Carlo Levi e l’uso della letteratura per fare critica sociale

Recensione del romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, edito da Einaudi.

Annunci

«I tre fantasmi bianchi picchiavano senza misericordia chi veniva a tiro, senza distinguere, poiché una volta tanto tutto era lecito, fra Signori e contadini, e tenevano tutta la strada in salti obliqui, presi dal furore, gridando invasati, scotendo nei balzi le bianche penne, come degli amok incruenti, o dei danzatori di una sacra danza del terrore». Il caso ha voluto che questo passo di Cristo si è fermato a Eboli mi sia capitato tra le mani nel periodo di Halloween. Ogni 31 ottobre dell’anno si ripetono le solite considerazioni su questa recente festa: “è un’americanata”, “importiamo sempre il peggio delle altre culture”, “abbiamo già il carnevale! Che senso ha celebrare la morte?”. Forse sull’argomentazione della “festa importata” si può cambiare idea. Come testimonia Levi nel suo romanzo, in Lucania negli anni Trenta si festeggiava una simile ricorrenza. I bambini andavano in giro con il viso impiastricciato di nero per simulare dei baffi. Gagliano, il paese in cui lo scrittore doveva scontare il confino, era molto povero e i ragazzini non potevano permettersi delle maschere. Carlo Levi si propose di fabbricargliele: «Mi misi all’opera, e feci con dei cilindri di carta bianca con dei buchi per gli occhi, una maschera per ciascuno, assai più grande del viso, che restava tutto coperto. Non so perché, ma forse per il ricordo delle funebri maschere contadine, o spinto senza volerlo, dal genio del luogo, le feci tutte uguali, dipinte di bianco e di nero, e tutte erano teste di morto, con le cavità nere delle occhiaie e del naso, e i denti senza labbra. I bambini non si impressionarono, anzi ne furono felici, e si affrettarono a infilarne, ne misero una anche al muso di Barone, e corsero via, spargendosi in tutte le case del paese. Era ormai sera, e quella ventina di spettri entravano gridando nelle stanze appena illuminate dai fuochi rossi dei camini, e dai lumi a olio ondeggianti. Le donne fuggivano atterrite: perché qui ogni simbolo è reale, e quei venti ragazzi erano davvero, quella sera un trionfo della morte».

cristo si è fermato ad Eboli copertina
Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (1945)

L’autore di queste parole è Carlo Levi che nel suo diario-romanzo, pubblicato nel 1945 da Einaudi, descrive il confino inflittogli dal regime littorio. Mussolini utilizzava questa pena per neutralizzare e controllare gli oppositori politici interni ed esterni al suo partito. Carlo viveva a Torino, dove si laureò in medicina. Lo scrittore però aveva consacrato la propria vita all’arte, e quindi preferì fare il pittore invece che il medico. Dopo l’avvento del Fascismo, nella città sabauda incominciarono a crearsi dei gruppi di opposizione. In questo ambito Carlo collaborò con l’intimo amico Piero Gobetti (figura centrale dell’editoria italiana a cui sicuramente dedicherò spazio in futuro) ed è uno dei fondatori di Giustizia e Libertà. Come si legge nella prefazione dell’edizione degli Oscar Mondadori, più volte incarcerato, nel 1935 venne confinato in Lucania. Cristo si è fermato a Eboli nasce appunto da questa esperienza.

«Mi pareva di essere un verme chiuso dentro una noce secca. Lontano dagli affetti, nel guscio religioso della monotonia, aspettavo gli anni venturi, e mi pareva di essere senza base, liberato in un’aria assurda, dove era strano anche il suono della mia voce», scrive Levi a proposito della sua condizione da confinato. La Lucania degli anni Trenta non è affatto un luogo ospitale. Come suggerito dal titolo, è un posto abbandonato da Dio dove la popolazione più povera, i contadini, sopportano le angherie del ceto borghese che è sostenitore del fascismo. A Gagliano tutto sommato lo scrittore venne accolto molto bene. Il fatto che fosse un medico, un vero medico, indusse la popolazione affetta dalla malaria a coltivare un barlume di speranza. I contadini infatti non potevano curarsi perché nel loro paese natio non c’erano dottori ma solo “medicaciucci, non medici cristiani”. Levi li apostrofa così perché questi finti dottori “di medicina non sanno più nulla, se pure ne hanno mai saputo qualcosa”. I guaritori non hanno preparazione: «I rottami delle perdute conoscenze galleggiano senza più senso, in un naufragio di noia, su un mare di chinino, medicina unica per tutti i mali». Gli abitanti allora incominceranno a presentarsi da Levi ed egli sarà costretto a esercitare un mestiere mai fatto, quello di dottore. Come si evince dalla narrazione del pittore torinese, non era affatto facile procurarsi i medicinali perché in Lucania scarseggiavano le farmacie, e quelle poche che c’erano non avevano neppure strumenti di base come gli stetoscopi. Il protagonista però verrà intralciato dai medicaciucci che lo denunzieranno per “abuso di professione”. Così i fascisti gli negheranno il permesso di visitare i malati di Gagliano.

foto di Carlo Levi
Lo scrittore Carlo Levi

Cristo si è fermato a Eboli non è solo un bel romanzo ma anche una documento storico delle società contadine degli anni Trenta. Leggendo le sue descrizioni etnografiche, il mio pensiero si è rivolto alle immagini dei bambini africani delle varie pubblicità televisive dell’Unicef. Non credo di dire qualcosa di sbagliato, se affermo che molte zone del Meridione descritte da Levi assomigliavano alla povertà africana che oggi osserviamo nei nostri schermi a led attraverso gli spot delle ONG. La malaria era infatti presente nelle campagne della Basilicata: «Di bambini ce n’era un’infinità. In quel caldo, in mezzo alle mosche, nella polvere, spuntavano da tutte le parti, nudi del tutto o coperti di stracci. Io non ho mai visto una tale immagine di  miseria: eppure sono abituata, è il mio mestiere, a vedere ogni giorno decine di bambini poveri, malati e maltenuti. Ma uno spettacolo come quello di ieri non l’avevo mai neppure immaginato. Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili, e non le scacciavano neppure con le mani. Sì, le mosche gli passeggiavano sugli occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma», il brano che avete letto condensa i pensieri di Luisa Levi, sorella di Carlo e anche lei medico come il fratello. «Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi come dei vecchi, e scheletriti per la fame; i capelli pieni di pidocchi e di croste. Ma la maggior parte avevano delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria», conclude Luisa Levi che aveva attraversato Matera per raggiungere il fratello confinato.

Foto di Gagliano - Basilicata
Foto di Gagliano – Basilicata

Cristo si è fermato a Eboli suggerisce tanti temi su cui riflettere. L’ultimo che voglio affrontare è quello legato al problema meridionale, che neppure una dittatura riuscì a risolvere. Nelle pagine finali del romanzo, Levi sostenne che i piani centralizzati avrebbero portato dei benefici pratici ma “sotto qualunque segno sarebbero restate due Italie ostili”. Qui Carlo Levi si riferiva all’enorme gap sociale ed economico tra il Nord e Sud, presente ancora ai giorni nostri. Egli affermò che il sud aveva sostanzialmente tre problemi: «(1) Siamo innanzitutto di fronte al coesistere di due civiltà diversissime, nessuna delle quali è in grado di assimilare l’altra […] La civiltà contadina sarà sempre vinta, ma non si lascerà mai schiacciare del tutto, si conserverà sotto i veli della pazienza, per esplodere di tratto in tratto. (2) Il secondo aspetto è quello economico: è il problema della miseria. Quelle terre si sono andate progressivamente impoverendo; le foreste sono state tagliate, i fiumi si sono fatti torrenti, gli animali si sono diradati, invece degli alberi, dei prati e dei boschi, ci si è ostinati a coltivare il grano in terre inadatte. Non ci sono capitali, non c’è industria, non c’è risparmio, non ci sono scuole, l’emigrazione è diventata impossibile, le tasse sono insopportabili e sproporzionate: e dappertutto regna la malaria. (3) Infine c’è il lato sociale del problema […] Il vero nemico, quello che impedisce ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile ai contadini, è la piccola borghesia dei paesi. È una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale». Parole dure ma necessarie quelle di Levi sul Meridione.

In questo post sul capolavoro di Carlo Levi si potevano scrivere tante cose, ma ho voluto comunque evitare errate sintesi proponendo il limpido pensiero del pittore torinese, che nell’epoca attuale ha ancora molto da insegnare. Cristo si è fermato a Eboli è un libro da leggere per capire un pezzo di storia d’Italia che influenza tutt’ora l’attualità del Paese a forma di stivale.

Il libro fa parte della lista Dorfles.

Anche le fabbriche hanno un’anima

se i muri potessero raccontareDopo tre anni dal precedente romanzo, Maurilio Riva torna in libreria con la sua ultima fatica intitolata Se i muri potessero raccontare (Unicopoli). Lo scrittore milanese, di origine tarantina, torna nuovamente a raccontare il mondo operaio degli anni ’60 e ’70. Riva è davvero un grande conoscitore dei temi proletari grazie al suo passato lavorativo: egli ha infatti sperimentato in prima persona i vizi e le virtù del lavoratore faticando in un’importante azienda lombarda nel campo delle telecomunicazioni in cui, tra le altre cose, ha ambientato il suo ultimo volume. L’aspetto più sorprendente del libro è sicuramente la struttura narrativa: un mosaico di storie operaie rese note dalla laconica voce immaginaria della fabbrica in cui i lavoratori sono stati impiegati. A onor del vero, la “fabbrica animata” non si limita solo a raccontare le biografie dei propri occupanti ma esprime anche parecchi giudizi sul presente e il futuro delle strategie aziendali; il più delle volte le considerazioni dell’edificio parlante hanno un carattere esplicito:

citazione libro se i muri potessero raccontare

Credo che non sia possibile elaborare una sintesi del libro. Come scrive l’autore, nell’opera troviamo infatti le testimonianze di un microcosmo operaio realmente esistito; ogni racconto è un frammento indipendente che si lega però ai ricordi delle pareti di calcestruzzo dello stabilimento industriale. Dalle pagine de Se i muri potessero raccontare, il lettore percepisce che per il proletariato la fabbrica sia un ambiente ambivalente dove le gioie e dolori di un umanità stanca  si mescolano ad un’assidua routine lavorativa. Inoltre ritengo che il tema centrale della pubblicazione sotto esame sia l’alienazione prodotta dal sistema industriale. Moreno Senzamacchia, un personaggio su cui si soffermano i ricordi dello stabilimento, con la sua cultura rappresenta il necessario farmaco per aggredire l’insopportabile conformismo produttivo.

se i muri potessero raccontare

Riva ha uno stile chiaro e scorrevole, animato da un frizzante citazionismo: ho trovato formidabili i riferimenti a Walter Benjamin, Charles Baudelaire e Carlo Levi. Considerando un aspetto di mera editoria, mi è difficile definire con completezza il genere dell’opera: mi sono trovato a sfogliare un libro che è un ibrido tra un saggio e un romanzo.  Potremmo definirlo una non-fiction intrisa di nozionismo e precisi riferimenti storici, ma sarebbe un’etichetta inadeguata all’intuizione letteraria di Riva. Di sicuro la struttura narrativa assomiglia molto alla celebre Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

A chi consiglierei questo libro? Senza dubbio a un lettore motivato che voglia rileggere la storia operaia da un inedito punto di vista. Maurilio sa cogliere la criticità del mondo moderno che sta dimenticando la propria recente storia industriale in nome di un progresso sempre più invadente e, perché no, più inquietante:

se i muri potessero raccontare

La lettura di Se i muri potessero raccontare tutto sommato è stata gradevole, resa ancor più interessante dalle testimonianze raccolte da Riva che danno al lettore un vivido affresco della multiforme umanità di una fabbrica che ha perso tutto tranne che i propri ricordi. Per questo motivo, come è possibile non resistere alla commozione, dopo aver terminato il capitoletto dedicato ad Ultimo, in cui viene sviscerato quel dolore immane che prova un padre davanti alla prematura morte di un figlio? Un pacchetto di fazzoletti non è bastato.

Il potere dei segreti

Il post parla del libro di Claudio Magris, “Segreti e no”, in cui si parla del valore del segreto nella società di oggi.

Non è possibile essere trasparenti al 100% sulla propria vita. Oggi la tecnologia vuole farci credere che si possa pubblicizzare qualsiasi aspetto della nostra esistenza e allora non ci meravigliamo più se tra Instagram, Facebook e Sanpchat, affiorano quotidianamente immagini e video che testimoniano infiniti e insignificanti (per noi) eventi privati: matrimoni, malattie, vincite, sconfitte, lussuria e malizia esibite. Siamo immersi in un libro digitale arricchito dai contenuti degli utenti che sono connessi al nostro network di amicizie virtuali. Il web non ama particolarmente i segreti e la privacy.

Non voglio fare assolutamente il bacchettone. Non nego di essere anch’io catturato da questo vortice social ed è complicato abbandonare tali dinamiche quando la maggior parte delle persone che conosci utilizza assiduamente i nuovi mezzi di comunicazione per autopromuoversi. È dunque normale che insorga una dipendenza quando si cerca a tutti i costi di impressionare e ottenere feedback positivi sotto forma di cuoricini o like.

9788845275555_0_0_831_80Ma in questo post non voglio parlare di social network, voglio invece disquisire sul valore del “segreto” nella nostra società. La battuta è scontata ma in questa sede non si parlerà di certo della serie tv, spagnola o argentina (non mi interessa), che ha fatto la fortuna di Canale 5.

Non sono mai stato bravo a mantenere i segreti, lo sono diventato più o meno verso i 20 anni quando ho capito – finalmente – che un grande segreto implica grandi responsabilità. Questa convinzione è stata confermata anche da Claudio Margris, scrittore, germanista ed ex senatore della Repubblica, nel suo piccolo libretto intitolato Segreti e no edito dalla casa editrice Bompiani nel 2014.

Nei 6 capitoletti del mini-libro Magris scompone, anche da un punto di vista linguistico, la concezione di “segreto” imbastendo un ampio discorso che tocca diversi argomenti come la politica, la letteratura e la filosofia. Magris afferma sin dalle prime pagine che sentirci “segreti” per gli altri ci addolora e insieme conforta. Il dispiacere deriva dal fatto che molto spesso ci sentiamo incompresi per ciò che facciamo; il piacere invece è insito nel nostro profondo perché siamo convinti di custodire una verità che il resto del mondo non ha ancora percepito e che prima o poi comprenderà. È un’interessantissima visione della percezione del “segreto” che si può ricollegare a quanto ho scritto sulla solitudine (Piccole divagazioni sulla solitudine) : Magris infatti dichiara che «La solitudine si afferra alla consolante idea di possedere un’anima superiore o quantomeno talmente profonda da non poter essere capita a fondo dagli altri. Piace sentirsi, davanti alla porta del palazzo reale della vita, un re travestito da mendicante, che non può entrare in quel palazzo, perché nessuno sa che lui o lei è un re».

51eqbatz50l
Claudio Magris

Magris parla anche del potere politico derivato dalla custodia del “segreto” e ricorda la vecchia, vecchissima, espressione latina “Arcana Imperii” che indica l’affermazione e l’esercizio di un potere molto forte non solo perché si riveste di segreto ma estende il segreto, ovvero l’arcano, alla realtà e alla vita intera. Pensiamo ai servizi segreti, agli stati totalitari e alla loro polizia segreta: organismi che variano a seconda del grado di democrazia di una nazione. I servizi segreti proteggono la nostra libertà, la polizia segreta ce la toglie. Magris infatti ci comunica che il potere ha sempre bisogno del segreto e mette il lettore dinanzi a una scomoda verità sui collaborazionisti triestini durante la Shoah: «Secretare è una delle prerogative essenziali del potere […] A Trieste, durante l’occupazione nazista, c’era l’unico, ancorché piccolo, forno crematorio d’Italia, nella Risiera […] Pochissimo tempo dopo la liberazione, i muri delle celle vennero sbiancati con la calce, cancellando così nomi e messaggi scritti dai condannati, che forse contenevano nomi, rivelazioni, indicazioni di complicità, responsabilità, collaborazione nello sterminio. Qualcosa che poteva implicare, parzialmente, la buona società triestina e dunque il sistema di potere; qualcosa che andava dunque tenuto segreto». Inoltre, racconta Magris, gran parte dei documenti della Risiera sono ancora coperti dal segreto di stato negli archivi inglesi.

Magris conclude il suo discorso affermando che il segreto non resta nascosto per sempre ma si scopre soltanto quando diviene inoffensivo. Penso allora che il giornalista e lo scrittore siano in fondo essenziali per svelare i misteri nascosti dalla società e dall’animo umano.

Potrei parlare anche del segreto più discusso di tutti tempi, l’amore, ma ci vorrebbe troppo tempo e allora preferisco suggerire questo brano da ballare a tutto volume.

Il mondo verrà distrutto dagli indifferenti

Questo è un post molto diverso rispetto a quelli che ho pubblicato sul mio blog in questi anni.

Sabato 17 dicembre, il giorno dopo la mia laurea, ho visto un video sul sito de La Stampa che mi ha colpito enormemente.

La clip contiene una forte accusa,avanzata da una giornalista arabo-israeliana e trasmessa sulla tv di stato di Israele, sui crimini di guerra che ora si stanno verificando in Siria, per la precisione ad Aleppo.

Ho deciso allora di pubblicare le parole di Lucy Aharish perché mi vergogno di non aver mai espresso una frase o un pensiero per le vittime di Aleppo che sono rimaste in un totale isolamento mediatico.

Noi italiani sappiamo bene cosa si provi ad essere calpestati e sottomessi con violenza: la ferita della seconda guerra mondiale resterà sempre aperta. In questo momento abbiamo dunque bisogno di uomini Giusti e decisi che siano diversi da coloro che con indifferenza assistono  e hanno assistito alle mattanze siriane.

Ecco allora il testo estratto dal video che trovate QUI:

«Proprio ora ad Aleppo, in Siria, a sole 8 ore di macchina dal Tel Aviv,si sta consumando un genocidio. Ascoltatemi, lasciatemi essere più precisa.

E’ un olocausto, sì, è un olocausto.

Magari non vogliamo sentirlo e non vogliamo affrontarlo dato che nel XXI secolo, nell’era dei social media, nel mondo dove l’informazione può prendere forma nella tua mano; in un mondo dove puoi vedere e sentire in tempo reale le vittime e le loro storie di orrore. In questo mondo noi non stiamo facendo niente mentre i bambini vengono macellati ogni singola ora. Non chiedetemi chi ha ragione o chi si sbaglia. Chi sono i buoni o chi sono i cattivi perché nessuno lo sa. E francamente non importa molto. Quello che importa è ciò che sta avvenendo proprio adesso davanti ai nostri occhi. E nessuno in Francia o in Gran Bretagna o in Germania o in America stanno facendo qualcosa per fermarlo. Chi sta manifestando nelle strade per gli uomini e le donne della Siria? Chi sta urlando per i bambini? Nessuno.

L’ONU sta tenendo riunioni del suo Consiglio di sicurezza e si asciugano le lacrime quando vedono l’immagine di un padre che abbraccia il corpo della sua piccola figlia. C’è una parola per questo: ipocrisia. Io sono un’araba, una musulmana, una cittadina dello Stato di Israele, ma sono anche una cittadina del mondo e mi vergogno.

Mi vergogno come essere umano che ha scelto dei leader che sono incapaci di sostenere le loro condanne ed essere decisi nelle loro azioni. Io mi vergogno che il mondo arabo sia preso in ostaggio da terroristi e assassini e che noi non facciamo niente. Io mi vergogno che la pacifica maggioranza dell’umanità sia irrilevante ancora una volta. Dobbiamo ricordare? Armenia, Bosnia, Darfur, Rwanda, la seconda guerra mondiale? No, non dobbiamo.

Albert Einstein disse: “Il mondo non sarà distrutto da quelli che fanno il male ma da chi guarda senza far niente”».

Inaugurazione Bookcity. Elif Shafak e la democrazia perduta in terra turca

Come avrete notato da una massa di ripetitivi articoli, BookCity è iniziato. Ieri sera ho presenziato, presso il teatro Dal Verme di Milano, all’evento di apertura che ha avuto come protagonista la scrittrice turca Elif Shafak.

La romanziera è stata infatti intervistata – non a caso – dalla giornalista Rula Jebreal. Infatti dico questo perché durante la conversazione si è parlato – inevitabilmente – più di politica che di letteratura. Questo non è un male ma nemmeno un bene, dal mio punto di vista.

cxfjcesxcaad4xi
Liberiamo credits

Tralasciando queste mie considerazioni Continua a leggere “Inaugurazione Bookcity. Elif Shafak e la democrazia perduta in terra turca”

Le donne salveranno l’umanità?

La verità è che non so come iniziare questo post. Voglio evitare un attacco troppo retorico e voglio dribblare le banalità nazionalpopolari. Quindi liquiderò l’argomento come “la questione delle donne”.

Lo so, la definizione non è molto chiara ma deriva da un recente saggio che ho letto in questi giorni. Il libro si chiama Le donne erediteranno la terra edito da Mondadori e l’autore è Aldo Cazzullo, un giornalista che ora lavora al Corriere della Sera e che per molti anni ha scritto per La Stampa.

image
Il giornalista e scrittore Aldo Cazzullo

Come avranno capito tutti, il saggio nasce dalla riflessione sul mondo di oggi e sul ruolo che la donna attualmente ricopre nella società. Cazzullo vi spiegherà per quale motivo le donne erediteranno la terra: sono più sensibili degli uomini, hanno un senso più alto della comunità e sanno vedere lontano.

Come riporta il giornalista Alessandro Litta Modignani nel suo articolo per il Foglio, secondo Platone le donne erano una copia inferiore dell’uomo, Aristotele le paragonava invece a degli uomini menomati, e ancora, sant’Agostino affermava che dovevano essere trattate come delle serve e delle prostitute.

Ovviamente tutte queste concezioni equivalgono a delle follie. Ci sono in ballo i più elementari diritti umani. Il passato è passato e per certi aspetti possiamo anche esserne contenti.

Il sesso femminile non è più sinonimo di debolezza ma sta acquisendo sempre più autorevolezza grazie alle proprie qualità. L’autore infatti cita nomi celebri come Margaret Thatcher, Angela Merkel, Giovanna D’Arco, Santa Caterina da Siena e altre che non elencherò per non rovinarvi la lettura.

women-paintings-paul-meijering-1416268480Si potrebbe dire dunque che gli esempi femminili presenti nel volume attraversino tutta la storia e tutte le culture.

Mi sono inoltre piaciuti quei capitoli che hanno approfondito la psicologia femminile di personaggi a noi ben noti. I miei due capitoli preferiti sono stati quelli dedicati alla storia di Valeria Solesin e Maria Callas. La prima è stata una vittima dell’attacco terroristico al locale parigino Bataclan insieme ad altri 130 ragazzi – per la cronaca il locale riaprirà tra poco con un concerto di Sting. Mi ha infatti commosso leggere i ricordi di sua madre, le rievocazioni dei suoi studi e desideri.

La seconda invece è stata un’immensa artista denigrata e bistrattata ingiustamente: è l’esempio di come le donne forti siano in realtà nel proprio intimo soggette ad indicibili fragilità.

7234732_1841784Come ho già scritto su altri spazi, il libro di Cazzullo mi è sembrato a tratti troppo retorico e politicamente corretto. Dico questo perché ritengo che uomini e donne siano individui indipendenti e trovo manicheo cercare di etichettare come tipici di un sesso comportamenti che forse nella realtà appartengono ad entrambi i generi. È chiaro che non contesto affatto il passato di soprusi che il genere femminile ha subito, in primis il divieto di votare.

Nonostante questa tendenza occulta, Cazzullo da serio giornalista ha anche elaborato una lucida analisi sulle differenze di genere e mi ha fatto molto piacere leggere le seguenti parole:

«Il maschio non ha certo il monopolio del male. Anche la donna è capace di raptus violenti o delitti premeditati. Perché non è un angelo; è un essere umano, che può essere tentato dall’abisso invocato dall’abisso. Ha diritto a essere giudicata, punita, premiata non in quanto donna, ma in quanto essere umano. Senza dimenticare che la grande maggioranza degli assassini sono uomini».

maxiart-fernado-botero-uomo-e-donnaMa queste riflessioni da dove provengono? Ce lo spiega Marcello Adriano Mazzola, autore de Il Fatto Quotidiano:

«Gli studi di genere o gender studies, così denominati nel mondo anglosassone, costituiscono un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Caratterizzati in origine da un’impronta politica ed emancipativa, strettamente connessi alla condizione femminile e alle minoranze, finalizzati a realizzare cambiamenti di mentalità e della società, questi studi nascono in Nord America tra gli anni ’70 e ’80, diffondendosi in Europa Occidentale negli anni ’80, investendo il pensiero femminista e trovando radici nel post strutturalismo e decostruzionismo francese (Michel Focault e Jacques Derrida) e negli studi che uniscono psicologia e linguaggio (Jacques Lacan e Julia Kristeva). Importanti per tali teorie anche gli studi gay, lesbici e il postmodernismo. Si ritiene che una lettura gender sensitive, attenta agli aspetti di genere, sia applicabile a ogni scienza umana, sociale, psicologica, letteraria».