“Il taglio del bosco” di Carlo Cassola

Recensione del racconto “Il taglio del bosco” di Carlo Cassola, pubblicato da Einaudi

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Ci sono tormenti che non cessano nemmeno con lo scorrere del tempo. Lo sa bene il boscaiolo Guglielmo, protagonista de Il taglio del bosco (Einaudi, la mia copia) di Carlo Cassola, scrittore noto ai più per il libro La ragazza di Bube. Il racconto lungo, pubblicato nel 1950 sulla rivista Paragone-Letteratura, si concentra sui 5 mesi di lavoro di un taglialegna toscano che ottiene un appalto per tagliare un bosco nei pressi di Massa Marittima. Non c’è una trama specifica: Cassola immerge il lettore nella piccola comunità di cinque boscaioli toscani che per mesi vivono insieme dentro a un capanno e che passano tutto il giorno, quando il meteo lo permette, a spaccare legna all’aperto.

copertina il Taglio del boscoGuglielmo, protagonista 38enne del racconto Il taglio del bosco, è un uomo spezzato e annichilito dalla morte prematura della moglie. L’uomo ha due figlie, Irma e Adriana, che sono accudite da Caterina, sorella di Guglielmo. Sin dalle prime pagine, leggiamo che il nostro boscaiolo pensa solamente ai conti di casa e non sembra incline a mostrare affetto nei confronti delle figlie. Per lui i sentimenti non sono importanti. Ciò che è importante sono i soldi che fortunatamente entrano nella casa di Guglielmo grazie alla sua abnegazione lavorativa.

Personaggi tormentati dalla vita

Perché Guglielmo ha un atteggiamento distaccato verso il mondo e la famiglia? Non bisogna giudicare troppo frettolosamente. La causa della condotta del boscaiolo viene rivelata poco a poco attraverso dei flash back che ci riportano alla tragica vicenda della moglie, morta per un male incurabile ai reni. Chiaramente Guglielmo soffre, è tormentato dal rimorso e dai fantasmi di un passato che non lo abbandonano mai, nemmeno quando intraprende un appalto del taglio di un bosco che lo terrà lontano da casa per circa 6 mesi. Guglielmo non è però il solo personaggio con un passato complesso e problematico. Nella compagine di boscaioli partiti per l’abbattimento degli alberi troviamo Fiore, Amedeo, Francesco e Germano. Amedeo è il cugino di Guglielmo, Fiore un maturo e scontroso boscaiolo, Francesco un cuoco ed ex-commerciante e infine Germano un taglialegna ventenne. Cassola delinea in modo davvero interessante e realistico la psicologia di questa comunità di lavoratori: è davvero sorprendente la maestria dello scrittore nel non cadere in facili stereotipi come quelli del boscaiolo che spacca legna e mette in mostra la propria virilità. Non dobbiamo però trascurare un altro fondamentale personaggio: il carbonaio. Una figura drammatica che ha perso tutto nella propria esistenza e che vive solo per la sepoltura.

Il messaggio di Carlo Cassola

Il racconto presenta inoltre un gioco di metafore: la forza fisica in contrasto con la debolezza della mente. Eccezionali sono anche le descrizioni paesaggistiche dell’autore che mi hanno lasciato senza fiato. Ne propongo una che si sofferma sugli effetti della luce lunare sulla foresta toscana:

«Il pendio erboso era madido di luce. Era come se una mano invisibile lo avesse inondato di un liquido prezioso. Le ombre sghembe della capanna e delle piante che il taglio aveva rispettato risaltavano nere come l’inchiostro. Nel crinale di fronte, ciascun albero spiccava isolato, sì che sarebbe stato possibile contarli, almeno fino a un certo punto, oltre il quale impiccolivano, venendo a formare una linea continua. In basso si snodava il nastro luccicante del fiume Sellate»

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Carlo Cassola – scrittore

Il lavoro per Guglielmo è una distrazione. Lo aiuta a non pensare alla propria tragedia esistenziale. Un po’ come facciamo tutti. Per esempio il sottoscritto, quando giunge qualche delusione d’amore, si applica compulsivamente alla scrittura per lenire le scottature sentimentali. Il dolore logora ma fa anche crescere. La scomparsa prematura della moglie ha infatti reso Guglielmo un lavoratore migliore: egli è destinato a diventare un imprenditore del legno, garantendo un futuro stabile alle figlie. Il prezzo della cognizione del dolore è molto alto. Il racconto poi riflette alcuni snodi importanti della vita di Carlo Cassola: il testo preso in esame fu scritto dopo la morte di sua moglie Rosa. La letteratura può dunque essere una terapia per interiorizzare e superare gli eventi drammatici delle nostre esistenze.

Se dovessi interpretare il principale messaggio de Il taglio del bosco, direi che secondo Cassola il dolore di una separazione va affrontato direttamente. Negarlo significa soffrire ancora di più.

“Il diario” di Anna Frank

Recensione del “Diario” di Anne Frank, pubblicato da Einaudi.

Il diario di Anna Frank (Einaudi) non è solo una testimonianza preziosa sulla persecuzione degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, ma è anche e soprattutto un inno alla vita. In questo libro – pubblicato per la prima volta nel 1947 – una giovanissima Anna racconta l’improvvisa fuga da casa sua nel 1942 per rifugiarsi in un magazzino con la propria famiglia e altre quattro persone.

copertina diario anne frankSiamo ad Amsterdam, i tedeschi hanno occupato i Paesi Bassi e gli ebrei non possono più condurre una vita sicura: da tempo il nucleo famigliare dei Frank indossa la stella gialla di David e non può accedere a molti luoghi pubblici, come le scuole, le biblioteche, i circoli di tennis. Dal diario si evince molto bene che il padre di Anna aveva previsto la drammatica situazione e si era perciò impegnato ad allestire un rifugio per nascondere la moglie e le due figlie, Anna e Margot. Il rifugio ha tutti gli agi di una casa normale e può contare sul rifornimento di cibo e di oggetti di prima necessità grazie alla generosa collaborazione di alcuni colleghi del padre di Anna. L’autrice del diario non esce dal nascondiglio per molto tempo, un’alienazione coatta che dura due anni, dal 1942 al 1944.

Un diario sulla maturazione di un’adolescente

Durante la salvifica prigionia, Anna sente il bisogno di intraprendere un discorso con qualcuno: la ragazzina desidera avere un’amica a cui confidare ogni suo pensiero e umore. Kitty, il nome del diario di Anna Frank, nasce da questa urgenza. La scrittura di Anna è chiara e lucida: non è per nulla improvvisata; anzi, è la stessa Anna che più volte dichiara che la stesura dei suoi pensieri sono un ottimo esercizio per far maturare il suo cervello e il suo stile. La giovane ebrea sogna di diventare una scrittrice/giornalista.

diarioIl diario contiene anche il resoconto di tutti i litigi, le gioie, l’amore per Peter e le incomprensioni che gravitano nell’alloggio segreto. Anna è una ragazzina molto sveglia e arguta. La sua vitalità è però spesso in contrasto con le aspettative della madre che desidera una Anna “più ubbidiente e meno sfacciata”. Intanto nell’alloggio arrivano le notizie dal mondo esterno che, a giorni alterni, portano speranze e delusioni riguardo alla fine della guerra. Il testo di Anna è la dimostrazione che gli ebrei (e tutti gli altri) sapevano benissimo quali fossero i fini dei nazisti: «Spesso le SS vanno anche in giro con delle liste e suonano solo dove sanno di trovare un ricco bottino. Spesso si paga una cifra, tanto a testa. È come la caccia agli schiavi che si faceva un tempo. Però non è affatto uno scherzo, è troppo triste […] Non si salva nessuno, vecchi, bambini, neonati, donne incinte, malati, tutti, tutti camminano insieme verso la morte […] Io stessa ho paura se penso a tutti quelli cui mi sentivo così intimamente legata e che adesso sono in mano ai più crudeli carnefici mai esistiti. E tutto solo perché sono ebrei».

Il microcosmo di Anna Frank

Come hanno sottolineato diversi critici letterari, Anna è molto abile a cogliere un microcosmo dell’alloggio segreto: c’è chi ruba, chi offende e c’è un conflitto generazionale: i grandi non comprendono appieno i bisogni dei giovani e viceversa. I giorni passano e le strade olandesi diventano un inferno. Sparatorie, furti e risse sono gli eventi che i rifugiati osservano dalla loro piccola finestra. Per non parlare poi delle bombe che gettano estremo sconforto sull’intera comunità clandestina. Anna sa benissimo quale sia il suo destino. La deportazione e il ritrovamento dell’alloggio segreto da parte delle SS sono nell’aria, ma l’autrice del diario non demorde.

foto cannone in miniaturaLa giovane ebrea è piena di speranza e la persecuzione per lei è solo un elemento di maturità per apprezzare in profondità la meraviglia della natura. Anna nel suo diario critica l’indifferenza degli uomini e da vera intellettuale delinea le cause e le conseguenze della guerra: «A cosa serve mai la guerra, perché la gente non può vivere insieme tranquilla, perché tutto deve essere devastato? […] Perché ogni giorno si spendono milioni per la guerra e non c’è un centesimo per l’assistenza medica, gli artisti e la povera gente? […] Non credo che la guerra sia causata solo dagli uomini grandi, dai governanti e dai capitalisti. No, il piccolo uomo la fa altrettanto volentieri, altrimenti i popoli si sarebbero ribellati già da molto tempo! Nell’uomo c’è proprio l’impulso di distruggere, di uccidere, di assassinare e infierire, e finché tutta l’umanità, senza eccezioni, non avrà subito una grande metamorfosi, la guerra continuerà a infuriare, e tutto quello che è stato costruito, coltivato e cresciuto, sarà di nuovo distrutto e disintegrato, per poi cominciare da capo!».

Il libro fa parte della lista Dorfles e qui sotto trovate un bel podcast prodotto da Radio3 che è dedicato al Diario di Anna Frank.

 

La reale assurdità di “Aspettando Godot”

Recensione dell’opera teatrale di Samuel Beckett intitolata “Aspettando Godot” (Einaudi)

 

C’è un modo di dire che, una volta nella vita, ci è capitato di sentire e questa frase idiomatica è “aspettando Godot“. Il riferimento è all’opera di Samuel Beckett che uscì nel 1954 e che fu subito un successo nonostante il significato oscuro. La commedia rientra infatti nel filone delle rappresentazioni del teatro dell’assurdo: una corrente artistica che germogliò in Francia negli anni Cinquanta; i protagonisti di questa nuova avanguardia teatrale furono E. Ionesco, A. Adamov, S. Beckett, J. Genet, F. Arrabal. Lo scopo di questa corrente artistica era quella di porre dei quesiti sull’esistenza umana e sull’incomunicabilità del mondo contemporaneo per mezzo di un linguaggio drammatico, slegato dalle regole tradizionali. Ritorniamo però al modo di dire “aspettando Godot”, cosa significa? La frase si usa quando vogliamo parlare di qualcosa che attendiamo e che probabilmente non arriverà mai – per esempio le nostre pensioni.

foto aspettando godot copertinaVi dirò la verità. Non è stato affatto semplice decodificare il capolavoro di Beckett. Ho lasciato decantare nella mia mente le sue pagine, edite da Einaudi, per settimane e settimane. Come i protagonisti Vladimiro, Estragone, Lucky e Pozzo, non riuscivo più a cercare me stesso poiché mi perdevo nelle suggestioni beckettiane. Mi sono sentito spaesato perché da essere umano razionale tentavo di dare un’interpretazione a ogni parola e scena, non capendo che l’effetto di questa commedia teatrale è proprio quello di creare un senso di “assurdo” che confonde lo spettatore (in questo caso il lettore). Non parliamo di un’opera sconclusionata, ma di un mix di pensieri, aspettative, e immagini che si saldano tra di loro. Quando penso a questa commedia beckettiana mi viene in mente la palla di pongo di un bambino in cui si mescolano tutti i colori. Vladimiro è sicuramente il personaggio che cerca un aggancio con la realtà ma i suoi tentativi vengono sabotati dagli altri tre soggetti (Estragone, Lucky e Pozzo)  che sono completamente folli.

C’è però un altro personaggio che non appare mai in scena e questo è Godot. Chi è Godot? Nessuno lo sa. Perché i due barboni Vladimiro ed Estragone lo aspettano davanti a un albero, che prima è morente e poi in un secondo momento rigoglioso di foglie verdi? Anche in questo caso, nessuno lo sa.

ESTRAGONE (Ritorna al centro della scena e guarda verso il fondo)  Un luogo incantevole. (Si volta, avanza fino alla ribalta, guarda verso il pubblico) Panorami ridenti. ( Si volta verso Vladimiro )  Andiamocene.

VLADIMIRO Non si può.

ESTRAGONE Perché?

VLADIMIRO Aspettiamo Godot.

ESTRAGONE Già, è vero. (Pausa) Sei sicuro che sia qui?

VLADIMIRO Cosa?

ESTRAGONE Che lo dobbiamo aspettare.

VLADIMIRO Ha detto davanti all’albero. (Guardano l’albero). Ne vedi altri?

foto samuel beckett
Samuel Beckett – drammaturgo e scrittore

Come scrive Carlo Fruttero nella prefazione della mia edizione Einaudi di Aspettando Godot, la commedia di Beckett è la prima opera teatrale che si svolga entro “un tempo congelato, un’enorme pausa”. Ed è davvero così. I protagonisti non conoscono orari, si basano sul ciclo solare che però non sanno interpretare, e di conseguenza il tramonto viene confuso con l’alba e viceversa. Fruttero infatti scrive che la confusione si rispecchia anche sul linguaggio favorendo un florilegio di qui pro quo, doppi sensi, gag farsesche e parolacce: «Ma ci vuol poco ad avvedersi che questa non è una commedia spensierata, senza secondi fini, bensì una commedia che guarda criticamente se stessa, che non è contenta del proprio stato, una commedia, si potrebbe dire declassata che si sforza invano, per due atti, di risalire al rango perduto di tragedia».

Inoltre Fruttero fa notare che probabilmente Aspettando Godot sia nato anche da un sentimento storico, la guerra fredda, periodo in cui ogni giorno poteva essere l’ultimo, dato il pericolo di una guerra nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Sui contemporanei, l’immobilismo politico causato dal conflitto ad armi fredde, deve esser stato corrosivo: «Quel che è certo è che essa (la commedia ndr) esprime nel modo più estremo che mai sia stato tentato sulla scena una condizione di cui ciascuno di noi ha, in diversa misura, coscienza, e che ci presenta un’immagine schiacciante della vita (o, se si vuole, della “civiltà occidentale” quale si è ridotta oggi), in cui soltanto l’ottimista per candore o per partito preso può fare a meno di riconoscere i nostri rapporti, il nostro linguaggio, il nostro quotidiano brancolare».

Nella sua assurdità Aspettando Godot è allora diventato lo specchio della nostra società che si è smaterializzata: oggi usiamo monete digitali, libri digitali, realtà virtuali. Godot è il simulacro del presente in cui noi tutti siamo immersi, compresi voi che state leggendo questo blog.

Questo libro fa parte della lista Dorfles.

 

 

Carlo Levi e l’uso della letteratura per fare critica sociale

Recensione del romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, edito da Einaudi.

«I tre fantasmi bianchi picchiavano senza misericordia chi veniva a tiro, senza distinguere, poiché una volta tanto tutto era lecito, fra Signori e contadini, e tenevano tutta la strada in salti obliqui, presi dal furore, gridando invasati, scotendo nei balzi le bianche penne, come degli amok incruenti, o dei danzatori di una sacra danza del terrore». Il caso ha voluto che questo passo di Cristo si è fermato a Eboli mi sia capitato tra le mani nel periodo di Halloween. Ogni 31 ottobre dell’anno si ripetono le solite considerazioni su questa recente festa: “è un’americanata”, “importiamo sempre il peggio delle altre culture”, “abbiamo già il carnevale! Che senso ha celebrare la morte?”. Forse sull’argomentazione della “festa importata” si può cambiare idea. Come testimonia Levi nel suo romanzo, in Lucania negli anni Trenta si festeggiava una simile ricorrenza. I bambini andavano in giro con il viso impiastricciato di nero per simulare dei baffi. Gagliano, il paese in cui lo scrittore doveva scontare il confino, era molto povero e i ragazzini non potevano permettersi delle maschere. Carlo Levi si propose di fabbricargliele: «Mi misi all’opera, e feci con dei cilindri di carta bianca con dei buchi per gli occhi, una maschera per ciascuno, assai più grande del viso, che restava tutto coperto. Non so perché, ma forse per il ricordo delle funebri maschere contadine, o spinto senza volerlo, dal genio del luogo, le feci tutte uguali, dipinte di bianco e di nero, e tutte erano teste di morto, con le cavità nere delle occhiaie e del naso, e i denti senza labbra. I bambini non si impressionarono, anzi ne furono felici, e si affrettarono a infilarne, ne misero una anche al muso di Barone, e corsero via, spargendosi in tutte le case del paese. Era ormai sera, e quella ventina di spettri entravano gridando nelle stanze appena illuminate dai fuochi rossi dei camini, e dai lumi a olio ondeggianti. Le donne fuggivano atterrite: perché qui ogni simbolo è reale, e quei venti ragazzi erano davvero, quella sera un trionfo della morte».

cristo si è fermato ad Eboli copertina
Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (1945)

L’autore di queste parole è Carlo Levi che nel suo diario-romanzo, pubblicato nel 1945 da Einaudi, descrive il confino inflittogli dal regime littorio. Mussolini utilizzava questa pena per neutralizzare e controllare gli oppositori politici interni ed esterni al suo partito. Carlo viveva a Torino, dove si laureò in medicina. Lo scrittore però aveva consacrato la propria vita all’arte, e quindi preferì fare il pittore invece che il medico. Dopo l’avvento del Fascismo, nella città sabauda incominciarono a crearsi dei gruppi di opposizione. In questo ambito Carlo collaborò con l’intimo amico Piero Gobetti (figura centrale dell’editoria italiana a cui sicuramente dedicherò spazio in futuro) ed è uno dei fondatori di Giustizia e Libertà. Come si legge nella prefazione dell’edizione degli Oscar Mondadori, più volte incarcerato, nel 1935 venne confinato in Lucania. Cristo si è fermato a Eboli nasce appunto da questa esperienza.

«Mi pareva di essere un verme chiuso dentro una noce secca. Lontano dagli affetti, nel guscio religioso della monotonia, aspettavo gli anni venturi, e mi pareva di essere senza base, liberato in un’aria assurda, dove era strano anche il suono della mia voce», scrive Levi a proposito della sua condizione da confinato. La Lucania degli anni Trenta non è affatto un luogo ospitale. Come suggerito dal titolo, è un posto abbandonato da Dio dove la popolazione più povera, i contadini, sopportano le angherie del ceto borghese che è sostenitore del fascismo. A Gagliano tutto sommato lo scrittore venne accolto molto bene. Il fatto che fosse un medico, un vero medico, indusse la popolazione affetta dalla malaria a coltivare un barlume di speranza. I contadini infatti non potevano curarsi perché nel loro paese natio non c’erano dottori ma solo “medicaciucci, non medici cristiani”. Levi li apostrofa così perché questi finti dottori “di medicina non sanno più nulla, se pure ne hanno mai saputo qualcosa”. I guaritori non hanno preparazione: «I rottami delle perdute conoscenze galleggiano senza più senso, in un naufragio di noia, su un mare di chinino, medicina unica per tutti i mali». Gli abitanti allora incominceranno a presentarsi da Levi ed egli sarà costretto a esercitare un mestiere mai fatto, quello di dottore. Come si evince dalla narrazione del pittore torinese, non era affatto facile procurarsi i medicinali perché in Lucania scarseggiavano le farmacie, e quelle poche che c’erano non avevano neppure strumenti di base come gli stetoscopi. Il protagonista però verrà intralciato dai medicaciucci che lo denunzieranno per “abuso di professione”. Così i fascisti gli negheranno il permesso di visitare i malati di Gagliano.

foto di Carlo Levi
Lo scrittore Carlo Levi

Cristo si è fermato a Eboli non è solo un bel romanzo ma anche una documento storico delle società contadine degli anni Trenta. Leggendo le sue descrizioni etnografiche, il mio pensiero si è rivolto alle immagini dei bambini africani delle varie pubblicità televisive dell’Unicef. Non credo di dire qualcosa di sbagliato, se affermo che molte zone del Meridione descritte da Levi assomigliavano alla povertà africana che oggi osserviamo nei nostri schermi a led attraverso gli spot delle ONG. La malaria era infatti presente nelle campagne della Basilicata: «Di bambini ce n’era un’infinità. In quel caldo, in mezzo alle mosche, nella polvere, spuntavano da tutte le parti, nudi del tutto o coperti di stracci. Io non ho mai visto una tale immagine di  miseria: eppure sono abituata, è il mio mestiere, a vedere ogni giorno decine di bambini poveri, malati e maltenuti. Ma uno spettacolo come quello di ieri non l’avevo mai neppure immaginato. Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili, e non le scacciavano neppure con le mani. Sì, le mosche gli passeggiavano sugli occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma», il brano che avete letto condensa i pensieri di Luisa Levi, sorella di Carlo e anche lei medico come il fratello. «Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi come dei vecchi, e scheletriti per la fame; i capelli pieni di pidocchi e di croste. Ma la maggior parte avevano delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria», conclude Luisa Levi che aveva attraversato Matera per raggiungere il fratello confinato.

Foto di Gagliano - Basilicata
Foto di Gagliano – Basilicata

Cristo si è fermato a Eboli suggerisce tanti temi su cui riflettere. L’ultimo che voglio affrontare è quello legato al problema meridionale, che neppure una dittatura riuscì a risolvere. Nelle pagine finali del romanzo, Levi sostenne che i piani centralizzati avrebbero portato dei benefici pratici ma “sotto qualunque segno sarebbero restate due Italie ostili”. Qui Carlo Levi si riferiva all’enorme gap sociale ed economico tra il Nord e Sud, presente ancora ai giorni nostri. Egli affermò che il sud aveva sostanzialmente tre problemi: «(1) Siamo innanzitutto di fronte al coesistere di due civiltà diversissime, nessuna delle quali è in grado di assimilare l’altra […] La civiltà contadina sarà sempre vinta, ma non si lascerà mai schiacciare del tutto, si conserverà sotto i veli della pazienza, per esplodere di tratto in tratto. (2) Il secondo aspetto è quello economico: è il problema della miseria. Quelle terre si sono andate progressivamente impoverendo; le foreste sono state tagliate, i fiumi si sono fatti torrenti, gli animali si sono diradati, invece degli alberi, dei prati e dei boschi, ci si è ostinati a coltivare il grano in terre inadatte. Non ci sono capitali, non c’è industria, non c’è risparmio, non ci sono scuole, l’emigrazione è diventata impossibile, le tasse sono insopportabili e sproporzionate: e dappertutto regna la malaria. (3) Infine c’è il lato sociale del problema […] Il vero nemico, quello che impedisce ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile ai contadini, è la piccola borghesia dei paesi. È una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale». Parole dure ma necessarie quelle di Levi sul Meridione.

In questo post sul capolavoro di Carlo Levi si potevano scrivere tante cose, ma ho voluto comunque evitare errate sintesi proponendo il limpido pensiero del pittore torinese, che nell’epoca attuale ha ancora molto da insegnare. Cristo si è fermato a Eboli è un libro da leggere per capire un pezzo di storia d’Italia che influenza tutt’ora l’attualità del Paese a forma di stivale.

Il libro fa parte della lista Dorfles.

Le otto montagne e la sensazione del sentiero sbagliato

Recensione del romanzo “Le otto montagne” di Paolo Cognetti edito dalla casa editrice Einaudi.

Il motivo di una scelta letteraria

foto libro le otto montagneQuando arriva l’estate si presentano delle domande che si ripetono da secoli. Una di queste è “Ci facciamo una vacanza al mare o in montagna?”. I gusti sono gusti e oggi con l’internazionalizzazione della consueta villeggiatura anche la città è divenuta metà turistica: New York, Praga, Stoccolma etc… Personalmente è da parecchi anni che non vedo il mare. La spiegazione è che da qualche anno mi ritiro in Valsesia nel periodo estivo. Ho dunque incominciato ad apprezzare la montagna con tutti i pregi e i difetti delle cime rocciose. Chiaramente il periodo di licenza da Milano ha influito sulle mie letture. Quale lettura estiva avrei potuto intraprendere che fosse adeguata all’ambiente vacanziero in cui mi piace stare? Ho dunque scelto Le otto montagne di Paolo Cognetti pubblicato da Einaudi. Ovviamente ho preso in considerazione questo romanzo anche perché ha vinto l’edizione del 2017 del (prestigioso?) Premio Strega. Quindi mi sono chiesto se fosse davvero il miglior romanzo italiano del 2016. Come sempre la risposta non è così scontata.

Di cosa parla il romanzo

foto di paolo cognetti
Paolo Cognetti

Le otto montagne è un romanzo di formazione – accelerata direi. Il protagonista è Pietro, un milanese che si trova a passare le sue vacanze a Grana, una paese ai piedi del Monte Rosa. Sin da bambino il protagonista è affetto da una sorta di smarrimento esistenziale: Milano lo opprime col suo grigiore e la montagna invece lo mette a dura prova soprattutto ad alta quota. Oltre a questi problemi, Pietro non va d’accordo con suo padre, insomma non come lui vorrebbe. Le cose incominciano a cambiare quando incontra Bruno, abitante di Grana, che diverrà il suo migliore amico. Un’amicizia che durerà più di 20 anni. Il libro dunque parla essenzialmente dello sbocciare e dell’appassire di un sodalizio. Nella narrazione ci sono poi altri spunti come il tema del rapporto col padre, delle relazioni con le donne e infine del luogo adatto all’esistenza dell’individuo. Scorrendo le pagine poi si scoprirà che Pietro sceglie di vivere in Nepal, nello specifico sull’Himalaya, dove collabora con una ONG che soccorre e aiuta le persone povere e gli orfani.

Poca originalità

Non so come entrare nella questione e allora comincerei col dire che ho fatto fatica a terminare Le otto montagne di Cognetti. Questo libro non mi ha fatto provare un granché. Tanti autori hanno approfondito il rapporto tra natura e modernità. Abbiamo dunque una vasta gamma di scritti su questo tema. Mi aspettavo qualcosa di più introspettivo. Invece le pagine sono passate senza lasciarmi qualcosa di pregnante o su cui riflettere. Avete presente quando cercate un buon sentiero ma vi perdete e siete costretti a tornare indietro? Ecco, la sensazione di lettura si avvicina a tale smarrimento. Questo libro manca di originalità anche nello stile che si presenta scarno ed essenziale, tendente all’appiattimento lessicale (evitato nella terminologia specifica dell’ambiente montuoso). Mi sono appuntato una decina di passaggi ma nulla più. Il passo più interessante rimane l’indovinello del torrente del padre di Pietro: «Guarda quel torrente, lo vedi? – disse. – Facciamo finta che l’acqua sia il tempo che scorre. Se qui dove siamo noi è il presente, da quale parte pensi che sia il futuro?». Ripetendo ciò che ho scritto all’inizio, per esperienza personale conosco abbastanza bene la montagna e la gente che la abita. Negli anni ho notato che il rapporto con la natura rende più spigolosi e pragmatici, se volete meno disposti al compromesso e alla politica. Non sono rari i dispetti e le faide tra famiglie concorrenti nei piccoli paesini d’alta quota. Sarà un mio gusto personale ma mi piacerebbe forse un romanzo che narri questi aspetti meno noti che la solita nenia sentimentale sull’amicizia tragicamente perduta.

La scrittura secondo Raymond Carver

Recensione del volume “Carver. Il mestiere di scrivere” edito da Einaudi

Secondo me la colpa è dei film e delle serie tv, se tutti desiderano una volta nella vita pubblicare un libro. La maggior parte delle persone crede che chiunque possa diventare uno scrittore dimenticandosi del talento e della costruzione di una solida base culturale. Lo scrittore nell’immaginario video-ludico è un essere eccezionale, arguto e amato dagli dei. Ci credo che poi lo spettatore nutre un po’ di invidia nei suoi confronti.

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Raymond Carver

In Italia, secondo le stime ufficiali, vengono pubblicati ogni giorno 215 libri e meno della metà dei cittadini Italiani (41%) legge almeno un libro all’anno. Poi potrei parlare anche del fenomeno degli youtubers scrittori ma per il momento lascerei stare.

Che cosa bisogna fare per diventare un bravo scrittore? Sicuramente leggere ottimi libri e scrivere molto, ogni giorno, come se avessimo i compiti a casa. Non scoraggiatevi però se vi dico che questo non potrebbe bastare.

Come afferma l’autore americano, Raymond Carver, nel volume che raccoglie i suoi saggi e i suoi articoli, Il mestiere di scrivere (Einaudi), «La buona narrativa consiste nel portare notizie da un mondo all’altro».

Carver è stato uno dei più importanti scrittori americani della seconda metà del Novecento e si specializzò nella creazione di racconti e poesie. Egli fu inoltre un amato professore universitario di scrittura creativa.

41fcmar939lIl mestiere di scrivere non è un manuale, ma raccoglie alcune riflessioni sulla scrittura che possono aiutarci a comprendere meglio il complesso meccanismo del processo creativo che ogni scrittore deve affrontare di fronte alla pagina bianca di Word o di WordPress.

Scrivere bene non significa solo edificare grandiose trame e personaggi avvincenti. Scrivere bene significa soprattutto usare correttamente le parole e la grammatica. Carver insiste sulla leggerezza della narrazione e, come Italo Calvino, afferma che “la scrittura estremamente elaborata e chic o quella chiaramente stupida fa venire veramente sonno”.

Un altro aspetto rilevante della scrittura è la revisione. Carver amava correggere i propri testi e anche quelli dei suoi studenti. Credeva profondamente “nell’efficacia della revisione senza fine; era una cosa che gli stava molto a cuore e che, ne era convinto, era importantissima per gli scrittori, in qualsiasi fase di sviluppo si trovassero”.

Come avrete capito, essere un professionista delle lettere non è una cosa facile, ma se il vostro sogno è di campare pubblicando libri, vi consiglio di scrivere un po’ ogni giorno, senza speranza e senza disperazione.

Un’ultima cosa. Vi segnalo la mia radio-recensione di Il mestiere di scrivere, che potete scaricare o ascoltare collegandovi al mio profilo di Soundcloud. Per risparmiare tempo, qui sotto trovate il player con il contenuto.