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L’abitudine di essere conformisti

Il tema del conformismo è forse sottovalutato al giorno d’oggi. Paradossalmente dovremmo parlare di conformismo proprio perché le nostre abitudini quotidiane assomigliano sempre di più a quelle di altre persone di cui ignoriamo l’identità. Se volessimo etichettare tale fenomeno potremmo chiamarlo conformismo sociale. Però cosa significa questo termine? Restando terra a terra, senza inerpicarci sulle vette filosofiche del pensiero, un individuo conformista è definito tale se delega al gruppo di cui fa parte la facoltà di decidere sulle cose – dalle più banali a quelle più importanti. Tale atteggiamento si verifica perché l’uomo ab origine ha un bisogno innato di sentirsi parte di una classe di individui. Per questo cerca di schivare come può i severi giudizi della massa per non correre il pericolo di essere allontanato da essa. Insomma, conformarsi alle abitudini del gruppo è un modo per sentirsi meno soli e intessere facilmente nuove relazioni, sacrificando sull’altare dell’ipocrisia la propria individualità. A tal proposito ne L’arte di conoscere se stessi, il filosofo Arthur Schopenhauer spiega  al lettore che egli decise di isolarsi dalla società del suo tempo dopo aver compreso meglio se stesso e aver appurato l’inconsistenza intellettiva della gente che in passato aveva frequentato. Dalle parole del pensatore ho dedotto che scegliere di essere conformisti o anticonformisti è in primis una decisione politica. Questa mia deduzione è stata poi ulteriormente confermata dalla lettura de Il conformista di Alberto Moravia, un romanzo edito da Bompiani che uscì nel 1951.

alberto moravia fotoVeniamo al contenuto del libro. Il romanzo si apre con la descrizione di un tragico evento accaduto al protagonista quando era ancora un ragazzino spensierato ma dall’indole violenta (uccideva le lucertole per divertimento). Marcello è un bambino dai lineamenti femminili e dai modi affettuosi, a causa di queste sue particolarità viene bullizzato dai compagni di classe che lo chiamano “Marcellina”. Oltre ai problemi scolastici, Marcello deve far i conti con una famiglia incasinata (quanto lo capisco). Suo padre è fuori di testa: in una scena fa un fattura bucando una fotografia in prossimità degli occhi del figlio e della moglie. Moravia non lo scrive esplicitamente, ma la follia del capo famiglia è probabilmente innescata dalle abitudini libertine della madre, una bella donna, che pensa più alle serate con amici e amanti piuttosto che agli impegni domestici. L’infanzia e la vita di Marcello subiscono un deciso cambiamento quando nel libro appare Lino, un sacerdote spretato, che cerca di violentarlo, dopo averlo adescato con la scusa di regalargli una rivoltella. La violenza non avviene perché Marcello sparerà al pedofilo. Moravia interrompe il racconto e ricomincia la narrazione presentandoci un Marcello Clerici ormai adulto. Siamo più o meno verso la fine degli anni Trenta e il protagonista lavora per la polizia politica fascista, l’OVRA. Il lettore assiste ai preparativi del suo matrimonio con Giulia, una bella ragazza di una famiglia del ceto medio. Marcello però viene incaricato di spiare l’antifascista Quadri, un suo ex-professore che si trova a Parigi. Il protagonista per far piacere ai suoi superiori decide allora di organizzare il suo viaggio di nozze nella capitale francese per non insospettire il sovversivo da monitorare. Parigi cambia Marcello che fino alla fine del libro s’interrogherà sul suo presente e sul suo avvenire di “normalità” nel regime fascista. Il finale del romanzo mi ha abbastanza scosso perché mi è sembrato totalmente in contrasto con il ritmo della narrazione, che ha un incedere lento, lacunoso e ovattato.

il conformista moravia

Il Conformista di Alberto Moravia (1951)

I temi contenuti nel libro sono molti. L’argomento principale, come ho spiegato nell’attacco del post, è senza dubbio il conformismo. Marcello desidera fortemente lavare il suo disagio sociale adeguandosi nella massa. Come diceva Baudelaire, solo nella confusione un uomo può essere anonimo. Tale è la filosofia del personaggio che non si fa problemi ad abbracciare apertamente il fascismo, dedicando tutte le sue energie alle missioni che gli vengono proposte. A Marcello non interessano gli ideali propugnati da Mussolini, egli cerca solo il consenso del prossimo col minimo sforzo. Paradossalmente, fino alle prime avvisaglie del crollo della dittatura, il nostro protagonista sembra essere soddisfatto del suo compromesso; la sua recitazione trova terreno fertile nel appiattimento culturale inflazionato dal fascismo. Per sembrare una persona normale, Marcello deve solo agire per “la famiglia e per la patria”. Giulia, sua moglie, infatti è una donna della classe media senza orizzonti e abituata ad un pensiero sciocco e banale. Marcello la sceglie solo per una questione di immagine: sposandola potrà davvero dimostrare la sua normalità di fronte a tutti. Marcello quindi è il simbolo di una dittatura che osteggia qualsiasi dibattito critico. Per questo le certezze del protagonista incominceranno a vacillare quando incontrerà i coniugi Quadri, soprattutto la moglie del professore, Lina, che lo farà impazzire d’amore.

Criticare significa giudicare. Esercitare il giudizio critico significa mettere in discussione i precedenti capisaldi che si sono radicati nella nostra vita. Nel caso di Marcello, vediamo che egli fino all’ultimo istante non vuole ammettere le colpe e attribuisce tutto al destino. Marcello per non ammettere il suo fallimento da uomo e soprattutto da padre scarica tutto sul fatalismo: «Marcello ricordò Lino, causa di tutte le vicende della sua vita e spiegò, riflessivamente: “Quando si dice fatalità si dicono appunto tutte queste cose, l’amore e il resto… tu non potevi agire come hai agito e lei non poteva, appunto, non partire con il marito”». Il conformismo allora può essere paragonato ad una droga che assumiamo per distorcere la realtà, inducendo il nostro stomaco ad ingoiare ciò che la nostra lingua rigetterebbe subito. Il pensiero critico infatti crea divisioni e contrasti. Per esercitarlo serve coraggio e costanza.

Questo libro è contenuto nella lista Dorfles.

Per terminare vorrei consigliarvi l’ascolto de “Il Conformista” di Giorgio Gaber. Secondo me, un pezzo divino che sa spiegare al largo pubblico che cosa sia davvero il conformismo:

 

 

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Oblomov e la filosofia dell’inguaribile idealista

Solo nel 2017 ho compreso perché la critica consideri Oblomov un grande classico della letteratura. Non mi importa della mia reputazione da lettore. Devo fare una fastidiosa confessione: non conoscevo né il romanzo né il suo autore. Non sono un analfabeta, ho fatto il Classico, e mi sono laureato in Lettere. Malgrado una vita passata in mezzo ai libri, non ho mai conosciuto nessuno che abbia saputo dirmi “tieni Paolo, questo è un’opera che devi assolutamente avere nella tua libreria casalinga”. Non mi sto giustificando e nemmeno cerco di scaricare le personali responsabilità sull’ignoranza dei miei conoscenti. Però, se ci rifletto bene, è molto strano che la lettura di Oblomov sia avvenuta nel ventiseiesimo anno della mia esistenza. Può darsi che tale fatto sia un segno del destino. Ecco, lo sapevo, anche io sono stato contagiato dall’oblomovismo.

copertina oblomovPrima di concentrarci su questa patologia letteraria, vorrei dare la precedenza alla trama del romanzo di Ivan Goncarov. Il libro, ambientato nell’Ottocento, parla dell’esistenza infelice di Il’ja Il’ic Oblomov, un possidente russo che si mantiene grazie alle rendite provenienti dal villaggio Oblomovka, in cui vivono 300 contadini. La narrazione si focalizza sulle idiosincrasie del protagonista, sia a livello sociale che a livello amoroso. Oblomov vive a Pietroburgo, la capitale russa, in un appartamento polveroso e trascurato. Con lui c’è il fido Zachar, il servo di famiglia che accudisce e si prende cura quotidianamente di Oblomov. Un bel giorno Il’ja Il’ic riceve una lettera, in cui vi è scritto che le rendite di Oblomovka stanno calando per una cattiva amministrazione. Oblomov non sa cosa fare e si chiude in un’inattività che farebbe invidia all’uomo più pigro del mondo. Poco tempo dopo la ricezione della lettera, gli fa visita l’amico d’infanzia Stolz: un giovane tedesco che ha fatto fortuna come uomo d’affari. L’amico riesce a smuovere Oblomov dalla sua apatia e lo riporta in società per disintossicarlo dall’esacrabile indolenza. In una delle sue comparse in società, Oblomov conosce Ol’ga, un giovane ragazza molto intelligente, amica di Stolz. Sboccia l’amore. Il’ja Il’ic e Ol’ga sembrano destinati a sposarsi ma le cose non andranno come sperato. Per evitare spoiler sul finale, termino qui la mia breve e incompleta analisi sulla trama.

Torniamo all’oblomovismo. Questo neologismo viene forgiato da Stolz che, in un diverbio con l’amico possidente, accusa Oblomov di sprecare la sua vita e le sue ricchezze a causa di una congenita trascuratezza costellata da un idealismo esasperato.

«E in che consiste, secondo te, l’ideale della vita? Dove non c’è oblomovismo?» chiese timidamente, senza slancio. «Non cercano forse tutti di raggiungere ciò che sogno io? Ma scusami,» disse più arditamente, « forse che lo scopo di tutto il vostro correre di qua e di là, delle passioni, delle vostre guerre, del commercio e della politica non è la ricerca della calma e l’aspirazione verso questo ideale di paradiso perduto?»

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Lo scrittore Ivan Goncarov

Dalle parole di Oblomov capiamo che egli non è affetto da indolenza, ma il nobile aspira solo a una vita felice senza nevrosi e preoccupazioni. Questo ideale di pace dei sensi matura e si rafforza durante l’infanzia di Il’ja Il’ic a Oblomovka. In una corposa digressione sulla gioventù di Oblomov, il villaggio viene descritto come un luogo metafisico, perfetto e ameno. Olomovka è un paradiso, “un modello astratto di struttura arcaica”, dove i suoi abitanti vivono felici, appagati e lontani dalle storture della modernità. I contadini di Oblomovka rappresentano una società autosufficiente: gli abitanti consumano solo ciò che producono. La natura dispensa gioie e dolori. Insomma una realtà totalmente diversa dall’artificialità della metropoli in cui Oblomov si è trasferito in età adulta con Zachar. Seguendo queste considerazioni, è abbastanza chiaro che Goncarov abbia voluto realizzare una contrapposizione tra due diverse visoni: naturalismo e liberismo illuminista. Questo contrasto ideologico non c’è solo tra Pietroburgo e Oblomovka, ma anche tra Stolz e Oblomov. L’amico tedesco cerca in tutti i modi di trascinare Il’ja Il’ic fuori dal suo appartamento, che è diventato “una piccola, inerte, polverosa Oblomovka”, e di introdurlo nel nuovo mondo. Anche Ol’ga tenta invano di costruire con operosità un nuovo ponte tra il paradiso idealizzato oblomoviano e la dinamicità della civiltà moderna. Tornando a Stolz, sappiamo che egli è il contrario di Oblomov: il tedesco è un borghese che guadagna e produce; egli ha accettato le frenetiche regole della modernità ed è riuscito a piegarle ai suoi interessi. Così non è per Il’ja Il’ic, il quale fa estrema fatica a vivere attivamente il suo ruolo di nobile nella alta società russa. Oblomov è fondamentalmente un sognatore, un uomo di buon cuore, che ha consacrato la propria esistenza all’utopia di un mondo regolato da leggi naturali, dove regna un clima pacifico e senza conflitti.

Dopo la pubblicazione del libro, avvenuta nel 1855, il giornalista e critico letterario Nikolaj Aleksandrovič Dobroljubov delineò un’analogia tra il protagonista e la condizione del cittadino russo della metà dell’Ottocento:

«In Oblomov si riflette la vita russa, viene presentato il vero e vivo tipo russo contemporaneo, scolpito con inesorabile rigore e precisione; viene pronunciata la nuova parola d’ordine dello sviluppo della nostra società; viene pronunciata con chiarezza e fermezza, senza disperazioni né puerili speranze ma con la piena coscienza del vero. Questa parola è oblomovismo; essa serve da chiave per la soluzione e l’interpretazione di molti fenomeni della vita russa e conferisce al romanzo di Goncarov un significato sociale molto più grande che non a tutti i nostri racconti di letteratura accusatoria».

Qui Dobroljubov addebita l’arretratezza del territorio russo alla scelleratezza della politica dei possidenti, che hanno rinunciato all’ammodernamento delle loro proprietà, lasciando nella povertà un ingente numero di contadini.

Questo libro è contenuto nella lista Dorfles.

Il potere dei segreti

Non è possibile essere trasparenti al 100% sulla propria vita. Oggi la tecnologia vuole farci credere che si possa pubblicizzare qualsiasi aspetto della nostra esistenza e allora non ci meravigliamo più se tra Instagram, Facebook e Sanpchat, affiorano quotidianamente immagini e video che testimoniano infiniti e insignificanti (per noi) eventi privati: matrimoni, malattie, vincite, sconfitte, lussuria e malizia esibite. Siamo immersi in un libro digitale arricchito dai contenuti degli utenti che sono connessi al nostro network di amicizie virtuali. Il web non ama particolarmente i segreti e la privacy.

Non voglio fare assolutamente il bacchettone. Non nego di essere anch’io catturato da questo vortice social ed è complicato abbandonare tali dinamiche quando la maggior parte delle persone che conosci utilizza assiduamente i nuovi mezzi di comunicazione per autopromuoversi. È dunque normale che insorga una dipendenza quando si cerca a tutti i costi di impressionare e ottenere feedback positivi sotto forma di cuoricini o like.

9788845275555_0_0_831_80Ma in questo post non voglio parlare di social network, voglio invece disquisire sul valore del “segreto” nella nostra società. La battuta è scontata ma in questa sede non si parlerà di certo della serie tv, spagnola o argentina (non mi interessa), che ha fatto la fortuna di Canale 5.

Non sono mai stato bravo a mantenere i segreti, lo sono diventato più o meno verso i 20 anni quando ho capito – finalmente – che un grande segreto implica grandi responsabilità. Questa convinzione è stata confermata anche da Claudio Margris, scrittore, germanista ed ex senatore della Repubblica, nel suo piccolo libretto intitolato Segreti e no edito dalla casa editrice Bompiani nel 2014.

Nei 6 capitoletti del mini-libro Magris scompone, anche da un punto di vista linguistico, la concezione di “segreto” imbastendo un ampio discorso che tocca diversi argomenti come la politica, la letteratura e la filosofia. Magris afferma sin dalle prime pagine che sentirci “segreti” per gli altri ci addolora e insieme conforta. Il dispiacere deriva dal fatto che molto spesso ci sentiamo incompresi per ciò che facciamo; il piacere invece è insito nel nostro profondo perché siamo convinti di custodire una verità che il resto del mondo non ha ancora percepito e che prima o poi comprenderà. È un’interessantissima visione della percezione del “segreto” che si può ricollegare a quanto ho scritto sulla solitudine (Piccole divagazioni sulla solitudine) : Magris infatti dichiara che «La solitudine si afferra alla consolante idea di possedere un’anima superiore o quantomeno talmente profonda da non poter essere capita a fondo dagli altri. Piace sentirsi, davanti alla porta del palazzo reale della vita, un re travestito da mendicante, che non può entrare in quel palazzo, perché nessuno sa che lui o lei è un re».

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Claudio Magris

Magris parla anche del potere politico derivato dalla custodia del “segreto” e ricorda la vecchia, vecchissima, espressione latina “Arcana Imperii” che indica l’affermazione e l’esercizio di un potere molto forte non solo perché si riveste di segreto ma estende il segreto, ovvero l’arcano, alla realtà e alla vita intera. Pensiamo ai servizi segreti, agli stati totalitari e alla loro polizia segreta: organismi che variano a seconda del grado di democrazia di una nazione. I servizi segreti proteggono la nostra libertà, la polizia segreta ce la toglie. Magris infatti ci comunica che il potere ha sempre bisogno del segreto e mette il lettore dinanzi a una scomoda verità sui collaborazionisti triestini durante la Shoah: «Secretare è una delle prerogative essenziali del potere […] A Trieste, durante l’occupazione nazista, c’era l’unico, ancorché piccolo, forno crematorio d’Italia, nella Risiera […] Pochissimo tempo dopo la liberazione, i muri delle celle vennero sbiancati con la calce, cancellando così nomi e messaggi scritti dai condannati, che forse contenevano nomi, rivelazioni, indicazioni di complicità, responsabilità, collaborazione nello sterminio. Qualcosa che poteva implicare, parzialmente, la buona società triestina e dunque il sistema di potere; qualcosa che andava dunque tenuto segreto». Inoltre, racconta Magris, gran parte dei documenti della Risiera sono ancora coperti dal segreto di stato negli archivi inglesi.

Magris conclude il suo discorso affermando che il segreto non resta nascosto per sempre ma si scopre soltanto quando diviene inoffensivo. Penso allora che il giornalista e lo scrittore siano in fondo essenziali per svelare i misteri nascosti dalla società e dall’animo umano.

Potrei parlare anche del segreto più discusso di tutti tempi, l’amore, ma ci vorrebbe troppo tempo e allora preferisco suggerire questo brano da ballare a tutto volume.

Podcast| Ayelet Gundar-Goshen| Svegliare i leoni

9788880576679_0_0_1628_80Ecco a voi il podcast dedicato al romanzo Svegliare i leoni dell’autrice israeliana Ayelet Gundar -Goshen pubblicato nel 2017 dalla casa editrice Giuntina. Il libro tutto sommato mi è piaciuto soprattutto per i temi trattati come l’immigrazione e la deontologia medica. Qui sotto trovate il podcast in cui cerco di fare il punto della mia ultima lettura. Buon ascolto! Potete iscrivervi alla pagina di Itunes per rimanere sempre aggiornati sulle nuove puntate.

“La Novità” un romanzo sull’editoria francese

In Italia arriva tutto troppo tardi. Un esempio di velocità tartarughesca italica sono le unioni civili, Starbucks e Netflix. Anche per alcuni libri è così. Però questa volta dobbiamo ringraziare la casa editrice Voland che ha tradotto – con il lavoro della traduttrice Federica Di Lella – un bel romanzo transalpino sull’editoria francese. Il libro di cui sto parlando è La novità di Paul Fournel.

Questo volume di neanche 200 pagine (ce l’ho in eBook quindi verificate voi) vale davvero la pena di essere letto perché riesce a mescolare uno stile letterario, quindi tutti i suoi meccanismi, con un tema, quello dell’editoria, più vicino alla saggistica. Quando cerco qualche scritto sul mondo editoriale il 99% delle volte lo trovo sotto forma di saggio o di manuale. La novità allora mi è apparsa davvero una novità di genere. Scusate il calembour.

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Paul Fournel

L’autore del romanzo è l’attempato Paul Fournel, uno scrittore, editore e intellettuale francese che ha collaborato con molte case editrici francesi come Hachette, Honoré Champion, Ramsay e Seghers.

Il narratore-protagonista, un certo Robert Dubois, sin dall’inizio parla chiaro al lettore: «Nel mondo editoriale sta avvenendo un cambiamento epocale». L’ho scritto io, lo hanno detto gli altri, e ora ce lo conferma anche questo veterano francese del libro: Il formato digitale della scrittura sta cambiando il nostro approccio coi testi. Il tema centrale del romanzo è dunque il rapporto di un anziano editore con un tablet dentro cui ha i manoscritti da controllare e da ripulire per una prossima pubblicazione.

«Lo metto sulla scrivania e ci poggio sopra la guancia. È fredda non produce nessun suono, non si stropiccia e non macchia. Niente lascia immaginare che contenga tanti libri».

Accanto alla descrizione dei mille modi con cui Dubois tenta di approcciarsi al nuovo device di lettura troviamo anche la narrazione dell’aspetto umano di questo editore; possiamo percepire dunque i suoi legami con i colleghi, con la moglie e con la giovane e talentuosa stagista Valentine.

Lasciando da parte l’aspetto romanzesco di questa pubblicazione, vorrei analizzare insieme a voi gli aspetti tecnici del mondo editoriale descritti in questo libro. Innanzitutto devo dire che mi è piaciuto molto l’approccio positivo alla novità (il tablet). Il protagonista accoglie il progresso con curiosità sperimentando i vari usi e le varie manipolazioni che un testo digitale consente. In un passo però l’editore Dubois riflette anche sulla praticità spaziale del tablet:

«E così ora il peso di tutta la letteratura mondiale è lì, nelle manacce rosse di René. 730 grammi. Hugo + Voltaire + Proust + Celine + Roubaud, 730 grammi. Ci mettiamo anche Rebelais? 730 grammi. Louise Labé? 730 grammi»

È indubbio il fatto che gli eBook abbiano degli aspetti positivi soprattutto per gli addetti ai lavori. Per un giornalista infatti è molto più facile recensire un libro quando questo arriva comodamente nella propria casella postale inviato da una casa editrice: c’è un risparmio di tempo e di denaro.

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La Novità – Voland editore

La novità insiste anche sui rapporti che un editore ha con i suoi autori. Gli scrittori sono esseri strani, vanno coccolati, seguiti, perché sanno essere molto vendicativi. Dubois spesso usa la carta del cibo per parlare con loro, seduto in qualche buon bistrot, ed è divertente ricordare questa sua frase: «In fin dei conti non posso dire di essermi arricchito con questo mestiere, ma almeno ho mangiato bene».

Veniamo ad un’ultima problematica. Che fine farà l’editoria? Dove sta andando? Intuiamo una risposta nello scambio di battute tra Dubois e Balmer, un celebre scrittore che si è dato all’editoria 2.0:

«Allora com’è la vita di uno scrittore 2.0? // Una meraviglia, ti assicuro. Mentre voi sprecate energie e soldi per trovare il modo di vendere online i vostri vecchi romanzi senza inimicarvi i librai, che comunque alla fine porterete al fallimento, noi creiamo qualcosa di totalmente nuovo, che si insinua da solo nei vari aggeggi e aggeggini della gente»

Non so oggi quanto sia realistica una nuova proposta editoriale quando in Italia il 57% della popolazione non legge. È vero che non bisogna rinunciare all’innovazione ma in tempo di crisi si tende a proporre prodotti editoriali simili e senza un’anima che scontentano lo zoccolo duro dei lettori ammiccando al mare magnum di non lettori.

Verso la fine del romanzo, quando il protagonista Dubois, vivendo una grande tragedia personale, decide di recarsi in libreria per trovare conforto nei vecchi libri di carta. Sceglie i 50 titoli che non è riuscito a leggere durante la sua vita. Al momento del pagamento alla cassa esprime questa considerazione:

«Quindi ho stabilito cinquanta. Avrei potuto decidere dieci o mille, ma ho optato per cinquanta. I cinquanta libri che il mio mestiere mi ha impedito di leggere e che finalmente leggerò […]

Perché al momento di pagare mi dico i libri costano troppo? Ho passato tutta la vita a dimostrare il contrario»

Dunque allora è lecito farsi alcune domande: la crisi del lettore è stata prodotta anche dalla politica dei prezzi di copertina? Il prodotto editoriale vale un investimento di 20 euro? Questioni che affronterò meglio in un nuovo post.

Podcast | Tommaso e il fotografo cieco | Gesualdo Bufalino

9788845254932_0_0_300_80Continuano le mie sperimentazioni nel mondo del podcasting. Ecco a voi la nuova puntata sul complesso “iper-romanzo” di Gesualdo Bufalino Tommaso e il fotografo cieco (Bompiani). Non è stato facile produrre questa audio-recensione perché il romanzo di Bufalino è una pubblicazione zeppa di riferimenti letterari, costruita con un lessico ricercato e questi elementi sono impastati in una trama (apparentemente) confusionaria e a tratti indecifrabile.

Ricordo inoltre che potete trovare altre audio-recensioni di questo genere cliccando alla voce “Podcast” nel menu di navigazione (oppure clicca qui).