Jurassic Park di Michael Crichton. Una riflessione sul catastrofismo della scienza

Recensione del bestseller mondiale “Jurassic Park”, scritto da Michael Crichton e pubblicato da Garzanti

Annunci

jurassic park michael Chricton

L’eugenetica mi ha sempre spaventato, ricordandomi un po’ gli ideali nazisti di perfezione fisica –  per semplificare: tutti alti e biondi con occhi azzurri. La stessa angoscia mi è venuta rispolverando le pagine di un bestseller mondiale intitolato Jurassic Park di Michael Crichton (Garzanti). L’autore americano, come anche i sassi sanno, immaginò nel 1990 un grande esperimento genetico messo in piedi da un’azienda di biogenetica, la InGen, per ricreare forme preistoriche di vita: i lucertoloni spietati e così affascinanti che tutti noi conosciamo col nome di dinosauri.

John Hammond, un miliardario senza scrupoli, vuole a tutti i costi realizzare un grandioso parco di divertimento, stile Disneyland, ma con più denti e un alto tasso di istinti omicidi da tenere confinato dentro a delle gabbie elettrificate. L’imprenditore decide così di comprarsi un’isola del Costa Rica, Isla Nublar, dove installa un laboratorio per la clonazione di dinosauri, dei recinti per contenerli e un sofisticatissimo computer per gestire tutte le strutture. Jon Hammond si sente dio: ha la seria convinzione che i soldi e la scienza possano piegare tutto e tutti, compresi i dinosauri e gli uomini. Le cose però, come previsto dal matematico Ian Malcolm con la sua affascinante “Teoria del Caos“, incominciano a prendere una piega inquietante a pochi mesi dall’apertura del parco più innovativo del mondo. Ed Regis, il responsabile della comunicazione di Jurassic Park, e l’avvocato Donald Gennaro, socio di Hammond, sono al corrente dei problemi della struttura, causati – tra le altre cose – dalla fuga di alcuni pericolosi dinosauri (i terribili Velociraptor), ma non si oppongono alle volontà del folle visionario.

Tirannosauro Spielberg

Invece il paleontologo Alan Grant e la sua collaboratrice biologa Ellie Sattler (super biondona di 25 anni) raggiungono l’isola con un elicottero, allettati da una proposta economica irresistibile di Hammond. Bellissime le pagine che raccontano lo stupore dello scienziato che scorge per la prima volta un dinosauro vivo. Come per uno storico rivedere Napoleone in azione. Visoni da infarto e difficilmente assimilabili dalla mente umana. A proposito di questo, Crichton ha immaginato con maestria il comportamento degli esseri preistorici, di cui ancora oggi si sa pochissimo. Indimenticabili le pagine in cui vengono descritti nei minimi particolari – compresi quelli più scabrosi – i due T-Rex e il gruppo di Raptor.

Jurassic Park è dunque un thrillerone ben strutturato. Ogni capitolo non è mai banale e scontato. La trama è poi altamente scorrevole e senza intoppi, con uno stile virante al colloquialismo e al tono specialistico laddove richiesto. Vale dunque la pena leggere questo romanzo di sopravvivenza che molti citano ma solamente per merito di Steven Spielberg.

Insisto nel dire che Crichton non è affatto un cretino. Anzi il libro, al di là del tema dei dinosauri, è una lucida analisi sulle potenzialità della scienza, che se usate erroneamente, senza un codice morale e con superiorità, potrebbero portare all’estinzione dell’uomo. A un lettore attento e preparato non sfuggiranno i riferimenti alle teorie di George Ritzer, Jean Baudrillard e Guy Debord.

Davvero persuasive poi le parole del matematico Malcolm nel capitolo Distruggere il mondo:

Voglio dire che la vita sulla terra riesce a badare a se stessa. Nel pensiero degli esseri umani, cento anni sono un periodo lungo. Un centinaio d’anni fa non avevamo automobili, aeroplani, computer e vaccini… Era un mondo totalmente diverso. Ma per la terra, cent’anni sono niente. Questo pianeta vive e respira su una scala molto più vasta. Non possiamo immaginare i suoi ritmi lenti e potenti e non abbiamo l’umiltà di provarci. Abitiamo qui solo da un batter d’occhio. Se domani non ci fossimo più, la terra non sentirebbe la nostra mancanza.

Riflessione evocativa se pensiamo all’infinito dibattito sul cambiamento del clima che è stato disconosciuto più volte dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La maggioranza delle religioni afferma infatti di rispettare la terra, perché dalla prepotenza umana – ricordiamo l’episodio della Torre di Babele – potrebbe generarsi l’apocalisse.

Sempre citando il nostro affezionato matematico:

Siamo chiari. Il pianeta non è in pericolo. Noi siamo in pericolo. Non abbiamo il potere di distruggere il pianeta: o di salvarlo. Ma abbiamo il potere di salvare noi stessi.

Perché ho deciso di leggere questo volumone di quasi 500 pagine? Senza dubbio per riscoprire il mio immaginario infantile legato ai dinosauri: un’età di cui ho molta nostalgia. Poi ci sarebbe un secondo motivo, legato però a un criterio di priorità di letture. Su Goodreads Jurassic Park è uno dei romanzi più votati. Ho dunque abbandonato momentaneamente la lista Dorfles per verificare sul campo la popolarità del libro.

 

 

È tutta un’altra musica sulla carta. Around The Clock di Franco Fabbri

Recensione del libro Around the Clock di Franco Fabbri, pubblicato da Utet

Around the clock fabbri copertina

Con la musica ho sempre avuto un rapporto strano, aptico ed emotivo direi. Non ho mai voluto approfondire a livello teorico la storia dei generi musicali per evitare di impantanarmi nelle paludi degli intellettualismi e delle polemiche riguardo all’arte del suono. Sono tutt’ora convinto che il linguaggio delle canzoni sia universale, dunque alla portata di tutti (colti e non esperti). Di conseguenza ho letto pochi manuali di musicologia, tranne quelli universitari: ahimè erano obbligatori. I testi studiati in precedenza non li consiglio a nessuno perché troppo complicati e ampollosi. Tranne uno, che invece ho trovato fresco, scorrevole e soddisfacente nel suo tentativo di raccontare l’evoluzione dell’industria musicale globale dalla metà dell’800 fino ai giorni nostri. Sto parlando di Around The Clock, una breve storia della popular music (Utet) di Franco Fabbri.

Nei suoi 33 capitoli, l’autore mette sotto la lente d’ingrandimento i più noti generi e influenze musicali degli ultimi 3 secoli: si parte dal monopolio discografico degli USA con gli artisti di Tin Pan Alley e poi si continua con l’esplosione della canzone melodica italiana negli anni ‘50 grazie al Festival di San Remo. Una visitina al Festival di Woodstock per approdare infine alle grande sfide della tecnologia dopo la nascita del formato MP3.

Secondo me, il libro è stra-utile per mettere un ordine cronologico ai numerosissimi brani che hanno formato la nostra coscienza musicale, consapevolmente o inconsapevolmente. È bello allora apprendere da Fabbri che la musica non conosce confini e non sottosta alle imposizioni più stringenti come quelle dei dittatori più violenti e sanguinari. Il canto è un sinonimo di libertà, prima ancora di essere considerato un elemento culturale che costituisce nel bene o nel male l’identità di un popolo. Se dunque si è interessati a comprendere le dinamiche della discografia odierna e a chiarire i perché di alcune scelte della radiofonia sulla popular music, che ha rappresentato negli anni d’oro una spinta ineguagliabile al progresso musicale – mentre ora sembra preferire uno standard a causa della forte concorrenza – allora il testo qui citato fornirà un’utilissima cartina da tornasole dell’ambito musicale.

Ho scritto questo post ascoltando Talking Heads (1977) dei Talking Heads

“Il viaggio nel passato” di Stefan Zweig

Recensione del racconto “il viaggio nel passato” di Stefan Zweig, edito da Ibis

La copertina del libro dice già tutto: una coppia che si saluta prima che uno dei due salga sul treno e si diriga lontano dall’amante. Sembra di vedere le tipiche cartoline d’epoca, in bianco e nero, che sicuramente chiunque di noi conserva ancora in quei comò gravidi di ricordi famigliari. Viaggio nel passato (Ibis), scritto nel 1929, è sicuramente un lungo racconto sulla conquista e perdita dell’amore. Lo scrittore Stefan Zweig però non narra una banale vicenda sentimentale ma una passione che non riesce a trovare la sublimazione carnale, perdendosi in una promessa di unione e felicità che poi verrà dissipata dal tempo.

copertina il viaggio nel passato di Stafan ZweigE di quel passato, di quel fuoco della sua giovinezza in cui le notti e i giorni si erano consumati nei tormenti, non c’era più altro che una debole luce, una quieta, buona luce di amicizia che non pretendeva niente e non costituiva pericolo

La trama del racconto

Siamo a Francoforte, in un’industria chimica dove Ludwig, un ventenne di umili origini diplomato in chimica, svolge dell’attività di laboratorio. L’azienda appartiene al consigliere G. che è un ricco imprenditore, sposato con una donna splendida. Ludwig lavora molte ore al giorno e non si ferma mai: cerca di riscattarsi economicamente e di puntare a un ceto più alto. Ludwig è però un ragazzo coscienzioso e rispettabile, per nulla arrogante, qualità che piacciono al Consigliere G. cosicché il giovane chimico diventa presto il braccio destro dell’imprenditore.

Ludwig si trasferisce nella reggia del consigliere e lì conosce la moglie, per la quale Ludwig perde subito la testa. I giorni trascorrono e tra il protagonista e la donna si accende una passione amorosa che culminerà in un ardente bacio. All’improvviso Ludwig è costretto a volare in Messico per questioni lavorative. Egli allora strappa una promessa alla donna: al suo ritorno si dichiareranno al mondo intero, o almeno questo è quello che lui vorrebbe da lei. Nel frattempo scoppia la prima guerra mondiale, Ludwig non riesce a tornare in Germania e negli anni di esilio in Sud America decide di sposarsi, mettendo al mondo dei figli.

Finito il conflitto mondiale, il protagonista torna dalla sua antica amata, ma si rende conto che l’amore per lei ha preso una piega insolita. Il desiderio ormai non può essere soddisfatto perché l’età e i cambiamenti storici hanno stravolto il contesto in cui tanti anni prima era sbocciato.

foto dello scrittore Stefan Zweig
Stefan Zweig – scrittore

Non appartiene alla natura umana vivere soltanto di ricordi e così, come le piante e ogni altro prodotto della terra traggono nutrimento dalla terra stessa e dalla luce che proviene dal cielo che filtra continuamente affinché i colori non impallidiscano e la corolla non perda i petali, anche i sogni, apparentemente così poco terreni, hanno bisogno di alimentarsi, di un po’ di sensualità, di tenerezza e di immagini che li aiutino a mantenersi desti, altrimenti il sangue coagula e la loro luminosità impallidisce

Vortice e oblio temporale

Il volumetto ha una struttura narrativa molto interessante: le prime pagine sono dedicate alla riunione dei due amanti alla stazione di Francoforte. Da lettore, mi sono sentito disorientato. L’orientamento ritorna quando si sfoglia la digressione sul passato di Ludwig e sull’incontro, avvenuto tra i due prima della partenza per il Messico. Viaggio nel passato è basato sul tema dell’amore possibile; un termine che userei per tutte quelle scintille d’amore che promettevano grandi cose ma che si sono perse nella voragine del tempo. Quante volte si fantastica su una persona, sperando in una ventata di speranza e vitalità in grado di dare una scossa alle nostre aspettative sentimentali. Alcuni chiamano questo fenomeno “pensiero magico”, io lo definirei illusione.

Ludwig ha per anni pensato a una donna fantasma, idealizzandola, che poi ha perso nonostante il ricongiungimento tardivo. Il fatto è che l’avanzata dell’età ci trasforma e deforma i nostri ricordi. La persona che abbiamo amato in passato tende a scomparire, estinguendosi dalla realtà. Una metamorfosi con cui tutti, prima o poi, facciamo i conti.

“Il taglio del bosco” di Carlo Cassola

Recensione del racconto “Il taglio del bosco” di Carlo Cassola, pubblicato da Einaudi

Ci sono tormenti che non cessano nemmeno con lo scorrere del tempo. Lo sa bene il boscaiolo Guglielmo, protagonista de Il taglio del bosco (Einaudi, la mia copia) di Carlo Cassola, scrittore noto ai più per il libro La ragazza di Bube. Il racconto lungo, pubblicato nel 1950 sulla rivista Paragone-Letteratura, si concentra sui 5 mesi di lavoro di un taglialegna toscano che ottiene un appalto per tagliare un bosco nei pressi di Massa Marittima. Non c’è una trama specifica: Cassola immerge il lettore nella piccola comunità di cinque boscaioli toscani che per mesi vivono insieme dentro a un capanno e che passano tutto il giorno, quando il meteo lo permette, a spaccare legna all’aperto.

copertina il Taglio del boscoGuglielmo, protagonista 38enne del racconto Il taglio del bosco, è un uomo spezzato e annichilito dalla morte prematura della moglie. L’uomo ha due figlie, Irma e Adriana, che sono accudite da Caterina, sorella di Guglielmo. Sin dalle prime pagine, leggiamo che il nostro boscaiolo pensa solamente ai conti di casa e non sembra incline a mostrare affetto nei confronti delle figlie. Per lui i sentimenti non sono importanti. Ciò che è importante sono i soldi che fortunatamente entrano nella casa di Guglielmo grazie alla sua abnegazione lavorativa.

Personaggi tormentati dalla vita

Perché Guglielmo ha un atteggiamento distaccato verso il mondo e la famiglia? Non bisogna giudicare troppo frettolosamente. La causa della condotta del boscaiolo viene rivelata poco a poco attraverso dei flash back che ci riportano alla tragica vicenda della moglie, morta per un male incurabile ai reni. Chiaramente Guglielmo soffre, è tormentato dal rimorso e dai fantasmi di un passato che non lo abbandonano mai, nemmeno quando intraprende un appalto del taglio di un bosco che lo terrà lontano da casa per circa 6 mesi. Guglielmo non è però il solo personaggio con un passato complesso e problematico. Nella compagine di boscaioli partiti per l’abbattimento degli alberi troviamo Fiore, Amedeo, Francesco e Germano. Amedeo è il cugino di Guglielmo, Fiore un maturo e scontroso boscaiolo, Francesco un cuoco ed ex-commerciante e infine Germano un taglialegna ventenne. Cassola delinea in modo davvero interessante e realistico la psicologia di questa comunità di lavoratori: è davvero sorprendente la maestria dello scrittore nel non cadere in facili stereotipi come quelli del boscaiolo che spacca legna e mette in mostra la propria virilità. Non dobbiamo però trascurare un altro fondamentale personaggio: il carbonaio. Una figura drammatica che ha perso tutto nella propria esistenza e che vive solo per la sepoltura.

Il messaggio di Carlo Cassola

Il racconto presenta inoltre un gioco di metafore: la forza fisica in contrasto con la debolezza della mente. Eccezionali sono anche le descrizioni paesaggistiche dell’autore che mi hanno lasciato senza fiato. Ne propongo una che si sofferma sugli effetti della luce lunare sulla foresta toscana:

«Il pendio erboso era madido di luce. Era come se una mano invisibile lo avesse inondato di un liquido prezioso. Le ombre sghembe della capanna e delle piante che il taglio aveva rispettato risaltavano nere come l’inchiostro. Nel crinale di fronte, ciascun albero spiccava isolato, sì che sarebbe stato possibile contarli, almeno fino a un certo punto, oltre il quale impiccolivano, venendo a formare una linea continua. In basso si snodava il nastro luccicante del fiume Sellate»

carlo_cassola-211x300
Carlo Cassola – scrittore

Il lavoro per Guglielmo è una distrazione. Lo aiuta a non pensare alla propria tragedia esistenziale. Un po’ come facciamo tutti. Per esempio il sottoscritto, quando giunge qualche delusione d’amore, si applica compulsivamente alla scrittura per lenire le scottature sentimentali. Il dolore logora ma fa anche crescere. La scomparsa prematura della moglie ha infatti reso Guglielmo un lavoratore migliore: egli è destinato a diventare un imprenditore del legno, garantendo un futuro stabile alle figlie. Il prezzo della cognizione del dolore è molto alto. Il racconto poi riflette alcuni snodi importanti della vita di Carlo Cassola: il testo preso in esame fu scritto dopo la morte di sua moglie Rosa. La letteratura può dunque essere una terapia per interiorizzare e superare gli eventi drammatici delle nostre esistenze.

Se dovessi interpretare il principale messaggio de Il taglio del bosco, direi che secondo Cassola il dolore di una separazione va affrontato direttamente. Negarlo significa soffrire ancora di più.

La vita segreta di Andrew O’Hagan

Recensione del libro “La vita segreta” di Andrew O’Hagan pubblicato da Adelphi.

Terminando La vita segreta (Adelphi) di Andrew O’Hagan, mi sono reso conto di quanto stia cambiando il rapporto tra mente e corpo nelle nostre società al tempo di Internet. La trasformazione tecnologica sta mutando persino il concetto di identità umana. Attualmente si parla molto dell’intelligenza artificiale nel campo delle smart-city (città intelligenti). In un contesto cittadino siamo da sempre stati abituati ai camion verdi della spazzatura guidati dagli operatori ecologici. In un probabile futuro non sarà più così: gli automezzi si guideranno da soli e verranno collegati ai sensori dei cassonetti. La raccolta dei rifiuti sarà automatizzata e di conseguenza diverrà più efficiente. Questo è uno dei modi in cui verrà sfruttata l’intelligenza artificiale. Però sorgono delle domande: c’è un limite all’intelligenza artificiale? Le macchine acquisiranno le facoltà intellettive dell’uomo? Per ora i pareri degli esperti sono discordanti, ma pare abbastanza chiaro che il futuro ci riserverà delle sorprese. In questo ambito, la tanto vituperata letteratura di fantascienza era stata profetica (pensiamo alle opere di autori come Bradbury, Orwell, Asimov).

copertina la vita segreta di Andrew O'HaganLe tecnologie ci stanno cambiando la vita. Le macchine hanno trasformato ed estinto molte professioni tradizionali. Nel mio caso, penso al giornalismo. Oggi per fare giornalismo bastano tre cose: uno smartphone, un collegamento internet e delle idee. Rispetto al passato c’è stata una vera e propria rivoluzione. L’evoluzione dei mezzi di comunicazione ha però influenzato la nostra visione del mondo, ha intaccato l’unicità dell’identità umana. Facebook e Instagram ci permettono di avere una vita parallela, filtrata, in cui abbiamo il controllo della nostra immagine pubblica. Manipoliamo e siamo manipolati da un fenomeno collettivo: interconnessione in tempo reale tra individui diversi. Miliardi di utenti ogni giorno pubblicano contenuti originali per distinguersi dalla massa. Ma chi è la massa?

Lo scrittore Andrew O’Hagan ha scritto un volume intitolato La vita segreta – tre storie vere dell’èra digitale che è stato pubblicato nel 2017 dalla casa editrice Adelphi. O’Hagan nel suo libro racconta tre storie dedicate alle trasformazioni del mondo digitale. Il primo capitolo è dedicato all’enigmatica figura di Julian Assange, hacker e fondatore del progetto Wikileaks; il secondo capitolo – molto avvincente e appassionante – parla invece delle identità false del deep-web; mentre il terzo e ultimo capitolo si concentra sul mitico (in tutti i sensi) inventore dei Bitcoin (valuta digitale) Satoshi Nakamoto. Qual è il filo conduttore di queste tre storie? O’Hagan scrive: «È nata una storia su come un io digitale e un io reale possano essere perennemente in conflitto […] i problemi umani sono sempre gli stessi, e il sofisticato lavorio dei computer non può cambiare questo dato di fatto». Dunque lo scrittore scozzese sostiene che oggi esistano uomini che “infestino come fantasmi la macchina scintillante, e che suscitano più di un dubbio”. Palese, tra le righe, il riferimento all’espressione Ghost in the Machine creata dal filosofo Gilbert Ryle nel saggio intitolato Il concetto di mente del 1949 per riferirsi al dualismo cartesiano tra mente e corpo.

andrew-ohagan-
Andrew O’Hagan – scrittore

«In un mondo in cui ognuno può essere chiunque, e dove essere reali non conta poi molto, ho voluto risalire all’uomo e ai suoi problemi, ed è questo che guida le mie storie, la nozione che i nostri computer non sono ancora noi stessi. Nella casa degli specchi, quelli che vediamo sono solo dei riflessi», spiega O’Hagan nella prefazione a La vita segreta.

Seppur breve, il capitolo che mi è piaciuto di più è quello intitolato L’invenzione di Ronnie Pinn. «Alcuni di noi fingono di avere relazioni che non hanno, solo per il senso di libertà che ne ricavano, e alcuni per la stessa ragione ricorrono alla pornografia. La costruzione del finto Ronnie trascese la creazione di un personaggio letterario: divenne qualcosa di personale, come vivere un’altra vita, un po’ come un attore, cercando non solo di imitare l’esperienza di una persona possibile, ma anche di vedere se fossi in grado di sviluppare nei suoi confronti un senso di realtà e di empatia», questo è il breve riassunto della seconda parte del libro. O’Hagan infatti racconta di aver scovato le generalità di un suo coetaneo, Ronald Alexander Pinn (morto a 20 anni nel 1984), presso il cimitero di Camberwell. Lo scrittore ha voluto fare un esperimento: riportare in vita il giovane defunto trasportandolo nel mondo virtuale. La simulazione ha avuto un incredibile successo e ha dato alla luce un “digividuo”. Per dare legittimità a Ronnie è servito un falso certificato di nascita: «I certificati avviano un processo di legittimazione: se si dispone di un certificato di nascita si possono ottenere altri documenti, e in questo modo si consolida la ‘leggenda’ di un’identità fittizia», sottolinea l’autore. Ronnie quindi si iscrive ai socialnetwork e incomincia ad avere alcuni amici digitali come lui. Facebook è lo strumento perfetto per assecondare una vita inventata.

pexels-photo-265626.jpegSfogliando le pagine, mi sono poi imbattuto nel termine Weavrs. I Weavrs sono “dei robot per social media dotati di personalità che pubblicano post sui loro sentimenti, i loro spostamenti, le loro esperienze”. Non è inquietante? Non finisce qua. Questi Weavrs possono anche creare dei blog, estraendo dati dai social media: vere e proprie personalità creatrici del web. Inoltre ho scoperto che le identità digitali fittizie vengono create per fare spionaggio industriale, indagini di polizia, sorveglianza governativa, marketing e pubbliche relazioni. Esistono persino operazioni di False flag per danneggiare la reputazione di qualcuno diffondendo materiale falso a suo nome.

Per concludere, come scrive O’Hagan ne la sua La vita segreta: «La nostra esperienza del web deve fare i conti con la percezione di ciò che il web sta diventando nelle mani di chi ne abusa. Questa tecnologia è ormai un sistema di sorveglianza, una fabbrica di menzogne, un congegno portatile di marketing, una bacheca aziendale, una piattaforma globale per dogmatici e fanatici, oltre che un pratico strumento per potenziare la propria vita».

“Il giovane Holden” di J.D. Salinger

Recensione del romanzo “Il giovane Holden” di J.D. Salinger (Einaudi)

Tutti, o quasi, almeno una volta nella vita, hanno letto o sfogliato le pagine de Il giovane Holden (pubblicato nel 1951 da Einaudi) di J.D. Salinger. Un romanzo che, per cliché o per superficialità, è ritenuto dai moderni pedagoghi una lettura fondamentale per la crescita intellettuale di un ragazzino/adolescente. Ho percorso anch’io questo iter, non pensate male. La lettura de Il giovane Holden mi fu commissionata quando avevo su per giù 12-13 anni – la memoria non aiuta molto quando si scende nei particolari. Cosa compresi dalle vicende di Holden Caulfield? Assolutamente nulla. Ho sempre avuto il vago ricordo di un brano del libro in cui il protagonista del romanzo si scazzottava con un ragazzo e poi fuggiva via nella neve con addosso un cappotto e un cappello rosso (un ricordo letterario scombinato e mescolato con altre scene del libro).

il giovane holden copertinaHolden non è affatto uno stereotipo ma lo considero un personaggio archetipo. A parte questa considerazione, il romanzo di Salinger racconta il vagabondaggio newyorkese di Holden dopo essere fuggito dall’Istituto Pencey (Agerstown, Pennsylvania): «Mi avevano sbattuto fuori. Dopo Natale non dovevo più tornare, perché avevo fatto fiasco in quattro materie e non mi applicavo e le solite storie». La narrazione è ambientata nel dopo guerra, alcuni critici affermano verso la fine degli anni Quaranta. Per entrare nello specifico, l’evasione di Holden avviene nel periodo natalizio, pochi giorni prima del ritorno a casa per trascorrere con la sua famiglia le vacanze di Natale. Holden ha uno stretto rapporto con i suoi fratelli: D.B. scrittore affermato e sceneggiatore di Hollywood, Phoebe ragazzina arguta e Allie il fratello morto di leucemia. Colgo l’occasione per fare una piccola precisazione sulla trama del romanzo. Il valore del libro non è tanto l’intreccio ma il linguaggio utilizzato dall’io narrante. Il libro è dunque interessante non per cosa racconta ma per come la materia narrativa è esposta. In estrema sintesi, la vicenda di Holden è divisa in tre atti: 1. Fuga dalla scuola, 2. Nomadismo cittadino, 3. Dialogo con Phoebe. Tutto qua.

new york 1950
Una New York degli anni ’50 sommersa dalla neve

«Avevo sedici anni, allora, e adesso ne ho diciassette, e certe volte mi comporto come se ne avessi tredici», una frase estremamente lucida per un ragazzo che si trova in un centro psichiatrico. Holden racconta la storia del suo vagabondaggio mentre è in cura – questa modalità narrativa mi ricorda molto La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Holden è un ragazzo di un metro e ottanta molto inquieto, con i capelli grigi tagliati a spazzola. È un giovane scisso: sperimenta un’impossibile riconciliazione tra il suo istinto infantile e la pulsione della maturità. Holden fuma, beve, bestemmia, accudisce la sorellina ma allo stesso tempo fa a botte con i suoi coetanei, ha paura del sesso, maltratta il proprio corpo senza rimorsi e non dà valore al denaro: «Io me ne infischio, però certe volte mi secco quando la gente mi dice di comportarmi da ragazzo della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più vecchio di quanto sono – sul serio – ma la gente non c’è caso che se ne accorga». Il giovane newyorkese odia tutto e tutti. Non sopporta i suoi compagni di scuola (Stradlater e Ackley), gli fa schifo il cinema e sputa veleno sull’aria blasé dei frequentatori dei night.

Salinger foto
J.D. Salinger – scrittore

L’io narrante inevitabilmente manipola il punto di vista del lettore. Sfogliando le pagine, non ci si rende conto della schizofrenia di Holden. Il ragazzo è più volte allontanato dai suoi conoscenti. Anche il fatto che Holden cerchi di raggiungere i suoi amici telefonicamente nel cuore della notte evince una mentalità borderline. Holden è sicuramente un ragazzo malato: soffre di una potente depressione. La patologia è scaturita dalla morte dell’amato fratello Allie. Lo spiega lo stesso Holden, descrivendo il guantone da prenditore (in inglese catcher, vi dice qualcosa?) infarcito di poesie del fratello scomparso: «Ora è morto. Gli è venuta la leucemia ed è morto quando stavamo nel Maine, il 18 luglio del 1946 […] Aveva solo tredici anni e loro volevano farmi psicanalizzare e compagnia bella perché avevo spaccato tutte le finestre del garage. Non posso biasimarli. No, francamente. Ho dormito nel garage, la notte che lui è morto, e ho spaccato col pugno tutte quelle dannate finestre, così, tanto per farlo».

Little Shirley Beans copertina discoLa depressione di Holden si acutizza per colpa della società newyorkese. Come spiega il protagonista, New York è una città crudele che non guarda in faccia nessuno. Quello che conta a New York è quanto denaro hai e non quello che sei. Mi hanno sconvolto alcune frasi buttate a caso nei lunghi monologhi di Holden – soliloqui dedicati a vari personaggi incontrati in passato – rivolte al suicidio come “in realtà, però, avevo voglia di suicidarmi”. Holden vive sul filo del rasoio, i suoi professori lo sanno benissimo – la cosa mi ha fatto incazzare. Gli adulti che interagiscono con Holden sanno solo spendere parole di conforto ma non fanno nulla di concreto. Holden è il frutto avvelenato di una società malata che non sa più affrontare la complessità dell’esistenza umana. La vita di Holden si è frantumata come il disco Little Shirley Beans, comprato per la sorellina Phoebe: «Mi cadde di mano il disco della vecchia Phoebe. Si ruppe in cinquanta pezzi a dir poco. Era in una grossa busta e tutto quanto, ma si ruppe lo stesso. A momenti piangevo, mi sentivo in un modo terribile, ma non feci altro che tirare fuori i pezzi della busta e mettermeli nella tasca del soprabito. Non servivano più a un accidente, ma non me la sentivo di buttarli via». Non è così però. Nella vita è possibile ricomporre i pezzi e andare avanti. Ciò che non ci distrugge ci fortifica. Frase strainflazionata ma reale. I pezzi di Holden vengono raccolti dalla sorellina Phoebe, vera salvatrice e punto di riferimento del protagonista: «Allora le dissi del disco. – Senti, ti avevo comprato un disco, – le dissi. – Però l’ho rotto venendo a casa -. Tirai fuori i pezzi dalla tasca del soprabito e glieli feci vedere. – Ero sborniato, – dissi. – Dammi i pezzi, – disse lei. – Li conservo -. Me li tolse subito di mano e li mise nel cassetto del comodino. Mi lascia secco, quella ragazzina».

La vicenda de Il giovane Holden ci insegna che i momenti bui della vita possono essere rischiarati dal rapporto con le persone amate. Nelle società moderne è sempre più difficile scovare dei sentimenti autentici, perché nelle metropoli tutti usano e sono usati da tutti: i valori d’uso e di scambio prevalgono su quelli sentimentali. La visione metropolitana disgrega gli esseri umani e Holden lo ha sperimentato sulla propria pelle. Gli uomini più sensibili sono destinati a una lunga agonia se non trovano un’adeguata ancora di salvezza.

Questo libro fa parte della lista Dorfles.