Come ragiona un editore quando pubblica un libro

Breve descrizione di quello che fa un editore quando decide di pubblicare un libro

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Quali sono i criteri che un editore adotta per pubblicare un libro? Me lo sono sempre chiesto e pensavo romanticamente che i buoni libri emergessero per natura, trovando un proprio mercato in base alla qualità dei contenuti. Dopo la lettura di Le diverse pagine (Il Saggiatore) di Alberto Cadioli mi sono reso conto che Continua a leggere “Come ragiona un editore quando pubblica un libro”

Le donne dominano l’Instagram dei libri

Le donne fanno incetta di lettori, i maschi faticano a emergere. Siamo di fronte a un cambiamento antropologico?

Se la versione cartacea del libro non scomparirà è anche merito di Instagram. Il social delle foto ha dato linfa vitale alla lettura, creando popolarità attorno a coloro che si occupano di libri. Se le statistiche ci dicono che le persone non sanno più come sia fatto un romanzo, su Instagram invece i blogger – soprattutto donne – hanno Continua a leggere “Le donne dominano l’Instagram dei libri”

12 ebook gratis per chi ama i classici

12 ebook gratis per il tuo e-reader.

Ho notato che negli ultimi mesi molti lettori del blog hanno sfogliato un post sui libri gratis in metropolitana. In un primo momento non capivo il perché. L’iniziativa è infatti scaduta da tempo e riguardava solo Milano. Forse chi clicca su questo post è probabilmente alla ricerca di siti in cui poter ottenere degli ebook gratis, rispettando la legge italiana. Di certo, non scriverò una lista di siti da interrogare per trovare gli ebook gratis. Se ne trovano diversi in rete (non ho dunque voglia di fare un post clone). Tuttavia per venirvi incontro ve ne segnalo alcuni: Progetto Gutenberg, Liberliber, Mondadori Store, Archieve.org e Amazon.

Secondo me, è forse più utile elencare alcuni interessanti e noti titoli gratuiti che si possono pescare online – sottolineo – legalmente. Condivido allora una lista di ebook gratis con i visitatori di SfogliaLibri. Molti di questi titoli non li ho letti ma li ho selezionati in base al valore del contenuto e alle mie conoscenze di storia della letteratura. Spero di aver fatto una buona selezione. In futuro, mi piacerebbe recensirli sul blog per stabilire una sorta di classifica:

  1. De Profundis di Oscar Wilde
  2. L’innocente di Gabriele D’Annunzio
  3. Le tigri di Momparcen di Emilio Salgari
  4. Odissea di Omero
  5. Parigi di Lorenzo Viani
  6. I misteri delle soffitte di Carolina Invernizio
  7. La colonia felice di Carlo Dossi
  8. Olanda di De Amicis
  9. La visita meravigliosa di Herbert George Wlles
  10. Canne al Vento di Grazia Deledda
  11. Mimì Bluette fiore del mio giardino di Guido da Verona
  12. Del furor d’aver libri di Gaetano Volpi

12 libri singolari e intriganti. Alcuni hanno una lingua moderna, altri invece risentono del passare del tempo. Spuntare questa lista può allora essere una buona occasione per sperimentare nuove letture di autori oggi sconosciuti ma molto famosi e venduti in passato: Salgari e la Invernizio furono le due rockstar del romanzo italiano tra la fine e l’inizio del Novecento. Considerate allora questo elenco come una macchina del tempo. Potete essere passeggeri non paganti per questa volta! Mica poco.

 

Colazione da Tiffany di Truman Capote

Nel 1943 l’Europa era ancora incasinata dalla seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti, geograficamente lontani dal conflitto, risentivano comunque della lotta armata poiché avevano deciso di intervenire contro la coalizione capeggiata dalla Germania nazista. Ad una fotografia di deportazioni, uccisioni e disperazione si contrappone invece l’istantanea della vitalità e dell’anticonformismo newyorkese di Holly Golightly, la protagonista di Colazione da Tiffany. Il romanzo del giornalista e scrittore Truman Capote esce nel 1958 in un’America preoccupata dalla Guerra fredda, che mal sopportava la trasgressione, preferendo i valori della patria legati a una consolidata convenzione sociale. Il modello americano di quei tempi tendeva ad appiattire le differenze per creare una sorta di unificazione morale dei costumi degli americani per combattere l’aggressione politica e culturale dell’Unione sovietica. Capote concepisce dunque un romanzo che scardina questi schemi mentali e rimette in discussione un tipo di società che emargina gli individui più eccentrici, considerati una differenza da normalizzare.

copertina colazione tiffanyIl protagonista e narratore è proprio Truman Capote che racconta al lettore in che modo e perché sia stato colpito dalla storia di Holly Golightly, una ragazza di 19 anni che vive in un appartamentino della New York del 1943. Nelle prime pagine del libro, scopriamo che Holly è scomparsa e che probabilmente è stata avvistata in Africa. Perché Holly è finita nel continente africano? Lo saprete solo alla fine del romanzo. «Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell’appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano. Stampato con una certa eleganza formale, il biglietto diceva: Signorina Holiday Golightly, e sotto, in un angolo: in transito. Cominciò a perseguitarmi come un canzonetta: Signorina Holiday Golightly, in transito», così Capote viene a conoscenza dell’esistenza della protagonista. L’incontro tra i due avverrà in un secondo momento quando Holly chiederà allo scrittore di essere ospitata nel suo appartamento per sfuggire alle insistenze di un proprio amante.

Capote viene colpito dal modo sbarazzino e blasè di Holly: classica ragazza da metropoli, tutta moda e apparentemente superficiale. Un esempio di questa scioltezza mondana l’ho osservata nel dialogo in cui i due personaggi discutono di scrittura: «Con occhi sprezzanti, tornò ad osservare la stanza. “Che cosa fate qui voi, tutto il giorno?” Con un cenno del capo, indicai un tavolo carico di libri e di carte. “Scrivo.” “Credevo che gli scrittori fossero vecchissimi. Saroyan non è vecchio, lo so. L’ho conosciuto a una festa, e non è affatto vecchio. Anzi,” continuò, meditabonda, “se si fosse fatto meglio la barba… a proposito, è vecchio Hemingway?».

foto di truman capote
Truman Capote – scrittore e giornalista

Nelle pagine seguenti Holly viene così definita da un altro suo amante occasionale: “la tipica ragazza della quale si legge sui giornali quando sbatte giù un flacone di barbiturici”. Qual è la colpa della giovane donna? Sicuramente il fatto di essere anticonformista in tutto: feste, relazioni, abiti, arredamento domestico. A proposito di quest’ultimo, Capote lo affresca così: «La sua camera da letto era in armonia con il salotto, perpetuava la stessa atmosfera da campeggio: casse e valige, tutte chiuse e pronte per essere portate via, come la proprietà di un criminale che si sente la giustizia alle calcagna», con il senno del poi, questa descrizione dà al lettore un importante indizio sul finale del romanzo.

I comportamenti estremi e allegri di Holly («Sono sempre un asso, io, quando si tratta di scandalizzare il prossimo») nascondono una personalità complessa e un passato problematico. La protagonista è concentrata solo sul presente e mette in secondo piano le coordinate passate e future della sua esistenza. Holly incarna l’uomo post-moderno che vive di simulacri e costruzioni immaginarie. La protagonista però, in una certa maniera, materializza le sue inclinazioni in una turbinosa vita spericolata attendendo un futuro risolutore. Come Vladimiro ed Estragone di Aspettando Godot, Holly si perde nei suoi discorsi, scollandosi dalla realtà e sprofondando talvolta in una subdola nostalgia che è sempre in agguato: «Non voglio dire che non mi interessi diventare ricca e celebre. Sono cose che ho in programma, e un giorno o l’altro cercherò di raggiungerle; ma, se dovesse succedere, il mio ego me lo voglio portare appresso. Voglio essere ancora io quando mi sveglierò una bella mattina e andrò a fare la prima colazione da Tiffany». Holly specifica perché si rechi spesso in quel negozio: «Ma non è per questo che vado pazza per Tiffany. Sapete quei giorni, quando vi prendono le paturnie? […] Le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente, ma non si sa che di che cosa si ha paura. Si sa che sta per capitarci qualcosa di brutto, ma non si sa che cosa». Ho infatti imparato una parola nuova, il sentimento che Holly ha descritto viene definito angst. Questo termine tedesco si riferisce ad un sentimento di timore e di angoscia che pervade la quotidianità di una persona. Cosa fa la nostra protagonista quando l’angst s’impossessa dei suoi pensieri? «Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. È una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d’argento e di portafogli di coccodrillo. Se riuscissi a trovare un posto vero e concreto dove abitare che mi desse le medesime sensazioni di Tiffany, allora comprerei un po’ di mobili e darei un nome al gatto».

Insomma, Colazione da Tiffany è un’ottima lettura per comprendere l’azione dell’anticonformismo nella società moderna. Credo che l’omonimo film, interpretato magnificamente da Audrey Hepburn, abbia stravolto il messaggio originario del romanzo di Capote. Il film cult ha edulcorato una vicenda che non ha affatto un finale da fiaba in salsa Disney. Dopo aver finito il libro mi sono chiesto: se domani dovessi incontrare Holly sul mio pianerottolo, come mi comporterei? Sarei giudice o sodale?

Questo libro fa parte della lista Dorfles.

Amore e resoconto storico nel capolavoro di Giorgio Bassani

Recensione del romanzo di Giorgio Bassani intitolato “Il giardino dei Finzi-Contini (Feltrinelli).

Leggendo il mio primo romanzo di Giorgio Bassani, ho notato che questo libro ha un impianto narrativo strettamente legato alla biografia dello scrittore (non stupisce infatti la tecnica dell’io narrante). Il giardino dei Finzi-Contini (Feltrinelli) è la storia di una famiglia ebraica di Ferrara che, a seguito della promulgazione delle leggi razziali del ’38, fu deportata in Germania e lì sterminata. Il destino dei Finzi-Contini è già anticipato nelle prime pagine del romanzo quando l’autore, nel prologo, descrive la tomba della famiglia: «Uno solo, fra tutti i Finzi-Contini che avevo conosciuto ed amato io, l’avesse poi ottenuto, questo riposo. Infatti non vi è stato sepolto che Alberto, il figlio maggiore, morto nel ’42 di un linfogranuloma; mentre Micòl, la figlia secondogenita, e il padre professor Ermanno, e la madre signora Olga, deportati tutti in Germania nell’autunno del ’43, chissà se hanno trovato una sepoltura qualsiasi».

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Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani (1962)

Ritengo infatti che la descrizione sopraccitata informi implicitamente il lettore sul contenuto primario del romanzo: la narrazione è prevalentemente incentrata sulle condizioni della comunità ebraica ferrarese poco prima della promulgazione delle leggi razziali del 1938. Ovviamente, il romanzo di Bassani non parla solo di questo. Narra anche la storia d’amore, andata male, tra Micòl e il protagonista della vicenda letteraria – di cui non sappiamo il nome (probabilmente è lo stesso Bassani). Alberto e Micòl sono due ragazzi atipici: non hanno mai frequentato nel loro passato la gioventù ferrarese e prediligono l’isolamento della loro villa immensa al centro di un’altrettanta immensa oasi verde: «Il giardino, o per essere più precisi il parco sterminato che circondava casa Finzi-Contini prima della guerra, e spaziava per quasi dieci ettari fin sotto la Mura degli Angeli, da una parte, e fino alla barriera di San Benedetto, dall’altra». Il giardino, descritto come un vero è proprio locus amoenus, viene però distrutto dagli anni di guerra: «Tutti gli alberi di grosso fusto, tigli, olmi, faggi, pioppi, platani, ippocastani, pini, abeti, larici, cedri del Libano, cipressi, querce, lecci e perfino palme ed eucalipti, fatti piantare a centinaia da Josette Artom, durante gli ultimi due anni di guerra sono stati abbattuti per ricavarne legna da ardere, e il terreno è già tornato da un pezzo come era una volta, quando Moisè Finzi-Contini lo acquistò dai marchesi Avogli: uno dei tanti grandi orti compresi dentro le mura urbane».

Ritornando ai fratelli Alberto e Micòl, nei primi anni dell’adolescenza i due giovani ebrei studiavano a casa e non frequentavano le scuole pubbliche. Al tempo, il fascismo aveva già preso possesso del Paese – tanti ebrei si erano iscritti al Fascio – e tale scelta della famiglia Finzi-Contini venne considerata dai fascisti come un specie di insulto alla patria. Come apprendiamo dalle parole del padre del protagonista, anche la comunità ebraica ferrarese biasimò la posizione della nobile famiglia: molti ebrei aderirono al fascismo e al suo codice di valori: «Avrebbe commentato più tardi a tavola mio padre con disgusto, senza che ciò gli impedisse, magari, subito dopo, di tornare una volta di più sull’ereditaria superbia dei Finzi-Contini, sull’assurdo isolamento nel quale vivevano, o addirittura sul loro sotterraneo, persistente antisemitismo da aristocratici». Come avrete capito, la nobile famiglia ebraica non era molto amata.

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Giorgio Bassani – scrittore

Giunge il 1938 e le cose incominciano a cambiare. Per una questione di razza, il centro sportivo tennistico Eleonora d’Este estromette con un inganno due promettenti atleti da un torneo: sono ebrei e in quanto tali un’eventuale loro vittoria potrebbe mettere in imbarazzo la politica fascista – il fascismo si era avvicinato sempre di più alle posizioni dei nazisti. Poco dopo i deplorevoli fatti del torneo falsato, tutti gli ebrei iscritti al circolo di tennis vengono allontanati per mezzo di una lettera. La loro reazione? Un silente sdegno:  alcuni membri della comunità ebraica riteneva che fosse solo un atteggiamento politico passeggero. Alberto Finzi-Contini, indispettito dalla piega dei recenti eventi, decide di aprire il suo campo da tennis a tutta la gioventù ebraica ferrarese. I giovani ebrei accolgono con gioia e sorpresa la scelta di Alberto. Gli avventori giocheranno spensieratamente fino all’arrivo dell’autunno del ’38. Nei pomeriggi di tornei e svago alla tenuta dei Finzi-Contini, il protagonista del romanzo si avvicina sempre di più a Micòl, che nel frattempo sta finendo l’università e fa la spola tra Ferrara e Venezia. Micòl è una ragazza molto particolare: arguta, intelligente e blasé; guarda il mondo con noia e disincanto senza badare ai sentimenti altrui. Dopo un primo approccio, il protagonista decide di lasciarla per frequentare più assiduamente il fratello e il comunista Malnate, un giovane di 26 anni laureato in ingegneria e impiegato in una fabbrica di gomma. I tre si riuniscono nella camera di Albero per parlare di politica e cultura. I mesi passano e al protagonista viene vietato di frequentare la biblioteca pubblica in quanto ebreo. Ermanno Finzi-Contini si offre allora di ospitarlo nella sua enorme biblioteca privata. Nonostante lo studio assiduo e le preoccupazioni per le leggi razziali, il protagonista non riesce a dimenticare Micòl. Infatti in una fredda sera d’inverno, egli farà una visita a sorpresa all’amica e scoprirà il motivo dei rifiuti della ragazza.

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La città di Ferrara

Come ho scritto all’inizio, Il giardino dei Finzi-Contini contiene numerose riflessione sulla politica e sui fatti d’attualità coevi. Bassani inoltre analizza l’odio antiebraico prodotto e amplificato dal fascismo: «Era evidente, diceva: per me, e per lo stesso Alberto, in fondo, il fascismo non era stato altro che la malattia improvvisa e inspiegabile che attacca a tradimento l’organismo sano, oppure, per usare una frase a Benedetto Croce, “vostro comune maestro”, l’invasione degli Hyksos. Per noi due, insomma, l’Italia liberale dei Giolitti, dei Nitti, degli Orlando, e perfino quella dei Sonnino, dei Salandra e dei Facta, era stata tutta bella e tutta santa, il prodotto miracoloso di una specie di età dell’oro a cui, potendo, sarebbe stato opportuno tornare pari pari. Senonché noi sbagliavamo, eccome se sbagliavamo! Il male non era affatto sopraggiunto improvviso. Veniva da molto lontano, invece, e cioè dagli anni del primissimo Risorgimento, caratterizzati da un’assenza diciamo pure totale di partecipazione di popolo, di popolo vero, alla causa della Libertà e dell’Unità. Giolitti? Se Mussolini aveva potuto superare la crisi seguita al delitto Matteotti, nel ’24, quando tutto attorno a lui sembrava sfaldarsi e perfino il re tentennava, noi dovevamo ringraziare di ciò proprio il nostro Giolitti, e Benedetto Croce, anche, ambedue disposti a mandar giù qualsiasi rospo purché l’avanzata delle classi popolari incontrasse impedimenti e ritardi. Erano stati proprio loro, i liberali dei nostri sogni, a concedere a Mussolini il tempo necessario perché riprendesse fiato. Nemmeno sei mesi dopo, il Duce li aveva ripagati del servizio sopprimendo la libertà di stampa e sciogliendo i partiti. Giovanni Giolitti si era ritirato dalla vita politica, riparando nelle sue campagna, in Piemonte; Benedetto Croce era tornato ai prediletti studi filosofici e letterari. Ma c’era stato chi, di gran lunga meno colpevole, anzi incolpevole del tutto, avevano pagato molto più duramente. Amendola e Gobetti erano stati bastonati a morte; Filippo Turati si era spento in esilio, lontano da quella sua Milano dove pochi anni prima aveva sepolto la povera Anna; Antonio Gramsci aveva preso la via delle patrie galere (era morto l’anno scorso, in carcere: non lo sapevamo?); gli operai e i contadini italiani, insieme coi loro capi naturali, avevano perduto ogni effettiva speranza di riscatto sociale e di dignità umana, e ormai da quasi vent’anni vegetavano e morivano in silenzio».

Questo romanzo di Bassani rappresenta certamente una riflessione sul passato e sugli atteggiamenti degli italiani difronte alla furia e follia fascista. Lo scrittore torinese non assolve nessuno, con lucidità disseziona le varie classi sociali, dove le vittime spesso non riconoscono i loro carnefici. Le parti di critica sociale probabilmente sono state influenzate dal lavoro di Carlo Levi, se pensiamo alle riflessioni sulla condizione di marginalità dei contadini italiani. Giungendo al termine di questa disamina letteraria, mi preme dunque avvisarvi che Il giardino dei Finzi-Contini non è solamente una storia d’amore infranta ma soprattutto un saggio storico sulle sfumature grigiastre della società fascista del Ventennio.

Questo libro fa parte della lista Dorfles.

La reale assurdità di “Aspettando Godot”

Recensione dell’opera teatrale di Samuel Beckett intitolata “Aspettando Godot” (Einaudi)

 

C’è un modo di dire che, una volta nella vita, ci è capitato di sentire e questa frase idiomatica è “aspettando Godot“. Il riferimento è all’opera di Samuel Beckett che uscì nel 1954 e che fu subito un successo nonostante il significato oscuro. La commedia rientra infatti nel filone delle rappresentazioni del teatro dell’assurdo: una corrente artistica che germogliò in Francia negli anni Cinquanta; i protagonisti di questa nuova avanguardia teatrale furono E. Ionesco, A. Adamov, S. Beckett, J. Genet, F. Arrabal. Lo scopo di questa corrente artistica era quella di porre dei quesiti sull’esistenza umana e sull’incomunicabilità del mondo contemporaneo per mezzo di un linguaggio drammatico, slegato dalle regole tradizionali. Ritorniamo però al modo di dire “aspettando Godot”, cosa significa? La frase si usa quando vogliamo parlare di qualcosa che attendiamo e che probabilmente non arriverà mai – per esempio le nostre pensioni.

foto aspettando godot copertinaVi dirò la verità. Non è stato affatto semplice decodificare il capolavoro di Beckett. Ho lasciato decantare nella mia mente le sue pagine, edite da Einaudi, per settimane e settimane. Come i protagonisti Vladimiro, Estragone, Lucky e Pozzo, non riuscivo più a cercare me stesso poiché mi perdevo nelle suggestioni beckettiane. Mi sono sentito spaesato perché da essere umano razionale tentavo di dare un’interpretazione a ogni parola e scena, non capendo che l’effetto di questa commedia teatrale è proprio quello di creare un senso di “assurdo” che confonde lo spettatore (in questo caso il lettore). Non parliamo di un’opera sconclusionata, ma di un mix di pensieri, aspettative, e immagini che si saldano tra di loro. Quando penso a questa commedia beckettiana mi viene in mente la palla di pongo di un bambino in cui si mescolano tutti i colori. Vladimiro è sicuramente il personaggio che cerca un aggancio con la realtà ma i suoi tentativi vengono sabotati dagli altri tre soggetti (Estragone, Lucky e Pozzo)  che sono completamente folli.

C’è però un altro personaggio che non appare mai in scena e questo è Godot. Chi è Godot? Nessuno lo sa. Perché i due barboni Vladimiro ed Estragone lo aspettano davanti a un albero, che prima è morente e poi in un secondo momento rigoglioso di foglie verdi? Anche in questo caso, nessuno lo sa.

ESTRAGONE (Ritorna al centro della scena e guarda verso il fondo)  Un luogo incantevole. (Si volta, avanza fino alla ribalta, guarda verso il pubblico) Panorami ridenti. ( Si volta verso Vladimiro )  Andiamocene.

VLADIMIRO Non si può.

ESTRAGONE Perché?

VLADIMIRO Aspettiamo Godot.

ESTRAGONE Già, è vero. (Pausa) Sei sicuro che sia qui?

VLADIMIRO Cosa?

ESTRAGONE Che lo dobbiamo aspettare.

VLADIMIRO Ha detto davanti all’albero. (Guardano l’albero). Ne vedi altri?

foto samuel beckett
Samuel Beckett – drammaturgo e scrittore

Come scrive Carlo Fruttero nella prefazione della mia edizione Einaudi di Aspettando Godot, la commedia di Beckett è la prima opera teatrale che si svolga entro “un tempo congelato, un’enorme pausa”. Ed è davvero così. I protagonisti non conoscono orari, si basano sul ciclo solare che però non sanno interpretare, e di conseguenza il tramonto viene confuso con l’alba e viceversa. Fruttero infatti scrive che la confusione si rispecchia anche sul linguaggio favorendo un florilegio di qui pro quo, doppi sensi, gag farsesche e parolacce: «Ma ci vuol poco ad avvedersi che questa non è una commedia spensierata, senza secondi fini, bensì una commedia che guarda criticamente se stessa, che non è contenta del proprio stato, una commedia, si potrebbe dire declassata che si sforza invano, per due atti, di risalire al rango perduto di tragedia».

Inoltre Fruttero fa notare che probabilmente Aspettando Godot sia nato anche da un sentimento storico, la guerra fredda, periodo in cui ogni giorno poteva essere l’ultimo, dato il pericolo di una guerra nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Sui contemporanei, l’immobilismo politico causato dal conflitto ad armi fredde, deve esser stato corrosivo: «Quel che è certo è che essa (la commedia ndr) esprime nel modo più estremo che mai sia stato tentato sulla scena una condizione di cui ciascuno di noi ha, in diversa misura, coscienza, e che ci presenta un’immagine schiacciante della vita (o, se si vuole, della “civiltà occidentale” quale si è ridotta oggi), in cui soltanto l’ottimista per candore o per partito preso può fare a meno di riconoscere i nostri rapporti, il nostro linguaggio, il nostro quotidiano brancolare».

Nella sua assurdità Aspettando Godot è allora diventato lo specchio della nostra società che si è smaterializzata: oggi usiamo monete digitali, libri digitali, realtà virtuali. Godot è il simulacro del presente in cui noi tutti siamo immersi, compresi voi che state leggendo questo blog.

Questo libro fa parte della lista Dorfles.