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9 consigli per scrivere meglio su Facebook

Non capita spesso che scriva un post sul libro che stia leggendo, ma oggi lo farò.

Da circa una settimana sto sfogliando Scrivere per il web (Hoepli) di Michael Miller, un autore americano molto popolare che ha scritto numerosi best-seller sulla musica, sulla tecnologia e sul marketing.

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Michael Miller

Il volume in questione tratta la scrittura sul web e gli accorgimenti da adottare per diventare un buon copywriter.

Come sapete, nella vita mi occupo principalmente di giornalismo e a questo argomento ho anche dedicato la mia tesi di laurea. Dunque drizzo sempre le mie antenne verso tutte le pubblicazioni che si occupano del rapporto tra innovazione tecnologica e scrittura.

L’ho scritto molte volte: il futuro del giornalismo sarà online. I giornali di carta saranno solo prodotti culturali di lusso per una cerchia ristretta di lettori.

Se oggi parliamo di prodotti culturali, dobbiamo per forza parlare anche di social network e Facebook è quello più utilizzato in Italia.

Il social di Zuckerberg non mi piace molto perché fatico ad utilizzarlo. La mia bacheca è invasa da post banali e informazioni superficiali che mi fanno perdere tempo. Esistono le eccezioni, ma sono rare. Facebook punta all’intrattenimento e non all’informazione: le pagine di bufale ne sono una prova.

418drcojasl-_sy346_D’altro canto, sono obbligato a utilizzare Facebook se voglio espandere il mio pubblico di lettori. Per fare questo, ho appreso alcuni trucchetti da Scrivere per il web.

  1. Bisogna esercitarsi nel creare un proprio stile. Gli utenti devono percepire una differenza sostanziale rispetto alle altre migliaia di post pubblicati nel feed news.
  2. Lo stile che adottiamo su altri social, non dovrebbe essere applicato a Facebook.
  3. È preferibile scrivere post brevi perché la soglia di attenzione degli utenti è molto bassa su internet.
  4. Ogni post deve contenere un solo pensiero o un solo argomento. Non creiamo testi troppo ricchi di informazioni. I social non amano la complessità.
  5. Facciamo attenzione alle parole e alla grammatica. Eliminiamo le parole superflue come i modificatori inutili, frasi inopportune come quelle introduttive e le ridondanze. Il linguaggio deve essere semplice, composto da termini e frasi brevi.
  6. Il tono dei nostri post non deve essere troppo professionale ma tendere alla colloquialità.
  7. Dobbiamo saper coinvolgere i nostri amici. Condividiamo le nostre esperienze personali, facciamo domande, rendiamoci utili per il lettore e cerchiamo di incuriosirlo.
  8. Aggiorniamo una volta al giorno la nostra pagina o profilo. Facciamolo però solo se abbiamo davvero qualcosa da dire.
  9. Per legittimare ciò che scriviamo, si può incollare il link della nostra fonte. Questo piace molto ai lettori.

Il filtro di Facebook ci toglie la libertà di pensiero?

In questo ultimo periodo sono ossessionato da Facebook. Voglio sapere, con tutto il mio cuore, se mi stia fregando oppure no. Per me la chiarezza è molto importante, anche se l’entità con cui mi relaziono è rappresentata da una massa di dati e di sistemi matematici.

d3bvf21Il social network inventato da Mark Zuckerberg, che si veste sempre uguale, ha distrutto le nostre vite e ha incatenato con furbizia anche il sistema editoriale nazionale e internazionale. Dunque non c’è da scandalizzarsi nel (altro…)

Il web sta distruggendo la cultura e il giornalismo?

maxresdefaultIl mezzo con cui sto comunicando, con cui scrivo parlando a voi, ha sconvolto l’organizzazione e le abitudini di un’area della comunicazione che da secoli era ancorata alla carta. Per ora non ci interessa come il giornalismo sia entrato in crisi e quali siano le medicine da assumere per sanare una ferita profonda che minaccia l’esistenza dei giornali e della cultura. Quello che ci interessa è se ci sia una luce in fondo al tunnel.

Soffermiamoci allora sulla cultura e rimaniamo nel recinto dell’informazione culturale. Ho scovato a tal proposito un ottimo libro edito da Donzelli intitolato Leggere cosa e come: il giornalismo e l’informazione culturale nell’era della rete.

L’autore del saggio è Giorgio Zanchini, uno scrittore, giornalista e conduttore di Radio Rai. Insieme a Lella Mazzoli dirige e ha diretto il Festival del giornalismo culturale di Urbino e Fano. Il libro che analizziamo in questo post è l’ultimo della fortunata produzione di Zanchini. Ricordiamo anche: Un millimetro in là. Intervista sulla cultura a Marino Sinibaldi (a cura di), Laterza 2014 e Il giornalismo culturale, Carocci, 2013.

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Giorgio Zanchini

Come specificato nella parte finale del saggio, Zanchini spiega di aver scritto il libro con l’intento di capire se l’informazione culturale sarà sulle spalle di utenti esperti e qualificati – giornalisti – oppure si verificherà una “degerarchizzazione” , dove tutti avranno voce e naufragheremo in un mare di notizie e di opinioni spesso vacue e senza valore.

Quest’ultimo fenomeno non deve far paura se nel corso degli anni emergerà una nuova figura di redattore, un giornalista 3.0, che sappia collegare, scovare e catalogare le innumerevoli fonti presenti su internet. Zanchini infatti afferma che il web sia ricco di voci profonde e di contenuti di qualità ma questi spesso sono nascosti all’utente onnivoro, il quale si muove nella rete seguendo la propria curiosità senza una meta precisa e senza un metodo di ricerca.

Internet education. Books and computer mouse. 3dFare informazione culturale allora vuol dire dar voce non solo ai grandi brand della cultura ma anche alle piccole realtà di nicchia. Bisogna esercitare dunque il principio del information litteracy; termine che consiste nel dare all’utente delle competenze perché ogni volta che cerchiamo qualcosa in rete non sempre troviamo elementi attendibili; si tratta dunque di una sorta di educazione culturale.

La domanda allora che ci facciamo tutti è: il libro è in crisi? La risposta è complessa. D’istinto io risponderei di sì dato che in Italia ci sono pochi lettori. Come riporta l’Istat dal 2007 i lettori sono calati dell’8%; coloro che hanno letto almeno un libro all’anno sono il 41,4% della popolazione. Quello che più mi preoccupa – dopo aver letto il saggio – è essenzialmente il varco o il fossato generazionale tra i lettori: la lettura cresce tra gli over 65 e diminuisce tra gli adolescenti.

Ci sarebbero ancora molte cose da dire sul libro di Zanchini: l’influenza dei grandi players come Google, Facebook, Microsoft e il ruolo degli altri media come la televisione e la radio.escri

Ritengo che questa lettura sia davvero utile per capire cosa stia succedendo al libro e al mondo che gravita intorno ad esso sia in Italia che all’estero e alla cultura in rapporto a un mondo digitale che presenta continui cambiamenti e approcci ai propri utenti.

Perché il web è invaso da anniversari?

Leggendo un articolo dedicato a Benedetto Croce apparso il 12 febbraio sul Corriere della Sera, sono stato colpito dall’incipit a firma di Roberto Calasso.

Le ricorrenze sono ingannevoli. Fanno credere che si celebrino o si ricordino sempre le stesse cose come immobilizzazioni della memoria, incrostazioni del passato. Ma non è così. Il lavoro ineludibile e inesorabile del tempo si esercita anche sul passato. Uno stesso passato vive quale apparve ai suoi tempi, poi quale appare al presente, e ancora vivrà quale apparirà nel futuro.

Dopo aver letto queste parole mi sono chiesto che senso hanno oggi gli anniversari? Se penso a quelli matrimoniali mi rispondo col fatto che quella data corrisponde a qualcosa di positivo, o di negativo, a seconda dei punti di vista.

E’ davvero necessario ogni giorno ricordare la nascita o la morte di personaggi famosi? Oppure bisognerebbe ricordare solo quelle cose che nel presente corrono il pericolo di essere dimenticate? Dovremmo fare una scelta. Non possiamo ricordare a caso solo per raccogliere mi piace o followers piazzando qualche nome famoso sulle nostre bacheche social.

A questo proposito vorrei citare un altro esimio intellettuale che sulla rivista Internazionale il 16 febbraio 2012 affermò:

La separazione tra ciò che deve e non deve essere ricordato determina il destino degli anniversari. Gli eventi storici più importanti secondo la storia ufficiale vengono commemorati in pompa magna (un classico esempio è l’attacco di Pearl Harbor), mentre altri anniversari sono relegati all’oblio. Strappandoli alla “non storia”, possiamo imparare molto su noi stessi.

Lo ha affermato 

Qual è lo stato di salute del giornalismo italiano?

Ogni tanto mi piace guardare la trasmissione “Otto e mezzo” di Lilli Gruber su La7 che va in onda in un orario da divano. Rilassato mi sintonizzo su un programma che negli ultimi mesi non tratta solamente di politica ma anche di costume.

Fabrizio Rondolino

Marco Travaglio

In particolare mi ha colpito la puntata del 22 ottobre. In studio erano presenti due giornalisti: Fabrizio Rondolino e Marco Travaglio.  Ad un certo punto si sono messi a discutere sulla neutralità del giornalista. Travaglio ha infatti accusato il collega di essersi schierato con tutti i governi. Rondolino a sua volta ha accusato il direttore del “Fatto Quotidiano” di dirigere un giornale di partito.
Chi ha ragione? La mia riflessione è che non esistono opinioni oggettive. Non esistono gli oracoli.
copj170.aspLa questione però non è affatto da trascurare. giornalismo_online_mazzoccoNell’ultimo mese ho letto tre libri relativi al giornalismo e sono Giornalismo Digitale, Giornalismo Online e Il Giornalismo culturale.

Mentre l’ultimo è una sorta di trattazione storica senza concrete indicazioni per elaborare elementi culturali in un articolo; gli altri due titoli invece, entrambi di Davide Mazzocco, descrivono i cambiamenti subentrati nelle redazioni giornalistiche con l’avvento di internet.
Nei due libri l’autore sottolinea che oggi le notizie si muovono all’interno dei social ed è molto importante la credibilità della testata e del giornalista affinché un articolo venga letto. Ricordo che mentre scrivo un qualsiasi motore di ricerca sta indicizzando migliaia di articoli. E’ una vera e propria giungla in cui pochi sopravvivono.
Riflettendo sulla questione mi sono chiesto se il popolo della rete scelga di leggere una notizia in base alla qualità del testo o all’autorevolezza dell’autore. Quanti sanno riconoscere la qualità? Credo pochi.
Forse in un periodo di transizione del mondo dell’editoria in generale gli utenti della rete per ridurre i tempi di ricerca si affidano ai soliti volti scorti, magari come ho fatto io, in televisione. Scelgo un nome perché nel mio cervello si materializza la sua immagine. Conosciuti vs sconosciuti.

Tale inclinazione è la morte della curiosità.
Traendo queste conclusioni si spiega allora la grande popolarità di editorialisti come Feltri, Scanzi, Serra etc etc…
Almeno credo.

L’uso corretto dei social media? Ecco la guida.

Se ho incominciato a scrivere costantemente e con un programma preciso il suddetto blog è anche merito di questo libro che mi ha dato i giusti stimoli per guadagnare una credibilità digitale.

Nel volume ho trovato – come anticipato – alcuni consigli utili per valorizzarsi sui social network. I consigli presenti sono validi per Twitter, Facebook, Linkedin, Google+, blog vari etc.. etc…

Per quanto riguardo Twitter, Kawaski ci consiglia di essere positivi e di non rispondere male alle persone che ci insultano. Inoltre ci svela che  “se non condividiamo spesso i contenuti degli altri, significa che stiamo seguendo le persone sbagliate“.

Come mi dice Wikipedia, Guy Kawasaki è stato uno dei dipendenti della Apple Computer responsabili del marketing del computer Macintosh nel 1984. Negli ultimi anni è stato consulente speciale della Motorola business unit di Google.

L’aspetto che mi ha più colpito sono le citazioni letterarie che aprono ogni capitolo del libro. Faccio un esempio. Capitolo 4: “Non prendere le cose sul personale: gli altri non fanno nulla a causa tua. Ciò che fanno o dicono è una proiezione della loro realtà, del loro sogno personale. Quando sarai immune alle opinioni e alle azioni altrui, non sarai più vittima di sofferenze inutili”.
Frasi sempre azzeccate e mai buttate a caso. Bravo Kawasaki, solo per questo ti meriti tanti lettori.