La notte di Roma turba i miei pensieri.

“Il Samurai era davvero lungimirante: sapeva quando e come colpire, e se decideva di farlo per la vittima designata non c’era scampo. Ma usava del suo potere con parsimonia, fedele all’insegnamento del Machiavelli: praticare la crudeltà in modo massiccio, ma in una sola, e conclusiva, volta”.


Da poche settimane si trova nelle librerie italiane l’ultima fatica letteraria di De Cataldo e Bonini intitolata “La notte di Roma” (Einaudi). Il romanzo è ambientato in una Roma -come riporta il titolo- afflitta da lotte intestine tra la criminalità e il potere.
Concentriamoci sul potere. Che cosa significa avere potere a Roma? Diverse cose, dipende dalla visuale e dal punto d’appoggio che si utilizza. Essenzialmente sono due gli ambienti in cui si esercita l’autorità e sono la politica e la Chiesa.

I due autori hanno sapientemente creato un personaggio Sebastiano Laurenti – mentre leggevo immaginavo che avesse gli stessi tratti della famosa spalla di Paolo Bonolis- che incarna una specie di collante tra crimine e legalità.

I fatti del romanzo ripercorrono la cronaca degli ultimi mesi che ha portato sulle prime pagine dei quotidiani nazionali le fotografie di Buzzi e Carminati. Gli autori però per dare un po’ di pepe alla narrazione inseriscono alcuni episodi splatter, non si sa mai che qualcuno si offenda riconoscendosi in qualche personaggio di (apparente) finzione.
Il libro non costa poco – 19 euro e 50 – e non lo ritengo un gran investimento. Eviterei di consigliarlo anche perché dopo il grande successo del film Suburra non credo di fare un torto agli autori.


“Senza il male, niente bene. Senza il bene, niente male. Alla fine, ogni cosa si riduce a questo. Le grandi domande dei Padri che inesorabilmente si ripropongono, immutate da millenni”.

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Ray Bardbury: viaggi su Marte senza la patente.

La scienza è corsa troppo avanti agli uomini, e troppo presto, e gli uomini si sono smarriti nel deserto meccanizzato come bambini che si passino di mano in mano congegni preziosi, che si balocchino con elicotteri e astronavi a razzo; dando valore alle macchine anziché al modo di servirsi delle macchine.

Quando ho letto queste frasi nel librettino Cadrà dolce la pioggia e altri racconti (Sole 24ore) mi sono chiesto come mai Bradbury le abbia fatte pronunciare ad un padre di famiglia che nel racconto grazie ad un razzo di scorta riesce a portare in salvo i figli su Marte poiché sulla Terra era scoppiata una guerra nucleare.

Nei racconti dello scrittore statunitense la tecnologia ha un ruolo primario nella trama delle storie eppure il portentoso progresso tecnologico viene aspramente criticato dai personaggi.

Mi direte che è del tutto normale: la scienza infondo ha causato una guerra e dunque bisogna tenere ben aperti gli occhi e stare in allerta per non subire una qualche forma di violenza che nell’immaginario più cupo è rappresentata dal conflitto atomico.

La mia intuizione è stata confermata da un articolo pubblicato dal “Corriere della Sera” nel lontano (ormai) 2012 dopo la morte di Bradbury a 91 anni:

Eppure non prese mai la patente perché giudicava le automobili come una pestilenza che aveva mietuto più vittime di una guerra mondiale. E in un mondo invaso dai gadget, dalle vette del suo prestigio li frustava: «Abbiamo troppi telefonini. Troppo Internet. Dobbiamo liberarci di quelle macchine. Abbiamo troppe macchine, ormai». Impedì di commercializzare le versioni per e-reader dei suoi libri.

Queste indiscrezioni sulla sua vita privata mi hanno traumatizzato. Io che pensavo che egli fosse per il progresso, per i viaggi nello spazio, per le potenzialità del progresso robotico! Invece vengo a conoscenza che in realtà lo scrittore odiava la tecnologia e soprattutto non guidava.

Sono entrato in un vortice di confusione.

Sono sorprese che indubbiamente cambiano le sfumature dei suoi libri ma non del suo fortissimo impatto sull’immaginario di moltissime generazioni di lettori che lo venerano come un Idolo della contemporaneità.

Ray Douglas Bradbury è stato uno scrittore statunitense (1920 – 2012). Diventò celebre per i suoi libri di fantascienza tra i quali ricordiamo Cronache marziane del 1950 (tradotto in italiano nel 1968) e Fahrenheit 451 del 1953 (tradotto nel 1972) .

Uno, nessuno e centomila impostori. La sindrome.

Alessandro Piperno  
L’11 settembre sul “Corriere della Sera” ho letto un articolo-racconto (li sa fare solo lui) di Alessandro Piperno sulla sindrome dell’impostore. In cosa consiste questa malattia? L’attribuirci delle qualità o un ruolo che gli altri ci danno. Un esempio pratico: quando qualcuno mi chiama giornalista dentro di me nasce un malessere. Penso “lo sono di fatto ma ho ancora molte cose da imparare, insomma non lo sono al 100%”. Personalmente non lo ritengo affatto un problema di autostima. Come scrive Piperno (citando Sartre) tutti noi recitiamo in pubblico: Piperno blog

Lo scrittore sostiene che poche persone siano affette da tale malattia. Nella maggioranza dei casi si è lieti di fingere ciò che non si è. Per non parlare di alcuni esaltati che ti sbattono in faccia i loro titoli accademici: “Sono un Avvocato!”, “Sono un Dottore!” seguito da un “come si permette”.

Insomma il complesso dell’impostore può essere d’aiuto:Piperno 2La sindrome è una forma di onestà intellettuale; sappiamo di non essere perfetti e questo tende a tenerci con i piedi incollati al terreno. Gli impostori li si può ammirare in cielo mentre volteggiano e seguono qualche corrente d’aria in tutta la loro rotondità.

Come scritto nell’articolo, la letteratura è piena di impostori, il più grande di tutti è forse Ulisse che si traveste da mendicante per cogliere di sorpresa i Proci e ucciderli per riavere Penelope. Oppure quando l’eroe greco dà false generalità a Polifemo che accecato lo invocherà a gran voce: “Nessunooooo!”. Altri celebri impostori letterari sono Cyrano, Gatsby, il Conte di Monte Cristo e chi più ne ha più ne metta.

Voi ne ricordate qualcuno in particolare? Fatemelo sapere nei commenti.

“Caro Sign. M”. Dialogo tra lettore e scrittore

Recensione di “Caro Sign. M” dello scrittore Herman Koch edito da Neri Pozza

Quando mi capita di acquistare un libro che non rientra tra le mie aspettative, e scopro in un secondo tempo quanto sia difficile da leggere, nasce in me un fuoco sacro: l’obiettivo di finirlo, di completarlo. Essenzialmente per due motivi:

  1. Ho pagato un prezzo. Ho investito sulla cultura e mi aspetto un ritorno “immateriale”. Vale la massima secondo cui è necessario rispettare il proprio patrimonio economico per non dilapidarlo.
  2. Trovo complicato il testo? Perché? Non ho una spiegazione da cavarmi dalle tasche? Leggendolo probabilmente scoprirò le mie debolezze o quelle dell’autore.

Ecco, durante l’ultima lettura estiva, prima di rituffarmi nello studio universitario, mi sono imbattuto in un libro complicato e il secondo punto  ha contribuito a trascinarmi verso l’ultima pagina.

Il romanzo scelto su consiglio di Giuseppe Culicchia (avevo letto un suo articolo su Tutto Libri) è Caro Signor. M dello scrittore Herman Koch.

Facendo una breve sintesi di una trama dalle molte sfaccettature (sembra le Mille e una Notte) posso svelare, senza cadere nello spoiler più becero, che il protagonista è uno scrittore che riceve di continuo delle mail da un suo lettore accanito. Questa è la situazione di partenza ma inaspettati salti di narrazione mettono a dura prova il lettore. S’incomincia a capire il disegno dell’autore intorno a pagina 200.

Una volta terminato il romanzo si prende coscienza dei molti temi attuali che Koch ha messo sul tavolo: una critica al mondo dell’editoria, al culto dei best-seller, alla insensibilità delle nuove generazioni infarcendo il tutto con alcuni ragionamenti sui metodi odierni d’informazione.

Tutti questi aspetti si depositano sul fondo dei nostri occhi fino a deflagrare nel nostro cervello grazie ad un finale esplosivo e spiazzante.

Per concludere, come afferma il Guardian, adeguato a tutti i romanzi di Koch, Caro Mister M. è basato su una trama che sottrae al lettore delle informazioni chiave: è un libro, come tutti i suoi libri, con un finale e un colpo di scena magnifici. Tuttavia ci si chiede sei i lettori possano attendere pazientemente il colpo di scena finale affrontando le piccole e frequenti deviazioni lungo il difficile percorso di lettura.

Vorrei dirvi altro ma potrei rovinarvi la lettura, quindi evito.

Herman Koch (1953) è noto come autore televisivo, giornalista e romanziere. All’esordio Red ons, Maria Montanelli (1989) sono seguiti Eten met Emma (2000) e Denken aan Bruce Kennedy (2005). Con La cena (Neri Pozza 2010, BEAT 2011) e Villetta con piscina (Neri Pozza 2011, BEAT 2013) ha ottenuto uno straordinario successo internazionale.

L’uso corretto dei social media? Ecco la guida

Se ho incominciato a scrivere costantemente e con un programma preciso il suddetto blog è anche merito di questo libro che mi ha dato i giusti stimoli per guadagnare una credibilità digitale. Nel volume ho trovato – come anticipato – alcuni consigli utili per valorizzarsi sui social network. I consigli presenti sono validi per Twitter, Facebook, Linkedin, Google+, blog vari etc.. etc… Continua a leggere “L’uso corretto dei social media? Ecco la guida”

Arte e Social Media. Rapporto complicato?

Possiamo utilizzare i social network per plasmare un’opera artistica? Mi spiego meglio. Una breve poesia ha lo stesso valore se veicolata attraverso Twitter? Sì o no?

Quanto possiamo essere creativi con uno smartphone?

La risposta per me è scontata. Un bel no secco. Sono convinto che i social siano strumenti per la condivisione di un’opera d’arte e non una sala parto dello scrittore di turno. I fattori sono molteplici.

Innanzitutto la creazione artistica necessita di attesa, riflessione e – perché no – anche di una sana solitudine. Il mio scrittore ideale dovrebbe abitare sopra un monte o vivere in una soffitta metropolitana senza uscire per giorni e giorni. Sto ovviamente esagerando. Mi va bene anche una via di mezzo.

Questi strani pensieri sono stati provocati da un interessante articolo di Roberto Cotroneo letto il 31 luglio sul magazine “Sette“. Il giornalista/scrittore sostiene che non sia possibile creare contenuti artistici mediante i social.

Si è inoltre chiesto se l’utilizzo di Twitter possa essere uno dei contenitori ideali per far poesia. La sua risposta argomentata? Cotroneo ritiene che ciò non avverrà dato che i meccanismi dell’arte e delle reti sociali sono molto diversi: sintesi vs improvvisazione, insomma compatibili come il giorno e la notte. Il primo meccanismo si acquisisce col tempo e il secondo in un istante.

Infondo sono anch’io d’accordo con lui. Per me è la differenza sostanziale tra un prodotto editoriale usa e getta e un contenuto di qualità si evince soprattutto dal contesto e dal tempo che concorrono a crearli.

E voi lettori? Credete che la poesia si possa sposare coi social?