È un periodo in cui faccio fatica a scrivere: mi sento ripetitivo. Penso di averlo già accennato in altri articoli, ma è una sensazione che non riesco a sradicare. Mi sfogo quindi nel paragrafo iniziale della recensione di un libro che mi ha fatto riflettere su un interrogativo di fondo: cosa si aspetta un individuo quando decide di dedicarsi alla lettura, allo studio o alla produzione letteraria?

Arriva un punto nella vita, come accadde nella vecchiaia a Gianni Celati, noto scrittore e traduttore, in cui ci si chiede se tutta l’energia spesa abbia davvero un senso. È un quesito a cui Celati risponde con disincanto: tutto ciò che si è scritto o letto, in fondo, non vale nulla e probabilmente verrà dimenticato. Questa riflessione è il cuore del memoir di Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia (Quodlibet), selezionato tra i titoli in concorso per il Premio Strega 2026.
Fare una recensione tradizionale al tempo dell’Intelligenza Artificiale ha poco senso. Preferisco deviare dal percorso ordinario e raccontare questo volume a partire da ciò che mi ha lasciato.
Senza addentrarmi nelle pieghe della trama, che in realtà è un memoir e quindi non avrebbe molto senso farlo, il testo si presenta come il ritratto affettuoso di un legame umano e intellettuale. Ermanno Cavazzoni racconta di aver incontrato Celati durante una conferenza negli anni Ottanta; da quel momento si è consolidata una profonda amicizia, interrotta solo nel 2022 con la scomparsa di Celati. Il libro ripercorre pranzi, camminate casuali e discussioni letterarie condivise nel corso dei decenni.
Cavazzoni restituisce di Celati un’anima eclettica e indomabile, gelosa della propria libertà espressiva e refrattaria a canoni o club esclusivi (il Gruppo ’63 aveva provato a coinvolgerlo, senza successo). Tra Brighton, Modena, Bologna — città in cui Celati insegnava al DAMS — i due autori condividono una quotidianità fatta di vagabondaggi e confronti: Celati amava camminare fino allo sfinimento per liberare la mente dai pensieri e dedicarsi alla scrittura con lucidità. Inoltre, Celati nutriva un solido e sistematico rifiuto delle logiche di prestazione e produttività imperanti nella società contemporanea.
Il silenzio rappresenta un tema centrale dell’opera e mostra una duplice natura. Da una parte si potrebbe definire silenzio generativo quella dimensione positiva che permette di assimilare l’esperienza, oscurando la soggettività per registrare la realtà con la penna. Dall’altro, il silenzio sottrattivo che si manifesta attraverso il limite imposto dalla malattia, che priva dell’uso del logos e impedisce la rappresentazione del mondo interno. Non è un caso che tra le pagine venga evocato un personaggio noto della letteratura mondiale come Bartleby lo scrivano di Herman Melville. Bartleby, molto amato da Celati, è infatti l’emblema dell’anticonformismo gentile con il suo motto “Preferirei di no”.
PER APPROFONDIRE
Sebbene Storia di un’amicizia sia costellata di aneddoti piacevoli e ironici, nell’ultima parte del libro Cavazzoni descrive con delicatezza le ultime apparizioni pubbliche dell’amico segnate da una progressiva malattia, in cui la difficoltà verbale veniva supplita da una mimica espressiva e gestuale. Da questa testimonianza emerge una consapevolezza amara: cosa rimane di tutti i libri letti e di tutte le parole scritte da Celati quando la vita lo priva della facoltà di ragionare?
La risposta di Cavazzoni è spietata: non rimane nulla. Nessuna illusione di salvezza eterna. Una lezione fondamentale per chi crede che scrivere e leggere renda speciali. Non è così. Eppure, resta un atto necessario: farlo per se stessi e per chi, un giorno, sceglierà di raccogliere quelle parole stampate sulla pagina.






