Indagine letteraria in Liguria

Anche in vacanza lo sguardo del lettore è attivo e vivace. Vi racconto cosa leggono i turisti in Liguria

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Dal 6 al 18 agosto ho trascorso le vacanze in Liguria, dopo anni e anni di montagna. Mare mare mare cosa sono venuto a fare, cantava Luca Carboni e più o meno era ciò che provavo una volta parcheggiata la macchina a Laigueglia, una località costiera vicinissima alla gettonata Alassio. Dopo i consueti riti di preparazione mi sono steso sul lettino per Continua a leggere “Indagine letteraria in Liguria”

12 ebook gratis per chi ama i classici

12 ebook gratis per il tuo e-reader.

Ho notato che negli ultimi mesi molti lettori del blog hanno sfogliato un post sui libri gratis in metropolitana. In un primo momento non capivo il perché. L’iniziativa è infatti scaduta da tempo e riguardava solo Milano. Forse chi clicca su questo post è probabilmente alla ricerca di siti in cui poter ottenere degli ebook gratis, rispettando la legge italiana. Di certo, non scriverò una lista di siti da interrogare per trovare gli ebook gratis. Se ne trovano diversi in rete (non ho dunque voglia di fare un post clone). Tuttavia per venirvi incontro ve ne segnalo alcuni: Progetto Gutenberg, Liberliber, Mondadori Store, Archieve.org e Amazon.

Secondo me, è forse più utile elencare alcuni interessanti e noti titoli gratuiti che si possono pescare online – sottolineo – legalmente. Condivido allora una lista di ebook gratis con i visitatori di SfogliaLibri. Molti di questi titoli non li ho letti ma li ho selezionati in base al valore del contenuto e alle mie conoscenze di storia della letteratura. Spero di aver fatto una buona selezione. In futuro, mi piacerebbe recensirli sul blog per stabilire una sorta di classifica:

  1. De Profundis di Oscar Wilde
  2. L’innocente di Gabriele D’Annunzio
  3. Le tigri di Momparcen di Emilio Salgari
  4. Odissea di Omero
  5. Parigi di Lorenzo Viani
  6. I misteri delle soffitte di Carolina Invernizio
  7. La colonia felice di Carlo Dossi
  8. Olanda di De Amicis
  9. La visita meravigliosa di Herbert George Wlles
  10. Canne al Vento di Grazia Deledda
  11. Mimì Bluette fiore del mio giardino di Guido da Verona
  12. Del furor d’aver libri di Gaetano Volpi

12 libri singolari e intriganti. Alcuni hanno una lingua moderna, altri invece risentono del passare del tempo. Spuntare questa lista può allora essere una buona occasione per sperimentare nuove letture di autori oggi sconosciuti ma molto famosi e venduti in passato: Salgari e la Invernizio furono le due rockstar del romanzo italiano tra la fine e l’inizio del Novecento. Considerate allora questo elenco come una macchina del tempo. Potete essere passeggeri non paganti per questa volta! Mica poco.

 

La reale assurdità di “Aspettando Godot”

Recensione dell’opera teatrale di Samuel Beckett intitolata “Aspettando Godot” (Einaudi)

 

C’è un modo di dire che, una volta nella vita, ci è capitato di sentire e questa frase idiomatica è “aspettando Godot“. Il riferimento è all’opera di Samuel Beckett che uscì nel 1954 e che fu subito un successo nonostante il significato oscuro. La commedia rientra infatti nel filone delle rappresentazioni del teatro dell’assurdo: una corrente artistica che germogliò in Francia negli anni Cinquanta; i protagonisti di questa nuova avanguardia teatrale furono E. Ionesco, A. Adamov, S. Beckett, J. Genet, F. Arrabal. Lo scopo di questa corrente artistica era quella di porre dei quesiti sull’esistenza umana e sull’incomunicabilità del mondo contemporaneo per mezzo di un linguaggio drammatico, slegato dalle regole tradizionali. Ritorniamo però al modo di dire “aspettando Godot”, cosa significa? La frase si usa quando vogliamo parlare di qualcosa che attendiamo e che probabilmente non arriverà mai – per esempio le nostre pensioni.

foto aspettando godot copertinaVi dirò la verità. Non è stato affatto semplice decodificare il capolavoro di Beckett. Ho lasciato decantare nella mia mente le sue pagine, edite da Einaudi, per settimane e settimane. Come i protagonisti Vladimiro, Estragone, Lucky e Pozzo, non riuscivo più a cercare me stesso poiché mi perdevo nelle suggestioni beckettiane. Mi sono sentito spaesato perché da essere umano razionale tentavo di dare un’interpretazione a ogni parola e scena, non capendo che l’effetto di questa commedia teatrale è proprio quello di creare un senso di “assurdo” che confonde lo spettatore (in questo caso il lettore). Non parliamo di un’opera sconclusionata, ma di un mix di pensieri, aspettative, e immagini che si saldano tra di loro. Quando penso a questa commedia beckettiana mi viene in mente la palla di pongo di un bambino in cui si mescolano tutti i colori. Vladimiro è sicuramente il personaggio che cerca un aggancio con la realtà ma i suoi tentativi vengono sabotati dagli altri tre soggetti (Estragone, Lucky e Pozzo)  che sono completamente folli.

C’è però un altro personaggio che non appare mai in scena e questo è Godot. Chi è Godot? Nessuno lo sa. Perché i due barboni Vladimiro ed Estragone lo aspettano davanti a un albero, che prima è morente e poi in un secondo momento rigoglioso di foglie verdi? Anche in questo caso, nessuno lo sa.

ESTRAGONE (Ritorna al centro della scena e guarda verso il fondo)  Un luogo incantevole. (Si volta, avanza fino alla ribalta, guarda verso il pubblico) Panorami ridenti. ( Si volta verso Vladimiro )  Andiamocene.

VLADIMIRO Non si può.

ESTRAGONE Perché?

VLADIMIRO Aspettiamo Godot.

ESTRAGONE Già, è vero. (Pausa) Sei sicuro che sia qui?

VLADIMIRO Cosa?

ESTRAGONE Che lo dobbiamo aspettare.

VLADIMIRO Ha detto davanti all’albero. (Guardano l’albero). Ne vedi altri?

foto samuel beckett
Samuel Beckett – drammaturgo e scrittore

Come scrive Carlo Fruttero nella prefazione della mia edizione Einaudi di Aspettando Godot, la commedia di Beckett è la prima opera teatrale che si svolga entro “un tempo congelato, un’enorme pausa”. Ed è davvero così. I protagonisti non conoscono orari, si basano sul ciclo solare che però non sanno interpretare, e di conseguenza il tramonto viene confuso con l’alba e viceversa. Fruttero infatti scrive che la confusione si rispecchia anche sul linguaggio favorendo un florilegio di qui pro quo, doppi sensi, gag farsesche e parolacce: «Ma ci vuol poco ad avvedersi che questa non è una commedia spensierata, senza secondi fini, bensì una commedia che guarda criticamente se stessa, che non è contenta del proprio stato, una commedia, si potrebbe dire declassata che si sforza invano, per due atti, di risalire al rango perduto di tragedia».

Inoltre Fruttero fa notare che probabilmente Aspettando Godot sia nato anche da un sentimento storico, la guerra fredda, periodo in cui ogni giorno poteva essere l’ultimo, dato il pericolo di una guerra nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Sui contemporanei, l’immobilismo politico causato dal conflitto ad armi fredde, deve esser stato corrosivo: «Quel che è certo è che essa (la commedia ndr) esprime nel modo più estremo che mai sia stato tentato sulla scena una condizione di cui ciascuno di noi ha, in diversa misura, coscienza, e che ci presenta un’immagine schiacciante della vita (o, se si vuole, della “civiltà occidentale” quale si è ridotta oggi), in cui soltanto l’ottimista per candore o per partito preso può fare a meno di riconoscere i nostri rapporti, il nostro linguaggio, il nostro quotidiano brancolare».

Nella sua assurdità Aspettando Godot è allora diventato lo specchio della nostra società che si è smaterializzata: oggi usiamo monete digitali, libri digitali, realtà virtuali. Godot è il simulacro del presente in cui noi tutti siamo immersi, compresi voi che state leggendo questo blog.

Questo libro fa parte della lista Dorfles.

 

 

Carlo Levi e l’uso della letteratura per fare critica sociale

Recensione del romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, edito da Einaudi.

«I tre fantasmi bianchi picchiavano senza misericordia chi veniva a tiro, senza distinguere, poiché una volta tanto tutto era lecito, fra Signori e contadini, e tenevano tutta la strada in salti obliqui, presi dal furore, gridando invasati, scotendo nei balzi le bianche penne, come degli amok incruenti, o dei danzatori di una sacra danza del terrore». Il caso ha voluto che questo passo di Cristo si è fermato a Eboli mi sia capitato tra le mani nel periodo di Halloween. Ogni 31 ottobre dell’anno si ripetono le solite considerazioni su questa recente festa: “è un’americanata”, “importiamo sempre il peggio delle altre culture”, “abbiamo già il carnevale! Che senso ha celebrare la morte?”. Forse sull’argomentazione della “festa importata” si può cambiare idea. Come testimonia Levi nel suo romanzo, in Lucania negli anni Trenta si festeggiava una simile ricorrenza. I bambini andavano in giro con il viso impiastricciato di nero per simulare dei baffi. Gagliano, il paese in cui lo scrittore doveva scontare il confino, era molto povero e i ragazzini non potevano permettersi delle maschere. Carlo Levi si propose di fabbricargliele: «Mi misi all’opera, e feci con dei cilindri di carta bianca con dei buchi per gli occhi, una maschera per ciascuno, assai più grande del viso, che restava tutto coperto. Non so perché, ma forse per il ricordo delle funebri maschere contadine, o spinto senza volerlo, dal genio del luogo, le feci tutte uguali, dipinte di bianco e di nero, e tutte erano teste di morto, con le cavità nere delle occhiaie e del naso, e i denti senza labbra. I bambini non si impressionarono, anzi ne furono felici, e si affrettarono a infilarne, ne misero una anche al muso di Barone, e corsero via, spargendosi in tutte le case del paese. Era ormai sera, e quella ventina di spettri entravano gridando nelle stanze appena illuminate dai fuochi rossi dei camini, e dai lumi a olio ondeggianti. Le donne fuggivano atterrite: perché qui ogni simbolo è reale, e quei venti ragazzi erano davvero, quella sera un trionfo della morte».

cristo si è fermato ad Eboli copertina
Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (1945)

L’autore di queste parole è Carlo Levi che nel suo diario-romanzo, pubblicato nel 1945 da Einaudi, descrive il confino inflittogli dal regime littorio. Mussolini utilizzava questa pena per neutralizzare e controllare gli oppositori politici interni ed esterni al suo partito. Carlo viveva a Torino, dove si laureò in medicina. Lo scrittore però aveva consacrato la propria vita all’arte, e quindi preferì fare il pittore invece che il medico. Dopo l’avvento del Fascismo, nella città sabauda incominciarono a crearsi dei gruppi di opposizione. In questo ambito Carlo collaborò con l’intimo amico Piero Gobetti (figura centrale dell’editoria italiana a cui sicuramente dedicherò spazio in futuro) ed è uno dei fondatori di Giustizia e Libertà. Come si legge nella prefazione dell’edizione degli Oscar Mondadori, più volte incarcerato, nel 1935 venne confinato in Lucania. Cristo si è fermato a Eboli nasce appunto da questa esperienza.

«Mi pareva di essere un verme chiuso dentro una noce secca. Lontano dagli affetti, nel guscio religioso della monotonia, aspettavo gli anni venturi, e mi pareva di essere senza base, liberato in un’aria assurda, dove era strano anche il suono della mia voce», scrive Levi a proposito della sua condizione da confinato. La Lucania degli anni Trenta non è affatto un luogo ospitale. Come suggerito dal titolo, è un posto abbandonato da Dio dove la popolazione più povera, i contadini, sopportano le angherie del ceto borghese che è sostenitore del fascismo. A Gagliano tutto sommato lo scrittore venne accolto molto bene. Il fatto che fosse un medico, un vero medico, indusse la popolazione affetta dalla malaria a coltivare un barlume di speranza. I contadini infatti non potevano curarsi perché nel loro paese natio non c’erano dottori ma solo “medicaciucci, non medici cristiani”. Levi li apostrofa così perché questi finti dottori “di medicina non sanno più nulla, se pure ne hanno mai saputo qualcosa”. I guaritori non hanno preparazione: «I rottami delle perdute conoscenze galleggiano senza più senso, in un naufragio di noia, su un mare di chinino, medicina unica per tutti i mali». Gli abitanti allora incominceranno a presentarsi da Levi ed egli sarà costretto a esercitare un mestiere mai fatto, quello di dottore. Come si evince dalla narrazione del pittore torinese, non era affatto facile procurarsi i medicinali perché in Lucania scarseggiavano le farmacie, e quelle poche che c’erano non avevano neppure strumenti di base come gli stetoscopi. Il protagonista però verrà intralciato dai medicaciucci che lo denunzieranno per “abuso di professione”. Così i fascisti gli negheranno il permesso di visitare i malati di Gagliano.

foto di Carlo Levi
Lo scrittore Carlo Levi

Cristo si è fermato a Eboli non è solo un bel romanzo ma anche una documento storico delle società contadine degli anni Trenta. Leggendo le sue descrizioni etnografiche, il mio pensiero si è rivolto alle immagini dei bambini africani delle varie pubblicità televisive dell’Unicef. Non credo di dire qualcosa di sbagliato, se affermo che molte zone del Meridione descritte da Levi assomigliavano alla povertà africana che oggi osserviamo nei nostri schermi a led attraverso gli spot delle ONG. La malaria era infatti presente nelle campagne della Basilicata: «Di bambini ce n’era un’infinità. In quel caldo, in mezzo alle mosche, nella polvere, spuntavano da tutte le parti, nudi del tutto o coperti di stracci. Io non ho mai visto una tale immagine di  miseria: eppure sono abituata, è il mio mestiere, a vedere ogni giorno decine di bambini poveri, malati e maltenuti. Ma uno spettacolo come quello di ieri non l’avevo mai neppure immaginato. Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili, e non le scacciavano neppure con le mani. Sì, le mosche gli passeggiavano sugli occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma», il brano che avete letto condensa i pensieri di Luisa Levi, sorella di Carlo e anche lei medico come il fratello. «Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi come dei vecchi, e scheletriti per la fame; i capelli pieni di pidocchi e di croste. Ma la maggior parte avevano delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria», conclude Luisa Levi che aveva attraversato Matera per raggiungere il fratello confinato.

Foto di Gagliano - Basilicata
Foto di Gagliano – Basilicata

Cristo si è fermato a Eboli suggerisce tanti temi su cui riflettere. L’ultimo che voglio affrontare è quello legato al problema meridionale, che neppure una dittatura riuscì a risolvere. Nelle pagine finali del romanzo, Levi sostenne che i piani centralizzati avrebbero portato dei benefici pratici ma “sotto qualunque segno sarebbero restate due Italie ostili”. Qui Carlo Levi si riferiva all’enorme gap sociale ed economico tra il Nord e Sud, presente ancora ai giorni nostri. Egli affermò che il sud aveva sostanzialmente tre problemi: «(1) Siamo innanzitutto di fronte al coesistere di due civiltà diversissime, nessuna delle quali è in grado di assimilare l’altra […] La civiltà contadina sarà sempre vinta, ma non si lascerà mai schiacciare del tutto, si conserverà sotto i veli della pazienza, per esplodere di tratto in tratto. (2) Il secondo aspetto è quello economico: è il problema della miseria. Quelle terre si sono andate progressivamente impoverendo; le foreste sono state tagliate, i fiumi si sono fatti torrenti, gli animali si sono diradati, invece degli alberi, dei prati e dei boschi, ci si è ostinati a coltivare il grano in terre inadatte. Non ci sono capitali, non c’è industria, non c’è risparmio, non ci sono scuole, l’emigrazione è diventata impossibile, le tasse sono insopportabili e sproporzionate: e dappertutto regna la malaria. (3) Infine c’è il lato sociale del problema […] Il vero nemico, quello che impedisce ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile ai contadini, è la piccola borghesia dei paesi. È una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale». Parole dure ma necessarie quelle di Levi sul Meridione.

In questo post sul capolavoro di Carlo Levi si potevano scrivere tante cose, ma ho voluto comunque evitare errate sintesi proponendo il limpido pensiero del pittore torinese, che nell’epoca attuale ha ancora molto da insegnare. Cristo si è fermato a Eboli è un libro da leggere per capire un pezzo di storia d’Italia che influenza tutt’ora l’attualità del Paese a forma di stivale.

Il libro fa parte della lista Dorfles.

Come curare il nostro giornalismo morente minacciato dal mondo digitale

Recensione del saggio di Domenico Quirico intitolato “Un tuffo nel pozzo” (Vita e Pensiero).

Le immagini sanguinose e violente dell’aggressione al giornalista del programma televisivo Nemo hanno sconvolto l’opinione pubblica. Commenti indignati e analisi televisive hanno fatto da contorno a questa vicenda avvenuta ad Ostia ai primi di novembre. Si è gridato alla Continua a leggere “Come curare il nostro giornalismo morente minacciato dal mondo digitale”

Anche le fabbriche hanno un’anima

se i muri potessero raccontareDopo tre anni dal precedente romanzo, Maurilio Riva torna in libreria con la sua ultima fatica intitolata Se i muri potessero raccontare (Unicopoli). Lo scrittore milanese, di origine tarantina, torna nuovamente a raccontare il mondo operaio degli anni ’60 e ’70. Riva è davvero un grande conoscitore dei temi proletari grazie al suo passato lavorativo: egli ha infatti sperimentato in prima persona i vizi e le virtù del lavoratore faticando in un’importante azienda lombarda nel campo delle telecomunicazioni in cui, tra le altre cose, ha ambientato il suo ultimo volume. L’aspetto più sorprendente del libro è sicuramente la struttura narrativa: un mosaico di storie operaie rese note dalla laconica voce immaginaria della fabbrica in cui i lavoratori sono stati impiegati. A onor del vero, la “fabbrica animata” non si limita solo a raccontare le biografie dei propri occupanti ma esprime anche parecchi giudizi sul presente e il futuro delle strategie aziendali; il più delle volte le considerazioni dell’edificio parlante hanno un carattere esplicito:

citazione libro se i muri potessero raccontare

Credo che non sia possibile elaborare una sintesi del libro. Come scrive l’autore, nell’opera troviamo infatti le testimonianze di un microcosmo operaio realmente esistito; ogni racconto è un frammento indipendente che si lega però ai ricordi delle pareti di calcestruzzo dello stabilimento industriale. Dalle pagine de Se i muri potessero raccontare, il lettore percepisce che per il proletariato la fabbrica sia un ambiente ambivalente dove le gioie e dolori di un umanità stanca  si mescolano ad un’assidua routine lavorativa. Inoltre ritengo che il tema centrale della pubblicazione sotto esame sia l’alienazione prodotta dal sistema industriale. Moreno Senzamacchia, un personaggio su cui si soffermano i ricordi dello stabilimento, con la sua cultura rappresenta il necessario farmaco per aggredire l’insopportabile conformismo produttivo.

se i muri potessero raccontare

Riva ha uno stile chiaro e scorrevole, animato da un frizzante citazionismo: ho trovato formidabili i riferimenti a Walter Benjamin, Charles Baudelaire e Carlo Levi. Considerando un aspetto di mera editoria, mi è difficile definire con completezza il genere dell’opera: mi sono trovato a sfogliare un libro che è un ibrido tra un saggio e un romanzo.  Potremmo definirlo una non-fiction intrisa di nozionismo e precisi riferimenti storici, ma sarebbe un’etichetta inadeguata all’intuizione letteraria di Riva. Di sicuro la struttura narrativa assomiglia molto alla celebre Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

A chi consiglierei questo libro? Senza dubbio a un lettore motivato che voglia rileggere la storia operaia da un inedito punto di vista. Maurilio sa cogliere la criticità del mondo moderno che sta dimenticando la propria recente storia industriale in nome di un progresso sempre più invadente e, perché no, più inquietante:

se i muri potessero raccontare

La lettura di Se i muri potessero raccontare tutto sommato è stata gradevole, resa ancor più interessante dalle testimonianze raccolte da Riva che danno al lettore un vivido affresco della multiforme umanità di una fabbrica che ha perso tutto tranne che i propri ricordi. Per questo motivo, come è possibile non resistere alla commozione, dopo aver terminato il capitoletto dedicato ad Ultimo, in cui viene sviscerato quel dolore immane che prova un padre davanti alla prematura morte di un figlio? Un pacchetto di fazzoletti non è bastato.