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Il filtro di Facebook ci toglie la libertà di pensiero?

In questo ultimo periodo sono ossessionato da Facebook. Voglio sapere, con tutto il mio cuore, se mi stia fregando oppure no. Per me la chiarezza è molto importante, anche se l’entità con cui mi relaziono è rappresentata da una massa di dati e di sistemi matematici.

d3bvf21Il social network inventato da Mark Zuckerberg, che si veste sempre uguale, ha distrutto le nostre vite e ha incatenato con furbizia anche il sistema editoriale nazionale e internazionale. Dunque non c’è da scandalizzarsi nel vedere una rapper da strapazzo chiamato “Bello fi gu” dibattere in prima serata su Rete 4 con il politico urlante di turno su temi come l’immigrazione, il referendum o il femminicidio. Un fenomeno del tutto normale al tempo dei like: più ne hai e più hai la possibilità di crossmediare.

Il grande social network è perciò un grande contenitore che produce in diretta e in tempo reale contenuti, commenti e dati preziosissimi. Leggendo Senza Filtro di Alessandro Gazoia ci si accorge infatti di come sia mutata l’informazione: «Il consumo di notizie nel mondo sta subendo due mutamenti fondamentali. Il primo riguarda la crescita di un pubblico che consulta i giornali attraverso i telefoni e i dispositivi mobili; l’altro, connesso al precedente, è l’aumento delle persone che leggono o guardano le notizie attraverso le piattaforme sociali come Facebook, Youtube, Snapchat, Whatsapp o Twitter». Tra questi colossi, forse il più corretto è Twitter e infatti attualmente è in forte crisi.

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Sempre in Senza Filtro si legge: «Twitter, Facebook e Google hanno un controllo incredibile e preoccupante su quali informazioni noi, impresa dei media o semplice utente, possiamo vedere e condividere. Gli abbiamo dato un’enorme fiducia, che deve essere guadagnata e confermata con regolarità. Se Twitter ha deciso di prendere decisioni editoriali, anche in senso limitato, è fondamentale che i suoi criteri siano esposti in anticipo, in modo chiaro e aperto, e che siano applicati in modo coerente e corretto».

focusfacebookVe lo dico subito: questo non avverrà mai. Non succederà perché gli algoritmi che fanno funzionare queste piattaforme sono segreti. Dunque non sapremo mai come lavori il nostro social di riferimento. Secondo un articolo intitolato La gabbia d’oro di Facebook, apparso sul numero di dicembre di “Focus”, noi vivremmo in una sorta di bolla che ci isolerebbe dalle cose che non ci piacciono; l’algoritmo infatti s’industria a scandagliare le notizie presenti sulla piattaforma e a filtrarle attraverso i nostri dati: nel mia bacheca c’è e ci sarà sempre il mio punto di vista e non altro.

Questo è molto pericoloso e problematico perché non stimola la tolleranza e la curiosità. Il procedimento di Facebook ci porterà via le poche idee che ci sono rimaste nel cervello?

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Blog, che medium sto usando?

Prima o poi doveva avvenire. È ormai un annetto buono che aggiorno regolarmente il mio spazio di scrittura definito blog (altri potrebbero chiamarlo bleahg con una chiara sfumatura negativa). Come sapranno alcuni miei lettori, in questo periodo sono in piena crisi a causa dalla redazione della tesi universitaria.

Dunque sto approfondendo molto il macro-argomento del giornalismo. E’ accaduto però che durante le mie letture mi sia imbattuto in un capitolo molto interessante dedicato ai blog. Il mio testo di riferimento è questo manuale di giornalismo digitale.

dribbble-apple-flat-devices-episode2-psd-by-pierre-borodinIl manuale è davvero scritto bene, al suo interno è presente sia una parte teorica che una parte pratica o comunque vengono condivisi dei consigli pragmatici sulla scrittura virtuale. Poi, cosa che non è affatto in secondo piano, ho molto gradito  la copertina: minimalista, verdeacqua, un colore che mi piace molto e poi al centro della cover una gradevole macchina da scrivere ottocentesca.

Tralasciando i giudizi sul design della copertina, verso la fine del manuale c’è una sezione dedicata alla scrittura giornalistica effettuata con delle piattaforme che ci permettono, gratuitamente o meno, di fare blogging. Da questa sezione del manuale ho rispolverato alcuni concetti che ora vorrei illustrarvi.

Dobbiamo partire dal presupposto che attualmente quello dei blog è un campo vasto e variegato. Quando scriviamo un blog vogliamo offrire ai nostri lettori un’analisi interessante sugli aspetti della nostra quotidianità che conosciamo bene o che vogliamo approfondire. La mia docente di linguistica dei media li definirebbe dei media diversificati sia da un punto di vista diamesico che diafasico. Però sorvoliamo sulle definizioni accademiche.

Devo dire che il blog è una forma innovativa d’espressione perché non è mai esistita prima dell’avvento del web. Blog deriva dalla parola web-log, ovvero “diario o traccia nella rete”. Insomma una persona incomincia a fare blogging se vuole veicolare il proprio punto di vista e dialogare con i propri utenti su un determinato tema. Lo stile di questa tipologia di scrittura è molto personale e la forma tende al colloquiale, ma non troppo. Dico così, perché ormai il dialogo da piazza, in questo caso virtuale, si verifica nei social network dove chiunque può postare un commento.

rsz_53_dmvjdg9yxzm0mgPerò nell’ultimo periodo i blog si stanno specializzando.  Vanno molto forte quelli dedicati ad argomenti di nicchia o comunque a temi molto precisi. I blog in crisi forse riguardano le omonime sezioni delle grandi testate. Quanti di noi ormai li leggono? Pochi, credo.

Veniamo allora alla domanda delle domande: perché si dovrebbe aprire un blog?

La prima risposta che nasce in me è la seguente: per allenarsi a scrivere e a dialogare con persone che solitamente sono più preparate dell’autore.

La seconda invece riguarda la visibilità e nessun guadagno; se non siete Linus, scordatevi di diventare milionari, non è questa la via giusta. La ricompensa del vostro lavoro sarà l’esperienza e il valore dei contenuti che saprete creare.

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Cronaca degli ultimi due giorni di BookCity 2016

In questo post voglio riassumere gli eventi che ho seguito sabato 19 e domenica 20 novembre all’interno del ricchissimo palinsesto letterario organizzato dallo staff di BookCity 2016.

Incominciamo allora con i tre eventi a cui ho partecipato sabato scorso. Il primo si è svolto al Laboratorio Formentini per l’editoria e s’intitolava “Lavorare in editoria, e-commerce, social, ebook” con Davide Giansoldati, Michela Gualtieri, Fabrizio Venerandi e Mauro Zerbini. In quel luogo si è detto che il mercato degli ebook è in continua evoluzione ma sono state smentite quelle previsioni apocalittiche che vogliono l’estinzione dei libri di carta: gli ebook conviveranno pacificamente con i loro cugini cartacei. Ma le aziende quando promuovono i loro prodotti culturali come utilizzano i social network? Giansoldati ha risposto che alcune case editrici delegano a delle agenzie esterne questi compiti e i social media editor si occupano di selezionare le immagini giuste e di monitorare il gradimento suscitato dalla condivisione di vari contenuti: «I social non generano vendite. L’obiettivo primario è quello di generare interesse. La condivisione di una copertina o di una frase di un libro possono diventare virali con un pizzico di fortuna. Bisogna indurre i lettori a creare una sorta di cassa di risonanza. Come un sasso nello stagno, dobbiamo cercare di farlo andare più lontano con molti rimbalzi».

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Poi durante l’evento è stato presentato anche il sito Tribook che consente di ordinare un libro online e ritiralo e pagarlo in una specifica libreria. Per ora il servizio è attivo solo a Milano ma tra qualche anno si espanderà in altre città.

Per quanto riguarda gli store online, IBS è il primo per vendita di ebook ma sembra che questi titoli digitali non abbiano avuto un gran successo ritagliandosi solo una fetta del 5% nel mercato librario.

Fabrizio Venerandi ha però specificato che il dato si riferisce al guadagno e non ai titoli venduti che potrebbero essere di più di quello che si pensa. Inoltre il 5% è una stima: l’AIE interroga i più grandi editori e chiede loro quanti titoli digitali abbiano venduto. Sappiamo che esistono, oltre ai grandi marchi dell’editoria, anche altre realtà editoriali che vendono molto online ma non vengono interpellate sulle loro vendite. Le statistiche che noi citiamo allora non sono così precise. Inoltre non vengono nemmeno considerati i titoli auto-pubblicati. L’evento si è concluso con un racconto sulla formazione personale dei tre relatori.

Alla fine ho capito che è vivamente consigliato, per chi vuole occuparsi di editoria, essere provvisti di una formazione umanistica e informatica. È preferibile infatti conoscere le basi del linguaggio di programmazione.

cxomlf3w8aagbrxPoi, dopo un panino al volo, mi sono spostato al teatro Franco Parenti dove mi aspettava l’evento “C’erano una volta i Bookbloggers: la nuova cultura nel web 2.0”. Una piccola ma accogliente saletta del teatro ha ospitato gli interventi di Giulia Ciarapica, Cristina Cama, Francesca Marson, Samuela Serri e Saro Trovato.

cxomlm_wgaaeyxdNon si è detto molto di interessante tranne il fatto che quasi tutti i blogger si occupano di libri con l’obiettivo di sensibilizzare il prossimo alla lettura. Non so dirvi se questo sia vero. Personalmente credo che chi decida di parlare di libri e cultura dovrebbe essere libero nelle proprie decisioni. Se si incomincia quindi a sponsorizzare i titoli più in voga di alcuni editori, i vari giudizi vengono falsati. Ma diciamoci la verità: un blog rimane un blog, quindi va bene tutto.

L’energico Saro Trovato, fondatore di Libreriamo, ha inoltre dichiarato sul tema: «Sentivo il bisogno di avvicinare i non lettori alla lettura per il bene dei miei figli. Per farlo però dobbiamo cambiare tipo di comunicazione, deve esserci un dialogo dal basso per coinvolgere il maggior numero di persone».

Finito l’incontro, alquanto banalotto, con i bookbloggers, e dopo aver percorso qualche centinaia di metri, sono finito allo spazio Open in viale Montenero per partecipare ad un workshop di scrittura creativa intitolato “Il terrore della pagina bianca” con Vito Ferro, Alessio Cuffaro e Andrea Roccioletti del progetto Autori Riuniti.

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Durante il laboratorio hanno cercato di insegnarmi a creare un conflitto all’interno di una storia, a sviluppare una carta d’identità di un personaggio e a elaborare la scrittura di un incipit.

Vediamo un secondo il risultato del mio lavoro, ecco il mio personaggio:

“Arturo Piombini.

Vive in un bosco, in un paesino di montagna sulle Alpi.

È povero ed è nullafacente.

Proviene da una ricca famiglia di città.

Odia le metropoli, le buone maniere, la televisione, i fast-food, la falsità delle persone e internet.

Ama la natura, gli animali, la bicicletta, gli audiolibri, il silenzio, il whisky e i sigari.

Ha tra i 40 e 50 anni, è laureato ed ha un’ottima istruzione.

Come segno particolare non ha un occhio.

Il conflitto: suo padre è malato e intende lasciare in eredità l’azienda di allevamento di bovini al cugino incapace e straviziato Andrea. Il rifiuto alla proposta dovrà essere notificato davanti al notaio. Così Arturo è costretto a recarsi in città affrontando la sua famiglia e la strafottenza del suo concorrente. Cosa farà?”

Qui invece l’incipit:

“Il diretto delle 11 tardava sul binario 3 e c’era solo lui con la sua scatola. Luca aveva finalmente sgomberato l’appartamento e portato via gli ultimi soprammobili. «Una nuova vita mi aspetta», diceva a se stesso imbacuccato in un cappotto scuro di lana.

Nella sua mente inoltre ripercorreva con un pizzico di nostalgia i piacevoli eventi che durante gli ultimi 20 anni si erano verificati tra quelle quattro mura ormai spoglie e senza più un’anima: la festa di laurea, il capodanno del 2000 in cui conobbe Chiara, i primi passi di Francesco.

Credeva di non aver mai amato la sua città: non l’aveva scelta, ci era solo nato.

In lui albergava una calma apparente, non era preoccupato di lasciarsi tutto alle spalle. Questi erano i suoi pensieri mentre le luci del treno si scorgevano in lontananza”.

E così terminò il secondo giorno di BookCity.

 

Il terzo e ultimo giorno di BookCity

Domenica 20 ho invece seguito 4 eventi. 2 per il blog e 2 per lavoro.

img_66071Il primo è stato “Storia di giornalisti, editori, padrini, padroni”, durante cui è stato presentato il volume di Claudio Fava Comprati e venduti (Add editore) con il supporto di Gianni Barbacetto ed Ester Castano. «Fava con il suo lavoro parlamentare ha raccolto numerosi elementi sui giornalisti italiani che hanno avuto un rapporto con la mafia», ha dichiarato Barbacetto.

Durante l’evento i relatori hanno riflettuto sulla libertà del giornalismo di oggi e del coraggio di scrivere fatti di cronaca mafiosa.

«Ci sono molti bravi giornalisti che giornalisti non sono. Se non sei iscritto all’albo non vuol dire che tu non possa fare un ottimo articolo o un’ottima inchiesta. Anche perché in Italia non esiste un giornalismo neutrale: il giornalismo è sempre di parte», ha spiegato Fava.

cxthhplweaamwohEster Castano ha poi rincarato la dose: «Il giornalismo non pagato è un giornalismo non libero; ti impedisce di fare un lavoro d’inchiesta. La mafia ha cambiato strategie ma nei confronti dei giornalisti l’atteggiamento non è mai cambiato. Spesso sono le domande più semplici a portare a galla le contraddizioni e le falsità».

Finita la tavola rotonda sul giornalismo, mi sono recato all’ormai famigliare Laboratorio Formentini per l’editoria dove ho seguito l’incontro “Indie è bello?” con Serena Anselmini, Pietro Biancardi, Jacopo Cirillo, Luisa Ciuni, Cristina Di Canio, Andrea Kerbaker, Eleonora Molisani e la moderatrice Annarita Briganti.

img_66101In questo evento ci si è chiesto se l’indipendenza nel campo editoriale sia un valore aggiunto oppure no. Secondo Kerbaker sia i grandi editori che quelli più piccoli possono produrre buoni o cattivi titoli: non c’è una differenza precisa su questo piano. Mentre Bianciardi, Ciuni, Anselmini hanno dichiarato che attualmente gli sconti non sono equi e che in Italia si dovrebbe imporre il prezzo di copertina affinché la competizione sia ad armi pari.

Jacopo Cirillo, secondo il mio parere, ha elaborato l’intervento più interessante: «Scrivo per Finzioni che è un magazine online nato nel 2008. Volevamo proporre un giornale che trattasse in modo semplice la letteratura; cercavamo leggerezza, abbiamo cambiato spesso la nostra politica editoriale, al momento pubblichiamo 2 o 3 post alla settimana molto approfonditi. Siamo partiti da una nuova concezione: i libri non sono più importanti. Si è creata una divisione netta tra lettori e non lettori e questo non aiuta a sensibilizzare i non-lettori. Possiamo essere delle bravissime persone anche se facciamo altro, non dobbiamo necessariamente leggere qualsiasi libro. Anche i social non rappresentano questa grande opportunità: gli algoritmi di Facebook stimolano la polarizzazione delle idee. Per questo motivo i commenti solitamente vengono inviati o da chi la pensa come noi oppure da chi ci odia».

Mi spiace ammetterlo ma Cirillo ha davvero ragione.

Ed ecco che anche quest’anno BookCity è terminato. Alla prossima edizione per un’altra cronaca.

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Primo giorno BookCity. Eventi dedicati all’editoria

La prima giornata di BookCity è stata abbastanza interessante. Ho deciso di sfruttare i tre giorni del Festival scegliendo eventi strettamente legati all’editoria, dato che è ciò che più mi interessa in questo specifico momento.

img_6575Il primo evento a cui ho partecipato si è svolto presso la sede di via Nirone dell’Università Cattolica di Milano, la mia università. L’incontro organizzato dal Laboratorio di Editoria diretto dal professor Roberto Cicala (è stato un mio docente) era incentrato sulle nuove frontiere del libro, dentro e fuori la carta. Gli ospiti presenti erano Flavia Gentili di Emons (un’azienda che fa audiolibri), Marco Ferrario di Bookrepublic e Amedeo Perna creatore della App Let.life.

Gli ospiti, dopo essersi presentati, si sono soffermati sulle loro professioni e sui fenomeni che oggi stanno capovolgendo il mercato editoriale sia cartaceo che digitale.

(altro…)

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Inaugurazione Bookcity. Elif Shafak e la democrazia perduta in terra turca

Come avrete notato da una massa di ripetitivi articoli, BookCity è iniziato. Ieri sera ho presenziato, presso il teatro Dal Verme di Milano, all’evento di apertura che ha avuto come protagonista la scrittrice turca Elif Shafak.

La romanziera è stata infatti intervistata – non a caso – dalla giornalista Rula Jebreal. Infatti dico questo perché durante la conversazione si è parlato – inevitabilmente – più di politica che di letteratura. Questo non è un male ma nemmeno un bene, dal mio punto di vista.

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Tralasciando queste mie considerazioni (altro…)

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“Favij non è Gadda”. Come nascono i libri degli youtubers

Ero convintissimo di aver già scritto un post sui libri degli youtubers, e invece non l’ho mai scritto.

È allora un’ottima notizia sia per me che per voi.

L’8 novembre, presso il Laboratorio Formentini per l’editoria di Milano, si è svolto l’incontro intitolato Libri nati altrove incentrato sui casi editoriali “scritti” dalle web-star.

L’incontro è stato piacevole e ho gradito molto le puntuali risposte di Rino Parlapiano, editor della Varia di Mondadori, intervistato senza sosta dal suo omologo Giorgio Pinotti che lavora invece per Adelphi.

yt_1200-vfl4c3t0kFino a ieri odiavo i libri degli youtubers, ma sbagliavo. Dentro la mia testa albergava una falsa idea che è stata confutata dalle riflessioni emerse durante l’evento al Formentini.

Pinotti ha introdotto l’incontro specificando che il dibattito verteva sulla produzione di “Varia” della casa editrice Mondadori. Il giornalista ha fatto notare che negli ultimi tempi i libri degli youtubers hanno ottenuto un portentoso successo scalando le classifiche di vendita. I libri delle web-star battono i bestseller che parlano di cibo, di diete, di riordino e delle vite di star o di famosi allenatori.

Gli youtubers sono pubblicati principalmente da Mondadori e da Rizzoli.

Gli youtubers si sono mangiati la “Varia”?

Su questo punto, ha prontamente risposto Parlapiano, editor da 10 anni alla Mondadori; secondo lui il fenomeno si è avviato nel 2014, quando la sua casa editrice ha deciso di confezionare questo genere di prodotto editoriale.

«Bisogna subito dire che la “Varia” non ha catalogo – la tiratura di un libro ha un limite temporale – e in questi anni il settore ha avuto degli alti e bassi. Bisogna specificare che spesso in un anno circa 8 titoli cannibalizzano il mercato. Negli ultimi anni i casi editoriali della Varia sono stati senza dubbio L’intestino felice e Il magico potere del riordino. Posso inoltre aggiungere che gli youtubers non si sono mangiati affatto la Varia ma hanno aggiunto un compartimento in più», ha spiegato Parlapiano.

Gli youtubers e youtube dunque alimentano la varia ma non l’hanno per nulla fagocitata.

«Il lettore-fan della web-star è un lettore che prima non esisteva. Spesso si dice che i libri siano come l’eroina: quando ne provi uno, poi non riesci più a smettere. Non è questo il caso però.

I fan degli youtubers solitamente non si trasformano in lettori abituali ma sono solo lettori occasionali. Tantoché alcune volte ci chiedono dove si possano comprare i libri dei loro beniamini. Il successo di questi volumi rappresentano delle fiammate. I ragazzi che acquistano questo prodotto editoriale lo fanno perché amano i loro idoli e non perché amano la lettura», ha specificato l’editor.

Quali sono i settori della varia che funzionano di più?

«Le pubblicazioni dedicate al cibo sono in calo da 2 anni e hanno perso una fetta di mercato pari al 30%, compresi i romanzi, questo perché il mercato si è saturato.

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Le interminabili code durante i firma-copie

Perché la popolarità degli youtubers produce dei libri?

«Gli youtubers sono frutto di una frattura generazionale e i loro libri sono dedicati alla loro community. Queste giovani web-star hanno consolidato un forte legame col proprio pubblico che si rinforza ancora di più dato che i fan non trovano ostacoli nell’interagire con i loro idoli. Basta un breve commento sotto un video per ottenere una risposta.

Il rapporto youtuber e spettatore è estremamente diretto. Queste forti community sono composte in prevalenza da ragazzini con un’età compresa tra gli 8 e i 16 anni».

Quali sono i canali di vendita? Dove troviamo questi volumetti?

«Nel 60% dei casi i libri vengono venduti in libreria, nel rimanente 40% invece sono acquistati durante gli eventi firma-copie. Questi eventi sono caratterizzati dalla vendita dei volumi abbinati ad un pass che dà l’opportunità di incontrare per l’autografo la propria web-star preferita.

Gian Arturo Ferrari ha definito “libroidi” queste pubblicazioni ma quali sono allora le caratteristiche di un libroide?

160049183-58ca1108-ba1a-417e-ade0-fbdab974ef60«I libri sono essenzialmente dei memoir, proprio come quelli degli attori, ma altri invece sono dei romanzi o delle fiction ispirate alla propria biografia: la trama solitamente riguarda un personaggio con scarsa istruzione, che fa fatica a proseguire gli studi, con uno stile di vita complicato. Il finale però rappresenta un momento di riscatto – la fama da youtuber appunto – ottenuto attraverso una granitica caparbietà.

Questo però è un fenomeno editoriale tutto italiano. Non proviene da un altro Paese. È vero che altri youtuber stranieri abbiano pubblicato dei libri ma la serialità di questo genere la troviamo solo in Italia. All’estero, per esempio in Francia, non troviamo in classifica questo genere di testi».

Perché gli youtubers sono famosi solo in Italia?

«Perché i loro contenuti sono spesso gag che possono esistere solo in stretto legame alla linguaggio parlato e poi italiana è inoltre la lingua della loro community. I fan spesso non conoscono una lingua straniera. La barriera è appunto la lingua che caratterizza il gruppo di followers.

cv9fli5wcaacgwhL’errore di fondo però è che queste opere non possono essere considerate dei libri ma sono oggetti simili a dei gadget. Non possiamo accostare il libro di Greta Menchi a Gadda, non ha un valore letterario.

Queste pubblicazioni hanno la forma di libro ma non sono un libro, la forma è casuale, potevano essere delle magliette. L’editoria ha intuito tardi le opportunità che gli youtubers offrono. Lo hanno però capito subito altre aziende commerciali come quelle di videogiochi, di bibite, di ghiaccioli etc…

Gli youtubers rappresentano un enorme indotto e sono un fenomeno globale e la globalizzazione in fondo è questo: fai globale e pensa locale. Uno dei principi della “Varia” è che l’autore o il personaggio protagonista della pubblicazione sia conosciuto in Italia».

 Uno youtubers quando e come decide di scrivere un libro?

«Solitamente si hanno prima dei contatti con i loro agenti; prima che emergesse il fenomeno, sarebbe stato quasi impossibile proporre in casa editrice tali progetti.

La redazione allora come primo passo fa un tour dei social e individua le web star con molto seguito, ci sono dei precisi parametri, per le varie piattaforme. Una volta scelto lo youtubers, lo si contatta, solitamente risponde l’agente che lo segue, e ci si accorda su un anticipo dato che questi sono libri su commissione.

L’agente durante la contrattazione espone i talent del suo cliente. Queste figure professionali prendono una percentuale su tutti gli eventi degli youtubers e ne curano la crescita professionale; la pubblicazione del libro rientra appunto in un piano di sviluppo.

L’autore dunque non è coinvolto: l’agente può proporre un proprio direttore creativo oppure si ingaggia un ghostwriter che si occupa della stesura del libro partendo da alcuni spunti offerti dalla web-star.

La casa editrice si occupa poi del progetto grafico, spesso si crea un fan-book dando risalto alla sfera privata dell’autore. Poi c’è l’impaginazione e la stampa.

L’aspetto grafico ovviamente è collegato ai colori e ai temi del canale dello youtubers: c’è chi preferisce un stile alla manga, oppure c’è chi opta per le immagini dei videogames preferiti.

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La youtuber Sofia Viscardi con una fan

L’ultimo step riguarda la promozione che viene organizzata attraverso l’ufficio eventi della casa editrice. Viene creato un vero e proprio tour in-store oppure nei centri commerciali e questi tour sono molto apprezzati al sud. Bisogna dire che l’organizzazione di questi eventi è molto impegnativa perché ci si trova a gestire una marea di fan.

Solitamente si programmano 10 eventi che toccano le principali città. In questo modo si riescono a vendere complessivamente 20/25mila copie, un numero mostruoso se si pensa ai dati della narrativa. La fascia di prezzo è abbastanza alta, parliamo di 14,90 euro. Dobbiamo però specificare che al lettore fan non importa risparmiare, chi risparmia solitamente è il lettore forte.

Normalmente gli youtubers non scrivono un secondo libro ma data la loro popolarità l’anno prossimo usciranno altre pubblicazioni di questo genere. Vedremo se avranno lo stesso successo».

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Le donne salveranno l’umanità?

La verità è che non so come iniziare questo post. Voglio evitare un attacco troppo retorico e voglio dribblare le banalità nazionalpopolari. Quindi liquiderò l’argomento come “la questione delle donne”.

Lo so, la definizione non è molto chiara ma deriva da un recente saggio che ho letto in questi giorni. Il libro si chiama Le donne erediteranno la terra edito da Mondadori e l’autore è Aldo Cazzullo, un giornalista che ora lavora al Corriere della Sera e che per molti anni ha scritto per La Stampa.

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Il giornalista e scrittore Aldo Cazzullo

Come avranno capito tutti, il saggio nasce dalla riflessione sul mondo di oggi e sul ruolo che la donna attualmente ricopre nella società. Cazzullo vi spiegherà per quale motivo le donne erediteranno la terra: sono più sensibili degli uomini, hanno un senso più alto della comunità e sanno vedere lontano.

Come riporta il giornalista Alessandro Litta Modignani nel suo articolo per il Foglio, secondo Platone le donne erano una copia inferiore dell’uomo, Aristotele le paragonava invece a degli uomini menomati, e ancora, sant’Agostino affermava che dovevano essere trattate come delle serve e delle prostitute.

Ovviamente tutte queste concezioni equivalgono a delle follie. Ci sono in ballo i più elementari diritti umani. Il passato è passato e per certi aspetti possiamo anche esserne contenti.

Il sesso femminile non è più sinonimo di debolezza ma sta acquisendo sempre più autorevolezza grazie alle proprie qualità. L’autore infatti cita nomi celebri come Margaret Thatcher, Angela Merkel, Giovanna D’Arco, Santa Caterina da Siena e altre che non elencherò per non rovinarvi la lettura.

women-paintings-paul-meijering-1416268480Si potrebbe dire dunque che gli esempi femminili presenti nel volume attraversino tutta la storia e tutte le culture.

Mi sono inoltre piaciuti quei capitoli che hanno approfondito la psicologia femminile di personaggi a noi ben noti. I miei due capitoli preferiti sono stati quelli dedicati alla storia di Valeria Solesin e Maria Callas. La prima è stata una vittima dell’attacco terroristico al locale parigino Bataclan insieme ad altri 130 ragazzi – per la cronaca il locale riaprirà tra poco con un concerto di Sting. Mi ha infatti commosso leggere i ricordi di sua madre, le rievocazioni dei suoi studi e desideri.

La seconda invece è stata un’immensa artista denigrata e bistrattata ingiustamente: è l’esempio di come le donne forti siano in realtà nel proprio intimo soggette ad indicibili fragilità.

7234732_1841784Come ho già scritto su altri spazi, il libro di Cazzullo mi è sembrato a tratti troppo retorico e politicamente corretto. Dico questo perché ritengo che uomini e donne siano individui indipendenti e trovo manicheo cercare di etichettare come tipici di un sesso comportamenti che forse nella realtà appartengono ad entrambi i generi. È chiaro che non contesto affatto il passato di soprusi che il genere femminile ha subito, in primis il divieto di votare.

Nonostante questa tendenza occulta, Cazzullo da serio giornalista ha anche elaborato una lucida analisi sulle differenze di genere e mi ha fatto molto piacere leggere le seguenti parole:

«Il maschio non ha certo il monopolio del male. Anche la donna è capace di raptus violenti o delitti premeditati. Perché non è un angelo; è un essere umano, che può essere tentato dall’abisso invocato dall’abisso. Ha diritto a essere giudicata, punita, premiata non in quanto donna, ma in quanto essere umano. Senza dimenticare che la grande maggioranza degli assassini sono uomini».

maxiart-fernado-botero-uomo-e-donnaMa queste riflessioni da dove provengono? Ce lo spiega Marcello Adriano Mazzola, autore de Il Fatto Quotidiano:

«Gli studi di genere o gender studies, così denominati nel mondo anglosassone, costituiscono un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Caratterizzati in origine da un’impronta politica ed emancipativa, strettamente connessi alla condizione femminile e alle minoranze, finalizzati a realizzare cambiamenti di mentalità e della società, questi studi nascono in Nord America tra gli anni ’70 e ’80, diffondendosi in Europa Occidentale negli anni ’80, investendo il pensiero femminista e trovando radici nel post strutturalismo e decostruzionismo francese (Michel Focault e Jacques Derrida) e negli studi che uniscono psicologia e linguaggio (Jacques Lacan e Julia Kristeva). Importanti per tali teorie anche gli studi gay, lesbici e il postmodernismo. Si ritiene che una lettura gender sensitive, attenta agli aspetti di genere, sia applicabile a ogni scienza umana, sociale, psicologica, letteraria».