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La rivoluzione gentile di Bartleby, lo scrivano

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Mi ero completamente scordato di possedere nella mia libreria Bartleby, lo scrivano del celebre scrittore newyorkese Herman Melville. Il motivo è semplice: il librettino era stato inghiottito da altri libri. Nonostante la sua occultazione, sono riuscito a trovarlo e – cosa più importante – a leggerlo. L’edizione, acquistata nel lontano 2015, era uscita nella collana dei Racconti d’autore del quotidiano economico “Il Sole 24 Ore”. Bartleby, lo scrivano è un racconto che viene citato spesso; mi ricordo di un’improbabile citazione in un libro di Beppe Severgnini: Bartleby veniva tirato in ballo perché doveva fungere da esempio alle nuove generazioni di lavoratori. Ora vi chiederete perché Severgnini abbia utilizzato il racconto di Melville. La risposta è semplice: per una famosissima frase: “Preferirei di no”.

La voce narrante del racconto è il proprietario dello studio legale in cui Bartleby lavora. Il padrone è un avvocato sulla sessantina, gentile e coscienzioso; un vero miracolo pensando alla tipica spregiudicatezza dell’ambiente forense. Siamo in un ufficio di Wall Street dell’America dell’Ottocento. Oltre all’avvocato e a Bartleby, nello studio lavorano altri tre individui con dei curiosi soprannomi (il narratore spiegherà l’etimologia): «Nel periodo immediatamente precedente l’avvento di Bartleby avevo alle mie dipendenze due persone, in qualità di copisti, e un ragazzo piuttosto promettente, in qualità di fattorino. Il primo Turkey, il secondo Nippers, il terzo Ginger Nut». L’avvocato mette subito in allerta il lettore riguardo al resoconto su Bartleby, che viene definito “fra tutti gli scrivani fu il più strano che io abbia mai visto o di cui abbia sentito parlare”. Bartleby è effettivamente un giovane atipico. Viene assunto per la sua innata capacità di copiare complicati documenti forensi e per la sua taciturna educazione. Nel suo angolino, lo scrivano passa tutto il giorno a scrivere e a riscrivere, fermandosi solo per sgranocchiare qualche biscotto allo zenzero. Gli attriti tra lo scrivano e il suo datore di lavoro emergono quando Bartleby si rifiuta di assistere alla correzione di alcuni testi. «Me ne stavo dunque seduto in tale atteggiamento quando lo chiamai spiegandogli in fretta quanto desiderassi da lui, ovvero esaminare insieme a me un breve documento. Immaginate quindi la mia sorpresa, per non dire la mia costernazione, quando, senza neanche muoversi dal suo buco solitario, Bartleby, con voce singolarmente pacata ma ferma, rispose: “Preferirei di no”». La risposta spiazza totalmente il bonario avvocato che non sa come reagire. Alla fin della fiera, Bartleby viene esentato dal correggere i documenti per evitare ulteriori problemi all’interno dello studio. Un bel giorno però Bartleby smette di scrivere e, di conseguenza, a lavorare. Non sappiamo il motivo, egli interrogato sul suo strano atteggiamento risponde che “preferisce non farlo”. Il licenziamento è vicino. Il proprietario dello studio però non sa come liberarsi di Bartleby che ogni giorno si presenta sul luogo del lavoro e passa le ore a fissare il muro al di là di una finestra. Al “sei licenziato”, Bertleby risponde sempre “preferirei di no”. L’avvocato, pur di liberarsi dallo sgradito lavoratore, sceglie di traslocare. Bertleby rimarrà nello studio, anche dopo il subentro di un altro legale. A causa della sua caparbietà, lo scrivano verrà tradotto in carcere dove si abbandona alla morte, rifiutando il cibo e le relazioni sociali.

foto di herman melville

Herman Melville – scrittore

Seguendo le mie prime impressioni, mi sembra che il libro sotto esame sia dedicato all’alienazione da lavoro. Mi spiego meglio. Bartleby è impiegato in una mansione disumanizzante: passa ore e ore a leggere e a copiare documenti legali in uno spazietto claustrofobico. Lo scrivano è anche privato del panorama della sua finestra, che consiste in un muro impenetrabile. Il lavoro di Bartleby non è usurante. Di Più. È un impiego mortale. Melville da grande intellettuale riflette sugli effetti dei lavori estenuanti nella società moderna già nel 1853: un tema ancora attuale nelle nostre democrazie occidentali. Come abbiamo appreso da alcune inchieste giornalistiche, sappiamo che alcune grandi multinazionali sfruttano i propri lavoratori togliendo loro anche il respiro. In passato ho sperimentato personalmente questa alienazione e in tutta sincerità vi confesso che mi ha davvero fatto passare dei brutti momenti. D’altronde la fame o la schiavitù, come nell’800 a oggi, è la condizione primaria dell’impiego medio. Ultimamente ho assistito nella mia città a uno spettacolo di stand-up comedy. Il comico che mi stava di fronte a un certo punto ha parlato di lavoro. In particolare ha dichiarato al pubblico di aver lasciato il suo lavoro dopo aver visto un video del motivatore Montemagno su Facebook. Il video diceva sostanzialmente che se un lavoro non ti piace, bisogna cercare di inventarsene uno nuovo che soddisfi le proprie aspettative. «Ho fatto come mi ha detto Montemagno. Mi sono licenziato. Massì chissenefrega. La vita è una sola. Ora me ne inventerò un altro, di lavoro. Nel frattempo però sono un disoccupato». Non so se Melville sia un sognatore o un testimone, fatto sta che il messaggio di questo breve racconto è molto chiaro da ciò che si evince dai passi di Bartleby, lo scrivano: «Pensate ad un uomo che per natura e per le sventure sia incline a una pallida disperazione: riuscite a pensare a un lavoro più adatto per acuire tale propensione? Maneggiare lettere smarrite, irrecapitabili, per metterle in ordine e poi darle alle fiamme… Inviate come messaggere di vita, queste lettere viaggiano verso la morte. Ah, Bartleby! Ah, umanità!».

Questo libro è contenuto nella lista Dorfles.

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L’abitudine di essere conformisti

Il tema del conformismo è forse sottovalutato al giorno d’oggi. Paradossalmente dovremmo parlare di conformismo proprio perché le nostre abitudini quotidiane assomigliano sempre di più a quelle di altre persone di cui ignoriamo l’identità. Se volessimo etichettare tale fenomeno potremmo chiamarlo conformismo sociale. Però cosa significa questo termine? Restando terra a terra, senza inerpicarci sulle vette filosofiche del pensiero, un individuo conformista è definito tale se delega al gruppo di cui fa parte la facoltà di decidere sulle cose – dalle più banali a quelle più importanti. Tale atteggiamento si verifica perché l’uomo ab origine ha un bisogno innato di sentirsi parte di una classe di individui. Per questo cerca di schivare come può i severi giudizi della massa per non correre il pericolo di essere allontanato da essa. Insomma, conformarsi alle abitudini del gruppo è un modo per sentirsi meno soli e intessere facilmente nuove relazioni, sacrificando sull’altare dell’ipocrisia la propria individualità. A tal proposito ne L’arte di conoscere se stessi, il filosofo Arthur Schopenhauer spiega  al lettore che egli decise di isolarsi dalla società del suo tempo dopo aver compreso meglio se stesso e aver appurato l’inconsistenza intellettiva della gente che in passato aveva frequentato. Dalle parole del pensatore ho dedotto che scegliere di essere conformisti o anticonformisti è in primis una decisione politica. Questa mia deduzione è stata poi ulteriormente confermata dalla lettura de Il conformista di Alberto Moravia, un romanzo edito da Bompiani che uscì nel 1951.

alberto moravia fotoVeniamo al contenuto del libro. Il romanzo si apre con la descrizione di un tragico evento accaduto al protagonista quando era ancora un ragazzino spensierato ma dall’indole violenta (uccideva le lucertole per divertimento). Marcello è un bambino dai lineamenti femminili e dai modi affettuosi, a causa di queste sue particolarità viene bullizzato dai compagni di classe che lo chiamano “Marcellina”. Oltre ai problemi scolastici, Marcello deve far i conti con una famiglia incasinata (quanto lo capisco). Suo padre è fuori di testa: in una scena fa un fattura bucando una fotografia in prossimità degli occhi del figlio e della moglie. Moravia non lo scrive esplicitamente, ma la follia del capo famiglia è probabilmente innescata dalle abitudini libertine della madre, una bella donna, che pensa più alle serate con amici e amanti piuttosto che agli impegni domestici. L’infanzia e la vita di Marcello subiscono un deciso cambiamento quando nel libro appare Lino, un sacerdote spretato, che cerca di violentarlo, dopo averlo adescato con la scusa di regalargli una rivoltella. La violenza non avviene perché Marcello sparerà al pedofilo. Moravia interrompe il racconto e ricomincia la narrazione presentandoci un Marcello Clerici ormai adulto. Siamo più o meno verso la fine degli anni Trenta e il protagonista lavora per la polizia politica fascista, l’OVRA. Il lettore assiste ai preparativi del suo matrimonio con Giulia, una bella ragazza di una famiglia del ceto medio. Marcello però viene incaricato di spiare l’antifascista Quadri, un suo ex-professore che si trova a Parigi. Il protagonista per far piacere ai suoi superiori decide allora di organizzare il suo viaggio di nozze nella capitale francese per non insospettire il sovversivo da monitorare. Parigi cambia Marcello che fino alla fine del libro s’interrogherà sul suo presente e sul suo avvenire di “normalità” nel regime fascista. Il finale del romanzo mi ha abbastanza scosso perché mi è sembrato totalmente in contrasto con il ritmo della narrazione, che ha un incedere lento, lacunoso e ovattato.

il conformista moravia

Il Conformista di Alberto Moravia (1951)

I temi contenuti nel libro sono molti. L’argomento principale, come ho spiegato nell’attacco del post, è senza dubbio il conformismo. Marcello desidera fortemente lavare il suo disagio sociale adeguandosi nella massa. Come diceva Baudelaire, solo nella confusione un uomo può essere anonimo. Tale è la filosofia del personaggio che non si fa problemi ad abbracciare apertamente il fascismo, dedicando tutte le sue energie alle missioni che gli vengono proposte. A Marcello non interessano gli ideali propugnati da Mussolini, egli cerca solo il consenso del prossimo col minimo sforzo. Paradossalmente, fino alle prime avvisaglie del crollo della dittatura, il nostro protagonista sembra essere soddisfatto del suo compromesso; la sua recitazione trova terreno fertile nel appiattimento culturale inflazionato dal fascismo. Per sembrare una persona normale, Marcello deve solo agire per “la famiglia e per la patria”. Giulia, sua moglie, infatti è una donna della classe media senza orizzonti e abituata ad un pensiero sciocco e banale. Marcello la sceglie solo per una questione di immagine: sposandola potrà davvero dimostrare la sua normalità di fronte a tutti. Marcello quindi è il simbolo di una dittatura che osteggia qualsiasi dibattito critico. Per questo le certezze del protagonista incominceranno a vacillare quando incontrerà i coniugi Quadri, soprattutto la moglie del professore, Lina, che lo farà impazzire d’amore.

Criticare significa giudicare. Esercitare il giudizio critico significa mettere in discussione i precedenti capisaldi che si sono radicati nella nostra vita. Nel caso di Marcello, vediamo che egli fino all’ultimo istante non vuole ammettere le colpe e attribuisce tutto al destino. Marcello per non ammettere il suo fallimento da uomo e soprattutto da padre scarica tutto sul fatalismo: «Marcello ricordò Lino, causa di tutte le vicende della sua vita e spiegò, riflessivamente: “Quando si dice fatalità si dicono appunto tutte queste cose, l’amore e il resto… tu non potevi agire come hai agito e lei non poteva, appunto, non partire con il marito”». Il conformismo allora può essere paragonato ad una droga che assumiamo per distorcere la realtà, inducendo il nostro stomaco ad ingoiare ciò che la nostra lingua rigetterebbe subito. Il pensiero critico infatti crea divisioni e contrasti. Per esercitarlo serve coraggio e costanza.

Questo libro è contenuto nella lista Dorfles.

Per terminare vorrei consigliarvi l’ascolto de “Il Conformista” di Giorgio Gaber. Secondo me, un pezzo divino che sa spiegare al largo pubblico che cosa sia davvero il conformismo:

 

 

cuscino con universo

Oblomov e la filosofia dell’inguaribile idealista

Solo nel 2017 ho compreso perché la critica consideri Oblomov un grande classico della letteratura. Non mi importa della mia reputazione da lettore. Devo fare una fastidiosa confessione: non conoscevo né il romanzo né il suo autore. Non sono un analfabeta, ho fatto il Classico, e mi sono laureato in Lettere. Malgrado una vita passata in mezzo ai libri, non ho mai conosciuto nessuno che abbia saputo dirmi “tieni Paolo, questo è un’opera che devi assolutamente avere nella tua libreria casalinga”. Non mi sto giustificando e nemmeno cerco di scaricare le personali responsabilità sull’ignoranza dei miei conoscenti. Però, se ci rifletto bene, è molto strano che la lettura di Oblomov sia avvenuta nel ventiseiesimo anno della mia esistenza. Può darsi che tale fatto sia un segno del destino. Ecco, lo sapevo, anche io sono stato contagiato dall’oblomovismo.

copertina oblomovPrima di concentrarci su questa patologia letteraria, vorrei dare la precedenza alla trama del romanzo di Ivan Goncarov. Il libro, ambientato nell’Ottocento, parla dell’esistenza infelice di Il’ja Il’ic Oblomov, un possidente russo che si mantiene grazie alle rendite provenienti dal villaggio Oblomovka, in cui vivono 300 contadini. La narrazione si focalizza sulle idiosincrasie del protagonista, sia a livello sociale che a livello amoroso. Oblomov vive a Pietroburgo, la capitale russa, in un appartamento polveroso e trascurato. Con lui c’è il fido Zachar, il servo di famiglia che accudisce e si prende cura quotidianamente di Oblomov. Un bel giorno Il’ja Il’ic riceve una lettera, in cui vi è scritto che le rendite di Oblomovka stanno calando per una cattiva amministrazione. Oblomov non sa cosa fare e si chiude in un’inattività che farebbe invidia all’uomo più pigro del mondo. Poco tempo dopo la ricezione della lettera, gli fa visita l’amico d’infanzia Stolz: un giovane tedesco che ha fatto fortuna come uomo d’affari. L’amico riesce a smuovere Oblomov dalla sua apatia e lo riporta in società per disintossicarlo dall’esacrabile indolenza. In una delle sue comparse in società, Oblomov conosce Ol’ga, un giovane ragazza molto intelligente, amica di Stolz. Sboccia l’amore. Il’ja Il’ic e Ol’ga sembrano destinati a sposarsi ma le cose non andranno come sperato. Per evitare spoiler sul finale, termino qui la mia breve e incompleta analisi sulla trama.

Torniamo all’oblomovismo. Questo neologismo viene forgiato da Stolz che, in un diverbio con l’amico possidente, accusa Oblomov di sprecare la sua vita e le sue ricchezze a causa di una congenita trascuratezza costellata da un idealismo esasperato.

«E in che consiste, secondo te, l’ideale della vita? Dove non c’è oblomovismo?» chiese timidamente, senza slancio. «Non cercano forse tutti di raggiungere ciò che sogno io? Ma scusami,» disse più arditamente, « forse che lo scopo di tutto il vostro correre di qua e di là, delle passioni, delle vostre guerre, del commercio e della politica non è la ricerca della calma e l’aspirazione verso questo ideale di paradiso perduto?»

foto goncarov

Lo scrittore Ivan Goncarov

Dalle parole di Oblomov capiamo che egli non è affetto da indolenza, ma il nobile aspira solo a una vita felice senza nevrosi e preoccupazioni. Questo ideale di pace dei sensi matura e si rafforza durante l’infanzia di Il’ja Il’ic a Oblomovka. In una corposa digressione sulla gioventù di Oblomov, il villaggio viene descritto come un luogo metafisico, perfetto e ameno. Olomovka è un paradiso, “un modello astratto di struttura arcaica”, dove i suoi abitanti vivono felici, appagati e lontani dalle storture della modernità. I contadini di Oblomovka rappresentano una società autosufficiente: gli abitanti consumano solo ciò che producono. La natura dispensa gioie e dolori. Insomma una realtà totalmente diversa dall’artificialità della metropoli in cui Oblomov si è trasferito in età adulta con Zachar. Seguendo queste considerazioni, è abbastanza chiaro che Goncarov abbia voluto realizzare una contrapposizione tra due diverse visoni: naturalismo e liberismo illuminista. Questo contrasto ideologico non c’è solo tra Pietroburgo e Oblomovka, ma anche tra Stolz e Oblomov. L’amico tedesco cerca in tutti i modi di trascinare Il’ja Il’ic fuori dal suo appartamento, che è diventato “una piccola, inerte, polverosa Oblomovka”, e di introdurlo nel nuovo mondo. Anche Ol’ga tenta invano di costruire con operosità un nuovo ponte tra il paradiso idealizzato oblomoviano e la dinamicità della civiltà moderna. Tornando a Stolz, sappiamo che egli è il contrario di Oblomov: il tedesco è un borghese che guadagna e produce; egli ha accettato le frenetiche regole della modernità ed è riuscito a piegarle ai suoi interessi. Così non è per Il’ja Il’ic, il quale fa estrema fatica a vivere attivamente il suo ruolo di nobile nella alta società russa. Oblomov è fondamentalmente un sognatore, un uomo di buon cuore, che ha consacrato la propria esistenza all’utopia di un mondo regolato da leggi naturali, dove regna un clima pacifico e senza conflitti.

Dopo la pubblicazione del libro, avvenuta nel 1855, il giornalista e critico letterario Nikolaj Aleksandrovič Dobroljubov delineò un’analogia tra il protagonista e la condizione del cittadino russo della metà dell’Ottocento:

«In Oblomov si riflette la vita russa, viene presentato il vero e vivo tipo russo contemporaneo, scolpito con inesorabile rigore e precisione; viene pronunciata la nuova parola d’ordine dello sviluppo della nostra società; viene pronunciata con chiarezza e fermezza, senza disperazioni né puerili speranze ma con la piena coscienza del vero. Questa parola è oblomovismo; essa serve da chiave per la soluzione e l’interpretazione di molti fenomeni della vita russa e conferisce al romanzo di Goncarov un significato sociale molto più grande che non a tutti i nostri racconti di letteratura accusatoria».

Qui Dobroljubov addebita l’arretratezza del territorio russo alla scelleratezza della politica dei possidenti, che hanno rinunciato all’ammodernamento delle loro proprietà, lasciando nella povertà un ingente numero di contadini.

Questo libro è contenuto nella lista Dorfles.

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Un alveare per spiegare l’economia dello stato moderno

Non c’è metafora migliore per parlare della nostra società di quella concepita dal medico olandese Bernard Mandeville. Molti di voi probabilmente conosceranno già l’inventiva di questo scrittore, ma come si dice in questi casi, repetita iuvant. Mandeville nella sua La favola delle api mette a nudo l’ipocrisia e il moralismo dei pensatori del suo tempo. L’opera letteraria di Mandeville – una favoletta dalle sfumature politiche/satiriche – fu pubblicata nel 1724 e venne corredata anche da due saggi: il Saggio sulla carità e le scuole di carità, e Indagine sulla natura della società. Normalmente non mi sarebbe mai passato per l’anticamera del cervello di sperimentare questa tipologia di lettura. Vi sembrerà strano, ma il libro fa parte della collana Economica di Laterza. L’opera quindi è strettamente legata all’ambito economico: un mondo inesplorato dai miei studi prettamente umanistici. Ritornando però alla motivazione di lettura, ho deciso di impossessarmi del volume di Mandeville dopo alcune lezioni di un corso universitario a cui ho partecipato. Sono rimasto sbalordito dalla lucidità delle teorie sulla società moderna di Mandeville, che tutt’oggi mi sembrano ancora molto attuali. Dal Settecento al Duemila le cose non sono affatto cambiate in materia di vizi e virtù nel tessuto sociale delle grandi metropoli.

la favola delle api copertinaCercherò di fare una sintesi della storiella delle api – che si trova facilmente online (basta saper usare Google) – partendo dall’immagine di un alveare di api. In questo ambiente prosperano gli insetti che ogni giorno sono indaffarati a produrre miele. L’alveare è ovviamente la metafora di una città moderna, avvolta dal rumore dei suoi abitanti. Le api dell’alveare si lamentano dei vizi dei propri regnanti e chiedono alla divinità di distribuire a tutti le virtù. Giove accoglie queste suppliche e decide di mettere al bando il vizio. A poco a poco, le api che ricercano il lusso e l’esagerazione del gusto abbandonano l’alveare non potendo più soddisfare i propri capricci. Di conseguenza tutti gli insetti artigiani che producevano i beni di lusso per le api viziose chiudono le loro botteghe. In poco tempo l’alveare, essendosi impoverito e non avendo più le materie prime per auto-sostenersi, perde la propria frenesia e vitalità andando incontro all’estinzione. La società delle api muore perché i propri abitanti furono così stupidi da non riconoscere che il vizio in realtà portava dei benefici pubblici.

foto di Bernard Mandeville

Bernard Mandeville – medico scrittore

«La gente che rimprovera di continuo gli altri, leggendo questi versi imparerebbe a guardare in casa propria, ed esaminando la propria coscienza si vergognerebbe di protestare per ciò di cui è più o meno colpevole», si legge ne La favola delle api. Mandeville sostiene infatti che ognuno di noi si abbandoni ai vizi perché i vizi sono la solida base delle società moderne. In particolare, egli si concentra sul concetto di lusso. Per Mandeville, il lusso rappresenta tutto ciò che non è necessario alla sopravvivenza dell’essere umano. Gli uomini primitivi infatti si accontentavano delle ghiande, mentre quelli moderni, mossi dal proprio orgoglio, cercano in qualsiasi maniera di accrescere la propria condizione sociale, ottenendo maggiore benessere attraverso l’acquisizione di nuove comodità. Per soddisfare le proprie aspettative, l’uomo deve necessariamente vivere in società e acquisire determinati atteggiamenti per conseguire gli obiettivi desiderati. È dunque molto chiaro che, secondo Mandeville, in una società moderna, l’essere umano si muova in due dimensioni: una pubblica e una privata. Le due visioni chiaramente non coincidono. L’uomo orgoglioso fornisce ai suoi simili l’immagine a cui egli aspira e non mostra realmente le proprie intenzioni per preservare la coesistenza sociale. In poche parole s’imbriglia l’orgoglio per convenienza sociale. Se consideriamo il lato economico di questi atteggiamenti, vien da sé che colui che vuole accrescere la sua posizione sociale sarà costretto a consumare. Gli acquisti e gli agi ottenuti col denaro sono dunque un mezzo per scalare la società: “Emo ergo sum”, mi perdoneranno i latinisti per questa distorsione classicista. Questo meccanismo è indubbiamente un incentivo al progresso economico e al consolidarsi della ricchezza di una nazione.

Ho cercato di elaborare, con una sintesi stringente, il fulcro del pensiero di Mandeville. Ammettendo però di aver omesso importanti elementi che potrete riscontrare nel suo saggio edito da Laterza. Immagino che in questo momento vi starete chiedendo che cosa ne pensi della sua teoria. In linea di massima, il mio giudizio è molto positivo. Penso infatti che la maggior parte dei meccanismi sociali descritti da Mandeville sia ancora presente. Prendiamo ad esempio i booktuber. Sono convinto che molti di loro puntino alla fama nonostante i proclami sulla divulgazione culturale. Diciamoci la verità, a gran parte della gente piace l’approvazione altrui e pur di raggiungerla inventa i più strani stratagemmi da mettere in pratica, e non c’è niente di male perché è la società umana a creare questi appetiti. Prevenendo una legittima domanda, personalmente ho aperto questo blog per impratichirmi sulla comunicazione letteraria e non per inseguire la chimera della popolarità culturale. Considero il mio blog una sorta di laboratorio, aperto a tutti i lettori della rete, che sempre più spesso mi incoraggiano e mi supportano in questo difficile e complicato percorso. Perché la lettura è un’attività fatta di metodo e abnegazione. Un po’ come la vita monacale.

“La cripta dei cappuccini” e il tramonto austro-ungarico

Un mattina mentre facevo colazione, alla radio parlavano di pensioni. I presentatori sostenevano che il periodo lavorativo dovesse essere più lungo, e di conseguenza i lavoratori avrebbero dovuto accettare di andare in pensione più tardi rispetto alle generazioni passate. Coloro che chiamavano e intervenivano nella trasmissione però non erano assolutamente d’accordo. All’improvviso uno dei due conduttori non si è più trattenuto e ha esclamato: “Diamine! Questa è la modernità, bisogna adeguarsi”. L’esternazione dello speaker radiofonico ha provocato al mio cervello un movimento involontario del pensiero e mi sono chiesto: “Chi non si adegua alle contingenze del presente è già morto e inutile per la società?” Ecco allora che mi è tornato in mente Francesco Ferdinando Trotta, il protagonista dell’ottimo romanzo di Joseph Roth, intitolato La cripta dei cappuccini (Adelphi).

criptadeicappucciniTrotta è un nobile viennese. Non lavora, non studia, passa il suo tempo nei migliori locali viennesi a discutere con gli amici, anche loro altolocati. Dai suoi discorsi si percepisce un’irresistibile noia per il lusso e la vita troppo comoda che egli conduce. Trotta non ha più stimoli e gli unici momenti di distrazione arrivano quando un cugino, messo male economicamente, bussa alla sua porta per chiedergli la parte di eredità che gli è stata promessa. Per il Trotta il denaro è come i cioccolatini, abituato al lusso, egli lo spende senza pensarci. I suoi ideali politici sono legati alla monarchia austro-ungarica perché un suo parente, il luogotenente di fanteria Joseph Trotta, fu definito “l’eroe di Solferino”. Il protagonista del libro però percepisce che la bella vita viennese stia finendo: “il frainteso e abusato spirito della vecchia monarchia”.

Venti gelidi spirano sull’Europa del 1914. Scoppia la prima guerra mondiale. Trotta, onorando la tradizione militare della sua casata, decide di andare a combattere. Viene però fatto prigioniero e condotto in Siberia. Riesce a tornare a casa, dopo rocambolesche avventure, ma il conflitto ha cambiato per sempre Vienna e ovviamente anche l’Impero austro-ungarico che viene smembrato. In patria Trotta non riesce più a ritrovare le vecchie abitudini e fatica ad adeguarsi alla modernità: i principi della monarchia sono un ostacolo per la convivenza civile. Il protagonista stenta a riconoscere persino sua moglie, Elisabeth, sposata poco prima di impugnare il fucile per la grande guerra. La donna lavora in uno studio artistico e ha una sorta di relazione con la socia in affari. Trotta si sente confuso e non sa cosa fare. Rimane inattivo fino alla fine dei suoi giorni. Egli allontanerà perfino suo figlio, mandandolo in Francia da una famiglia di amici.

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Joseph Roth – scrittore

“Non mi curai più del mondo […] andai alla cripta dei cappuccini”. Sicuramente questa è una delle frasi chiave del romanzo. La cripta, il monumento funebre dei reali, è il simbolo della pietrificazione del passato. La cultura austro-ungarica di Trotta è troppo ingombrante da poter essere emendata dal presente. Secondo il protagonista l’unica soluzione è l’estinzione senza compromesso. Trotta abdica alle sue funzioni sociali fino alla fine della sua esistenza. La metafora letteraria ordita dallo scrittore Joseph Roth è davvero attuale. Pensiamo all’Italia e al suo dibattito pubblico. Nel 2017 stiamo ancora parlando di comunismo e fascismo, dimenticandoci delle sfide del presente come l’ambiente, il lavoro, l’economia traballante. In sintesi, ci sono parecchi dirigenti che, come il Trotta, continuano caparbiamente a difendere lo status quo fregandosene dell’avvenire delle nuove generazioni.

 

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Dorfles e i 100 libri che dovremmo leggere

Quali sono i libri che dobbiamo leggere almeno una volta nella nostra vita? Una domanda che potrebbe provocare talmente tante discussioni da non finire più. Per nostra fortuna ci sono degli intellettuali che ci hanno fatto risparmiare tempo, stilando delle lunghe liste dei volumi necessari alla nostra crescita intellettuale. Anche giornali come Le Monde e network tv come la BBC si sono cimentati nel creare delle liste. I loro elenchi però hanno dei difetti: sono troppo sbilanciati dalla cultura che li ha generati. La lista di Le Monde contiene molti titoli francesi e quella della BBC si focalizza molto sulla letteratura inglese. Questa mia osservazione non è una critica ma solo una presa di coscienza sulle storture che le liste possono avere.

Piero Dorfles – Critico letterario

L’idea che mi ero fatto sulle liste però è mutata dopo la lettura di un saggio che parla di libi. Mi riferisco a I Cento Libri: che rendono più ricca la nostra vita di Piero Dorfles. Se siete degli abituali frequentatori del mondo della cultura, non vi sarà sfuggito un certo richiamo all’arte, leggendo il cognome Dorfles. Ecco, non sto parlando del centenario Gillo Dorfles, pittore, filosofo e celebre critico d’arte. Il Dorfles che ha scritto il libro sotto inchiesta è il critico letterario, che ha condotto famosi programmi radiofonici e televisivi.

Dorfles dice che la lettura ci aiuta a vivere meglio e ad evitare l’alienazione sociale: «Ma perché abbia degli effetti positivi, la lettura deve essere libera, critica e analitica». Ci sono intellettuali ottusi che non liberano né la coscienza e neppure la creatività. Leggere non ci rende persone migliori, se le storie che leggiamo non si diffondono nelle strade, nei parchi, nei tram. Secondo il mio modesto parere, le attuali sfide editoriali si concentrano solo sul marketing e non sulla divulgazione della lettura: si intortano i lettori per rifilare loro l’ultimo best-seller.

Ci sarebbe ancora molto da dire sul libro. Troverete altre mie considerazioni nel podcast qui sotto.

 

Ecco la lista dei libri contenuti in questo volume. Spero di riuscire a recensirli tutti, prima o poi. I titoli sottolineati sono quelli letti.

Swift, I viaggi di Gulliver
Bulgakov, Il Maestro e Margherita
Huxley, Il mondo nuovo
Orwell, 1984
Bradbury, Fahrenheit 451
Sciascia, Todo modo
Orwell, La fattoria degli animali
Tolstoj, Guerra e pace
Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo
Roth, La cripta dei cappuccini
Hemingway, Addio alle armi
Levi, Cristo si è fermato a Eboli
Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini
Frank, Diario
Levi, Se questo è un uomo
Vittorini, Uomini e no
Fenoglio, Il partigiano Johnny
Twain, Le avventure di Huckleberry Finn
Stevenson, L’Isola del tesoro
Conrad, Lord Jim
London, Il richiamo della foresta
Verne, Il giro del mondo in 80 giorni
Kipling, Il libro della giungla
Conan Doyle, Uno studio in rosso
Verne, Ventimila leghe sotto i mari
Christie, Poirot a Styles Court
Molnár, I ragazzi della via Paal
Hammett, Il falcone maltese
Shakespeare, Macbeth
Maupassant, Bel Ami
Dumas, Il conte di Montecristo
Dostoevskij, Delitto e castigo
Hugo, I miserabili
De Amicis, Cuore
Mann, I Buddenbrook
Scott Frizgerald, Il grande Gatsby
Moravia, Il conformista
Shakespeare, Amleto
Gončarov, Oblomov
Čechov, Zio Vanja
Melville, Bartleby lo scrivano
Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde
Kafka, Il processo
Svevo, La coscienza di Zeno
Pirandello, Il fu Mattia Pascal
Moravia, Gli indifferenti
Camus, Lo straniero
Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie / Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò
Wilde, Il ritratto di Dorian Gray
Dickens, Ballata di Natale
Stoker, Dracula
Barrie, Peter Pan
Hesse, Siddharta
Poe, Racconti del mistero, dell’incubo e del terrore
Balzac, La pelle di zigrino
Shelley, Frankenstein
Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?
Goethe, I dolori del giovane Werther
Tolstoj, Anna Karenina
Brontȅ, Cime tempestose
Austen, Orgoglio e pregiudizio
Flaubert, Madame Bovary
Mann, La morte a Venezia
Mitchell, Via col vento
Lawrence, L’amante di Lady Chatterley
Maugham, Il velo dipinto
Nabokov, Lolita
Pasternàk, Il dottor Živago
Capote, Colazione da Tiffany
Shakespeare, Romeo e Giulietta
Turgenev, Padri e figli
Conrad, Cuore di tenebra
Kafka, Il castello
Canetti, Auto da fé
Borges, Finzioni
Buzzati, Il deserto dei tartari
Beckett, Aspettando Godot
Roth, Il lamento di Portnoy
Grimm, Le fiabe del focolare
Stendhal, La Certosa di Parma
Dickens, David Copperfield
Conrad, La linea d’ombra
Golding, Il signore delle mosche
London, Martin Eden
Collodi, Le avventure di Pinocchio
Salinger, Il giovane Holden
Morante, L’isola di Arturo
Burgess, Arancia meccanica
Calvino, Il barone rampante
Kafka, La metamorfosi

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