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Il Guardian avverte i giornalisti: “I social network distruggono i contenuti di alta qualità”

Dopo la consegna del documento sulle “Fake news” al governo britannico, il Guardian ci avvisa che il dominio del mercato digitale pubblicitario di Facebook e Google “danneggia e minaccia i futuri investimenti nel giornalismo di alta qualità”.

89918182_paperIl popolare quotidiano inglese ha inoltre affermato che le “Fake news” sono il “sintomo di un fenomeno più grande legato alla rapida maturazione del sistema di connessione globale delle piattaforme che offrono un’interconnessione istantanea e virale, una novità nella storia della comunicazione”.

Come riporta Press Gazzette, l’inchiesta, avviata dal Dipartimento inglese della Cultura, Media e Sport, si è chiusa a marzo e verso la fine di aprile dovrebbero essere divulgati i principali risultati.

Nel suo documento scritto, il Guardian Media Group ha specificato che Facebook e Google hanno avuto un “ruolo cruciale” nel “cuore dell’ecosistema delle news” complicando la vita agli editori che si trovano ad affrontare sfide sempre più difficili nel ricercare e distribuire notizie su internet.

«Punto primo, il principale obiettivo dei risultati di ricerca e delle piattaforme social non è di dare agli utenti un’equilibrata e soddisfacente varietà di notizie di alta qualità ma è quello di proporre pubblicità o comunque contenuti sponsorizzati.

20122f122f042f412fhownewscons-bloI recenti cambiamenti degli algoritmi delle piattaforme privilegiano i contenuti virali condivisi soprattutto da amici e parenti, questa strategia lascia così in secondo piano i contenuti giornalistici di alta qualità», ha dichiarato il Guardian.

«Punto secondo, la distribuzione delle singole notizie non aggregate incoraggia il giornalismo dalle fonti incerte e ciò danneggia il rapporto di fiducia tra i lettori e il consolidati brand d’informazione».

Il Guardian inoltre ha sostenuto che la sua inchiesta abbia colmato “un evidente vuoto” perché i dati dell’impatto della tecnologia digitale sul consumo dei media nella società si riferiscono alle singole piattaforme, e di conseguenza non sono di pubblico dominio.

Il Social Journalism spiegato a tutti

Il libro che sto prendendo sotto esame è indicato per chi, come me, sta cercando di capire come si possano pubblicizzare i propri contenuti su Facebook. Su questo argomento ho letto tanti articoli nel web ma sono tutti uguali e non consigliano nulla di interessante. Rimango dell’idea che per conoscere bene un argomento sia necessario trovare un libro dedicato ad esso. Allora sfogliando vari cataloghi on-line mi sono imbattuto in questo bel testo di aggiornamento sul mondo del giornalismo social.

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Social Media Journalism (Apogeo)

Social Media Journalism (Apogeo) di Barbara Sgarzi, giornalista e docente della Scuola Internazionale di Studi Avanzata (SISSA), è una sorta di bussola per chi ha il bisogno di comprendere le dinamiche di internet per ciò che concerne la veicolazione di contenuti giornalistici, o comunque di testi che riteniamo di pubblico interesse (non voglio escludere nessuna categoria culturale).

Incomincio a mettere le mani avanti: Facebook è un social network che serve a creare un legame con i nostri lettori e non è una vetrina per pubblicizzare i nostri testi, video, foto, etc… Anche perché il social di Zuckerberg rende poco sostenibile economicamente l’attività culturale stessa.

La verità è che ce ne freghiamo di questo aspetto perché ripetiamo a noi stessi, tipo mantra, che “Facebook è un oceano pieno di pesci pronti ad abboccare ai nostri contenuti”. L’affermazione è in parte vera, come conferma la Sgarzi nel suo libro: «La massa critica di utenti su Facebook è incommensurabile rispetto ad altre piattaforme». In più dalle statistiche statunitensi sappiamo che il 62% degli adulti negli Stati Uniti ottiene informazioni sui social media, inoltre il dato è in forte crescita se analizziamo il campione dei giovani Millenials.

Però vi siete mai chiesti come si comportano gli utenti di fronte a un articolo condiviso? L’autrice afferma che la maggior parte si ferma al titolo senza leggere il contenuto della notizia.

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Barbara Sgarzi

Un altro gigantesco aspetto molto discusso riguarda l’algoritmo. Chi segue il blog sa che ne ho già parlato qui (Il filtro di Facebook ci toglie la libertà di pensiero?) ma nel 2016 c’è stato un’ulteriore modifica. La Sgarzi ci informa che Facebook ha deciso di tornare alle origini organizzando diversamente il nostro newsfeed che premia i contenuti condivisi da amici e parenti, a discapito di quelli postati dalle pagine di giornali ed editori: «Il faro guida deve essere ciò che è importante per noi, in quel momento. Vince chi offre al momento giusto l’informazione che cerchiamo e alla quale siamo interessati», specifica l’autrice.

I signori del social network hanno lanciato un messaggio chiaro: il volante non è nelle mani di chi produce e condivide il contenuto, bensì in quelle del contenitore. La Sgarzi inoltre stabilisce quattro regole base per usare bene Facebook:

1. La qualità del contenuto. Evitiamo il clickbait
2. Creare una community che abbia fiducia in noi
3. Lavorare con le immagini e con testi che siano brevi e accattivanti
4. Dare degli appuntamenti fissi ovvero programmare i post

Non è obbligatorio condividere contenuti strepitosi, ma è fondamentale cogliere il momento e intercettare gli umori dei lettori senza chiedere nulla in cambio.

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Facebook è un editore?

Devo però aprire una parentesi sugli Instant Articles che sono stati introdotti nell’aprile del 2016. Gli IA sono documenti HTML5 ottimizzati per una rapida performance su mobile. I nostri contenuti sono visualizzabili direttamente su Facebook e l’esperienza di lettura si completa sulla piattaforma. L’introduzione di questa nuova tecnologia ha però complicato la vita agli editori sulla pubblicità: possono vendere la pubblicità direttamente e trattenere il 100% di incassi, oppure utilizzare Facebook Audience Network, ottenendo il 70% del denaro.

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Facebook aiuterà il giornalismo?

Come spiega la Sgarzi: «Gli Instant Articles assecondano l’idea di imbattersi in contenuti slegati dalle testate e avvantaggiano Facebook, che diventa un ambiente totale in cui tenere i propri user senza farli uscire nemmeno per informarsi: un giardino ben curato, ma recintato sempre più in modo significativo».
L’autrice inoltre si chiede se la Pagina Facebook coincida con la testata. La risposta è affermativa. Gli editori hanno delle strategie da utilizzare: «Si privilegia quello che sul sito è il “primo piano”. La mattina e il primo pomeriggio si dà la precedenza alle hard news, mentre tendenzialmente per la pausa pranzo e la sera si scelgono argomenti più soft», spiega Raffaella Manichini di Repubblica in un’intervista.
Chiuderei il post cercando di spiegare la differenza tra Pagina e profilo personale: rispetto al profilo, la pagina è pubblica ed è un canale privilegiato di contatto con i lettori però l’attenzione e il tempo da dedicare alla Pagina devono essere considerevoli.

Per altri consigli potete leggere questo mio articolo: 9 consigli per scrivere meglio su Facebook.

Il mondo verrà distrutto dagli indifferenti

Questo è un post molto diverso rispetto a quelli che ho pubblicato sul mio blog in questi anni.

Sabato 17 dicembre, il giorno dopo la mia laurea, ho visto un video sul sito de La Stampa che mi ha colpito enormemente.

La clip contiene una forte accusa,avanzata da una giornalista arabo-israeliana e trasmessa sulla tv di stato di Israele, sui crimini di guerra che ora si stanno verificando in Siria, per la precisione ad Aleppo.

Ho deciso allora di pubblicare le parole di Lucy Aharish perché mi vergogno di non aver mai espresso una frase o un pensiero per le vittime di Aleppo che sono rimaste in un totale isolamento mediatico.

Noi italiani sappiamo bene cosa si provi ad essere calpestati e sottomessi con violenza: la ferita della seconda guerra mondiale resterà sempre aperta. In questo momento abbiamo dunque bisogno di uomini Giusti e decisi che siano diversi da coloro che con indifferenza assistono  e hanno assistito alle mattanze siriane.

Ecco allora il testo estratto dal video che trovate QUI:

«Proprio ora ad Aleppo, in Siria, a sole 8 ore di macchina dal Tel Aviv,si sta consumando un genocidio. Ascoltatemi, lasciatemi essere più precisa.

E’ un olocausto, sì, è un olocausto.

Magari non vogliamo sentirlo e non vogliamo affrontarlo dato che nel XXI secolo, nell’era dei social media, nel mondo dove l’informazione può prendere forma nella tua mano; in un mondo dove puoi vedere e sentire in tempo reale le vittime e le loro storie di orrore. In questo mondo noi non stiamo facendo niente mentre i bambini vengono macellati ogni singola ora. Non chiedetemi chi ha ragione o chi si sbaglia. Chi sono i buoni o chi sono i cattivi perché nessuno lo sa. E francamente non importa molto. Quello che importa è ciò che sta avvenendo proprio adesso davanti ai nostri occhi. E nessuno in Francia o in Gran Bretagna o in Germania o in America stanno facendo qualcosa per fermarlo. Chi sta manifestando nelle strade per gli uomini e le donne della Siria? Chi sta urlando per i bambini? Nessuno.

L’ONU sta tenendo riunioni del suo Consiglio di sicurezza e si asciugano le lacrime quando vedono l’immagine di un padre che abbraccia il corpo della sua piccola figlia. C’è una parola per questo: ipocrisia. Io sono un’araba, una musulmana, una cittadina dello Stato di Israele, ma sono anche una cittadina del mondo e mi vergogno.

Mi vergogno come essere umano che ha scelto dei leader che sono incapaci di sostenere le loro condanne ed essere decisi nelle loro azioni. Io mi vergogno che il mondo arabo sia preso in ostaggio da terroristi e assassini e che noi non facciamo niente. Io mi vergogno che la pacifica maggioranza dell’umanità sia irrilevante ancora una volta. Dobbiamo ricordare? Armenia, Bosnia, Darfur, Rwanda, la seconda guerra mondiale? No, non dobbiamo.

Albert Einstein disse: “Il mondo non sarà distrutto da quelli che fanno il male ma da chi guarda senza far niente”».

Cosa fare contro l’odio online

In questo post voglio parlare di giornalismo e in particolare dell’odio e dei commenti razzisti che albergano nel web. Immaginiamo di essere nel centro della nostra città, nella piazza più bella. Nel mio caso in piazza del Duomo. All’improvviso ci arrabbiamo dopo aver letto una notizia su un giornale gratuito (quelli a pagamento non li acquista più nessuno) e decidiamo di urlare il nostro dissenso ai vicini presenti che nel frattempo si stanno facendo i cavoli loro: c’è chi fa il selfie con gli amici, chi bacia la fidanzata e chi litiga con l’ambulante di turno sul “braccialetto in regalo”.

Cosa succede? (altro…)

Blog, che medium sto usando?

Prima o poi doveva avvenire. È ormai un annetto buono che aggiorno regolarmente il mio spazio di scrittura definito blog (altri potrebbero chiamarlo bleahg con una chiara sfumatura negativa). Come sapranno alcuni miei lettori, in questo periodo sono in piena crisi a causa dalla redazione della tesi universitaria.

Dunque sto approfondendo molto il macro-argomento del giornalismo. E’ accaduto però che durante le mie letture mi sia imbattuto in un capitolo molto interessante dedicato ai blog. Il mio testo di riferimento è questo manuale di giornalismo digitale.

dribbble-apple-flat-devices-episode2-psd-by-pierre-borodinIl manuale è (altro…)

Primo giorno BookCity. Eventi dedicati all’editoria

La prima giornata di BookCity è stata abbastanza interessante. Ho deciso di sfruttare i tre giorni del Festival scegliendo eventi strettamente legati all’editoria, dato che è ciò che più mi interessa in questo specifico momento.

img_6575Il primo evento a cui ho partecipato si è svolto presso la sede di via Nirone dell’Università Cattolica di Milano, la mia università. L’incontro organizzato dal Laboratorio di Editoria diretto dal professor Roberto Cicala (è stato un mio docente) era incentrato sulle nuove frontiere del libro, dentro e fuori la carta. Gli ospiti presenti erano Flavia Gentili di Emons (un’azienda che fa audiolibri), Marco Ferrario di Bookrepublic e Amedeo Perna creatore della App Let.life.

Gli ospiti, dopo essersi presentati, si sono soffermati sulle loro professioni e sui fenomeni che oggi stanno capovolgendo il mercato editoriale sia cartaceo che digitale.

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