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Logan, in quale universo siamo?

Wolverine nell’ultimo film non indossa la famosa tuta da combattimento gialla e nera. Questa scelta non è una decisione presa a caso. Nel mondo dell’ultimo film esistono i fumetti della Marvel e quindi troviamo sullo stesso piano i mutanti finti e i mutanti veri. Logan in più occasione afferma che gli eventi dei fumetti sono solamente delle storie inventate che non appartengono alla vera storia degli X-men.

logan_2017_posterIl regista James Mangold ha creato una pellicola molto diversa dai cinecomic che abbiamo visto precedentemente. Lo spin-off degli X-men si concentra sull’aspetto umano del mutante furioso che si trova, per un breve periodo, a diventare una specie di padre: proteggere una bambina e accudire un anziano malato.

Uno Hugh Jackman invecchiato, stanco e malandato mi ha fatto impressione perché mi ha fatto capire che i mutanti non sono degli idoli immortali ma degli esseri che soffrono e vivono come il resto dell’umanità. L’anziano che ho citato poco fa è un inedito Professor X, Charles Xavier, che ha perso la personalità austera e accademica a causa dell’Alzheimer. La sua malattia è estremamente pericolosa per tutti perché il cervello di Xavier è stato classificato come arma di distruzione di massa: con una crisi può uccidere tutti gli esseri umani nelle vicinanze.

La bambina è Laura, o meglio conosciuta come X-23, una mutante concepita in laboratorio che possiede il patrimonio genetico di Wolverine. L’undicenne Laura è incredibilmente simile a Logan, sia per carattere che per forza.

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Anteprima al cinema Arcadia

L’atmosfera del film è molto western a partire dal luogo in cui vive Logan con il Professor X e il mutante Calibano. Questi tre personaggi dimorano in una specie di industria abbandonata sul confine americano con il Messico.

Il Logan del 2029 fa l’autista ed è depresso: tutti i suoi amici sono morti e lui è gravemente malato (tossisce spesso, ci vede poco, e le nocche sono coperte dal pus). Il suo crepuscolo esistenziale verrà momentaneamente interrotto da un manipolo di tiepidi antagonisti: una milizia di cyborg e uno scienziato pazzo che vogliono catturare la piccola X-23.

Per concludere, dico che il film non mi ha entusiasmato come speravo perché, secondo me, rappresenta una “pellicola ponte” per aprire una nuova finestra nel mondo degli X-men. Logan è un’introduzione ai Nuovi Mutanti. Avanzo inoltre un’altra critica: gli antagonisti sono deboli e non hanno identità, sono insipidi. L’unico nemico di Logan è Wolverine.

Capirete questa mia ultima affermazione quando vedrete il film in sala.

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X-23

I TheGiornalisti non parlano “completamente” di libri

Qualche mattina fa, avviando la mia app preferita di musica, mi sono chiesto perché abbia dei gusti musicali precisi ma non spiegabili. Voglio dire che tra me e il brano in ascolto scatta un rapporto di empatia. Succede anche con le persone. Quante volte giudichiamo con un solo sguardo uno sconosciuto che ci è davanti? Quante volte proviamo una sensazione strana che ci rende amichevoli o prudenti con chi abbiamo di fronte?

La musica per me funziona così. Non mi faccio molte domande. Non studio musicologia e non intendo studiarla (almeno per ora). Questo è il mio approccio alternativo con la cultura musicale che non potrei mai adottare con la letteratura.

5m75gzl1114l160npar1Al di là di queste mie considerazioni personali, da circa un mesetto ho incominciato ad ascoltare un nuovo gruppo romano che si chiama TheGiornalisti. Ne avevo già sentito parlare ma non avevo seguito i tanti consigli dei miei amici che mi esortavano ad ascoltarli. Forse era colpa del nome della band; non sopportavo l’idea di ascoltare qualcosa che potesse legarsi al mio lavoro e ritenevo il loro brand soltanto una strategia commerciale per indurmi a seguirli. Andò a finire che non li scelsi mai dal catalogo multimediale.

Questo però è il passato. Il presente è differente dato che sono stato colpito dal brano La fine dell’estate e il nuovo singolo Completamente.

l leader dei TheGiornalisti è un certo Tommaso Paradiso, non lo conoscevo, e tra le altre cose assomiglia tantissimo a Nanni Moretti (qualcun altro dice Pablo Escobar). Come scrisse Chiara Amendola sul “Corriere della Sera” nel 2015 la loro musica è “un amarcord che mescola suoni post Ottanta a testi ricchi di pathos”.

Processed with VSCOcam with x1 presetPerché parlo dei TheGiornalisti nel mio blog? La risposta si trova nell’intervista al frontman del gruppo e pubblicata pochi giorni fa da Il Libraio. Paradiso ha scritto tutti i testi delle canzoni e afferma che oggi ciò che influenza di più le sue composizioni sono le serie tv e i film.Oltre a ciò nell’intervista svela che il suo libro preferito è La repubblica di Platone ma non ci spiega il perché. Poi parte una frase troppo banale per essere proferita da un cantautore: «D’estate divoro ogni genere di libro. Basta che sia scritto bene. Negli altri mesi è più difficile. Ma d’estate leggo quanto legge un lettore normale durante l’anno».

Wow! Che cosa originale!

L’intervista, non lo nascondo, mi ha deluso molto e mi è sembrato che l’obiettivo dell’articolo fosse quello di promuovere l’ultimo disco e non invece quello di parlare di libri.

Pazienza.

L’ultima domanda del mio post: perché il gruppo si chiama così? Wikipedia dice che nel 2009 i membri della band hanno preso spunto dalla rivolta dei giornalisti di quell’anno (la protesta era rivolta contro la legge bavaglio fortemente voluta da Berlusconi). Inoltre il nome simbolizza anche la voglia di ritornare a scrivere musica. Non posso far altro che prenderne atto.

Dentro alla testa di David Foster Wallace

 

Non voglio perdere lo strascico di emozioni che stanno albergando nella mia coscienza e nel mio petto dopo la visione del film The end of the tour. La pellicola narra la vicenda  dell’intervista che David Foster Wallace rilasciò a David Lipsky, giornalista del Rolling Stone, in occasione di un suo tour letterario per la presentazione del suo ultimo romanzo. Siamo negli anni ’90, credo e penso.

Wallace ha raggiunto il successo col suo immenso libro – in tutti i sensi – Infinite Jest che diventa un caso editoriale americano e rende famoso l’autore. David, anche lui scrittore, decide di intervistarlo perché percepisce che il letterato con la bandana sia davvero un personaggio di cui si parlerà molto anche dopo la sua morte.

1401x788-theendofthetour_still2E’ bello notare come la relazione tra i due incominci come tutte le relazioni ovvero che sia basata sull’ipocrisia. Wallace tenta di essere più estroverso possibile ma Lipsky non sembra accorgersi del grande dono dello scrittore americano. I due arriveranno a scontrarsi per un fraintendimento: il punto di svolta che fa capire allo spettatore come il conflitto sia un aspetto di un’amicizia.

Wallace, è un essere strano. Ora non so dirvi se questa sia una peculiarità di tutti gli scrittori. Non ne conosco moltissimi e dunque per me è difficile dire se ci sia un legame tra il mestiere culturale e la pazzia. So che ci può essere un legame con la solitudine. Viene infatti dipinto e percepito un Wallace in preda all’isolamento affettivo e mediatico. Lo scrittore infatti vive in una casa male ammobiliata e ed anonima all’interno di un territorio che presenta solo grandi distesi di verde senza la frenesia cittadina dalla quale egli scappa.

Wallace non ha nemmeno la tv. L’apparecchio gli fa uno strano effetto: lo rincoglionisce sino a svuotargli il cervello. Dalla conversazione che i due hanno avuto, per gran parte avvenuta in macchina o in stanza d’albergo, emerge una visione culturale americana degenerata dove l’individuo può scoprire  se stesso solo nell’isolamento completo.

img_2738Non svelo nulla di nuovo se dico che Wallace si suicidò nel 2008. Indagare le ragioni del gesto non è affatto semplice ma si può comunque intuire che David Foster Wallace fosse vissuto nel momento sbagliato e nel posto sbagliato. Sfortuna per lui, fortuna per noi che abbiamo la grande opportunità di godere ancora dei suoi libri.

Spotlight: il giornalismo sotto i riflettori

  Ci sono quei giorni in cui le medicine non servono a lenire i patimenti e lo stress accumulato. In quei giorni mi prendono vari attacchi di prodigalità e mi reco con amici o parenti presso la più vicina sala cinematografica per godere di una casuale visione filmica.

Oggi sono molto prosaico.

A parte questo, il 29 marzo sono andato a vedere il film Spotlight che mi ha fatto ritrovare la sacra passione per il mio lavoro. Non sto ora qui a squadernarvi i vari problemi e la crisi strutturale che le redazioni stanno attraversando: le cause sono molte  e non tutte completamente negative.

  Guardando la pellicola si fa un salto temporale all’indietro di 15 anni per giungere nel 2001 all’interno redazione del Boston Globe e si possono osservare le indagini del coriaceo team giornalistico su un caso insabbiato che ha coinvolto un’ottantina di preti pedofili nel distretto di Boston.

La trama è quella che è. Nel senso che la sceneggiatura è abbastanza piatta ma la cosa più interessante è l’affresco che il regista Tom McCarthy riesce a dare del giornalismo tradizionale fatto di inchieste e duro lavoro di relazione. Oggi va per la maggiore il lavoro di desk: è come passare dall’azione ad essere un annoiato testimone.

  Da questo film tuttavia emergono alcune lezioni di giornalismo : la negligenza di pochi può danneggiare molti. Il giornalista è infatti colui che deve lavorare e scrivere per il lettore. Informare il lettore non è solo un piano di business ma anche una responsabilità.

Al giorno d’oggi è molto facile che i poteri forti imbavaglino la libera stampa; ci sono infatti molti trucchetti per farlo e sempre più il giornalismo indipendente sembra essere scoraggiato dalle grandi perdite di denaro e dai pochi lettori.

Spotlight mi ha fatto riflettere molto in questo senso. Infatti mi domando quando gli utenti, abituati alla gratuità di internet, si accorgeranno che per confezionare un’inchiesta e un prodotto di qualità siano necessari del tempo e un importante investimento economico.

I contenuti da cameretta degli youtuber li possono far tutti ma dove sta l’utilità sociale?

Non ho parlato molto del film?

Il web è pieno di recensioni più interessanti delle mie.

Revenant. Al limite della sopravvivenza. 

1452940687_the-revenant-trailer-screencaps-dicaprio-hardy37DiCaprio se lo è meritato l’Oscar? È la canonica domanda di chi non abbia visto il film Revenant. La mia risposta, dopo aver goduto della pellicola diretta da Iñárritu, è affermativa.

Andate al cinema e spendete quella manciata di euro, possibilmente risparmiando su qualcosa che danneggi la vostra salute come un pacchetto di sigarette o il menù mega-gigante di McDonald’s.

the-revenant-leo-leonardo-dicaprio-film-movie-natural-light-slrlounge-photogrpahy-kishore-sawh-4Lo spettacolo delle forti immagini evocative catapulta lo spettatore in una sorta di mondo onirico fatto di apparizioni e di sensazioni (per lo più di dolore). Il protagonista è un cacciatore e commerciante di pellami, Hugh Glass, che avrà la possibilità di resuscitare (avete capito bene proprio come Lui). Da qui, il senso del titolo: redivivo.

Non vorrei raccontare troppo ma il film contiene una storia di vendetta di un uomo violento contro altrettanti simili senza scrupoli. Pochi dialoghi e numerose inquadrature di immensi paesaggi naturali che richiamano il valore primordiale della vita e la sostanza della natura.

La scena che mi ha colpito di più è stata quella in cui il protagonista per riparasi dal freddo sviscera letteralmente il suo cavallo lipizzano e si adagia all’interno di esso per ripararsi da una tempesta di neve.the-revenant-16

La crudeltà, la spietatezza, il sangue, l’odio, l’omicidio sono facce di un uomo che perde la propria ragione e si affida ad un comportamento selvatico teso alla sopravvivenza.

In confronto agli occidentali, gli indiani antagonisti (per giusta causa) sembrano migliori degli occupanti nonostante la loro furia omicida. Il filo rosso che percorre il film possiamo dire che sia proprio questo sentimento di riparazione: occhio per occhio, dente per dente.

C302b87d200000578-0-image-a-36_1452820651948osa dire infine della scena dell’orso? Il regista sembra giustificare il comportamento del grizzly: voleva solo difendere gli orsetti da possibili predatori. Il bestione peloso avrà la peggio ma sarà presente per tutto il film in formato pelliccia sulle spalle del protagonista.

Ho cercato di spargere alcuni frammenti del film per non rovinare la sorpresa della proiezione.

Vi assicuro che dopo aver visto questa incredibile storia, eviterete di utilizzare alcuni modi di dire come “sono stanco morto”.

Il film è tratto dal romanzo The Revenant: A novel of revenge. Riporto la recensione apparsa su GoodReads dell’utente Cosimo:

Un buon romanzo storico e d’avventura sulla storia dei pionieri, più nello specifico degli uomini della frontiera o uomini delle montagne, esploratori cacciatori chiamati ‘trapper’ che fecero fortuna nelle terre incognite e nella natura incontaminata del West nell’epoca delle pellicce di castoro. Hugh Glass sopravvive all’aggressione di un grizzly e affronta una solitaria odissea tra il fiume Missouri e le Montagne Rocciose, nelle lande fredde della wilderness, degli indiani Arikara e dei bisonti, per vendicarsi degli uomini che lo hanno abbandonato moribondo e derubato delle armi e degli strumenti di sopravvivenza. La storia è avvincente, gli eventi hanno ottimo ritmo e lo stile è sobrio e efficace; il lettore si trova però a affrontare una narrazione che non crea una differenza, non ha voce artistica e si perde e confonde nella rievocazione, senza epica, senza rottura, senza alterità né singolarità.

Cosa ricordo di U. Eco.


Non sono mai impazzito per U. Eco. Non l’ho mai glorificato e quando ho letto il suo ultimo libro “Numero zero” sono rimasto insoddisfatto dalla lettura che avevo intrapreso con la convinzione che tutto sommato avrei potuto imparare qualcosa di interessante da un tale intellettuale.


Devo confessare un segreto: alcune riflessioni dello studioso si sono radicate nella mia coscienza letteraria. Una di queste ad esempio mi ha colpito esattamente il 4 dicembre 2013. Presso la Feltrinelli di p.zza Piemonte a Milano si stava svolgendo la presentazione del volume cinematografico scritto da Paolo Mereghetti. Conduceva Piera Detassis e come ospite c’era lui: il cinefilo Eco.

A quel tempo frequentavo due corsi di cinema e m’interessavano molto i dibattiti di quel genere: un periodo davvero intenso di fruizione cinematografica.

Mi accorsi di quanto il mio approccio col mondo del cinema fosse infantile quando Eco disse – vado a memoria: «Ormai guardo i film solo in tv. Non vado più al cinema da quando non è più possibile entrare in sala dopo l’inizio della proiezione. Mi piace vedere i film già iniziati e immergermi nello svolgimento della trama. È un po’ la metafora della vita, no?».

Scettico, accettai la provocazione ma personalmente era inammissibile non guardare un film dall’inizio. Nelle settimane successive m’interrogai su questa mia puerile abitudine e cominciai a guardarmi sul LCD di casa frammenti di film.

Questa tecnica mi arricchì molto e compresi che non era necessario sorbirsi tutto il minutaggio per godere dell’esperienza visiva.

 Finalmente avevo compreso la metafora: un film come la vita è fatta di dettagli trascurabili ma indispensabili se si ricerca una visione d’insieme.

Le lezioni dei grandi maestri in fondo non si comprendono mai immediatamente.