poter cambiare passo dobbiamo passare da un atteggiamento di competizione ad uno di collaborazione.
Si possono fare dei bei giornali digitali, ma qual è il problema? In qualche modo il web da solo non ha le risorse per poter funzionare. Il New York Times ha calcolato che eliminando la carta risparmierebbe l’80% costi ma non farebbe inchieste.
In un ambiente di nicchia i giornali stanno guarendo. Sarà così ancora per qualche anno, bisogna fare una scommessa e avere fiato per 3 e 5 anni. Cosa succederà nel frattempo?

La scelta che alcuni editori hanno fatto, come gli inglesi, è stata alzare il costo dei giornali. Meno lettori, più lettori.
La pubblicità su carta inciderà sempre di meno sui bilanci. Equilibrio tra costo singola copia e abbonamenti.
Il punto di rottura è del 2008. Un copia del New York Times costa attualmente 3 dollari. I giornali italiani costano poco.
I giornali italiani sono aumentati di 20 centesimi mentre gli altri hanno raddoppiato la cifra.
Nel 2008 sempre il New York Times ha avuto una crisi. Ad ottobre si trovavano in una situazione difficile, hanno venduto la sede e hanno chiesto soldi e hanno alzato il prezzo del giornale. Aumentati di 25 centesimi, i lettori si sono arrabbiati, poi hanno aumentato di altri 25 centesimi. Ma poi nessuno ha detto nulla: è vero, ha perso molte copie ma ora ha uno zoccolo di lettori molto forte.
Un altro equilibrio si è ritrovato.
Nel 2006, il Guardian, in particolare il suo direttore affermò che avrebbe pubblicato  gratuitamente i contenuti del cartaceo sul web. Perché difendere i lettori medi quando ho molti visitatori sul web? Più sposto contenuti più gente arriverà e poi arriverà la pubblicità: questa è la strategia. Dimagrisco da una parte e offro merce che sono i contenuti e li sposto dall’altra parte.
Nel 2008 il crollo delle borse ha rotto il cash cab; è stato un momento di accelerazione. Ci sarebbe forse stato più tempo per passare completamente al digitale. Il Guardian è quello che sta innovando di più: entro il 2020 vogliono renderlo il giornale liberal più letto al mondo.
Entrano in gioco nuove forme di ibridazione tra carta e web. Bisogna sperimentare ma per sperimentare servono molti soldi. Questa concezione è molto vicina al lavoro editoriale. Il Guardiani infatti oggi fa giornalismo con significativi investimenti nelle nuove tecnologie.
Il Corriere si mette col Sole? Dove sta l’ibridazione?
Bisogna considerare due mondi che provano a dialogare come Bezos ha fatto col Washington Post.