Amore e resoconto storico nel capolavoro di Giorgio Bassani

Recensione del romanzo di Giorgio Bassani intitolato “Il giardino dei Finzi-Contini (Feltrinelli).

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Leggendo il mio primo romanzo di Giorgio Bassani, ho notato che questo libro ha un impianto narrativo strettamente legato alla biografia dello scrittore (non stupisce infatti la tecnica dell’io narrante). Il giardino dei Finzi-Contini (Feltrinelli) è la storia di una famiglia ebraica di Ferrara che, a seguito della promulgazione delle leggi razziali del ’38, fu deportata in Germania e lì sterminata. Il destino dei Finzi-Contini è già anticipato nelle prime pagine del romanzo quando l’autore, nel prologo, descrive la tomba della famiglia: «Uno solo, fra tutti i Finzi-Contini che avevo conosciuto ed amato io, l’avesse poi ottenuto, questo riposo. Infatti non vi è stato sepolto che Alberto, il figlio maggiore, morto nel ’42 di un linfogranuloma; mentre Micòl, la figlia secondogenita, e il padre professor Ermanno, e la madre signora Olga, deportati tutti in Germania nell’autunno del ’43, chissà se hanno trovato una sepoltura qualsiasi».

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Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani (1962)

Ritengo infatti che la descrizione sopraccitata informi implicitamente il lettore sul contenuto primario del romanzo: la narrazione è prevalentemente incentrata sulle condizioni della comunità ebraica ferrarese poco prima della promulgazione delle leggi razziali del 1938. Ovviamente, il romanzo di Bassani non parla solo di questo. Narra anche la storia d’amore, andata male, tra Micòl e il protagonista della vicenda letteraria – di cui non sappiamo il nome (probabilmente è lo stesso Bassani). Alberto e Micòl sono due ragazzi atipici: non hanno mai frequentato nel loro passato la gioventù ferrarese e prediligono l’isolamento della loro villa immensa al centro di un’altrettanta immensa oasi verde: «Il giardino, o per essere più precisi il parco sterminato che circondava casa Finzi-Contini prima della guerra, e spaziava per quasi dieci ettari fin sotto la Mura degli Angeli, da una parte, e fino alla barriera di San Benedetto, dall’altra». Il giardino, descritto come un vero è proprio locus amoenus, viene però distrutto dagli anni di guerra: «Tutti gli alberi di grosso fusto, tigli, olmi, faggi, pioppi, platani, ippocastani, pini, abeti, larici, cedri del Libano, cipressi, querce, lecci e perfino palme ed eucalipti, fatti piantare a centinaia da Josette Artom, durante gli ultimi due anni di guerra sono stati abbattuti per ricavarne legna da ardere, e il terreno è già tornato da un pezzo come era una volta, quando Moisè Finzi-Contini lo acquistò dai marchesi Avogli: uno dei tanti grandi orti compresi dentro le mura urbane».

Ritornando ai fratelli Alberto e Micòl, nei primi anni dell’adolescenza i due giovani ebrei studiavano a casa e non frequentavano le scuole pubbliche. Al tempo, il fascismo aveva già preso possesso del Paese – tanti ebrei si erano iscritti al Fascio – e tale scelta della famiglia Finzi-Contini venne considerata dai fascisti come un specie di insulto alla patria. Come apprendiamo dalle parole del padre del protagonista, anche la comunità ebraica ferrarese biasimò la posizione della nobile famiglia: molti ebrei aderirono al fascismo e al suo codice di valori: «Avrebbe commentato più tardi a tavola mio padre con disgusto, senza che ciò gli impedisse, magari, subito dopo, di tornare una volta di più sull’ereditaria superbia dei Finzi-Contini, sull’assurdo isolamento nel quale vivevano, o addirittura sul loro sotterraneo, persistente antisemitismo da aristocratici». Come avrete capito, la nobile famiglia ebraica non era molto amata.

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Giorgio Bassani – scrittore

Giunge il 1938 e le cose incominciano a cambiare. Per una questione di razza, il centro sportivo tennistico Eleonora d’Este estromette con un inganno due promettenti atleti da un torneo: sono ebrei e in quanto tali un’eventuale loro vittoria potrebbe mettere in imbarazzo la politica fascista – il fascismo si era avvicinato sempre di più alle posizioni dei nazisti. Poco dopo i deplorevoli fatti del torneo falsato, tutti gli ebrei iscritti al circolo di tennis vengono allontanati per mezzo di una lettera. La loro reazione? Un silente sdegno:  alcuni membri della comunità ebraica riteneva che fosse solo un atteggiamento politico passeggero. Alberto Finzi-Contini, indispettito dalla piega dei recenti eventi, decide di aprire il suo campo da tennis a tutta la gioventù ebraica ferrarese. I giovani ebrei accolgono con gioia e sorpresa la scelta di Alberto. Gli avventori giocheranno spensieratamente fino all’arrivo dell’autunno del ’38. Nei pomeriggi di tornei e svago alla tenuta dei Finzi-Contini, il protagonista del romanzo si avvicina sempre di più a Micòl, che nel frattempo sta finendo l’università e fa la spola tra Ferrara e Venezia. Micòl è una ragazza molto particolare: arguta, intelligente e blasé; guarda il mondo con noia e disincanto senza badare ai sentimenti altrui. Dopo un primo approccio, il protagonista decide di lasciarla per frequentare più assiduamente il fratello e il comunista Malnate, un giovane di 26 anni laureato in ingegneria e impiegato in una fabbrica di gomma. I tre si riuniscono nella camera di Albero per parlare di politica e cultura. I mesi passano e al protagonista viene vietato di frequentare la biblioteca pubblica in quanto ebreo. Ermanno Finzi-Contini si offre allora di ospitarlo nella sua enorme biblioteca privata. Nonostante lo studio assiduo e le preoccupazioni per le leggi razziali, il protagonista non riesce a dimenticare Micòl. Infatti in una fredda sera d’inverno, egli farà una visita a sorpresa all’amica e scoprirà il motivo dei rifiuti della ragazza.

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La città di Ferrara

Come ho scritto all’inizio, Il giardino dei Finzi-Contini contiene numerose riflessione sulla politica e sui fatti d’attualità coevi. Bassani inoltre analizza l’odio antiebraico prodotto e amplificato dal fascismo: «Era evidente, diceva: per me, e per lo stesso Alberto, in fondo, il fascismo non era stato altro che la malattia improvvisa e inspiegabile che attacca a tradimento l’organismo sano, oppure, per usare una frase a Benedetto Croce, “vostro comune maestro”, l’invasione degli Hyksos. Per noi due, insomma, l’Italia liberale dei Giolitti, dei Nitti, degli Orlando, e perfino quella dei Sonnino, dei Salandra e dei Facta, era stata tutta bella e tutta santa, il prodotto miracoloso di una specie di età dell’oro a cui, potendo, sarebbe stato opportuno tornare pari pari. Senonché noi sbagliavamo, eccome se sbagliavamo! Il male non era affatto sopraggiunto improvviso. Veniva da molto lontano, invece, e cioè dagli anni del primissimo Risorgimento, caratterizzati da un’assenza diciamo pure totale di partecipazione di popolo, di popolo vero, alla causa della Libertà e dell’Unità. Giolitti? Se Mussolini aveva potuto superare la crisi seguita al delitto Matteotti, nel ’24, quando tutto attorno a lui sembrava sfaldarsi e perfino il re tentennava, noi dovevamo ringraziare di ciò proprio il nostro Giolitti, e Benedetto Croce, anche, ambedue disposti a mandar giù qualsiasi rospo purché l’avanzata delle classi popolari incontrasse impedimenti e ritardi. Erano stati proprio loro, i liberali dei nostri sogni, a concedere a Mussolini il tempo necessario perché riprendesse fiato. Nemmeno sei mesi dopo, il Duce li aveva ripagati del servizio sopprimendo la libertà di stampa e sciogliendo i partiti. Giovanni Giolitti si era ritirato dalla vita politica, riparando nelle sue campagna, in Piemonte; Benedetto Croce era tornato ai prediletti studi filosofici e letterari. Ma c’era stato chi, di gran lunga meno colpevole, anzi incolpevole del tutto, avevano pagato molto più duramente. Amendola e Gobetti erano stati bastonati a morte; Filippo Turati si era spento in esilio, lontano da quella sua Milano dove pochi anni prima aveva sepolto la povera Anna; Antonio Gramsci aveva preso la via delle patrie galere (era morto l’anno scorso, in carcere: non lo sapevamo?); gli operai e i contadini italiani, insieme coi loro capi naturali, avevano perduto ogni effettiva speranza di riscatto sociale e di dignità umana, e ormai da quasi vent’anni vegetavano e morivano in silenzio».

Questo romanzo di Bassani rappresenta certamente una riflessione sul passato e sugli atteggiamenti degli italiani difronte alla furia e follia fascista. Lo scrittore torinese non assolve nessuno, con lucidità disseziona le varie classi sociali, dove le vittime spesso non riconoscono i loro carnefici. Le parti di critica sociale probabilmente sono state influenzate dal lavoro di Carlo Levi, se pensiamo alle riflessioni sulla condizione di marginalità dei contadini italiani. Giungendo al termine di questa disamina letteraria, mi preme dunque avvisarvi che Il giardino dei Finzi-Contini non è solamente una storia d’amore infranta ma soprattutto un saggio storico sulle sfumature grigiastre della società fascista del Ventennio.

Questo libro fa parte della lista Dorfles.

Il saggio non litiga mai. Accenni di autodifesa verbale

Recensione del libro “Piccolo manuale di autodifesa verbale” di Barbara Berckhan pubblicato da Feltrinelli.

Si vince in difesa e non in attacco

foto litigioCombattenti si nasce e non si diventa avrebbero detto gli Spartani. La frase può avere senso se siamo dei lottatori di Sumo o dei pugili. Nella nostra società democratica il combattimento è prevalentemente verbale anziché fisico. Quotidianamente ci capita di avere degli attriti e discutere con chi non ci rispetta e vuole calpestarci. Come reagire allora alle provocazioni? Le strategie sono varie ma quelle proposte da Barbara Berckhan sono spiazzanti. L’autrice di Piccolo manuale di autodifesa verbale edito dalla casa editrice Feltrinelli cerca di convincerci che possiamo prendere ispirazione dalle arti marziali per difenderci, e sottolineo difenderci, dai cafoni della parola. Siamo noi che plasmiamo la nostra felicità e infelicità nei rapporti interpersonali. La Berckhan infatti scrive: «Il mondo là fuori, fondamentalmente, è neutro. Sono i nostri pensieri a darcene un significato». Secondo l’autrice ogni dialogo provoca in noi delle reazioni e il “non combattere è la via d’uscita più semplice e anche più sicura nella trappola delle provocazioni”.

Le 5 regole di una buona autodifesa

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Barbara Berckhan

Essere superiori nelle conversazioni tossiche è possibile e secondo la Berckhan sono cinque i capisaldi da tenere presente quando si è immersi in una discussione:

  1. Quello che gli altri fanno o dicono è essenzialmente una proposta: non abbiamo alcun obbligo nell’accettare le proposte altrui.
  2. Il nostro cervello produce pensieri “automatici”. Riconosciamoli e mettiamo in dubbio quelli negativi e aggressivi.
  3. Dobbiamo imparare ad essere liberi di analizzare un problema da una certa distanza senza lasciarci coinvolgere troppo da vicino.
  4. Bisogna capire quali siano le nostre priorità personali in modo da preferire la qualità della propria vita rispetto allo scontro.
  5. Per ultimo, impariamo ad accettare la diversità degli altri rinunciando a volerli cambiare in tutti i modi.

Piccole strategie dialettiche

4158266_280463Come avrete capito non siamo di fronte ad una strategia dialetticamente aggressiva. La Berckhan suggerisce alcuni metodi come la contro-domanda all’insulto. Tipo: “Lo sai che mi sembri un tipo insipido.” “Cosa intendi con insipido?” “No, volevo dire che non ti conosco e quindi non ho capito che personalità hai”. La contro-domanda è utile per effettuare dei chiarimenti a commenti che potrebbero darci fastidio. Alcuni di voi però si chiederanno perché sia consigliabile la difesa rispetto all’attacco. L’autrice spiega bene cosa comporta litigare. Quando abbiamo un battibecco energico il nostro corpo si affatica a causa dello stress e incomincia a produrre cortisolo, una sostanza che non fa per niente bene al nostro organismo. Siamo dunque liberi di litigare ma dobbiamo essere consci che le diatribe turbano le nostre giornate e molto spesso ci distolgono dai nostri obiettivi primari. I talk-show sono un esempio di comunicazione litigiosa tesa all’annullamento dei contenuti. Quando i politici non vogliono esprimersi su temi delicati cercano in tutti i modi di buttarla in caciara. Per farlo attaccano personalmente il loro interlocutore per attizzare il fuoco del litigio. Il Piccolo manuale di autodifesa verbale è un buon testo da studiare per incominciare a sgomberare dalla propria vita tutte quelle relazioni che ci provocano acidità di stomaco.

La pessima abitudine di rinunciare a pensare

Recensione del saggio di Ermanno Bencivenga intitolato “La scomparsa del pensiero” edito da Feltrinelli

Leggi velocemente e sarai meglio di Einstein

foto scheda memoriaSfogliando un numero della rivista Sette sono capitato su un’inchiesta dedicata alla manipolazione mentale di chi organizza i corsi per rafforzare la memoria. Chi studia all’università – me compreso – sa bene di cosa si parla. Ogni bacheca, o quasi, di un ateneo ospita un volantino che pubblicizza i miracolosi effetti della lettura veloce. “Più leggi veloce, prima ti laureerai”. Balla colossale. Da normale studente senza doti eccezionali posso dire che il segreto di una buona carriera universitaria è la costanza. Svicolando da questo tema universitario, mi ha sorpreso l’aspetto oscuro di questi corsi: i costi in primis e i tentativi di coinvolgimento al limite dell’ossessione/stalking in secundis. Chi organizza questi cicli di incontri formativi alla fine vuole che il proprio cliente sborsi una montagna di quattrini. E come si fa a convincere una persona a farlo? Manipolandola. Si può utilizzare anche la tecnica del “love bombing”. «Facciamo di tutto per farti sentire bene, come puoi lasciarci?». Un ricatto morale. Ci siamo capiti.

Non smettiamo di pensare

foto la scomparsa del pensieroUn altro soggetto che tende a manipolare le persone è sicuramente la pubblicità. Certe volte compriamo un marchio solo per le immagini e le conseguenti impressioni che abbiamo provato davanti al televisore. Per evitare la manipolazione bisogna pensare. L’esercizio del pensiero è necessario per sentirci uomini consapevoli della nostra esistenza piena zeppa di limiti e contraddizioni. Questo è l’argomento centrale del curioso saggio di Ermanno Bencivenga intitolato La scomparsa del pensiero: perché non possiamo rinunciare a ragionare con la nostra testa pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli. Bencivenga si è laureato in Filosofia nella mia università (la Statale di Milano) e ora insegna all’università della California a Irvine. Bencivenga è convinto che le giovani leve stiano attraversando un cambiamento generazionale in cui l’utilizzo della logica è stato ampiamente sacrificato sull’altare del multitasking. Questo è un male perché molti ragazzi abdicando al pensiero finiscono col perdere il senso critico che secondo il professore è uno degli elementi fondamentali per una buona democrazia. I cittadini ben formati e pensanti sanno prendere decisioni responsabili affrancandosi dalle sirene del populismo che attualmente sono in voga nella scena politica italiana. Bencivenga sostiene dunque che pensare sia una necessità e pensar bene una virtù.

Più logos e meno pathos

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Ermanno Bencivenga – filosofo e docente universitario

L’emotività non sempre ci aiuta a prendere le giuste decisioni. Anzi secondo Bencivenga è probabile che ci inducano a un passo falso. «Se è vero che non siamo solo o in prima battuta razionali, è vero però che siamo anche razionali; il pensiero e il ragionamento non costituiscono il nostro modo originario di gestire l’ambiente vitale e sociale, ma a un certo punto li abbiamo acquisiti. Perché allora non ce ne serviamo?», si chiede il professore. Non c’è dubbio che coltivare un pensiero critico costi fatica. Studio, volontà e sacrificio sono i principali ingredienti per edificare una solida coscienza culturale che possa accendere le nostre intuizioni. La logica però non è solo istruzione ma la si può altresì rafforzare con le relazioni quotidiane. Prendere le giuste decisioni non è solo frutto di una mente eccezionale ma anche di una serie di sbagli e quindi di esperienza personale accumulata negli anni. Inoltre Bencivenga individua i tre elementi che possono persuadere un individuo e questi sono il pathos, l’ethos e il logos. Scomodando Aristotele il pathos è l’emotività, l’ethos l’autorità dell’oratore e il logos il discorso razionale. Nei talkshow prevale nettamente l’ethos perché il logos ha tempi più lunghi che sono incompatibili con i ritmi televisivi. Questi tre elementi allora agiscono tutti manipolando le nostre passioni, le nostre emozioni; la differenza è quali emozioni siano. Bencivenga inoltre critica l’approccio delle attuali generazioni al mondo digitale: «Spetta dunque a noi chiederci se nell’orgia di messaggi digitali che riceviamo ci rimanga il tempo per l’analisi – per identificare gli elementi di quei messaggi, per recepirne il diverso valore, per decidere a quali elementi vogliamo prestare la nostra fiducia e il nostro impegno». Il saggio però termina con una nota positiva. Bencivenga crede che l’esercizio della logica possa stimolare i cittadini a pensare perché infondo i ragazzi di oggi hanno grandi capacità che non sono state ancora correttamente sviluppate.

Chi sono i veri padroni del calcio?

Recensione del libro “i veri padroni del calcio” scritto dal giornalista Marco Bellinazzo per Feltrinelli

Un tifoso non sa certe cose

tifosi cinesi milan interHo sempre seguito le partite del Milan da quando ero nel passeggino. Ovviamente non lo decidevo io ma mio padre appassionato – a fasi alterne – della squadra meneghina a strisce rosso-nere. Una volta cresciuto – andavo alle elementari – decise di farmi fare un provino per entrare nella squadra dei pulcini del Milan. Lo passai ma poi di lì a poco smisi di continuare la mia carrierina calcistica. I bambini non erano più bambini su quel campo da calcio. Il rettangolo di gioco era diventato un’arena dove i genitori aizzavano i loro pargoli a dare il meglio senza sconti per gli avversari. È abbastanza chiara dunque la contraddizione. Da una parte abbiamo degli educatori che ci propugnano lo sport come esperienza di vita e da un’altra le famiglie che percepiscono il calcio come un investimento. Nelle zone più povere d’Italia e anche del mondo la carriera calcistica rappresenta il sacro Graal di una vita felice e appagante in un sistema economico in crisi dove anche i laureati fanno un’incredibile fatica a trovare un’occupazione. Attraverso la mia piccola esperienza personale ho capito che dietro al calcio non c’è solo amore e solidarietà ma anche livore e spregiudicatezza. Diciamoci la verità: il mondo del pallone ormai è un formidabile business che ingoia miliardi di euro grazie soprattutto ai diritti tv.

Chi sono i potenti del pallone

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Marco Bellinazzo – giornalista

Per capirlo bene mi è stato utile l’ultimo libro del giornalista del Sole 24 Ore Marco Bellinazzo I veri padroni del calcio edito dalla casa editrice Feltrinelli. Bellinazzo con rigore e dovizia ha raccolto nei suoi 5 capitoli i soggetti che in questo momento hanno acquisito un considerevole potere, sia economico che politico, all’interno del sistema calcistico internazionale. Tutti, almeno una volta nella vita, avranno sentito parlare della FIFA. Questa è l’organizzazione internazionale del gioco calcio che in teoria dovrebbe occuparsi di organizzare tornei e promuovere lo sport di cui si fa ambasciatrice. Nei primi capitoli del libro Bellinazzo ha illustrato il recente scandalo FIFA che ha costretto alle dimissioni lo storico padre-padrone della FIFA, Joseph Blatter, e il suo avversario, Michel Platini, ai vertici della UEFA. Dopo questa ricostruzione giornalistica, Bellinazzo ha dedicato interi capitoli agli stati che sono estremamente interessati al calcio come strumento diplomatico ed economico. I soggetti sono: Russia, paesi del Golfo come Qatar e Arabia Saudita, Stati Uniti d’America e Cina.

Il pallone tra propaganda e patriottismo

copertina i veri padroni del calcioCome sostiene Bellinazzo oggi “il football è una fonte ineguagliabile di legittimazione per le popolazioni che aspirano a diventare uno stato. Riconoscere o meno l’esistenza di una Nazionale di calcio, dal punto di vista diplomatico e mediatico, ha un impatto neppure lontanamente paragonabile a quello di un canonico processo di riconoscimento nell’ambito dei consessi internazionali”. Questa riflessione è alquanto sconcertante. Pensiamo ad esempio al Risorgimento, i patrioti sognavano un’Italia unita in base ad alcuni valori culturali. Oggi l’unione di un popolo passa dagli stadi. L’appartenenza si costruisce sugli spalti e attualmente la politica lo ha compreso appieno. Pensiamo infatti al linguaggio politico del primo Berlusconi. I suoi sermoni pubblici erano conditi da numerosissime metafore contaminate dalla terminologia sportiva. Chi voleva far politica “scendeva in campo”. L’avversario inoltre non era più un singolo ma una specie di squadra ovvero “i comunisti”. I tifosi alle volte possono trasformarsi anche in un’arma. Come ha riportato Bellinazzo, nella guerra in Ucraina “molti ultrà sarebbero andati a dar manforte agli indipendentisti del Donbass”. Il giornalista inoltre ha scritto che “lo stato ha da tempo capito che quelle dei tifosi sono le associazioni di massa più patriottiche”.

La Cina è troppo vicina

foto soldi cinesiTra il 2015 e il 2017 i team cinesi hanno speso più di un miliardo di dollari tra acquisti, commissioni e salari. La Cina ha fiutato l’enorme potenzialità del pallone e ha deciso di “colonizzare” diverse federazioni sparse per il mondo. Non solo accordi con Europa, Australia e Russia, la Repubblica cinese da tempo ha incominciato a investire massicciamente in Africa. Oltre ai servizi, le fabbriche e le infrastrutture primarie, i vertici cinesi hanno contribuito a costruire e rinforzare una solida rete organizzativa per sfruttare i talenti africani. Bellinazzo ha scritto infatti che Pechino “cerca nuovi sbocchi nell’internazionalizzazione delle aziende made in China e in un’ingegneristica strategia di soft power che ha nei media, nel calcio e nello sport business l’evoluzione più appariscente”. L’ultimo capitolo de I veri padroni del calcio è dedicato alle attuali dirigenze di Inter e Milan: le due squadre milanesi sono infatti state comprate da una cordata di imprenditori cinesi. Bellinazzo giustamente ha sollevato un quesito: ma i cinesi vogliono davvero investire nel calcio o vogliono solamente sfruttare la loro ricchezza per condizionare diplomaticamente gli stati stranieri? È una domanda importante a cui sapremo rispondere tra qualche anno quando il governo di Pechino si consoliderà economicamente e pretenderà di essere considerato una grande potenza.

Il Gattopardo che c’è in noi

Recensione del romanzo “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa

Quando penso al termine Gattopardo mi vengono in mente due cose: la prima è una discoteca ubicata in una chiesa sconsacrata vicino a casa mia e la seconda la voce del giornalista statunitense Alan Friedman. Non penso mai al romanzo e neppure a Tomasi di Lampedusa.

Poi che nome è Tomasi? Ve lo siete mai chiesto?

La risposta è questa: Tomasi è un cognome! Il nome dell’autore è Giuseppe.

giuseppe-tomasi-sedutoA parte questa veloce boutade, voglio sottolineare che ho letto questo romanzo a 24 anni. Già su Twitter mi hanno fatto notare che il libro si legge solitamente alle medie. Ma qualcuno può spiegarmi come un ragazzino di 12 anni sia in grado di capire la complessità della psicologia dei personaggi gattopardeschi?

Lancio la provocazione.

Aggiungo solo che a 24 anni leggere i classici diviene un piacere perché è un po’ come trovare un baule impolverato in cantina contenente delle monete d’oro o delle fotografie dimenticate della propria famiglia. Insomma i classici rappresentano un momento cruciale per il lettore autoctono: una fervida riflessione sulla propria eredità storica.

Il Gattopardo non si legge per raccontare agli amici che Angelica è il personaggio più affascinante del libro, Tancredi il più spregiudicato e Don Fabrizio Salina il più simpatico. No! Tomasi di Lampedusa ci restituisce delle stupende pagine di prosa italiana che si concentrano sulla storia della Sicilia penetrando con la sua scrittura nei pregi e i difetti di quella terra baciata dal sole che non conosce dei.

Vorrei invitarvi a concentrare la vostra attenzione sul finale perché penso che sia una delle più affascinanti parti conclusive che abbia mai letto e fa così:

Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo quel che rimaneva di Benedicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose in un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida

istock_000002396683xsmallE’ un Alano. Benedicò intendo. Nella citazione come si capisce è impagliato. Il cane – come riportato dallo stesso autore – è un simbolo della decadenza e della trasformazione della nobiltà italiana: da molossoide potente a sagoma spenta e fragile cosparsa di polvere.

Qualcuno di voi penserà: “Non hai citato la frase più famosa del libro e nemmeno il film di Luchino Visconti!”.

E’ vero, ma lo fanno tutti. E allora che senso ha parlarne?

Questo romanzo fa parte della lista stilata dal critico letterario Piero Dorfles.

 

 

Cosa ricordo di U. Eco.


Non sono mai impazzito per U. Eco. Non l’ho mai glorificato e quando ho letto il suo ultimo libro “Numero zero” sono rimasto insoddisfatto dalla lettura che avevo intrapreso con la convinzione che tutto sommato avrei potuto imparare qualcosa di interessante da un tale intellettuale.


Devo confessare un segreto: alcune riflessioni dello studioso si sono radicate nella mia coscienza letteraria. Una di queste ad esempio mi ha colpito esattamente il 4 dicembre 2013. Presso la Feltrinelli di p.zza Piemonte a Milano si stava svolgendo la presentazione del volume cinematografico scritto da Paolo Mereghetti. Conduceva Piera Detassis e come ospite c’era lui: il cinefilo Eco.

A quel tempo frequentavo due corsi di cinema e m’interessavano molto i dibattiti di quel genere: un periodo davvero intenso di fruizione cinematografica.

Mi accorsi di quanto il mio approccio col mondo del cinema fosse infantile quando Eco disse – vado a memoria: «Ormai guardo i film solo in tv. Non vado più al cinema da quando non è più possibile entrare in sala dopo l’inizio della proiezione. Mi piace vedere i film già iniziati e immergermi nello svolgimento della trama. È un po’ la metafora della vita, no?».

Scettico, accettai la provocazione ma personalmente era inammissibile non guardare un film dall’inizio. Nelle settimane successive m’interrogai su questa mia puerile abitudine e cominciai a guardarmi sul LCD di casa frammenti di film.

Questa tecnica mi arricchì molto e compresi che non era necessario sorbirsi tutto il minutaggio per godere dell’esperienza visiva.

 Finalmente avevo compreso la metafora: un film come la vita è fatta di dettagli trascurabili ma indispensabili se si ricerca una visione d’insieme.

Le lezioni dei grandi maestri in fondo non si comprendono mai immediatamente.