Storia di un’amicizia di Ermanno Cavazzoni

Storia di un’amicizia di Ermanno Cavazzoni è un racconto intimo e disincantato sul legame con Gianni Celati, ritratto tra passeggiate emiliane, conversazioni socratiche e la ricerca di una libertà espressiva fuori dal coro. Un’opera toccante che interroga il senso stesso della letteratura, ponendoci di fronte all’unica certezza che ci resta: la necessità di scrivere, anche quando nulla promette di salvarsi.

Classificazione: 3 su 5.

È un periodo in cui faccio fatica a scrivere: mi sento ripetitivo. Penso di averlo già accennato in altri articoli, ma è una sensazione che non riesco a sradicare. Mi sfogo quindi nel paragrafo iniziale della recensione di un libro che mi ha fatto riflettere su un interrogativo di fondo: cosa si aspetta un individuo quando decide di dedicarsi alla lettura, allo studio o alla produzione letteraria?

Arriva un punto nella vita, come accadde nella vecchiaia a Gianni Celati, noto scrittore e traduttore, in cui ci si chiede se tutta l’energia spesa abbia davvero un senso. È un quesito a cui Celati risponde con disincanto: tutto ciò che si è scritto o letto, in fondo, non vale nulla e probabilmente verrà dimenticato. Questa riflessione è il cuore del memoir di Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia (Quodlibet), selezionato tra i titoli in concorso per il Premio Strega 2026.

Fare una recensione tradizionale al tempo dell’Intelligenza Artificiale ha poco senso. Preferisco deviare dal percorso ordinario e raccontare questo volume a partire da ciò che mi ha lasciato.

Senza addentrarmi nelle pieghe della trama, che in realtà è un memoir e quindi non avrebbe molto senso farlo, il testo si presenta come il ritratto affettuoso di un legame umano e intellettuale. Ermanno Cavazzoni racconta di aver incontrato Celati durante una conferenza negli anni Ottanta; da quel momento si è consolidata una profonda amicizia, interrotta solo nel 2022 con la scomparsa di Celati. Il libro ripercorre pranzi, camminate casuali e discussioni letterarie condivise nel corso dei decenni.

Cavazzoni restituisce di Celati un’anima eclettica e indomabile, gelosa della propria libertà espressiva e refrattaria a canoni o club esclusivi (il Gruppo ’63 aveva provato a coinvolgerlo, senza successo). Tra Brighton, Modena, Bologna — città in cui Celati insegnava al DAMS — i due autori condividono una quotidianità fatta di vagabondaggi e confronti: Celati amava camminare fino allo sfinimento per liberare la mente dai pensieri e dedicarsi alla scrittura con lucidità. Inoltre, Celati nutriva un solido e sistematico rifiuto delle logiche di prestazione e produttività imperanti nella società contemporanea.

Il silenzio rappresenta un tema centrale dell’opera e mostra una duplice natura. Da una parte si potrebbe definire silenzio generativo quella dimensione positiva che permette di assimilare l’esperienza, oscurando la soggettività per registrare la realtà con la penna. Dall’altro, il silenzio sottrattivo che si manifesta attraverso il limite imposto dalla malattia, che priva dell’uso del logos e impedisce la rappresentazione del mondo interno. Non è un caso che tra le pagine venga evocato un personaggio noto della letteratura mondiale come Bartleby lo scrivano di Herman Melville. Bartleby, molto amato da Celati, è infatti l’emblema dell’anticonformismo gentile con il suo motto “Preferirei di no”.

PER APPROFONDIRE

Sebbene Storia di un’amicizia sia costellata di aneddoti piacevoli e ironici, nell’ultima parte del libro Cavazzoni descrive con delicatezza le ultime apparizioni pubbliche dell’amico segnate da una progressiva malattia, in cui la difficoltà verbale veniva supplita da una mimica espressiva e gestuale. Da questa testimonianza emerge una consapevolezza amara: cosa rimane di tutti i libri letti e di tutte le parole scritte da Celati quando la vita lo priva della facoltà di ragionare?

La risposta di Cavazzoni è spietata: non rimane nulla. Nessuna illusione di salvezza eterna. Una lezione fondamentale per chi crede che scrivere e leggere renda speciali. Non è così. Eppure, resta un atto necessario: farlo per se stessi e per chi, un giorno, sceglierà di raccogliere quelle parole stampate sulla pagina.

I convitati di pietra di Michele Mari

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Lo sbilico di Alcide Pierantozzi

Un viaggio viscerale e privo di filtri attraverso il labirinto della mente, dove la letteratura smette di curare e inizia a decodificare l’abisso del dolore. Lo sbilico scardina le certezze narrative per restituire una cruda, spietata e umanissima fotografia del disagio psichiatrico contemporaneo.

Ogni anno provo a leggere qualcosa attingendo dalla lista dei libri selezionati dal Premio Strega. Solitamente, per decidere da cosa partire, entro in libreria o sfoglio i cataloghi online in cerca delle quarte di copertina. Se la quarta mi trasmette curiosità, mi butto a capofitto nella lettura del romanzo. Così è stato per l’opera di Alcide Pierantozzi intitolata Lo sbilico e pubblicata dalla casa editrice Einaudi. La scelta è ricaduta su questo titolo perché la descrizione ha acceso la mia curiosità, facendo riferimento al tema della malattia mentale e al modo in cui il protagonista intendeva raccontarla.

Tradurre in parole ciò che vedo e ciò che ricordo, anche quando scrivo, è difficilissimo. Le immagini per me sono veli di cipolla sparsi su un tavolo, sotto una lampada, separati tra loro.

Il racconto di patologie mentali come il bipolarismo e la sindrome di Asperger, di cui è affetto il protagonista, è di per sé un’intuizione affascinante. Ancora più affascinante se consideriamo il fatto che questo romanzo descrive l’attuale condizione dello scrittore, condannato a convivere con farmaci, crisi psicotiche e frustrazioni sociali. Benché lo si possa etichettare come romanzo, Lo sbilico è un’opera letteraria che, nel suo racconto del disagio psichico, possiede una forma contaminata dall’autobiografia, da descrizioni mediche, critica sociale e riflessioni diaristiche condite da un’autoironia unica. Come ha affermato l’autore stesso, il libro non è affatto un tassello di un percorso terapeutico, bensì una fotografia, o più precisamente un atto di decodifica della condizione di un individuo con serie patologie psichiatriche, con l’obiettivo di creare un ponte di condivisione con chi non ne soffre.

Non si è più quelli di prima dopo averlo letto. Personalmente, il romanzo di Pierantozzi – scritto con uno stile ricercato, soprattutto a livello lessicale – mi ha trasportato all’interno delle relazioni sociali che si creano attorno a una persona con patologie mentali. Ho compatito la madre del protagonista, che ha scoperto una profonda sopportazione e resilienza dopo aver perso un neonato e aver partorito un figlio che, gradualmente, ha scoperto avere serie patologie psichiatriche. Tutto ciò è raccontato dal narratore attraverso flashback e aneddoti che fanno capire al lettore, nella concretezza della quotidianità, cosa significhi convivere con tali patologie. Ripeto: è un libro atipico. Non ha un arco narrativo “normale” con il classico sviluppo inizio-svolgimento-fine. Come ho scritto, al centro c’è la malattia mentale e da lì la struttura cambia: il tempo si deforma, la storia segue altre logiche.

Lo sbilico, si è detto, rappresenta anche una critica alla gestione della malattia mentale nell’Italia di oggi. Pierantozzi ne sottolinea le gravi carenze sistemiche e relazionali che condannano il paziente all’isolamento, soprattutto quando si confonde la patologia con il carattere della persona. L’esempio plastico è il trattamento che il protagonista del libro riceve dai gestori di una spiaggia, senza che il personale si accorga del suo reale stato, scambiandolo erroneamente per maleducazione o per un generico problema caratteriale.

è come se mi aggirassi confusamente all’interno della mia testa, con una torcia accesa, per ritrovare il dettaglio concreto – il margine di un foglio, un mozzicone di matita – in mezzo all’impalpabilità dei ricordi.

Inoltre, questo testo si concentra molto sull’approccio ai farmaci, descrivendo il complicato legame tra psichiatria e individuo malato che genera una diffusa sfiducia, riducendo l’intervento clinico a sbrigativi tentativi farmacologici ex post. Per di più, da questo romanzo emerge un altro punto di discussione, ovvero la minimizzazione medica degli effetti collaterali dei farmaci, un atteggiamento che induce alcuni pazienti a ridurre autonomamente le terapie provocando ricadute catastrofiche.

Come sottolineato da Pierantozzi stesso durante varie presentazioni dal vivo, lo scrittore presuppone che la letteratura contemporanea debba spogliarsi di intenti catartici e di guarigione, limitandosi a una funzione di accompagnamento del dolore. Viene evidenziato anche come l’attuale nosologia psichiatrica sia frammentata e insufficiente per cogliere la complessità e l’individualità del quadro clinico del paziente.

Se una giornata finisce, non riesco a capire che ne comincerà un’altra. Vivo lo sbilico.

Vorrei, infine, fare un appunto sulla copertina dell’edizione Einaudi, che mi ha colpito molto a livello visivo. Si tratta di una bellissima cover su cui è stata stampata la silhouette di un uomo – molto probabilmente di un’età simile a quella del protagonista quarantenne – con il palmo della mano che copre praticamente tutto il viso. Rende immediatamente l’idea di sdoppiamento, squilibrio e disperazione. Questo approccio ci ricorda sempre che un’illustrazione efficace non è solo un bel disegno, ma un progetto di comunicazione visiva in cui ogni vuoto, ogni linea incerta e ogni colore sbiadito sono il frutto di una scelta consapevole. È davvero un’immagine perfetta per il romanzo.

L’interpretazione dei sogni di Freud: un viaggio nell’inconscio

L’inizio di un viaggio affascinante tra le pagine che hanno rivoluzionato la comprensione della mente umana e della sua attività notturna. Un invito alla lettura condivisa per esplorare passo dopo passo il capolavoro con cui Sigmund Freud ha inaugurato il secolo della psicoanalisi.

Ci sono libri che bisogna leggere almeno una volta nella vita; testi fondamentali che definiamo comunemente “classici”. Come sostiene il celebre psicoanalista Massimo Recalcati, i classici sono quei libri del passato che ancora oggi non hanno esaurito la propria spinta propulsiva e la forza dei loro concetti. Un classico è un testo, o un autore, capace di forgiare nel profondo il pensiero dell’uomo moderno.

Sulla scia di questo ragionamento, ho deciso di intraprendere la lettura di un’opera che chiunque ha sentito nominare almeno una volta nella vita: L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud, lo scienziato e psichiatra che, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, fondò la psicoanalisi.

Nelle sue lezioni dedicate alla psicoanalisi, Massimo Recalcati ha chiarito come Sigmund Freud, attraverso le sue scoperte, abbia inferto il terzo, durissimo colpo al narcisismo dell’essere umano. La storia del pensiero occidentale ha infatti vissuto tre grandi rivoluzioni scientifiche e filosofiche che hanno radicalmente cambiato la percezione della nostra specie.

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La prima è la rivoluzione copernicana. Niccolò Copernico confutò la centralità cosmica dell’essere umano, dimostrando che la Terra non si trova al centro dell’universo ma orbita attorno al Sole.

La seconda è la rivoluzione darwiniana. Charles Darwin, con la formulazione della teoria evoluzionistica, individuò la nostra discendenza biologica dai primati, scardinando l’idea di un’origine esclusivamente divina e separata dal resto del regno animale.

La terza è la rivoluzione freudiana. Sigmund Freud dimostrò che l’uomo non è più padrone nemmeno a casa propria. Lo scienziato svelò l’esistenza di un’intelligenza notturna e misteriosa chiamata inconscio, una forza profonda che si anima e si manifesta principalmente attraverso i sogni.

Il fascino della teoria freudiana ha inevitabilmente contagiato anche i contenuti di questo blog. In precedenti articoli abbiamo già evocato la figura del padre della psicoanalisi; lo abbiamo fatto, ad esempio, analizzando il romanzo Il condominio di J.G. Ballard, una straordinaria allegoria sulla teoria delle pulsioni intesa come ribellione spontanea a una civiltà che funge da gabbia per gli istinti umani.

PER APPROFONDIRE

Il condominio di J.G. Ballard

In un grattacielo futuristico si scatena il caos tra risse, violenze e delitti. Un romanzo sul lato oscuro degli istinti umani che neppure la società più tecnologica potrà mai placare.

Considerata la complessità del saggio freudiano, ho pensato di condividere con voi le tappe di questa splendida scoperta. Desidero inaugurare questo percorso proprio con il post che state leggendo, provando a descrivere, con parole semplici, quanto ho compreso finora sfogliando queste dense pagine.

Sin dalle prime battute del saggio, Freud chiarisce in una lucida premessa di voler affrontare lo studio dell’attività onirica in modo diametralmente opposto rispetto agli studiosi che lo hanno preceduto.

A differenza della maggior parte degli scienziati dell’Ottocento – convinti che il sogno fosse soltanto un’attività neurologica notturna disordinata, consegnata al caos o a un mero errore del pensiero –, Freud elabora una visione rivoluzionaria. Egli ritiene che il sogno sia una struttura psichica complessa, ricca e densa di significato, intimamente connessa ai pensieri, ai desideri e alle esperienze che gli esseri umani vivono durante la veglia. Questo radicale cambio di paradigma è il fulcro da cui si sviluppa l’intera opera.

Questo post rappresenta il primo assaggio del commento dedicato a L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Si tratta dell’inizio di un percorso più ampio volto a esplorare i nodi centrali della nascita della psicoanalisi.

Come già specificato in precedenza, continuerò a pubblicare progressivamente i successivi approfondimenti. L’obiettivo è quello di dare vita a una vera e propria lettura condivisa del saggio, capitolo dopo capitolo.

Accendere i fuochi di Gianrico Carofiglio

Questo breve saggio illustra perché sia importante stimolare il pensiero critico e consapevole nelle menti delle nuove generazioni in un mondo popolato da poteri occulti e distrazioni di massa.

Classificazione: 2.5 su 5.

Se pensiamo al fuoco, pensiamo all’amore, alla guerra, alla luce e al colore. Potremmo andare avanti a lungo con questo elenco, poiché il modo di dire “accendere un fuoco” indica proprio la possibilità di attivare passioni o parti profonde di una persona attraverso i giusti accorgimenti. Il fuoco, infatti, non nasce da solo: ha bisogno di una scintilla. Chi ha perso la speranza o si sente abbandonato a se stesso spesso non vede più quella luce e deve tornare a coltivarla nel proprio animo per non andare alla deriva.

A volte l’autorità è esplicita: una voce che ordina, una legge che impone, una maggioranza che decide. Ma molto più spesso il potere agisce in modo discreto, quasi invisibile. Si nasconde nelle abitudini quotidiane, nelle frasi che si ripetono senza pensarci, nelle idee che sembrano ovvie. “Si è sempre fatto così”; “è inutile protestare”; “Non cambia niente”.

Perdersi è facile, soprattutto da giovani, quando si è ancora alla ricerca di un equilibrio. Da questa tematica così attuale nasce Accendere i fuochi. Manuale di lotta e gentilezza (Mondadori) di Gianrico Carofiglio. Per chi non lo conoscesse, Carofiglio è uno degli scrittori più letti in Italia, molto noto al pubblico anche per il suo passato da magistrato e per il ruolo di opinionista politico.

Riconoscere i propri limiti è un atto di libertà. È da lì che nasce il pensiero critico: dal dubbio, dalla disponibilità a cambiare idea, dalla consapevolezza che la nostra prospettiva è sempre parziale, sempre incompleta.

In questo saggio, l’autore offre ai giovani lettori una serie concisa di riflessioni su come, secondo la sua visione, bisognerebbe essere liberi in una società democratica. In un tempo difficile come il nostro, assediato da conflitti e dominato dagli algoritmi, svegliarsi da una condizione di passività diventa necessario per non lasciare il futuro in mano a un potere liberticida. Quando arrivano le tenebre, bisogna tenere acceso un fuoco, recuperando la lezione degli antichi e dei nostri antenati che hanno contribuito a forgiare la nostra identità democratica.

Anzi, a volte la ricerca spasmodica di visibilità sui social nasconde un profondo senso di invisibilità nella vita reale. È come se si cercasse online quello che non si riesce a trovare nelle relazioni vere: lo sguardo attento, l’ascolto sincero, il riconoscimento della propria esistenza.

L’istruzione non è riempire secchi, ma accendere fuochi, scrive Carofiglio citando William Butler Yeats. Tra le pagine del saggio, l’autore concentra le sue riflessioni sulla solitudine endemica della società contemporanea, sulla responsabilità delle parole che utilizziamo e sull’importanza di non aver timore dello sbaglio. Analizza inoltre la necessità di riconoscere chi detiene il potere o muove i fili della società, difendendo sempre la libertà di pensiero come unico strumento per cambiare il mondo.

Leggere, infatti, significa entrare in contatto con esperienze diverse dalle nostre, con nuovi modi per affrontare le avversità e per resistere nei momenti difficili con punti di vista che non avremmo mai considerato.

In sintesi, si tratta di un breve libro che condensa i consigli che un buon padre darebbe ai propri figli. Forse questa similitudine non piacerebbe del tutto a Carofiglio, visto il suo capitolo intitolato Cosa vuol dire essere maschi, che strizza l’occhio a quel femminismo spesso sterile sui social, dove l’unico obiettivo sembra essere l’individuazione del maschio come capro espiatorio. Come per i suoi libri precedenti, sappiamo che Carofiglio venderà molto; tuttavia, ci auguriamo che in futuro possa aggiornare le sue riflessioni su cosa significhi essere uomini e donne oggi. A volte manca il coraggio di dire cose fuori dal coro e lo sottolineiamo proprio perché abbiamo seguito i consigli di questo saggio.

Perché pensare non significa accumulare certezze come si accumulano oggetti su uno scaffale. Significa imparare a convivere con il dubbio senza esserne paralizzati, usarlo come strumento invece che come ostacolo.

Il paradosso del dolore che crea identità

Una ricognizione tagliente tra le maschere deformate dei supereroi moderni e le profondità della psiche umana, dove il dolore smette di essere un incidente per farsi identità. Attraverso le lenti cliniche di Vittorio Lingiardi, il post scompone il paradosso del masochismo, distinguendo la scena teatrale del piacere dalla prigione invisibile di chi non sa più rinunciare alla propria sofferenza.

Esiste una serie TV sui supereroi in cui chi possiede un potere straordinario non ne trae appagamento, ma sperimenta un profondo senso di frustrazione e alienazione, nonostante la popolarità globale. In The Boys, uno dei personaggi principali, Patriota — una sorta di Superman ultranazionalista americano — soffre per la mancanza di legami autentici che possano alleviare un dolore psicologico tale da renderlo un dittatore instabile. Patriota non è in grado di analizzare i propri tratti di personalità, i quali finiscono per allontanare gli altri a causa della sua crudele insicurezza.

Questo scenario offre lo spunto ideale per proseguire il nostro commento al saggio Farsi male dello psichiatra Vittorio Lingiardi, il quale analizza i meccanismi che portano gli esseri umani a scegliere, consapevolmente o meno, un sentiero di dolore esistenziale. Nella sua disamina, Lingiardi approfondisce i tratti di personalità, osservando come essi nascano e si trasformino quando diventano patologici. L’esempio cardine del soffrire in modo patologico è, appunto, il masochismo.

Quando si parla di masochismo, il pensiero corre immediatamente alle pratiche sessuali legate al mondo BDSM. Tuttavia, nel suo libro, Lingiardi pone l’accento sul masochismo come tratto di personalità. Sebbene il termine sia il medesimo, il funzionamento psicologico è nettamente diverso. È un errore comune confondere queste due realtà, ma siamo di fronte a due “masochismi” distinti.

A un’analisi superficiale, si potrebbe pensare che l’elemento comune sia la trasformazione del dolore in piacere. Eppure, si tratterebbe di un collegamento troppo semplicistico. Nel contesto BDSM, il dolore si inserisce in una pratica scelta, delimitata da regole precise fondate su consenso, fiducia e protocolli SSC (sicuro, sano e consensuale) all’interno di una cornice quasi teatrale. In questo caso, il piacere scaturisce dall’esperienza complessiva — fatta di potere, abbandono e intensità — e non dal dolore inteso come elemento isolato.

Mentre il masochismo sessuale è caratterizzato da una “messa in scena” che può essere attivata o annullata volontariamente, il masochismo di personalità non gode di tale libertà. Lingiardi sottolinea come questa rigidità non miri al piacere, bensì alla ripetitività del dolore stesso. Qui non esistono contratti o spazi delimitati; al contrario, si osserva la tendenza a ricreare situazioni penose in ogni sfera dell’esistenza, dalle relazioni al lavoro. Il soggetto masochista sviluppa una fedeltà al dolore poiché esso è stato assimilato come familiare, vissuto come un’unica “normalità” possibile. Non si tratta di una scelta libera, ma di un incatenamento a un automatismo identitario.

Se il dolore plasma la realtà circostante fino a diventare identità, come lo si sradica? La posizione di Lingiardi è netta: la mera consapevolezza della propria condizione non basta a liberarsene. Lo sforzo, spesso titanico, risiede nell’abbandonare ciò che ci definisce. Farlo significherebbe tollerare un modo radicalmente diverso di stare al mondo, una concezione da cui generalmente le persone faticano a prescindere.

Infine, è necessario non confondere il sadismo con il masochismo. Lo psichiatra chiarisce che non si tratta di una coppia concettuale naturale. Il sadismo si distingue per il controllo diretto, la tendenza a imporre e la volontà di infrangere le regole. Al contrario, prendendo in prestito la teoria di Gilles Deleuze, il masochismo si fonda su un controllo indiretto, costruisce rituali e necessita di struttura e consenso. Sadismo e masochismo non sono dunque due metà che si incastrano facilmente, poiché funzionano secondo logiche profondamente diverse.

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