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La pessima abitudine di rinunciare a pensare

Leggi velocemente e sarai meglio di Einstein

foto scheda memoriaSfogliando un numero della rivista Sette sono capitato su un’inchiesta dedicata alla manipolazione mentale di chi organizza i corsi per rafforzare la memoria. Chi studia all’università – me compreso – sa bene di cosa si parla. Ogni bacheca, o quasi, di un ateneo ospita un volantino che pubblicizza i miracolosi effetti della lettura veloce. “Più leggi veloce, prima ti laureerai”. Balla colossale. Da normale studente senza doti eccezionali posso dire che il segreto di una buona carriera universitaria è la costanza. Svicolando da questo tema universitario, mi ha sorpreso l’aspetto oscuro di questi corsi: i costi in primis e i tentativi di coinvolgimento al limite dell’ossessione/stalking in secundis. Chi organizza questi cicli di incontri formativi alla fine vuole che il proprio cliente sborsi una montagna di quattrini. E come si fa a convincere una persona a farlo? Manipolandola. Si può utilizzare anche la tecnica del “love bombing”. «Facciamo di tutto per farti sentire bene, come puoi lasciarci?». Un ricatto morale. Ci siamo capiti.

Non smettiamo di pensare

foto la scomparsa del pensieroUn altro soggetto che tende a manipolare le persone è sicuramente la pubblicità. Certe volte compriamo un marchio solo per le immagini e le conseguenti impressioni che abbiamo provato davanti al televisore. Per evitare la manipolazione bisogna pensare. L’esercizio del pensiero è necessario per sentirci uomini consapevoli della nostra esistenza piena zeppa di limiti e contraddizioni. Questo è l’argomento centrale del curioso saggio di Ermanno Bencivenga intitolato La scomparsa del pensiero: perché non possiamo rinunciare a ragionare con la nostra testa pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli. Bencivenga si è laureato in Filosofia nella mia università (la Statale di Milano) e ora insegna all’università della California a Irvine. Bencivenga è convinto che le giovani leve stiano attraversando un cambiamento generazionale in cui l’utilizzo della logica è stato ampiamente sacrificato sull’altare del multitasking. Questo è un male perché molti ragazzi abdicando al pensiero finiscono col perdere il senso critico che secondo il professore è uno degli elementi fondamentali per una buona democrazia. I cittadini ben formati e pensanti sanno prendere decisioni responsabili affrancandosi dalle sirene del populismo che attualmente sono in voga nella scena politica italiana. Bencivenga sostiene dunque che pensare sia una necessità e pensar bene una virtù.

Più logos e meno pathos

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Ermanno Bencivenga – filosofo e docente universitario

L’emotività non sempre ci aiuta a prendere le giuste decisioni. Anzi secondo Bencivenga è probabile che ci inducano a un passo falso. «Se è vero che non siamo solo o in prima battuta razionali, è vero però che siamo anche razionali; il pensiero e il ragionamento non costituiscono il nostro modo originario di gestire l’ambiente vitale e sociale, ma a un certo punto li abbiamo acquisiti. Perché allora non ce ne serviamo?», si chiede il professore. Non c’è dubbio che coltivare un pensiero critico costi fatica. Studio, volontà e sacrificio sono i principali ingredienti per edificare una solida coscienza culturale che possa accendere le nostre intuizioni. La logica però non è solo istruzione ma la si può altresì rafforzare con le relazioni quotidiane. Prendere le giuste decisioni non è solo frutto di una mente eccezionale ma anche di una serie di sbagli e quindi di esperienza personale accumulata negli anni. Inoltre Bencivenga individua i tre elementi che possono persuadere un individuo e questi sono il pathos, l’ethos e il logos. Scomodando Aristotele il pathos è l’emotività, l’ethos l’autorità dell’oratore e il logos il discorso razionale. Nei talkshow prevale nettamente l’ethos perché il logos ha tempi più lunghi che sono incompatibili con i ritmi televisivi. Questi tre elementi allora agiscono tutti manipolando le nostre passioni, le nostre emozioni; la differenza è quali emozioni siano. Bencivenga inoltre critica l’approccio delle attuali generazioni al mondo digitale: «Spetta dunque a noi chiederci se nell’orgia di messaggi digitali che riceviamo ci rimanga il tempo per l’analisi – per identificare gli elementi di quei messaggi, per recepirne il diverso valore, per decidere a quali elementi vogliamo prestare la nostra fiducia e il nostro impegno». Il saggio però termina con una nota positiva. Bencivenga crede che l’esercizio della logica possa stimolare i cittadini a pensare perché infondo i ragazzi di oggi hanno grandi capacità che non sono state ancora correttamente sviluppate.

Il potere dei segreti

Non è possibile essere trasparenti al 100% sulla propria vita. Oggi la tecnologia vuole farci credere che si possa pubblicizzare qualsiasi aspetto della nostra esistenza e allora non ci meravigliamo più se tra Instagram, Facebook e Sanpchat, affiorano quotidianamente immagini e video che testimoniano infiniti e insignificanti (per noi) eventi privati: matrimoni, malattie, vincite, sconfitte, lussuria e malizia esibite. Siamo immersi in un libro digitale arricchito dai contenuti degli utenti che sono connessi al nostro network di amicizie virtuali. Il web non ama particolarmente i segreti e la privacy.

Non voglio fare assolutamente il bacchettone. Non nego di essere anch’io catturato da questo vortice social ed è complicato abbandonare tali dinamiche quando la maggior parte delle persone che conosci utilizza assiduamente i nuovi mezzi di comunicazione per autopromuoversi. È dunque normale che insorga una dipendenza quando si cerca a tutti i costi di impressionare e ottenere feedback positivi sotto forma di cuoricini o like.

9788845275555_0_0_831_80Ma in questo post non voglio parlare di social network, voglio invece disquisire sul valore del “segreto” nella nostra società. La battuta è scontata ma in questa sede non si parlerà di certo della serie tv, spagnola o argentina (non mi interessa), che ha fatto la fortuna di Canale 5.

Non sono mai stato bravo a mantenere i segreti, lo sono diventato più o meno verso i 20 anni quando ho capito – finalmente – che un grande segreto implica grandi responsabilità. Questa convinzione è stata confermata anche da Claudio Margris, scrittore, germanista ed ex senatore della Repubblica, nel suo piccolo libretto intitolato Segreti e no edito dalla casa editrice Bompiani nel 2014.

Nei 6 capitoletti del mini-libro Magris scompone, anche da un punto di vista linguistico, la concezione di “segreto” imbastendo un ampio discorso che tocca diversi argomenti come la politica, la letteratura e la filosofia. Magris afferma sin dalle prime pagine che sentirci “segreti” per gli altri ci addolora e insieme conforta. Il dispiacere deriva dal fatto che molto spesso ci sentiamo incompresi per ciò che facciamo; il piacere invece è insito nel nostro profondo perché siamo convinti di custodire una verità che il resto del mondo non ha ancora percepito e che prima o poi comprenderà. È un’interessantissima visione della percezione del “segreto” che si può ricollegare a quanto ho scritto sulla solitudine (Piccole divagazioni sulla solitudine) : Magris infatti dichiara che «La solitudine si afferra alla consolante idea di possedere un’anima superiore o quantomeno talmente profonda da non poter essere capita a fondo dagli altri. Piace sentirsi, davanti alla porta del palazzo reale della vita, un re travestito da mendicante, che non può entrare in quel palazzo, perché nessuno sa che lui o lei è un re».

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Claudio Magris

Magris parla anche del potere politico derivato dalla custodia del “segreto” e ricorda la vecchia, vecchissima, espressione latina “Arcana Imperii” che indica l’affermazione e l’esercizio di un potere molto forte non solo perché si riveste di segreto ma estende il segreto, ovvero l’arcano, alla realtà e alla vita intera. Pensiamo ai servizi segreti, agli stati totalitari e alla loro polizia segreta: organismi che variano a seconda del grado di democrazia di una nazione. I servizi segreti proteggono la nostra libertà, la polizia segreta ce la toglie. Magris infatti ci comunica che il potere ha sempre bisogno del segreto e mette il lettore dinanzi a una scomoda verità sui collaborazionisti triestini durante la Shoah: «Secretare è una delle prerogative essenziali del potere […] A Trieste, durante l’occupazione nazista, c’era l’unico, ancorché piccolo, forno crematorio d’Italia, nella Risiera […] Pochissimo tempo dopo la liberazione, i muri delle celle vennero sbiancati con la calce, cancellando così nomi e messaggi scritti dai condannati, che forse contenevano nomi, rivelazioni, indicazioni di complicità, responsabilità, collaborazione nello sterminio. Qualcosa che poteva implicare, parzialmente, la buona società triestina e dunque il sistema di potere; qualcosa che andava dunque tenuto segreto». Inoltre, racconta Magris, gran parte dei documenti della Risiera sono ancora coperti dal segreto di stato negli archivi inglesi.

Magris conclude il suo discorso affermando che il segreto non resta nascosto per sempre ma si scopre soltanto quando diviene inoffensivo. Penso allora che il giornalista e lo scrittore siano in fondo essenziali per svelare i misteri nascosti dalla società e dall’animo umano.

Potrei parlare anche del segreto più discusso di tutti tempi, l’amore, ma ci vorrebbe troppo tempo e allora preferisco suggerire questo brano da ballare a tutto volume.

Podcast| Ayelet Gundar-Goshen| Svegliare i leoni

9788880576679_0_0_1628_80Ecco a voi il podcast dedicato al romanzo Svegliare i leoni dell’autrice israeliana Ayelet Gundar -Goshen pubblicato nel 2017 dalla casa editrice Giuntina. Il libro tutto sommato mi è piaciuto soprattutto per i temi trattati come l’immigrazione e la deontologia medica. Qui sotto trovate il podcast in cui cerco di fare il punto della mia ultima lettura. Buon ascolto! Potete iscrivervi alla pagina di Itunes per rimanere sempre aggiornati sulle nuove puntate.

“La Novità” un romanzo sull’editoria francese

In Italia arriva tutto troppo tardi. Un esempio di velocità tartarughesca italica sono le unioni civili, Starbucks e Netflix. Anche per alcuni libri è così. Però questa volta dobbiamo ringraziare la casa editrice Voland che ha tradotto – con il lavoro della traduttrice Federica Di Lella – un bel romanzo transalpino sull’editoria francese. Il libro di cui sto parlando è La novità di Paul Fournel.

Questo volume di neanche 200 pagine (ce l’ho in eBook quindi verificate voi) vale davvero la pena di essere letto perché riesce a mescolare uno stile letterario, quindi tutti i suoi meccanismi, con un tema, quello dell’editoria, più vicino alla saggistica. Quando cerco qualche scritto sul mondo editoriale il 99% delle volte lo trovo sotto forma di saggio o di manuale. La novità allora mi è apparsa davvero una novità di genere. Scusate il calembour.

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Paul Fournel

L’autore del romanzo è l’attempato Paul Fournel, uno scrittore, editore e intellettuale francese che ha collaborato con molte case editrici francesi come Hachette, Honoré Champion, Ramsay e Seghers.

Il narratore-protagonista, un certo Robert Dubois, sin dall’inizio parla chiaro al lettore: «Nel mondo editoriale sta avvenendo un cambiamento epocale». L’ho scritto io, lo hanno detto gli altri, e ora ce lo conferma anche questo veterano francese del libro: Il formato digitale della scrittura sta cambiando il nostro approccio coi testi. Il tema centrale del romanzo è dunque il rapporto di un anziano editore con un tablet dentro cui ha i manoscritti da controllare e da ripulire per una prossima pubblicazione.

«Lo metto sulla scrivania e ci poggio sopra la guancia. È fredda non produce nessun suono, non si stropiccia e non macchia. Niente lascia immaginare che contenga tanti libri».

Accanto alla descrizione dei mille modi con cui Dubois tenta di approcciarsi al nuovo device di lettura troviamo anche la narrazione dell’aspetto umano di questo editore; possiamo percepire dunque i suoi legami con i colleghi, con la moglie e con la giovane e talentuosa stagista Valentine.

Lasciando da parte l’aspetto romanzesco di questa pubblicazione, vorrei analizzare insieme a voi gli aspetti tecnici del mondo editoriale descritti in questo libro. Innanzitutto devo dire che mi è piaciuto molto l’approccio positivo alla novità (il tablet). Il protagonista accoglie il progresso con curiosità sperimentando i vari usi e le varie manipolazioni che un testo digitale consente. In un passo però l’editore Dubois riflette anche sulla praticità spaziale del tablet:

«E così ora il peso di tutta la letteratura mondiale è lì, nelle manacce rosse di René. 730 grammi. Hugo + Voltaire + Proust + Celine + Roubaud, 730 grammi. Ci mettiamo anche Rebelais? 730 grammi. Louise Labé? 730 grammi»

È indubbio il fatto che gli eBook abbiano degli aspetti positivi soprattutto per gli addetti ai lavori. Per un giornalista infatti è molto più facile recensire un libro quando questo arriva comodamente nella propria casella postale inviato da una casa editrice: c’è un risparmio di tempo e di denaro.

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La Novità – Voland editore

La novità insiste anche sui rapporti che un editore ha con i suoi autori. Gli scrittori sono esseri strani, vanno coccolati, seguiti, perché sanno essere molto vendicativi. Dubois spesso usa la carta del cibo per parlare con loro, seduto in qualche buon bistrot, ed è divertente ricordare questa sua frase: «In fin dei conti non posso dire di essermi arricchito con questo mestiere, ma almeno ho mangiato bene».

Veniamo ad un’ultima problematica. Che fine farà l’editoria? Dove sta andando? Intuiamo una risposta nello scambio di battute tra Dubois e Balmer, un celebre scrittore che si è dato all’editoria 2.0:

«Allora com’è la vita di uno scrittore 2.0? // Una meraviglia, ti assicuro. Mentre voi sprecate energie e soldi per trovare il modo di vendere online i vostri vecchi romanzi senza inimicarvi i librai, che comunque alla fine porterete al fallimento, noi creiamo qualcosa di totalmente nuovo, che si insinua da solo nei vari aggeggi e aggeggini della gente»

Non so oggi quanto sia realistica una nuova proposta editoriale quando in Italia il 57% della popolazione non legge. È vero che non bisogna rinunciare all’innovazione ma in tempo di crisi si tende a proporre prodotti editoriali simili e senza un’anima che scontentano lo zoccolo duro dei lettori ammiccando al mare magnum di non lettori.

Verso la fine del romanzo, quando il protagonista Dubois, vivendo una grande tragedia personale, decide di recarsi in libreria per trovare conforto nei vecchi libri di carta. Sceglie i 50 titoli che non è riuscito a leggere durante la sua vita. Al momento del pagamento alla cassa esprime questa considerazione:

«Quindi ho stabilito cinquanta. Avrei potuto decidere dieci o mille, ma ho optato per cinquanta. I cinquanta libri che il mio mestiere mi ha impedito di leggere e che finalmente leggerò […]

Perché al momento di pagare mi dico i libri costano troppo? Ho passato tutta la vita a dimostrare il contrario»

Dunque allora è lecito farsi alcune domande: la crisi del lettore è stata prodotta anche dalla politica dei prezzi di copertina? Il prodotto editoriale vale un investimento di 20 euro? Questioni che affronterò meglio in un nuovo post.

Podcast | Tommaso e il fotografo cieco | Gesualdo Bufalino

9788845254932_0_0_300_80Continuano le mie sperimentazioni nel mondo del podcasting. Ecco a voi la nuova puntata sul complesso “iper-romanzo” di Gesualdo Bufalino Tommaso e il fotografo cieco (Bompiani). Non è stato facile produrre questa audio-recensione perché il romanzo di Bufalino è una pubblicazione zeppa di riferimenti letterari, costruita con un lessico ricercato e questi elementi sono impastati in una trama (apparentemente) confusionaria e a tratti indecifrabile.

Ricordo inoltre che potete trovare altre audio-recensioni di questo genere cliccando alla voce “Podcast” nel menu di navigazione (oppure clicca qui).

La nostra società e la bibliografia: il futuro è la reinterpretazione del passato

Ed eccoci all’ultimo capitolo di Bibliografia e sociologia dei testi di Donald McKenzie. È stato un percorso abbastanza impervio ma mi fa piacere che alcuni di voi abbiano apprezzato il mio sforzo nel raccontare questo fondamentale testo sulla storia dei libri.

Il terzo capitolo è intitolato Dialettica della bibliografia di oggi e a grandi linee parla della forma del testo e dei vari ambienti culturali a cui può essere applicata. McKenzie torna su un concetto che abbiamo già visto nei precedenti articoli (I testi ci parlano. I libri vanno interpretati e La bibliografia non dovrebbe occuparsi solo di libri): i testi non sono esclusivamente dei libri.

bibliografiaL’autore parla infatti di due concetti di testo: uno è suggellato dall’autore conchiuso in sé stesso e storicamente definibile; l’altro rimane sempre incompleto, aperto e sempre interpretabile. Nel primo caso c’è bisogno dello storico che cerca di riportare oggettivamente gli intenti dell’autore, le funzioni espressive del testo tenendo conto della sua ricezione.

«Il testo è da considerare un fatto bibliografico perché è localizzato, descritto, datato, attribuito a un autore e interpretato»

La bibliografia non fa altro che pescare questi testi dal passato e conservarli per le possibili future interpretazioni tenendo conto però di quelle precedenti.

McKenzie per avvalorare questa sua tesi cita due autori come John Locke e James Joyce. Locke diceva, nei suoi studi su San Paolo, che la veste tipografica di un testo può occultare il suo messaggio. Perciò la forma in cui un testo viene stampato influenza i possibili modi di lettura, inoltre può portare delle discordie sociali sulla sua corretta interpretazione: emblematico è il caso delle Bibbia.

Si può dunque affermare che la veste tipografica di un’opera dovrebbe essere concepita per esaltare e rendere fruibile il ragionamento dell’autore e non per stravolgerlo e strumentalizzarlo. Joyce infatti aveva concepito l’Ulisse in un modo tale che anche la veste tipografica aggiungesse un ulteriore significato al testo in sé per sé.

Lo storico del libro ritiene dunque che i libri possano essere forme espressive di qualche sottigliezza, e una pratica editoriale che ignora questo fatto probabilmente produrrà un testo carente per i parametri dell’autore.

Nessun testo di una qualche complessità può offrire un significato definitivo. Quando leggiamo o confrontiamo un testo, in pratica lo riscriviamo e gli diamo un significato in più. La bibliografia quindi deve occuparsi di tutti i testi registrati e può determinare il carattere unico e irripetibile di un singolo testo, di rilevare tutte le dimensioni intertestuali: in sintesi registrare e spiegare le forme materiali che mediano il significato. Come abbiamo già visto, la disciplina bibliografica accetta la costruzione di nuovi testi e delle loro forme interessandosi ai testi come prodotti sociali.

Ora però analizziamo quella apparente anomalia che conosciamo come sotto-categoria di testi non-libri. Possiamo utilizzare questa categoria per i testi orali, le immagini a stampa, o la fotografia che nella nostra società sono aspetti rilevanti per la comunicazione. La bibliografia si deve dunque occupare anche di questi testi non-scritti come dvd, siti web, videoclip, podcast, etc… Volendo i metodi bibliografici possono essere applicati anche al cinema.

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Bibliografia e sociologia dei testi

Quali possono essere i nostri archivi? Le biblioteche devono accogliere tutte le tipologie di “testi” in un ordine razionale, stabile, coerente e nello stesso tempo queste risorse devono essere socialmente accessibili.

Ormai nella società di oggi emerge il principio secondo cui si compra l’accesso e non l’oggetto: ormai non compriamo il libro in sé ma il tempo necessario per leggerlo.

Nell’ultima parte di questo capitolo McKenzie si chiede se ci sia un declino del libro: «No. Perché il testo sta prendendo altre forme. Il principio della registrazione e dell’accesso al catalogo e al possesso non è cambiato ma si è affinato».

Questi tre capitoletti offrono dunque un modello culturale che dovrebbe essere adottato da un’istituzione statale perché la prospettiva commerciale non ha interesse a occuparsi del passato. Però ci sono ancora molti ostacoli da superare per raggiungere i traguardi di McKenzie e i principali punti di discussione sono il copyright, l’archiviazione e l’accessibilità dei materiali.

Le biblioteche che non ricercano il profitto mantengono vivo l’interesse pubblico per la conservazione di questi testi: ne garantiranno l’autenticità e assicureranno la loro accessibilità.

Il messaggio principale di questo testo è che i libri non sono sempre sufficienti e proprio per questo c’è la necessità di plasmare un nuovo pensiero bibliografico al passo coi tempi.