cronaca

Il mondo verrà distrutto dagli indifferenti

Questo è un post molto diverso rispetto a quelli che ho pubblicato sul mio blog in questi anni.

Sabato 17 dicembre, il giorno dopo la mia laurea, ho visto un video sul sito de La Stampa che mi ha colpito enormemente.

La clip contiene una forte accusa,avanzata da una giornalista arabo-israeliana e trasmessa sulla tv di stato di Israele, sui crimini di guerra che ora si stanno verificando in Siria, per la precisione ad Aleppo.

Ho deciso allora di pubblicare le parole di Lucy Aharish perché mi vergogno di non aver mai espresso una frase o un pensiero per le vittime di Aleppo che sono rimaste in un totale isolamento mediatico.

Noi italiani sappiamo bene cosa si provi ad essere calpestati e sottomessi con violenza: la ferita della seconda guerra mondiale resterà sempre aperta. In questo momento abbiamo dunque bisogno di uomini Giusti e decisi che siano diversi da coloro che con indifferenza assistono  e hanno assistito alle mattanze siriane.

Ecco allora il testo estratto dal video che trovate QUI:

«Proprio ora ad Aleppo, in Siria, a sole 8 ore di macchina dal Tel Aviv,si sta consumando un genocidio. Ascoltatemi, lasciatemi essere più precisa.

E’ un olocausto, sì, è un olocausto.

Magari non vogliamo sentirlo e non vogliamo affrontarlo dato che nel XXI secolo, nell’era dei social media, nel mondo dove l’informazione può prendere forma nella tua mano; in un mondo dove puoi vedere e sentire in tempo reale le vittime e le loro storie di orrore. In questo mondo noi non stiamo facendo niente mentre i bambini vengono macellati ogni singola ora. Non chiedetemi chi ha ragione o chi si sbaglia. Chi sono i buoni o chi sono i cattivi perché nessuno lo sa. E francamente non importa molto. Quello che importa è ciò che sta avvenendo proprio adesso davanti ai nostri occhi. E nessuno in Francia o in Gran Bretagna o in Germania o in America stanno facendo qualcosa per fermarlo. Chi sta manifestando nelle strade per gli uomini e le donne della Siria? Chi sta urlando per i bambini? Nessuno.

L’ONU sta tenendo riunioni del suo Consiglio di sicurezza e si asciugano le lacrime quando vedono l’immagine di un padre che abbraccia il corpo della sua piccola figlia. C’è una parola per questo: ipocrisia. Io sono un’araba, una musulmana, una cittadina dello Stato di Israele, ma sono anche una cittadina del mondo e mi vergogno.

Mi vergogno come essere umano che ha scelto dei leader che sono incapaci di sostenere le loro condanne ed essere decisi nelle loro azioni. Io mi vergogno che il mondo arabo sia preso in ostaggio da terroristi e assassini e che noi non facciamo niente. Io mi vergogno che la pacifica maggioranza dell’umanità sia irrilevante ancora una volta. Dobbiamo ricordare? Armenia, Bosnia, Darfur, Rwanda, la seconda guerra mondiale? No, non dobbiamo.

Albert Einstein disse: “Il mondo non sarà distrutto da quelli che fanno il male ma da chi guarda senza far niente”».

Annunci

Le donne salveranno l’umanità?

La verità è che non so come iniziare questo post. Voglio evitare un attacco troppo retorico e voglio dribblare le banalità nazionalpopolari. Quindi liquiderò l’argomento come “la questione delle donne”.

Lo so, la definizione non è molto chiara ma deriva da un recente saggio che ho letto in questi giorni. Il libro si chiama Le donne erediteranno la terra edito da Mondadori e l’autore è Aldo Cazzullo, un giornalista che ora lavora al Corriere della Sera e che per molti anni ha scritto per La Stampa.

image

Il giornalista e scrittore Aldo Cazzullo

Come avranno capito tutti, il saggio nasce dalla riflessione sul mondo di oggi e sul ruolo che la donna attualmente ricopre nella società. Cazzullo vi spiegherà per quale motivo le donne erediteranno la terra: sono più sensibili degli uomini, hanno un senso più alto della comunità e sanno vedere lontano.

Come riporta il giornalista Alessandro Litta Modignani nel suo articolo per il Foglio, secondo Platone le donne erano una copia inferiore dell’uomo, Aristotele le paragonava invece a degli uomini menomati, e ancora, sant’Agostino affermava che dovevano essere trattate come delle serve e delle prostitute.

Ovviamente tutte queste concezioni equivalgono a delle follie. Ci sono in ballo i più elementari diritti umani. Il passato è passato e per certi aspetti possiamo anche esserne contenti.

Il sesso femminile non è più sinonimo di debolezza ma sta acquisendo sempre più autorevolezza grazie alle proprie qualità. L’autore infatti cita nomi celebri come Margaret Thatcher, Angela Merkel, Giovanna D’Arco, Santa Caterina da Siena e altre che non elencherò per non rovinarvi la lettura.

women-paintings-paul-meijering-1416268480Si potrebbe dire dunque che gli esempi femminili presenti nel volume attraversino tutta la storia e tutte le culture.

Mi sono inoltre piaciuti quei capitoli che hanno approfondito la psicologia femminile di personaggi a noi ben noti. I miei due capitoli preferiti sono stati quelli dedicati alla storia di Valeria Solesin e Maria Callas. La prima è stata una vittima dell’attacco terroristico al locale parigino Bataclan insieme ad altri 130 ragazzi – per la cronaca il locale riaprirà tra poco con un concerto di Sting. Mi ha infatti commosso leggere i ricordi di sua madre, le rievocazioni dei suoi studi e desideri.

La seconda invece è stata un’immensa artista denigrata e bistrattata ingiustamente: è l’esempio di come le donne forti siano in realtà nel proprio intimo soggette ad indicibili fragilità.

7234732_1841784Come ho già scritto su altri spazi, il libro di Cazzullo mi è sembrato a tratti troppo retorico e politicamente corretto. Dico questo perché ritengo che uomini e donne siano individui indipendenti e trovo manicheo cercare di etichettare come tipici di un sesso comportamenti che forse nella realtà appartengono ad entrambi i generi. È chiaro che non contesto affatto il passato di soprusi che il genere femminile ha subito, in primis il divieto di votare.

Nonostante questa tendenza occulta, Cazzullo da serio giornalista ha anche elaborato una lucida analisi sulle differenze di genere e mi ha fatto molto piacere leggere le seguenti parole:

«Il maschio non ha certo il monopolio del male. Anche la donna è capace di raptus violenti o delitti premeditati. Perché non è un angelo; è un essere umano, che può essere tentato dall’abisso invocato dall’abisso. Ha diritto a essere giudicata, punita, premiata non in quanto donna, ma in quanto essere umano. Senza dimenticare che la grande maggioranza degli assassini sono uomini».

maxiart-fernado-botero-uomo-e-donnaMa queste riflessioni da dove provengono? Ce lo spiega Marcello Adriano Mazzola, autore de Il Fatto Quotidiano:

«Gli studi di genere o gender studies, così denominati nel mondo anglosassone, costituiscono un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Caratterizzati in origine da un’impronta politica ed emancipativa, strettamente connessi alla condizione femminile e alle minoranze, finalizzati a realizzare cambiamenti di mentalità e della società, questi studi nascono in Nord America tra gli anni ’70 e ’80, diffondendosi in Europa Occidentale negli anni ’80, investendo il pensiero femminista e trovando radici nel post strutturalismo e decostruzionismo francese (Michel Focault e Jacques Derrida) e negli studi che uniscono psicologia e linguaggio (Jacques Lacan e Julia Kristeva). Importanti per tali teorie anche gli studi gay, lesbici e il postmodernismo. Si ritiene che una lettura gender sensitive, attenta agli aspetti di genere, sia applicabile a ogni scienza umana, sociale, psicologica, letteraria».

I TheGiornalisti non parlano “completamente” di libri

Qualche mattina fa, avviando la mia app preferita di musica, mi sono chiesto perché abbia dei gusti musicali precisi ma non spiegabili. Voglio dire che tra me e il brano in ascolto scatta un rapporto di empatia. Succede anche con le persone. Quante volte giudichiamo con un solo sguardo uno sconosciuto che ci è davanti? Quante volte proviamo una sensazione strana che ci rende amichevoli o prudenti con chi abbiamo di fronte?

La musica per me funziona così. Non mi faccio molte domande. Non studio musicologia e non intendo studiarla (almeno per ora). Questo è il mio approccio alternativo con la cultura musicale che non potrei mai adottare con la letteratura.

5m75gzl1114l160npar1Al di là di queste mie considerazioni personali, da circa un mesetto ho incominciato ad ascoltare un nuovo gruppo romano che si chiama TheGiornalisti. Ne avevo già sentito parlare ma non avevo seguito i tanti consigli dei miei amici che mi esortavano ad ascoltarli. Forse era colpa del nome della band; non sopportavo l’idea di ascoltare qualcosa che potesse legarsi al mio lavoro e ritenevo il loro brand soltanto una strategia commerciale per indurmi a seguirli. Andò a finire che non li scelsi mai dal catalogo multimediale.

Questo però è il passato. Il presente è differente dato che sono stato colpito dal brano La fine dell’estate e il nuovo singolo Completamente.

l leader dei TheGiornalisti è un certo Tommaso Paradiso, non lo conoscevo, e tra le altre cose assomiglia tantissimo a Nanni Moretti (qualcun altro dice Pablo Escobar). Come scrisse Chiara Amendola sul “Corriere della Sera” nel 2015 la loro musica è “un amarcord che mescola suoni post Ottanta a testi ricchi di pathos”.

Processed with VSCOcam with x1 presetPerché parlo dei TheGiornalisti nel mio blog? La risposta si trova nell’intervista al frontman del gruppo e pubblicata pochi giorni fa da Il Libraio. Paradiso ha scritto tutti i testi delle canzoni e afferma che oggi ciò che influenza di più le sue composizioni sono le serie tv e i film.Oltre a ciò nell’intervista svela che il suo libro preferito è La repubblica di Platone ma non ci spiega il perché. Poi parte una frase troppo banale per essere proferita da un cantautore: «D’estate divoro ogni genere di libro. Basta che sia scritto bene. Negli altri mesi è più difficile. Ma d’estate leggo quanto legge un lettore normale durante l’anno».

Wow! Che cosa originale!

L’intervista, non lo nascondo, mi ha deluso molto e mi è sembrato che l’obiettivo dell’articolo fosse quello di promuovere l’ultimo disco e non invece quello di parlare di libri.

Pazienza.

L’ultima domanda del mio post: perché il gruppo si chiama così? Wikipedia dice che nel 2009 i membri della band hanno preso spunto dalla rivolta dei giornalisti di quell’anno (la protesta era rivolta contro la legge bavaglio fortemente voluta da Berlusconi). Inoltre il nome simbolizza anche la voglia di ritornare a scrivere musica. Non posso far altro che prenderne atto.

Spotlight: il giornalismo sotto i riflettori

  Ci sono quei giorni in cui le medicine non servono a lenire i patimenti e lo stress accumulato. In quei giorni mi prendono vari attacchi di prodigalità e mi reco con amici o parenti presso la più vicina sala cinematografica per godere di una casuale visione filmica.

Oggi sono molto prosaico.

A parte questo, il 29 marzo sono andato a vedere il film Spotlight che mi ha fatto ritrovare la sacra passione per il mio lavoro. Non sto ora qui a squadernarvi i vari problemi e la crisi strutturale che le redazioni stanno attraversando: le cause sono molte  e non tutte completamente negative.

  Guardando la pellicola si fa un salto temporale all’indietro di 15 anni per giungere nel 2001 all’interno redazione del Boston Globe e si possono osservare le indagini del coriaceo team giornalistico su un caso insabbiato che ha coinvolto un’ottantina di preti pedofili nel distretto di Boston.

La trama è quella che è. Nel senso che la sceneggiatura è abbastanza piatta ma la cosa più interessante è l’affresco che il regista Tom McCarthy riesce a dare del giornalismo tradizionale fatto di inchieste e duro lavoro di relazione. Oggi va per la maggiore il lavoro di desk: è come passare dall’azione ad essere un annoiato testimone.

  Da questo film tuttavia emergono alcune lezioni di giornalismo : la negligenza di pochi può danneggiare molti. Il giornalista è infatti colui che deve lavorare e scrivere per il lettore. Informare il lettore non è solo un piano di business ma anche una responsabilità.

Al giorno d’oggi è molto facile che i poteri forti imbavaglino la libera stampa; ci sono infatti molti trucchetti per farlo e sempre più il giornalismo indipendente sembra essere scoraggiato dalle grandi perdite di denaro e dai pochi lettori.

Spotlight mi ha fatto riflettere molto in questo senso. Infatti mi domando quando gli utenti, abituati alla gratuità di internet, si accorgeranno che per confezionare un’inchiesta e un prodotto di qualità siano necessari del tempo e un importante investimento economico.

I contenuti da cameretta degli youtuber li possono far tutti ma dove sta l’utilità sociale?

Non ho parlato molto del film?

Il web è pieno di recensioni più interessanti delle mie.