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Nuovo Indirizzo! Sfoglialibri.it

Sfoglialibri si è spostato. Il nuovo indirizzo è www.sfoglialibri.it

Cari lettori,

Ho deciso di cambiare e ho comprato un dominio per rinnovare la veste grafica di SfogliaLibri. Noterete alcuni cambiamenti rispetto al vecchio blog ma in linea di massima la cosiddetta linea editoriale resterà sempre la stessa. Non ho voluto cancellare definitivamente questo blog perché romperei tutti i vecchi link sparsi per la rete e per i social. I vecchi post sono visualizzabili sia qui che sul nuovo blog.

I nuovi contenuti perciò verranno pubblicati sul nuovo blog che potrete raggiungere al seguente indirizzo www.sfoglialibri.it

Il potere dei segreti

Non è possibile essere trasparenti al 100% sulla propria vita. Oggi la tecnologia vuole farci credere che si possa pubblicizzare qualsiasi aspetto della nostra esistenza e allora non ci meravigliamo più se tra Instagram, Facebook e Sanpchat, affiorano quotidianamente immagini e video che testimoniano infiniti e insignificanti (per noi) eventi privati: matrimoni, malattie, vincite, sconfitte, lussuria e malizia esibite. Siamo immersi in un libro digitale arricchito dai contenuti degli utenti che sono connessi al nostro network di amicizie virtuali. Il web non ama particolarmente i segreti e la privacy.

Non voglio fare assolutamente il bacchettone. Non nego di essere anch’io catturato da questo vortice social ed è complicato abbandonare tali dinamiche quando la maggior parte delle persone che conosci utilizza assiduamente i nuovi mezzi di comunicazione per autopromuoversi. È dunque normale che insorga una dipendenza quando si cerca a tutti i costi di impressionare e ottenere feedback positivi sotto forma di cuoricini o like.

9788845275555_0_0_831_80Ma in questo post non voglio parlare di social network, voglio invece disquisire sul valore del “segreto” nella nostra società. La battuta è scontata ma in questa sede non si parlerà di certo della serie tv, spagnola o argentina (non mi interessa), che ha fatto la fortuna di Canale 5.

Non sono mai stato bravo a mantenere i segreti, lo sono diventato più o meno verso i 20 anni quando ho capito – finalmente – che un grande segreto implica grandi responsabilità. Questa convinzione è stata confermata anche da Claudio Margris, scrittore, germanista ed ex senatore della Repubblica, nel suo piccolo libretto intitolato Segreti e no edito dalla casa editrice Bompiani nel 2014.

Nei 6 capitoletti del mini-libro Magris scompone, anche da un punto di vista linguistico, la concezione di “segreto” imbastendo un ampio discorso che tocca diversi argomenti come la politica, la letteratura e la filosofia. Magris afferma sin dalle prime pagine che sentirci “segreti” per gli altri ci addolora e insieme conforta. Il dispiacere deriva dal fatto che molto spesso ci sentiamo incompresi per ciò che facciamo; il piacere invece è insito nel nostro profondo perché siamo convinti di custodire una verità che il resto del mondo non ha ancora percepito e che prima o poi comprenderà. È un’interessantissima visione della percezione del “segreto” che si può ricollegare a quanto ho scritto sulla solitudine (Piccole divagazioni sulla solitudine) : Magris infatti dichiara che «La solitudine si afferra alla consolante idea di possedere un’anima superiore o quantomeno talmente profonda da non poter essere capita a fondo dagli altri. Piace sentirsi, davanti alla porta del palazzo reale della vita, un re travestito da mendicante, che non può entrare in quel palazzo, perché nessuno sa che lui o lei è un re».

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Claudio Magris

Magris parla anche del potere politico derivato dalla custodia del “segreto” e ricorda la vecchia, vecchissima, espressione latina “Arcana Imperii” che indica l’affermazione e l’esercizio di un potere molto forte non solo perché si riveste di segreto ma estende il segreto, ovvero l’arcano, alla realtà e alla vita intera. Pensiamo ai servizi segreti, agli stati totalitari e alla loro polizia segreta: organismi che variano a seconda del grado di democrazia di una nazione. I servizi segreti proteggono la nostra libertà, la polizia segreta ce la toglie. Magris infatti ci comunica che il potere ha sempre bisogno del segreto e mette il lettore dinanzi a una scomoda verità sui collaborazionisti triestini durante la Shoah: «Secretare è una delle prerogative essenziali del potere […] A Trieste, durante l’occupazione nazista, c’era l’unico, ancorché piccolo, forno crematorio d’Italia, nella Risiera […] Pochissimo tempo dopo la liberazione, i muri delle celle vennero sbiancati con la calce, cancellando così nomi e messaggi scritti dai condannati, che forse contenevano nomi, rivelazioni, indicazioni di complicità, responsabilità, collaborazione nello sterminio. Qualcosa che poteva implicare, parzialmente, la buona società triestina e dunque il sistema di potere; qualcosa che andava dunque tenuto segreto». Inoltre, racconta Magris, gran parte dei documenti della Risiera sono ancora coperti dal segreto di stato negli archivi inglesi.

Magris conclude il suo discorso affermando che il segreto non resta nascosto per sempre ma si scopre soltanto quando diviene inoffensivo. Penso allora che il giornalista e lo scrittore siano in fondo essenziali per svelare i misteri nascosti dalla società e dall’animo umano.

Potrei parlare anche del segreto più discusso di tutti tempi, l’amore, ma ci vorrebbe troppo tempo e allora preferisco suggerire questo brano da ballare a tutto volume.

Podcast| Ayelet Gundar-Goshen| Svegliare i leoni

9788880576679_0_0_1628_80Ecco a voi il podcast dedicato al romanzo Svegliare i leoni dell’autrice israeliana Ayelet Gundar -Goshen pubblicato nel 2017 dalla casa editrice Giuntina. Il libro tutto sommato mi è piaciuto soprattutto per i temi trattati come l’immigrazione e la deontologia medica. Qui sotto trovate il podcast in cui cerco di fare il punto della mia ultima lettura. Buon ascolto! Potete iscrivervi alla pagina di Itunes per rimanere sempre aggiornati sulle nuove puntate.

“La Novità” un romanzo sull’editoria francese

In Italia arriva tutto troppo tardi. Un esempio di velocità tartarughesca italica sono le unioni civili, Starbucks e Netflix. Anche per alcuni libri è così. Però questa volta dobbiamo ringraziare la casa editrice Voland che ha tradotto – con il lavoro della traduttrice Federica Di Lella – un bel romanzo transalpino sull’editoria francese. Il libro di cui sto parlando è La novità di Paul Fournel.

Questo volume di neanche 200 pagine (ce l’ho in eBook quindi verificate voi) vale davvero la pena di essere letto perché riesce a mescolare uno stile letterario, quindi tutti i suoi meccanismi, con un tema, quello dell’editoria, più vicino alla saggistica. Quando cerco qualche scritto sul mondo editoriale il 99% delle volte lo trovo sotto forma di saggio o di manuale. La novità allora mi è apparsa davvero una novità di genere. Scusate il calembour.

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Paul Fournel

L’autore del romanzo è l’attempato Paul Fournel, uno scrittore, editore e intellettuale francese che ha collaborato con molte case editrici francesi come Hachette, Honoré Champion, Ramsay e Seghers.

Il narratore-protagonista, un certo Robert Dubois, sin dall’inizio parla chiaro al lettore: «Nel mondo editoriale sta avvenendo un cambiamento epocale». L’ho scritto io, lo hanno detto gli altri, e ora ce lo conferma anche questo veterano francese del libro: Il formato digitale della scrittura sta cambiando il nostro approccio coi testi. Il tema centrale del romanzo è dunque il rapporto di un anziano editore con un tablet dentro cui ha i manoscritti da controllare e da ripulire per una prossima pubblicazione.

«Lo metto sulla scrivania e ci poggio sopra la guancia. È fredda non produce nessun suono, non si stropiccia e non macchia. Niente lascia immaginare che contenga tanti libri».

Accanto alla descrizione dei mille modi con cui Dubois tenta di approcciarsi al nuovo device di lettura troviamo anche la narrazione dell’aspetto umano di questo editore; possiamo percepire dunque i suoi legami con i colleghi, con la moglie e con la giovane e talentuosa stagista Valentine.

Lasciando da parte l’aspetto romanzesco di questa pubblicazione, vorrei analizzare insieme a voi gli aspetti tecnici del mondo editoriale descritti in questo libro. Innanzitutto devo dire che mi è piaciuto molto l’approccio positivo alla novità (il tablet). Il protagonista accoglie il progresso con curiosità sperimentando i vari usi e le varie manipolazioni che un testo digitale consente. In un passo però l’editore Dubois riflette anche sulla praticità spaziale del tablet:

«E così ora il peso di tutta la letteratura mondiale è lì, nelle manacce rosse di René. 730 grammi. Hugo + Voltaire + Proust + Celine + Roubaud, 730 grammi. Ci mettiamo anche Rebelais? 730 grammi. Louise Labé? 730 grammi»

È indubbio il fatto che gli eBook abbiano degli aspetti positivi soprattutto per gli addetti ai lavori. Per un giornalista infatti è molto più facile recensire un libro quando questo arriva comodamente nella propria casella postale inviato da una casa editrice: c’è un risparmio di tempo e di denaro.

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La Novità – Voland editore

La novità insiste anche sui rapporti che un editore ha con i suoi autori. Gli scrittori sono esseri strani, vanno coccolati, seguiti, perché sanno essere molto vendicativi. Dubois spesso usa la carta del cibo per parlare con loro, seduto in qualche buon bistrot, ed è divertente ricordare questa sua frase: «In fin dei conti non posso dire di essermi arricchito con questo mestiere, ma almeno ho mangiato bene».

Veniamo ad un’ultima problematica. Che fine farà l’editoria? Dove sta andando? Intuiamo una risposta nello scambio di battute tra Dubois e Balmer, un celebre scrittore che si è dato all’editoria 2.0:

«Allora com’è la vita di uno scrittore 2.0? // Una meraviglia, ti assicuro. Mentre voi sprecate energie e soldi per trovare il modo di vendere online i vostri vecchi romanzi senza inimicarvi i librai, che comunque alla fine porterete al fallimento, noi creiamo qualcosa di totalmente nuovo, che si insinua da solo nei vari aggeggi e aggeggini della gente»

Non so oggi quanto sia realistica una nuova proposta editoriale quando in Italia il 57% della popolazione non legge. È vero che non bisogna rinunciare all’innovazione ma in tempo di crisi si tende a proporre prodotti editoriali simili e senza un’anima che scontentano lo zoccolo duro dei lettori ammiccando al mare magnum di non lettori.

Verso la fine del romanzo, quando il protagonista Dubois, vivendo una grande tragedia personale, decide di recarsi in libreria per trovare conforto nei vecchi libri di carta. Sceglie i 50 titoli che non è riuscito a leggere durante la sua vita. Al momento del pagamento alla cassa esprime questa considerazione:

«Quindi ho stabilito cinquanta. Avrei potuto decidere dieci o mille, ma ho optato per cinquanta. I cinquanta libri che il mio mestiere mi ha impedito di leggere e che finalmente leggerò […]

Perché al momento di pagare mi dico i libri costano troppo? Ho passato tutta la vita a dimostrare il contrario»

Dunque allora è lecito farsi alcune domande: la crisi del lettore è stata prodotta anche dalla politica dei prezzi di copertina? Il prodotto editoriale vale un investimento di 20 euro? Questioni che affronterò meglio in un nuovo post.

I testi ci parlano. I libri vanno interpretati

Volevo fare delle esigue considerazioni su un volume che sto leggendo riguardo alla disciplina dedicata alla storia del libro.

Non si sta rivelando una lettura semplicissima. Ho dunque deciso di parlarne qui per sbrogliare quel gomitolo di concetti che ho trovato nelle pagine sfogliate da poco.

512bdepd0byl-_sx322_bo1204203200_Il volume in questione è Bibliografia e sociologia dei testi e parla del significato nascosto che ogni libro porta con sé. Ogni pubblicazione contiene diverse informazioni che non sono solo quelle testuali ma anche paratestuali, storiche e sociologiche. Perché dovrei ritenere il libro come una forma espressiva?

McKenzie, l’autore di questo saggio, afferma che gli studiosi di una volta consideravano i libri come degli oggetti staccati dal loro tempo e dissociati dalla società che li aveva prodotti. Egli sostanzialmente afferma che un bravo bibliografo, se intende studiare con intelligenza la storia della produzione del libro, deve utilizzare diverse discipline umanistiche. Ogni segno di un libro è un simbolo e noi dobbiamo essere in grado di interpretarlo con i giusti strumenti.

Lo studioso inoltre sostiene nel capitolo “Il libro come forma espressiva” che un testo non sia solo qualcosa di scritto ma anche qualcosa che possiamo ascoltare come un discorso. Ricordiamoci che in passato, nelle comunità più povere e fragili, si leggeva ad alta voce per permettere a tutti di capire il contenuto di un libro. L’Orlando Furioso di Ariosto ne è una dimostrazione.

Perché accostiamo il termine sociologia all’invenzione della stampa o comunque al mondo dei libri? La motivazione è legata ai mestieri del libro che hanno cambiato e modificato professionalmente le popolazioni e l’economia del passato. Ogni libro è portatore di un messaggio e ogni forma determina un senso. Quindi anche la veste tipografica di una pubblicazione ha un suo significato.

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Donald McKenzie

Nella storia del libro rientrano inoltre tutte quelle ricerche che si occupano di far luce sui rapporti tra autore e stampatore quando si decidere di pubblicare un determinato testo. Vediamo infatti che nel ‘700, gli autori nutrono molte perplessità sui tipografi perché temono che la veste grafica delle loro opere venga stravolta. Spesso le volontà inoltre vengono tradite dall’editore. McKenzie fa l’esempio del drammaturgo Congreve che soffrì a lungo le scelte editoriali del suo editore.

Congreve inoltre si batte anche per il diritto d’autore, che comparì in Inghilterra per la prima volta dopo il ‘700. Fino ad allora gli scrittori cedevano il loro manoscritto come se oggi vendessimo una casa. Non avevano così nessun diritto sulle opere che scrivevano.

Come scrive lo stesso McKenzie: «La sociologia dei testi ha un potere quale non ha alcun’altra disciplina nel risuscitare gli autori calati nelle loro epoche e i loro lettori di ogni tempo».

Infondo egli ci vuole dire che il testo non è qualcosa di predefinito ma qualcosa che può essere interpretato da diverse angolazioni di ricerca.

Logan, in quale universo siamo?

Wolverine nell’ultimo film non indossa la famosa tuta da combattimento gialla e nera. Questa scelta non è una decisione presa a caso. Nel mondo dell’ultimo film esistono i fumetti della Marvel e quindi troviamo sullo stesso piano i mutanti finti e i mutanti veri. Logan in più occasione afferma che gli eventi dei fumetti sono solamente delle storie inventate che non appartengono alla vera storia degli X-men.

logan_2017_posterIl regista James Mangold ha creato una pellicola molto diversa dai cinecomic che abbiamo visto precedentemente. Lo spin-off degli X-men si concentra sull’aspetto umano del mutante furioso che si trova, per un breve periodo, a diventare una specie di padre: proteggere una bambina e accudire un anziano malato.

Uno Hugh Jackman invecchiato, stanco e malandato mi ha fatto impressione perché mi ha fatto capire che i mutanti non sono degli idoli immortali ma degli esseri che soffrono e vivono come il resto dell’umanità. L’anziano che ho citato poco fa è un inedito Professor X, Charles Xavier, che ha perso la personalità austera e accademica a causa dell’Alzheimer. La sua malattia è estremamente pericolosa per tutti perché il cervello di Xavier è stato classificato come arma di distruzione di massa: con una crisi può uccidere tutti gli esseri umani nelle vicinanze.

La bambina è Laura, o meglio conosciuta come X-23, una mutante concepita in laboratorio che possiede il patrimonio genetico di Wolverine. L’undicenne Laura è incredibilmente simile a Logan, sia per carattere che per forza.

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Anteprima al cinema Arcadia

L’atmosfera del film è molto western a partire dal luogo in cui vive Logan con il Professor X e il mutante Calibano. Questi tre personaggi dimorano in una specie di industria abbandonata sul confine americano con il Messico.

Il Logan del 2029 fa l’autista ed è depresso: tutti i suoi amici sono morti e lui è gravemente malato (tossisce spesso, ci vede poco, e le nocche sono coperte dal pus). Il suo crepuscolo esistenziale verrà momentaneamente interrotto da un manipolo di tiepidi antagonisti: una milizia di cyborg e uno scienziato pazzo che vogliono catturare la piccola X-23.

Per concludere, dico che il film non mi ha entusiasmato come speravo perché, secondo me, rappresenta una “pellicola ponte” per aprire una nuova finestra nel mondo degli X-men. Logan è un’introduzione ai Nuovi Mutanti. Avanzo inoltre un’altra critica: gli antagonisti sono deboli e non hanno identità, sono insipidi. L’unico nemico di Logan è Wolverine.

Capirete questa mia ultima affermazione quando vedrete il film in sala.

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