La morte a Venezia di Thomas Mann. Il fascino dell’abisso

Recensione “La morte a Venezia” di Thomas Mann, pubblicato da Mondadori

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L’età che avanza è percepita come una malattia nella società di oggi. Chiunque di noi ha in testa l’immagine dell’attempata signora dell’alta borghesia che è stata sfigurata dal chirurgo plastico di fiducia: canotti al posto delle labbra e zigomi sporgenti. Perché si fa tutto questo? Invecchiare è così brutto? Non saprei rispondere, ma Thomas Mann ne La morte a Venezia cerca di capirlo per mezzo di Gustav Aschenbach, scrittore tedesco afflitto dalla noia del quotidiano. Gustav ha tutto: fama, soldi e salute. Aschenbach però non è felice, cova una malinconia: non aver vissuto appieno la giovinezza. Il protagonista allora decide di fare un viaggio per distrarsi e sceglie la Venezia degli anni ‘10 del Novecento (almeno così credo, dato che il libro venne stampato nel 1912). Continua a leggere “La morte a Venezia di Thomas Mann. Il fascino dell’abisso”

I Racconti di Repubblica. Una riscoperta

24 volumetti di 40 pagine curati dal critico letterario Paolo Mauri

C’è una collana di racconti che è stata totalmente ignorata dal Web. Questa serie letteraria si chiama I Racconti di Repubblica. Affermo ciò, perché ho provato a cercare alcune informazioni su questo progetto letterario, facendo una faticaccia assurda. Vagando qua e là per i siti, tuttavia sono riuscito a raccogliere dei dati che ora elencherò. Continua a leggere “I Racconti di Repubblica. Una riscoperta”

12 ebook gratis per gli amanti dei classici

12 ebook gratis per il tuo e-reader

Ho notato che negli ultimi mesi molti lettori del blog hanno sfogliato un post sui libri gratis in metropolitana. In un primo momento non capivo il perché. L’iniziativa è infatti scaduta da tempo e riguardava solo Milano. Forse chi clicca su questo post è probabilmente alla ricerca di siti in cui poter ottenere degli ebook gratis, rispettando la legge italiana. Di certo, non scriverò una lista di siti da interrogare per trovare gli ebook gratis. Se ne trovano diversi in rete (non ho dunque voglia di fare un post clone). Tuttavia per venirvi incontro ve ne segnalo alcuni: Progetto Gutenberg, Liberliber, Mondadori Store, Archieve.org e Amazon. Continua a leggere “12 ebook gratis per gli amanti dei classici”

La rivoluzione gentile di Bartleby, lo scrivano

Recensione del racconto “Bartleby, lo scrivano” di Herman Melville.

bartleby scrivano libro melville foto

Mi ero completamente scordato di possedere nella mia libreria Bartleby, lo scrivano del celebre scrittore newyorkese Herman Melville. Il motivo è semplice: il librettino era stato inghiottito da altri libri. Nonostante la sua occultazione, sono riuscito a trovarlo e – cosa più importante – a leggerlo. L’edizione, acquistata nel lontano 2015, era uscita nella collana dei Racconti d’autore del quotidiano economico “Il Sole 24 Ore”. Bartleby, lo scrivano è un racconto che viene citato spesso; mi ricordo di un’improbabile citazione in un libro di Beppe Severgnini: Bartleby veniva tirato in ballo perché doveva fungere da esempio alle nuove generazioni di lavoratori. Ora vi chiederete perché Severgnini abbia utilizzato il racconto di Melville. La risposta è semplice: per una famosissima frase: “Preferirei di no”.

La voce narrante del racconto è il proprietario dello studio legale in cui Bartleby lavora. Il padrone è un avvocato sulla sessantina, gentile e coscienzioso; un vero miracolo pensando alla tipica spregiudicatezza dell’ambiente forense. Siamo in un ufficio di Wall Street dell’America dell’Ottocento. Oltre all’avvocato e a Bartleby, nello studio lavorano altri tre individui con dei curiosi soprannomi (il narratore spiegherà l’etimologia): «Nel periodo immediatamente precedente l’avvento di Bartleby avevo alle mie dipendenze due persone, in qualità di copisti, e un ragazzo piuttosto promettente, in qualità di fattorino. Il primo Turkey, il secondo Nippers, il terzo Ginger Nut». L’avvocato mette subito in allerta il lettore riguardo al resoconto su Bartleby, che viene definito “fra tutti gli scrivani fu il più strano che io abbia mai visto o di cui abbia sentito parlare”. Bartleby è effettivamente un giovane atipico. Viene assunto per la sua innata capacità di copiare complicati documenti forensi e per la sua taciturna educazione. Nel suo angolino, lo scrivano passa tutto il giorno a scrivere e a riscrivere, fermandosi solo per sgranocchiare qualche biscotto allo zenzero. Gli attriti tra lo scrivano e il suo datore di lavoro emergono quando Bartleby si rifiuta di assistere alla correzione di alcuni testi. «Me ne stavo dunque seduto in tale atteggiamento quando lo chiamai spiegandogli in fretta quanto desiderassi da lui, ovvero esaminare insieme a me un breve documento. Immaginate quindi la mia sorpresa, per non dire la mia costernazione, quando, senza neanche muoversi dal suo buco solitario, Bartleby, con voce singolarmente pacata ma ferma, rispose: “Preferirei di no”». La risposta spiazza totalmente il bonario avvocato che non sa come reagire. Alla fin della fiera, Bartleby viene esentato dal correggere i documenti per evitare ulteriori problemi all’interno dello studio. Un bel giorno però Bartleby smette di scrivere e, di conseguenza, a lavorare. Non sappiamo il motivo, egli interrogato sul suo strano atteggiamento risponde che “preferisce non farlo”. Il licenziamento è vicino. Il proprietario dello studio però non sa come liberarsi di Bartleby che ogni giorno si presenta sul luogo del lavoro e passa le ore a fissare il muro al di là di una finestra. Al “sei licenziato”, Bertleby risponde sempre “preferirei di no”. L’avvocato, pur di liberarsi dallo sgradito lavoratore, sceglie di traslocare. Bertleby rimarrà nello studio, anche dopo il subentro di un altro legale. A causa della sua caparbietà, lo scrivano verrà tradotto in carcere dove si abbandona alla morte, rifiutando il cibo e le relazioni sociali.

foto di herman melville
Herman Melville – scrittore

Seguendo le mie prime impressioni, mi sembra che il libro sotto esame sia dedicato all’alienazione da lavoro. Mi spiego meglio. Bartleby è impiegato in una mansione disumanizzante: passa ore e ore a leggere e a copiare documenti legali in uno spazietto claustrofobico. Lo scrivano è anche privato del panorama della sua finestra, che consiste in un muro impenetrabile. Il lavoro di Bartleby non è usurante. Di Più. È un impiego mortale. Melville da grande intellettuale riflette sugli effetti dei lavori estenuanti nella società moderna già nel 1853: un tema ancora attuale nelle nostre democrazie occidentali. Come abbiamo appreso da alcune inchieste giornalistiche, sappiamo che alcune grandi multinazionali sfruttano i propri lavoratori togliendo loro anche il respiro. In passato ho sperimentato personalmente questa alienazione e in tutta sincerità vi confesso che mi ha davvero fatto passare dei brutti momenti. D’altronde la fame o la schiavitù, come nell’800 a oggi, è la condizione primaria dell’impiego medio. Ultimamente ho assistito nella mia città a uno spettacolo di stand-up comedy. Il comico che mi stava di fronte a un certo punto ha parlato di lavoro. In particolare ha dichiarato al pubblico di aver lasciato il suo lavoro dopo aver visto un video del motivatore Montemagno su Facebook. Il video diceva sostanzialmente che se un lavoro non ti piace, bisogna cercare di inventarsene uno nuovo che soddisfi le proprie aspettative. «Ho fatto come mi ha detto Montemagno. Mi sono licenziato. Massì chissenefrega. La vita è una sola. Ora me ne inventerò un altro, di lavoro. Nel frattempo però sono un disoccupato». Non so se Melville sia un sognatore o un testimone, fatto sta che il messaggio di questo breve racconto è molto chiaro da ciò che si evince dai passi di Bartleby, lo scrivano: «Pensate ad un uomo che per natura e per le sventure sia incline a una pallida disperazione: riuscite a pensare a un lavoro più adatto per acuire tale propensione? Maneggiare lettere smarrite, irrecapitabili, per metterle in ordine e poi darle alle fiamme… Inviate come messaggere di vita, queste lettere viaggiano verso la morte. Ah, Bartleby! Ah, umanità!».

Questo libro è contenuto nella lista Dorfles.e qui sotto trovate il podcast di Radio3 dedicato al romanzo di Melville.

Oblomov e la filosofia dell’inguaribile idealista

Recensione del libro “Oblomov” di Ivan Goncarov.

Solo nel 2017 ho compreso perché la critica consideri Oblomov un grande classico della letteratura. Non mi importa della mia reputazione da lettore. Devo fare una fastidiosa confessione: non conoscevo né il romanzo né il suo autore. Non sono un analfabeta, ho fatto il Classico, e mi sono laureato in Lettere. Malgrado una vita passata in mezzo ai libri, non ho mai conosciuto nessuno che abbia saputo dirmi “tieni Paolo, questo è un’opera che devi assolutamente avere nella tua libreria casalinga”. Non mi sto giustificando e nemmeno cerco di scaricare le personali responsabilità sull’ignoranza dei miei conoscenti. Però, se ci rifletto bene, è molto strano che la lettura di Oblomov sia avvenuta nel ventiseiesimo anno della mia esistenza. Può darsi che tale fatto sia un segno del destino. Ecco, lo sapevo, anche io sono stato contagiato dall’oblomovismo.

copertina oblomovPrima di concentrarci su questa patologia letteraria, vorrei dare la precedenza alla trama del romanzo di Ivan Goncarov. Il libro, ambientato nell’Ottocento, parla dell’esistenza infelice di Il’ja Il’ic Oblomov, un possidente russo che si mantiene grazie alle rendite provenienti dal villaggio Oblomovka, in cui vivono 300 contadini. La narrazione si focalizza sulle idiosincrasie del protagonista, sia a livello sociale che a livello amoroso. Oblomov vive a Pietroburgo, la capitale russa, in un appartamento polveroso e trascurato. Con lui c’è il fido Zachar, il servo di famiglia che accudisce e si prende cura quotidianamente di Oblomov. Un bel giorno Il’ja Il’ic riceve una lettera, in cui vi è scritto che le rendite di Oblomovka stanno calando per una cattiva amministrazione. Oblomov non sa cosa fare e si chiude in un’inattività che farebbe invidia all’uomo più pigro del mondo. Poco tempo dopo la ricezione della lettera, gli fa visita l’amico d’infanzia Stolz: un giovane tedesco che ha fatto fortuna come uomo d’affari. L’amico riesce a smuovere Oblomov dalla sua apatia e lo riporta in società per disintossicarlo dall’esacrabile indolenza. In una delle sue comparse in società, Oblomov conosce Ol’ga, un giovane ragazza molto intelligente, amica di Stolz. Sboccia l’amore. Il’ja Il’ic e Ol’ga sembrano destinati a sposarsi ma le cose non andranno come sperato. Per evitare spoiler sul finale, termino qui la mia breve e incompleta analisi sulla trama.

Torniamo all’oblomovismo. Questo neologismo viene forgiato da Stolz che, in un diverbio con l’amico possidente, accusa Oblomov di sprecare la sua vita e le sue ricchezze a causa di una congenita trascuratezza costellata da un idealismo esasperato.

«E in che consiste, secondo te, l’ideale della vita? Dove non c’è oblomovismo?» chiese timidamente, senza slancio. «Non cercano forse tutti di raggiungere ciò che sogno io? Ma scusami,» disse più arditamente, « forse che lo scopo di tutto il vostro correre di qua e di là, delle passioni, delle vostre guerre, del commercio e della politica non è la ricerca della calma e l’aspirazione verso questo ideale di paradiso perduto?»

foto goncarov
Lo scrittore Ivan Goncarov

Dalle parole di Oblomov capiamo che egli non è affetto da indolenza, ma il nobile aspira solo a una vita felice senza nevrosi e preoccupazioni. Questo ideale di pace dei sensi matura e si rafforza durante l’infanzia di Il’ja Il’ic a Oblomovka. In una corposa digressione sulla gioventù di Oblomov, il villaggio viene descritto come un luogo metafisico, perfetto e ameno. Olomovka è un paradiso, “un modello astratto di struttura arcaica”, dove i suoi abitanti vivono felici, appagati e lontani dalle storture della modernità. I contadini di Oblomovka rappresentano una società autosufficiente: gli abitanti consumano solo ciò che producono. La natura dispensa gioie e dolori. Insomma una realtà totalmente diversa dall’artificialità della metropoli in cui Oblomov si è trasferito in età adulta con Zachar. Seguendo queste considerazioni, è abbastanza chiaro che Goncarov abbia voluto realizzare una contrapposizione tra due diverse visoni: naturalismo e liberismo illuminista. Questo contrasto ideologico non c’è solo tra Pietroburgo e Oblomovka, ma anche tra Stolz e Oblomov. L’amico tedesco cerca in tutti i modi di trascinare Il’ja Il’ic fuori dal suo appartamento, che è diventato “una piccola, inerte, polverosa Oblomovka”, e di introdurlo nel nuovo mondo. Anche Ol’ga tenta invano di costruire con operosità un nuovo ponte tra il paradiso idealizzato oblomoviano e la dinamicità della civiltà moderna. Tornando a Stolz, sappiamo che egli è il contrario di Oblomov: il tedesco è un borghese che guadagna e produce; egli ha accettato le frenetiche regole della modernità ed è riuscito a piegarle ai suoi interessi. Così non è per Il’ja Il’ic, il quale fa estrema fatica a vivere attivamente il suo ruolo di nobile nella alta società russa. Oblomov è fondamentalmente un sognatore, un uomo di buon cuore, che ha consacrato la propria esistenza all’utopia di un mondo regolato da leggi naturali, dove regna un clima pacifico e senza conflitti.

Dopo la pubblicazione del libro, avvenuta nel 1855, il giornalista e critico letterario Nikolaj Aleksandrovič Dobroljubov delineò un’analogia tra il protagonista e la condizione del cittadino russo della metà dell’Ottocento:

«In Oblomov si riflette la vita russa, viene presentato il vero e vivo tipo russo contemporaneo, scolpito con inesorabile rigore e precisione; viene pronunciata la nuova parola d’ordine dello sviluppo della nostra società; viene pronunciata con chiarezza e fermezza, senza disperazioni né puerili speranze ma con la piena coscienza del vero. Questa parola è oblomovismo; essa serve da chiave per la soluzione e l’interpretazione di molti fenomeni della vita russa e conferisce al romanzo di Goncarov un significato sociale molto più grande che non a tutti i nostri racconti di letteratura accusatoria».

Qui Dobroljubov addebita l’arretratezza del territorio russo alla scelleratezza della politica dei possidenti, che hanno rinunciato all’ammodernamento delle loro proprietà, lasciando nella povertà un ingente numero di contadini.

Questo libro è contenuto nella lista Dorfles.

“La cripta dei cappuccini” e il tramonto austro-ungarico

Recensione del romanzo “La cripta dei cappuccini” di Joseph Roth.

Un mattina mentre facevo colazione, alla radio parlavano di pensioni. I presentatori sostenevano che il periodo lavorativo dovesse essere più lungo, e di conseguenza i lavoratori avrebbero dovuto accettare di andare in pensione più tardi rispetto alle generazioni passate. Coloro che chiamavano e intervenivano nella trasmissione però non erano assolutamente d’accordo. All’improvviso uno dei due conduttori non si è più trattenuto e ha esclamato: “Diamine! Questa è la modernità, bisogna adeguarsi”. L’esternazione dello speaker radiofonico ha provocato al mio cervello un movimento involontario del pensiero e mi sono chiesto: “Chi non si adegua alle contingenze del presente è già morto e inutile per la società?” Ecco allora che mi è tornato in mente Francesco Ferdinando Trotta, il protagonista dell’ottimo romanzo di Joseph Roth, intitolato La cripta dei cappuccini (Adelphi).

criptadeicappucciniTrotta è un nobile viennese. Non lavora, non studia, passa il suo tempo nei migliori locali viennesi a discutere con gli amici, anche loro altolocati. Dai suoi discorsi si percepisce un’irresistibile noia per il lusso e la vita troppo comoda che egli conduce. Trotta non ha più stimoli e gli unici momenti di distrazione arrivano quando un cugino, messo male economicamente, bussa alla sua porta per chiedergli la parte di eredità che gli è stata promessa. Per il Trotta il denaro è come i cioccolatini, abituato al lusso, egli lo spende senza pensarci. I suoi ideali politici sono legati alla monarchia austro-ungarica perché un suo parente, il luogotenente di fanteria Joseph Trotta, fu definito “l’eroe di Solferino”. Il protagonista del libro però percepisce che la bella vita viennese stia finendo: “il frainteso e abusato spirito della vecchia monarchia”.

Venti gelidi spirano sull’Europa del 1914. Scoppia la prima guerra mondiale. Trotta, onorando la tradizione militare della sua casata, decide di andare a combattere. Viene però fatto prigioniero e condotto in Siberia. Riesce a tornare a casa, dopo rocambolesche avventure, ma il conflitto ha cambiato per sempre Vienna e ovviamente anche l’Impero austro-ungarico che viene smembrato. In patria Trotta non riesce più a ritrovare le vecchie abitudini e fatica ad adeguarsi alla modernità: i principi della monarchia sono un ostacolo per la convivenza civile. Il protagonista stenta a riconoscere persino sua moglie, Elisabeth, sposata poco prima di impugnare il fucile per la grande guerra. La donna lavora in uno studio artistico e ha una sorta di relazione con la socia in affari. Trotta si sente confuso e non sa cosa fare. Rimane inattivo fino alla fine dei suoi giorni. Egli allontanerà perfino suo figlio, mandandolo in Francia da una famiglia di amici.

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Joseph Roth – scrittore

“Non mi curai più del mondo […] andai alla cripta dei cappuccini”. Sicuramente questa è una delle frasi chiave del romanzo. La cripta, il monumento funebre dei reali, è il simbolo della pietrificazione del passato. La cultura austro-ungarica di Trotta è troppo ingombrante da poter essere emendata dal presente. Secondo il protagonista l’unica soluzione è l’estinzione senza compromesso. Trotta abdica alle sue funzioni sociali fino alla fine della sua esistenza. La metafora letteraria ordita dallo scrittore Joseph Roth è davvero attuale. Pensiamo all’Italia e al suo dibattito pubblico. Nel 2017 stiamo ancora parlando di comunismo e fascismo, dimenticandoci delle sfide del presente come l’ambiente, il lavoro, l’economia traballante. In sintesi, ci sono parecchi dirigenti che, come il Trotta, continuano caparbiamente a difendere lo status quo fregandosene dell’avvenire delle nuove generazioni.

Qui sotto trovate un interessante podcast, dedicato al libro, che è stato prodotta da Radio3.