I consigli di Luciano Bianciardi per diventare un buon intellettuale 

rodin-pensatore-640x250Esiste un’ampia gamma di manualistica e di proposte didattiche per imparare a scrivere. Alcuni di questi corsi sono tutt’altro che economici e i loro risultati spesso non ripagano il tempo e il denaro spesi.

Poi, mi chiedo, è possibile trapiantare un talento? Qua si aprirebbe una lunga diatriba: la scrittura è un dono o un’abilità da sviluppare? Per ora non voglio dibattere su quest’argomento.

Secondo Luciano Bianciardi però è possibile apprendere utili trucchetti per diventare, almeno in apparenza, un famoso e apprezzato intellettuale.

E’ chiaro che sta al lettore selezionare la giusta chiave di lettura. La mia è quella che chiama in causa la provocazione intellettuale. La struttura di guida è solo un pretesto per rendere interessante e curiosa una sorta di critica alla élite culturale del tempo.

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Particolarmente ispirata è l’ultima parte in cui Bianciardi fa un ampio utilizzo delle metafore calcistiche per ribadire un fondamentale concetto: conta la strategia e non la bravura.

In questo sapido volumetto è dunque concentrato tutto il Bianciardi pensiero che, sappiamo benissimo noi tutti, non si risparmiò mai dal denunciare i molti difetti della società italiana del 1967. La lettura di questo libro può essere considerata anche un viaggio nel tempo: vengono citati Togliatti e Fanfani – c’è ancora qualcuno tra i millennials che li ricordi?

Non sono un grande esperto del letterato, non ci ho fatto una tesi di laurea, ma ho letto La vita agra e mi è piaciuto tantissimo. Ammiro molto Bianciardi soprattutto per la sua verve polemica senza filtri: una lucidità e uno stile per nulla prostrato ai potenti di turno. Per decenni è stato dimenticato e fortunatamente in questi ultimi anni sta avendo la giusta ricompensa per il suo lavoro culturale.

 

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Cassola tra politica e realtà

carlo_cassola-211x300L’uomo che vedete in fotografia, con una splendente camicia bianca, non è un nuovo ministro del governo Renzi. Se Cassola lo avesse incontrato probabilmente non gli sarebbe dispiaciuto conoscere la grande speranza della res pubblica per capire quanto la politica italiana sia mutata così lentamente e sprofondata così velocemente. Ora non accusatemi di fare propaganda, per piacere.

Da quello che ho letto su Cassola, intuisco che in passato debba esser stato uno scrittore molto tollerante. Fu amico nei ’30 dei figli di Mussolini ma poi decise di arruolarsi nella Resistenza.

A suo modo Cassola è stato un anticonformista: convinto delle proprie idee, si è persino permesso di criticare l’opposizione armata che negli anni ’60 gli causò numerosi grattacapi.

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Claudia Cardinale e Carlo Cassola

Apprezzati furono i suoi primi racconti, come non ricordare la struggente ambientazione de Il taglio del bosco (Mondadori). Molte critiche invece fioccarono in occasione della pubblicazione de La ragazza di Bube avvenuta da parte di Einaudi nel 1960 e il romanzo vinse nello stesso anno il Premio Strega (nella foto lo scrittore è affiancato da una bellissima Claudia Cardinale – che invidia).

Parlo di questo libro perché è l’ultimo che ho letto. Anche l’unico per dire la verità. Per ora. Sono sicuro che tra le mie mani finirà qualche altra sua intrigante opera.

Parlando de La ragazza di Bube, decreto subito la mia impressione di lettura: mi è piaciuto a metà. La nota più positiva è sicuramente rappresentata dal linguaggio e dallo stile. Per amor del cielo, se dovete acquisire un canone di scrittura, vi prego, incominciate dalla produzione letteraria di quest’uomo. E la nota più negativa? La trama. Non la sopportavo; era davvero troppo semplice. Per non parlare dell’amore eterno di Mara nei confronti di quel (inconsapevole) delinquente di Bube. Una storia troppo piatta, e infatti piace a mia madre. Non c’è nessun colpo di scena, nel senso che le cose vanno come devono andare.

Con questo pippone critico non voglio dire che il libro non si presti a letture più profonde. C’è il tema della Resistenza. Argomento molto strumentalizzato politicamente, anche nel nostro presente. Questo è ed era un tasto dolente. La pubblicazione del libro ottenne molto successo di pubblico ma le critiche degli intellettuali di sinistra furono spietate. Due in particolare:

copertina ragazza bubeItalo Calvino disse: «I romanzi di Cassola sono sbiaditi come l’acqua della rigovernatura dei piatti, in cui nuota l’unto dei sentimenti ricuci nati». Pesante?

Togliatti non fu meno duro, definì lo scrittore romano come “un diffamatore della resistenza”.

Devo dirvi la verità, queste cattiverie mi hanno reso Cassola ancora più simpatico.

Le critiche al romanzo di Cassola derivano dalla convinzione che tutti i partigiani furono degli eroi senza macchia e con un solido codice morale. Sappiamo che storicamente non fu così. Basta leggere Fenoglio per capirlo. Cassola si era solo permesso di far notare alcuni aspetti della resistenza che la retorica politica aveva cacciato sotto il tappeto.

Giovanni Verga | La vita

Le principali tappe della carriera letteraria del celebre scrittore siciliano

 Come abbiamo fatto per altri autori della storia della letteratura italiana, in questo post mi concentro sulla vita di un altro noto  scrittore italiano. Tutti noi conosciamo Giovanni Verga, un intellettuale con il pallino del verismo (più avanti spiegherò cosa sia). I suoi libri più famosi sono certamente I Malavoglia Mastro don-Gesualdo. 

Verga compì un percorso alquanto emblematico per affermare la propria figura d’intellettuale. Dalla Sicilia infatti decise di trasferirsi a Firenze e poi a Milano. Perché? Le due città erano i centri della mondanità e delle élite culturali.

Lo scrittore può essere definito un vero e proprio figlio del Risorgimento (il nonno paterno era stato il capo della Carboneria). Verga frequentò la scuola di Antonino Abate, un fervente patriota e grazie al suo influsso si devono i primi tre romanzi a sfondo patriottico in cui sono presenti forti ideali patriottici. Anche lui, come numerosi altri intellettuali, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza ma non conseguì mai la laurea. Con alcuni studiosi fondò un settimanale politico legato all’ideologia garibaldina che s’intitolava Roma degli italiani.

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In seguito Verga decise di trasferirsi, come abbiamo già detto, a Firenze: la città era diventata capitale d’Italia nel 1865 e all’interno di essa c’era un gran fermento culturale. Diciamo che il poeta decise di lasciare Catania anche per causa di una violenta epidemia di colera che aveva colpito la Sicilia.

A Firenze, il giovane scrittore incontra il professore e intellettuale Francesco Dall’Ongaro che lo introdusse nei salotti buoni fiorentini. In questi anni pubblica il romanzo epistolare Storia di una capinera. Frequentando gli ambienti alti della società, Verga viene a conoscenza dell’eleganza, delle frivolezze, degli svaghi e dei drammi della mondanità.

Incomincia così la sua seconda stagione narrativa a cominciare da Una peccatrice. Nella città di Firenze Verga incontrò poi il conterraneo Luigi Capuana e con lui ci fu un forte legame affettivo e intellettuale.

Dopo Firenze, lo scrittore si trasferisce a Milano che era la capitale letteraria della penisola dove l’industria editoriale era ormai decollata. Nella città meneghina Verga entra in contatto con le avanguardie culturali, in particolare con il gruppo degli “scapigliati”.

Grazie alla sua fama di scrittore, entrò nei salotti milanesi più prestigiosi e quindi frequentò l’ambiente culturale più alto di Milano che come base aveva il caffè Cova, noto ritrovo di scrittori e artisti.

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Il suo status di scrittore di storie galanti tormentate venne scalfito dalla pubblicazione di Nedda, un bozzetto siciliano (un breve racconto che mette in risalto le scene di vita quotidiana) incentrato sulla triste realtà di sfruttamento e di povertà delle campagne della sua terra.

Poco dopo si mise a scrivere un altro bozzetto intitolato Padron’ Ntoni che rappresenta il primo nucleo dei futuri Malavoglia.

Nel 1878 con la novella di Rosso Malpelo, si entra definitivamente nella terza stagione della narrativa verghiana, ovvero quella verista. In questi anni vengono pubblicati Vita dei campi, I Malavoglia, le Novelle rusticane Per le vie. 

Verga però fu amareggiato per il poco gradimento ottenuto dai Malavoglia, questo lo si può spiegare dato che era un’opera a forte carattere sperimentale.

Tornato a Catania nel 1880, diede inizio a una relazione con Giselda Fojanesi. Lo scrittore ebbe una fama di grande seduttore anche perché egli si era sempre detto contrario a qualsiasi vincolo matrimoniale.

Nel 1885 Verga presentò al teatro Manzoni di Milano un dramma intitolato In portineria ma la rappresentazione non piacque. Questo fatto determinò i primi insuccessi e le prime difficoltà per lo scrittore di origini siciliane. Nel 1888 vide la luce Mastro Don-Gesualdo secondo pannello dei Ciclo dei Vinti.

Con il successo della Cavalleria Rusticana Verga ricevette una cospicua somma di denaro che gli garantì una solida situazione economica. Ritornò allora in Sicilia dove visse fino alla morte 1922, dopo essere stato nominato senatore del Regno.

Per avere più informazioni sulla biografia di Giuseppe Verga vi consiglio di ascoltare questo podcast creato dalla trasmissione radiofonica Wikiradio di Radio3.

Il mondo yiddish di Israel J. Singer

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Non ho mai letto nulla del fratello maggiore del premio Nobel Isaac Singer. L’opportunità si è presentata con la pubblicazione di due racconti di Israel Joshua Singer da parte de Il Sole 24 Ore. I due racconti presenti nel libretto di 80 pagine sono Perle e Uno straniero.

Descrivo in qualche modo il mio giudizio personale; mi ha sorpreso – soprattutto nel primo racconto – come lo scrittore descriva la vita di un mercante ebreo di gioielli. Il suo è un ritratto spietato, senza scrupoli e con eleganza ci aiuta a capire gli usi e i costumi correnti di una certa borghesia polacca. 10438047563_1ee2ebe7ed_z

C’è una vena di ironia, diciamo che a tratti sembra di leggere la storia di Mastro Don Gesualdo; Come il protagonista verghiano, il vecchio Spielrein è ossessionato dalla sua “roba” e non cura molto la propria condizione di cattiva salute. Il racconto è perciò un viaggio nella quotidianità e nelle aspettative di un anziano commerciante di pietre preziose con tutti i difetti e i pregi che questa attività comporta.

Uno straniero è il racconto che mi è piaciuto di più perché è una sorta di premonizione riguardo a quello che avverrà alla comunità ebraica della Polonia durante la seconda Guerra Mondiale. Due cavalli scompaiono dalla stalla di un mugnaio ebreo. Tutti sospettano che sia stato il galeotto che abita ai margini del paesello. Non avendo prove ma solo sospetti i contadini decidono di farsi giustizia da soli. Il mugnaio però è contrario all’uso della violenza. Questo comporterà l’odio dei suoi compagni che se la prenderanno con la parte lesa solo per una questione di identità religiosa.

Israel Singer ha uno stile veloce e schietto; si concentra soprattutto sul profilo psicologico dei suoi personaggi guidando il lettore attraverso le abitudini e le nevrosi di protagonisti legati tra loro dalla tradizione yiddish.

L’autore dopo aver vissuto in Polonia e in Unione Sovietica decide nel 1934 di trasferirsi negli Stati Uniti dove lavorerà per la testata The Forward.

Cosa ricordo di U. Eco.


Non sono mai impazzito per U. Eco. Non l’ho mai glorificato e quando ho letto il suo ultimo libro “Numero zero” sono rimasto insoddisfatto dalla lettura che avevo intrapreso con la convinzione che tutto sommato avrei potuto imparare qualcosa di interessante da un tale intellettuale.


Devo confessare un segreto: alcune riflessioni dello studioso si sono radicate nella mia coscienza letteraria. Una di queste ad esempio mi ha colpito esattamente il 4 dicembre 2013. Presso la Feltrinelli di p.zza Piemonte a Milano si stava svolgendo la presentazione del volume cinematografico scritto da Paolo Mereghetti. Conduceva Piera Detassis e come ospite c’era lui: il cinefilo Eco.

A quel tempo frequentavo due corsi di cinema e m’interessavano molto i dibattiti di quel genere: un periodo davvero intenso di fruizione cinematografica.

Mi accorsi di quanto il mio approccio col mondo del cinema fosse infantile quando Eco disse – vado a memoria: «Ormai guardo i film solo in tv. Non vado più al cinema da quando non è più possibile entrare in sala dopo l’inizio della proiezione. Mi piace vedere i film già iniziati e immergermi nello svolgimento della trama. È un po’ la metafora della vita, no?».

Scettico, accettai la provocazione ma personalmente era inammissibile non guardare un film dall’inizio. Nelle settimane successive m’interrogai su questa mia puerile abitudine e cominciai a guardarmi sul LCD di casa frammenti di film.

Questa tecnica mi arricchì molto e compresi che non era necessario sorbirsi tutto il minutaggio per godere dell’esperienza visiva.

 Finalmente avevo compreso la metafora: un film come la vita è fatta di dettagli trascurabili ma indispensabili se si ricerca una visione d’insieme.

Le lezioni dei grandi maestri in fondo non si comprendono mai immediatamente.

Le notti di Roma sono da incubo

Recensione del libro La notte di Roma di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, pubblicato da Einaudi

Una Roma che si prepara al Giubileo del 2015 fa gola alle cosche criminali locali che vogliono sfruttare il grandioso evento per accrescere l’influenza criminale nella capitale. Vicende attuali che però ruotano intorno al mondo intravisto nel precedente romanzo Suburra (Einaudi).

Il Samurai era davvero lungimirante: sapeva quando e come colpire, e se decideva di farlo per la vittima designata non c’era scampo. Ma usava del suo potere con parsimonia, fedele all’insegnamento del Machiavelli: praticare la crudeltà in modo massiccio, ma in una sola, e conclusiva, volta


Da poche settimane si trova nelle librerie italiane l’ultima fatica letteraria di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini intitolata La notte di Roma(Einaudi). Il romanzo è ambientato in una Roma -come riporta il titolo- afflitta da lotte intestine tra la criminalità e il potere religioso/statale.
Concentriamoci sul potere. Che cosa significa avere potere a Roma? Diverse cose, dipende dalla visuale che si adotta. Essenzialmente sono due gli ambienti in cui si esercita l’autorità e sono le istituzioni statali e la Chiesa.

I due autori hanno sapientemente creato un personaggio Sebastiano Laurenti – mentre leggevo immaginavo che avesse gli stessi tratti della famosa spalla di Paolo Bonolis – che incarna una specie di ponte tra crimine e legalità.

I fatti del romanzo ripercorrono la cronaca degli ultimi mesi che ha portato sulle prime pagine dei quotidiani nazionali le fotografie di Buzzi e Carminati. Gli autori per dare un po’ di pepe alla narrazione inseriscono però alcuni episodi splatter. Quel tocco di fiction che riporta tutto nei ranghi della letteratura; non sia mai che qualcuno si offenda riconoscendosi in qualche personaggio.

Il libro non costa poco, 19 euro e 50 – e non lo ritengo un gran investimento. Eviterei di consigliarlo anche perché dopo il grande successo del film Suburra non credo di fare un torto agli autori.


“Senza il male, niente bene. Senza il bene, niente male. Alla fine, ogni cosa si riduce a questo. Le grandi domande dei Padri che inesorabilmente si ripropongono, immutate da millenni”.