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Dorfles e i 100 libri che dovremmo leggere

Quali sono i libri che dobbiamo leggere almeno una volta nella nostra vita? Una domanda che potrebbe provocare talmente tante discussioni da non finire più. Per nostra fortuna ci sono degli intellettuali che ci hanno fatto risparmiare tempo, stilando delle lunghe liste dei volumi necessari alla nostra crescita intellettuale. Anche giornali come Le Monde e network tv come la BBC si sono cimentati nel creare delle liste. I loro elenchi però hanno dei difetti: sono troppo sbilanciati dalla cultura che li ha generati. La lista di Le Monde contiene molti titoli francesi e quella della BBC si focalizza molto sulla letteratura inglese. Questa mia osservazione non è una critica ma solo una presa di coscienza sulle storture che le liste possono avere.

Piero Dorfles – Critico letterario

L’idea che mi ero fatto sulle liste però è mutata dopo la lettura di un saggio che parla di libi. Mi riferisco a I Cento Libri: che rendono più ricca la nostra vita di Piero Dorfles. Se siete degli abituali frequentatori del mondo della cultura, non vi sarà sfuggito un certo richiamo all’arte, leggendo il cognome Dorfles. Ecco, non sto parlando del centenario Gillo Dorfles, pittore, filosofo e celebre critico d’arte. Il Dorfles che ha scritto il libro sotto inchiesta è il critico letterario, che ha condotto famosi programmi radiofonici e televisivi.

Dorfles dice che la lettura ci aiuta a vivere meglio e ad evitare l’alienazione sociale: «Ma perché abbia degli effetti positivi, la lettura deve essere libera, critica e analitica». Ci sono intellettuali ottusi che non liberano né la coscienza e neppure la creatività. Leggere non ci rende persone migliori, se le storie che leggiamo non si diffondono nelle strade, nei parchi, nei tram. Secondo il mio modesto parere, le attuali sfide editoriali si concentrano solo sul marketing e non sulla divulgazione della lettura: si intortano i lettori per rifilare loro l’ultimo best-seller.

Ci sarebbe ancora molto da dire sul libro. Troverete altre mie considerazioni nel podcast qui sotto.

 

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Trono di Spade. Gli albori di una fortunata saga letteraria

trono di spade grande invernoLa breve recensione che sto per fare rappresenta un grande sforzo per le mie energie settembrine. In realtà dovrei essermi abbastanza riposato dopo le rilassanti vacanze estive. D’altro canto sappiamo tutti che le prime settimane di settembre sono davvero dure, più complicate del contenimento di un orda di “estranei” che si avvicina al nostro castello. L’estate è ormai finita, diciamolo pure, e l’inverno sta arrivando. Se non siete totalmente a digiuno di Trono di Spade avrete subito capito che il libro che sto per introdurre è proprio il primo volume della fortunatissima serie partorita dalla brillante creatività di George R.R. Martin (prossimo al suo 70esimo compleanno).

Il primo volume della saga de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco è intitolato Il grande inverno, un bel volumone di 800 pagine pubblicato da Mondadori. Grazie a Dio non saprò mai quanto pesi dato che l’ho acquistato online in versione epub per il mio lettore Kobo. La storia è ambientata in un mondo cavalleresco-medievale fantasy costellato di misteri, magie e intrighi. Il territorio in cui si muovono i protagonisti è amministrato da alcune grandi casate. Cito le più importanti con i loro emblemi: ci sono gli Stark con il simbolo del lupo, i Lannister con quello del leone, i Baratheon con quello del cervo, i Targaryen con quello dei draghi, etc… La narrazione avviene attraverso vari personaggi, a cui sono dedicati singoli capitoli. Abbiamo diversi punti di vista ma è abbastanza chiaro che l’autore si sia focalizzato sulla casata Stark.

george r.r. martin

George R.R. Martin

Nel nord della misteriosa terra inventata da Martin risiede infatti la casata Stark. Il cavaliere Eddard Stark con la propria famiglia risiede in un castello che è stato chiamato “Grande inverno”. Eddard è un uomo di fiducia di re Robert Baratheon che siede sul suo trono di spade nel caldo sud, da dove amministra l’intero territorio della corona. Dopo la visita di Robert, Eddard è costretto a trasferirsi al sud con le sue due figlie. Egli sarà il cavaliere del re, ovvero il suo primo consigliere. Eddard non esprime molta felicità per questo incarico anche perché poco tempo prima suo figlio Brandon era stato coinvolto in un tragico incidente che lo aveva paralizzato dalla vita in giù.

Lord Stark sarà immerso in un vortice di intrighi e il suo onore sarà messo a dura prova. Però una terribile minaccia sta incombendo sul tutto il regno dall’estremo nord dove fu eretta dai primi uomini una barriera di ghiaccio per proteggersi dagli esseri terribili e portatori di morte soprannominati “estranei”.

Posso dire con sicurezza che le 800 pagine del romanzo non siano per nulla pesanti. Lo stile di Martin è semplice e concepito per dare risalto ai colpi di scena della ricca trama. In questo volume c’è molta politica nonostante l’ambientazione fantasy e dunque la lettura di alcuni episodi si integra anche con i fatti della nostra attualità: le migrazioni, i cambiamenti climatici, le crisi economiche… Molti mi hanno chiesto se sia meglio il libro o la serie tv prodotta dalla HBO. Difficile dirò, lo show televisivo però è nettamente più sconvolgente.

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Il saggio non litiga mai. Accenni di autodifesa verbale

Si vince in difesa e non in attacco

foto litigioCombattenti si nasce e non si diventa avrebbero detto gli Spartani. La frase può avere senso se siamo dei lottatori di Sumo o dei pugili. Nella nostra società democratica il combattimento è prevalentemente verbale anziché fisico. Quotidianamente ci capita di avere degli attriti e discutere con chi non ci rispetta e vuole calpestarci. Come reagire allora alle provocazioni? Le strategie sono varie ma quelle proposte da Barbara Berckhan sono spiazzanti. L’autrice di Piccolo manuale di autodifesa verbale edito dalla casa editrice Feltrinelli cerca di convincerci che possiamo prendere ispirazione dalle arti marziali per difenderci, e sottolineo difenderci, dai cafoni della parola. Siamo noi che plasmiamo la nostra felicità e infelicità nei rapporti interpersonali. La Berckhan infatti scrive: «Il mondo là fuori, fondamentalmente, è neutro. Sono i nostri pensieri a darcene un significato». Secondo l’autrice ogni dialogo provoca in noi delle reazioni e il “non combattere è la via d’uscita più semplice e anche più sicura nella trappola delle provocazioni”.

Le 5 regole di una buona autodifesa

barbara berckhan

Barbara Berckhan

Essere superiori nelle conversazioni tossiche è possibile e secondo la Berckhan sono cinque i capisaldi da tenere presente quando si è immersi in una discussione:

  1. Quello che gli altri fanno o dicono è essenzialmente una proposta: non abbiamo alcun obbligo nell’accettare le proposte altrui.
  2. Il nostro cervello produce pensieri “automatici”. Riconosciamoli e mettiamo in dubbio quelli negativi e aggressivi.
  3. Dobbiamo imparare ad essere liberi di analizzare un problema da una certa distanza senza lasciarci coinvolgere troppo da vicino.
  4. Bisogna capire quali siano le nostre priorità personali in modo da preferire la qualità della propria vita rispetto allo scontro.
  5. Per ultimo, impariamo ad accettare la diversità degli altri rinunciando a volerli cambiare in tutti i modi.

Piccole strategie dialettiche

4158266_280463Come avrete capito non siamo di fronte ad una strategia dialetticamente aggressiva. La Berckhan suggerisce alcuni metodi come la contro-domanda all’insulto. Tipo: “Lo sai che mi sembri un tipo insipido.” “Cosa intendi con insipido?” “No, volevo dire che non ti conosco e quindi non ho capito che personalità hai”. La contro-domanda è utile per effettuare dei chiarimenti a commenti che potrebbero darci fastidio. Alcuni di voi però si chiederanno perché sia consigliabile la difesa rispetto all’attacco. L’autrice spiega bene cosa comporta litigare. Quando abbiamo un battibecco energico il nostro corpo si affatica a causa dello stress e incomincia a produrre cortisolo, una sostanza che non fa per niente bene al nostro organismo. Siamo dunque liberi di litigare ma dobbiamo essere consci che le diatribe turbano le nostre giornate e molto spesso ci distolgono dai nostri obiettivi primari. I talk-show sono un esempio di comunicazione litigiosa tesa all’annullamento dei contenuti. Quando i politici non vogliono esprimersi su temi delicati cercano in tutti i modi di buttarla in caciara. Per farlo attaccano personalmente il loro interlocutore per attizzare il fuoco del litigio. Il Piccolo manuale di autodifesa verbale è un buon testo da studiare per incominciare a sgomberare dalla propria vita tutte quelle relazioni che ci provocano acidità di stomaco.

Le otto montagne e la sensazione del sentiero sbagliato

Il motivo di una scelta letteraria

foto libro le otto montagneQuando arriva l’estate si presentano delle domande che si ripetono da secoli. Una di queste è “Ci facciamo una vacanza al mare o in montagna?”. I gusti sono gusti e oggi con l’internazionalizzazione della consueta villeggiatura anche la città è divenuta metà turistica: New York, Praga, Stoccolma etc… Personalmente è da parecchi anni che non vedo il mare. La spiegazione è che da qualche anno mi ritiro in Valsesia nel periodo estivo. Ho dunque incominciato ad apprezzare la montagna con tutti i pregi e i difetti delle cime rocciose. Chiaramente il periodo di licenza da Milano ha influito sulle mie letture. Quale lettura estiva avrei potuto intraprendere che fosse adeguata all’ambiente vacanziero in cui mi piace stare? Ho dunque scelto Le otto montagne di Paolo Cognetti pubblicato da Einaudi. Ovviamente ho preso in considerazione questo romanzo anche perché ha vinto l’edizione del 2017 del (prestigioso?) Premio Strega. Quindi mi sono chiesto se fosse davvero il miglior romanzo italiano del 2016. Come sempre la risposta non è così scontata.

Di cosa parla il romanzo

foto di paolo cognetti

Paolo Cognetti

Le otto montagne è un romanzo di formazione – accelerata direi. Il protagonista è Pietro, un milanese che si trova a passare le sue vacanze a Grana, una paese ai piedi del Monte Rosa. Sin da bambino il protagonista è affetto da una sorta di smarrimento esistenziale: Milano lo opprime col suo grigiore e la montagna invece lo mette a dura prova soprattutto ad alta quota. Oltre a questi problemi, Pietro non va d’accordo con suo padre, insomma non come lui vorrebbe. Le cose incominciano a cambiare quando incontra Bruno, abitante di Grana, che diverrà il suo migliore amico. Un’amicizia che durerà più di 20 anni. Il libro dunque parla essenzialmente dello sbocciare e dell’appassire di un sodalizio. Nella narrazione ci sono poi altri spunti come il tema del rapporto col padre, delle relazioni con le donne e infine del luogo adatto all’esistenza dell’individuo. Scorrendo le pagine poi si scoprirà che Pietro sceglie di vivere in Nepal, nello specifico sull’Himalaya, dove collabora con una ONG che soccorre e aiuta le persone povere e gli orfani.

Poca originalità

Non so come entrare nella questione e allora comincerei col dire che ho fatto fatica a terminare Le otto montagne di Cognetti. Questo libro non mi ha fatto provare un granché. Tanti autori hanno approfondito il rapporto tra natura e modernità. Abbiamo dunque una vasta gamma di scritti su questo tema. Mi aspettavo qualcosa di più introspettivo. Invece le pagine sono passate senza lasciarmi qualcosa di pregnante o su cui riflettere. Avete presente quando cercate un buon sentiero ma vi perdete e siete costretti a tornare indietro? Ecco, la sensazione di lettura si avvicina a tale smarrimento. Questo libro manca di originalità anche nello stile che si presenta scarno ed essenziale, tendente all’appiattimento lessicale (evitato nella terminologia specifica dell’ambiente montuoso). Mi sono appuntato una decina di passaggi ma nulla più. Il passo più interessante rimane l’indovinello del torrente del padre di Pietro: «Guarda quel torrente, lo vedi? – disse. – Facciamo finta che l’acqua sia il tempo che scorre. Se qui dove siamo noi è il presente, da quale parte pensi che sia il futuro?». Ripetendo ciò che ho scritto all’inizio, per esperienza personale conosco abbastanza bene la montagna e la gente che la abita. Negli anni ho notato che il rapporto con la natura rende più spigolosi e pragmatici, se volete meno disposti al compromesso e alla politica. Non sono rari i dispetti e le faide tra famiglie concorrenti nei piccoli paesini d’alta quota. Sarà un mio gusto personale ma mi piacerebbe forse un romanzo che narri questi aspetti meno noti che la solita nenia sentimentale sull’amicizia tragicamente perduta.

cover veri padroni del calcio

Chi sono i veri padroni del calcio?

Un tifoso non sa certe cose

tifosi cinesi milan interHo sempre seguito le partite del Milan da quando ero nel passeggino. Ovviamente non lo decidevo io ma mio padre appassionato – a fasi alterne – della squadra meneghina a strisce rosso-nere. Una volta cresciuto – andavo alle elementari – decise di farmi fare un provino per entrare nella squadra dei pulcini del Milan. Lo passai ma poi di lì a poco smisi di continuare la mia carrierina calcistica. I bambini non erano più bambini su quel campo da calcio. Il rettangolo di gioco era diventato un’arena dove i genitori aizzavano i loro pargoli a dare il meglio senza sconti per gli avversari. È abbastanza chiara dunque la contraddizione. Da una parte abbiamo degli educatori che ci propugnano lo sport come esperienza di vita e da un’altra le famiglie che percepiscono il calcio come un investimento. Nelle zone più povere d’Italia e anche del mondo la carriera calcistica rappresenta il sacro Graal di una vita felice e appagante in un sistema economico in crisi dove anche i laureati fanno un’incredibile fatica a trovare un’occupazione. Attraverso la mia piccola esperienza personale ho capito che dietro al calcio non c’è solo amore e solidarietà ma anche livore e spregiudicatezza. Diciamoci la verità: il mondo del pallone ormai è un formidabile business che ingoia miliardi di euro grazie soprattutto ai diritti tv.

Chi sono i potenti del pallone

foto marco bellinazzo

Marco Bellinazzo – giornalista

Per capirlo bene mi è stato utile l’ultimo libro del giornalista del Sole 24 Ore Marco Bellinazzo I veri padroni del calcio edito dalla casa editrice Feltrinelli. Bellinazzo con rigore e dovizia ha raccolto nei suoi 5 capitoli i soggetti che in questo momento hanno acquisito un considerevole potere, sia economico che politico, all’interno del sistema calcistico internazionale. Tutti, almeno una volta nella vita, avranno sentito parlare della FIFA. Questa è l’organizzazione internazionale del gioco calcio che in teoria dovrebbe occuparsi di organizzare tornei e promuovere lo sport di cui si fa ambasciatrice. Nei primi capitoli del libro Bellinazzo ha illustrato il recente scandalo FIFA che ha costretto alle dimissioni lo storico padre-padrone della FIFA, Joseph Blatter, e il suo avversario, Michel Platini, ai vertici della UEFA. Dopo questa ricostruzione giornalistica, Bellinazzo ha dedicato interi capitoli agli stati che sono estremamente interessati al calcio come strumento diplomatico ed economico. I soggetti sono: Russia, paesi del Golfo come Qatar e Arabia Saudita, Stati Uniti d’America e Cina.

Il pallone tra propaganda e patriottismo

copertina i veri padroni del calcioCome sostiene Bellinazzo oggi “il football è una fonte ineguagliabile di legittimazione per le popolazioni che aspirano a diventare uno stato. Riconoscere o meno l’esistenza di una Nazionale di calcio, dal punto di vista diplomatico e mediatico, ha un impatto neppure lontanamente paragonabile a quello di un canonico processo di riconoscimento nell’ambito dei consessi internazionali”. Questa riflessione è alquanto sconcertante. Pensiamo ad esempio al Risorgimento, i patrioti sognavano un’Italia unita in base ad alcuni valori culturali. Oggi l’unione di un popolo passa dagli stadi. L’appartenenza si costruisce sugli spalti e attualmente la politica lo ha compreso appieno. Pensiamo infatti al linguaggio politico del primo Berlusconi. I suoi sermoni pubblici erano conditi da numerosissime metafore contaminate dalla terminologia sportiva. Chi voleva far politica “scendeva in campo”. L’avversario inoltre non era più un singolo ma una specie di squadra ovvero “i comunisti”. I tifosi alle volte possono trasformarsi anche in un’arma. Come ha riportato Bellinazzo, nella guerra in Ucraina “molti ultrà sarebbero andati a dar manforte agli indipendentisti del Donbass”. Il giornalista inoltre ha scritto che “lo stato ha da tempo capito che quelle dei tifosi sono le associazioni di massa più patriottiche”.

La Cina è troppo vicina

foto soldi cinesiTra il 2015 e il 2017 i team cinesi hanno speso più di un miliardo di dollari tra acquisti, commissioni e salari. La Cina ha fiutato l’enorme potenzialità del pallone e ha deciso di “colonizzare” diverse federazioni sparse per il mondo. Non solo accordi con Europa, Australia e Russia, la Repubblica cinese da tempo ha incominciato a investire massicciamente in Africa. Oltre ai servizi, le fabbriche e le infrastrutture primarie, i vertici cinesi hanno contribuito a costruire e rinforzare una solida rete organizzativa per sfruttare i talenti africani. Bellinazzo ha scritto infatti che Pechino “cerca nuovi sbocchi nell’internazionalizzazione delle aziende made in China e in un’ingegneristica strategia di soft power che ha nei media, nel calcio e nello sport business l’evoluzione più appariscente”. L’ultimo capitolo de I veri padroni del calcio è dedicato alle attuali dirigenze di Inter e Milan: le due squadre milanesi sono infatti state comprate da una cordata di imprenditori cinesi. Bellinazzo giustamente ha sollevato un quesito: ma i cinesi vogliono davvero investire nel calcio o vogliono solamente sfruttare la loro ricchezza per condizionare diplomaticamente gli stati stranieri? È una domanda importante a cui sapremo rispondere tra qualche anno quando il governo di Pechino si consoliderà economicamente e pretenderà di essere considerato una grande potenza.

Il mondo digitale tra opportunità e nevrosi

L’amore digitale dei registi di Hollywood

poster lei filmRiflettendo sull’amore digitale è normale passare in rassegna alcuni film che hanno sviscerato questo tema di recente. Tra le varie pellicole ci sono stati due lungometraggi che hanno parlato di amore virtuale. Mi riferisco a “Lei” di Spike Jonze e “Ex-Machina” di Alex Garland. I titoli sopracitati analizzano l’empatia che può esserci tra uomo e macchina. In “Lei” il protagonista viene sedotto da una voce femminile artificiale, invece in “Ex-Machina” un robot dalle fattezze femminili conquista il cuore di un ingegnere con diverse tecniche di seduzione. È chiaro dunque che questi due lavori artistici tendano ad avvisarci sul prossimo pericolo della nostra civiltà: la sovrapposizione delle due dimensioni di realtà e virtualità. Questi mondi dovrebbero restare ben distinti e anzi la tecnologia in teoria dovrebbe rendere più ricca la nostra esistenza senza la pretesa di sostituirla. Oggi però è così? La rivoluzione digitale ci ha migliorati o peggiorati? Lo psichiatra Paolo Crepet nel suo saggio edito da Mondadori Baciami senza rete esprime il suo parere sugli effetti della Rete sulle nuove e vecchie generazioni.

Facebook come metanfetamina. Iperconnessi e drogati

copertina baciami senza reteIn un capitolo di Baciami senza rete Crepet accosta l’utilizzo dello smartphone a una droga. Come esempio utilizza il caso di un suo paziente adolescente che ha smesso di parlare e di uscire preferendo le chiacchiere digitali e i videogiochi nelle ore notturne della giornata. Il ragazzino ha confessato a Crepet di giocare fino alle 5 di mattino. Questa abitudine ha indebolito il suo carattere e inevitabilmente ha danneggiato anche i suoi voti scolastici. «Secondo le statistiche più recenti, il tempo medio di utilizzo quotidiano di una tecnologia digitale da parte di un adolescente supera le 7 ore extrascolastiche (con picchi che superano anche le 13 ore), addirittura più di quelle dedicate al sonno». Chiaramente l’esempio riportato è un caso limite. Ma personalmente posso confessarvi che anch’io mi sono accorto di avere una certa dipendenza da smartphone. Un esempio banale è il navigatore. In vacanza lo uso sempre e sono obbligato ad avere una connessione affidabile. Senza internet vado in panico. Una volta al supermercato stavo cercando degli evidenziatori e mi si avvicinò una signora che mi chiese se tra le matite ci fosse uno “scovolino”. Per non sbagliare ho tirato fuori il telefono e ho cercato una foto del prodotto. Dopo averle fatto vedere la foto, la signora tutta contenta si è congedata da me per recarsi nel reparto casalinghi per poterlo prelevare dagli scaffali. È davvero una droga. Siamo internet-dipendenti.

Speranza o condanna?

foto paolo crepet

Paolo Crepet – psichiatra

Non lo sappiamo. Crepet dice che è difficile quantificare gli effetti della tecnologia perché il suo sviluppo è talmente veloce da non darci nemmeno il tempo per riflettere. Viviamo cambiamenti lampo che per il momento possiamo solo subire passivamente. «La tecnologia digitale è, e deve rimanere, uno strumento, non un fine». Per i magnati dei social network però non è affatto così. Mark Zuckerberg, papà di Facebook, ha più volte dichiarato apertamente di volere coinvolgere emotivamente i propri iscritti. Gli utenti di Facebook saranno probabilmente coinvolti in una realtà virtuale a cui potranno accedere con i loro visori 3D. Mi preme però sottolineare una frase di Crepet: “la Rete sta attuando un cambiamento antropologico”. È assolutamente vero. Come è stato con la radio e la televisione, il nuovo mezzo di comunicazione ci sta cambiando. Il cambiamento risulta pericoloso soprattutto per chi non ha una buona base culturale – gli adolescenti per esempio – perché in rete troviamo molti contenuti che spesso non sono plausibili. Insomma internet può certamente essere una formidabile arma manipolatoria se s’ignorano i meccanismi su cui è stato creato. Da lettore di libri sto incominciando a percepire il divario di mentalità tra la dimensione digitale e quella più umanistica fatta di conversazioni e relazioni umane. Gli stupidi saranno dunque più stupidi se non si attuerà un’educazione per l’utilizzo dei nuovi media.