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Il Social Journalism spiegato a tutti

Il libro che sto prendendo sotto esame è indicato per chi, come me, sta cercando di capire come si possano pubblicizzare i propri contenuti su Facebook. Su questo argomento ho letto tanti articoli nel web ma sono tutti uguali e non consigliano nulla di interessante. Rimango dell’idea che per conoscere bene un argomento sia necessario trovare un libro dedicato ad esso. Allora sfogliando vari cataloghi on-line mi sono imbattuto in questo bel testo di aggiornamento sul mondo del giornalismo social.

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Social Media Journalism (Apogeo)

Social Media Journalism (Apogeo) di Barbara Sgarzi, giornalista e docente della Scuola Internazionale di Studi Avanzata (SISSA), è una sorta di bussola per chi ha il bisogno di comprendere le dinamiche di internet per ciò che concerne la veicolazione di contenuti giornalistici, o comunque di testi che riteniamo di pubblico interesse (non voglio escludere nessuna categoria culturale).

Incomincio a mettere le mani avanti: Facebook è un social network che serve a creare un legame con i nostri lettori e non è una vetrina per pubblicizzare i nostri testi, video, foto, etc… Anche perché il social di Zuckerberg rende poco sostenibile economicamente l’attività culturale stessa.

La verità è che ce ne freghiamo di questo aspetto perché ripetiamo a noi stessi, tipo mantra, che “Facebook è un oceano pieno di pesci pronti ad abboccare ai nostri contenuti”. L’affermazione è in parte vera, come conferma la Sgarzi nel suo libro: «La massa critica di utenti su Facebook è incommensurabile rispetto ad altre piattaforme». In più dalle statistiche statunitensi sappiamo che il 62% degli adulti negli Stati Uniti ottiene informazioni sui social media, inoltre il dato è in forte crescita se analizziamo il campione dei giovani Millenials.

Però vi siete mai chiesti come si comportano gli utenti di fronte a un articolo condiviso? L’autrice afferma che la maggior parte si ferma al titolo senza leggere il contenuto della notizia.

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Barbara Sgarzi

Un altro gigantesco aspetto molto discusso riguarda l’algoritmo. Chi segue il blog sa che ne ho già parlato qui (Il filtro di Facebook ci toglie la libertà di pensiero?) ma nel 2016 c’è stato un’ulteriore modifica. La Sgarzi ci informa che Facebook ha deciso di tornare alle origini organizzando diversamente il nostro newsfeed che premia i contenuti condivisi da amici e parenti, a discapito di quelli postati dalle pagine di giornali ed editori: «Il faro guida deve essere ciò che è importante per noi, in quel momento. Vince chi offre al momento giusto l’informazione che cerchiamo e alla quale siamo interessati», specifica l’autrice.

I signori del social network hanno lanciato un messaggio chiaro: il volante non è nelle mani di chi produce e condivide il contenuto, bensì in quelle del contenitore. La Sgarzi inoltre stabilisce quattro regole base per usare bene Facebook:

1. La qualità del contenuto. Evitiamo il clickbait
2. Creare una community che abbia fiducia in noi
3. Lavorare con le immagini e con testi che siano brevi e accattivanti
4. Dare degli appuntamenti fissi ovvero programmare i post

Non è obbligatorio condividere contenuti strepitosi, ma è fondamentale cogliere il momento e intercettare gli umori dei lettori senza chiedere nulla in cambio.

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Facebook è un editore?

Devo però aprire una parentesi sugli Instant Articles che sono stati introdotti nell’aprile del 2016. Gli IA sono documenti HTML5 ottimizzati per una rapida performance su mobile. I nostri contenuti sono visualizzabili direttamente su Facebook e l’esperienza di lettura si completa sulla piattaforma. L’introduzione di questa nuova tecnologia ha però complicato la vita agli editori sulla pubblicità: possono vendere la pubblicità direttamente e trattenere il 100% di incassi, oppure utilizzare Facebook Audience Network, ottenendo il 70% del denaro.

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Facebook aiuterà il giornalismo?

Come spiega la Sgarzi: «Gli Instant Articles assecondano l’idea di imbattersi in contenuti slegati dalle testate e avvantaggiano Facebook, che diventa un ambiente totale in cui tenere i propri user senza farli uscire nemmeno per informarsi: un giardino ben curato, ma recintato sempre più in modo significativo».
L’autrice inoltre si chiede se la Pagina Facebook coincida con la testata. La risposta è affermativa. Gli editori hanno delle strategie da utilizzare: «Si privilegia quello che sul sito è il “primo piano”. La mattina e il primo pomeriggio si dà la precedenza alle hard news, mentre tendenzialmente per la pausa pranzo e la sera si scelgono argomenti più soft», spiega Raffaella Manichini di Repubblica in un’intervista.
Chiuderei il post cercando di spiegare la differenza tra Pagina e profilo personale: rispetto al profilo, la pagina è pubblica ed è un canale privilegiato di contatto con i lettori però l’attenzione e il tempo da dedicare alla Pagina devono essere considerevoli.

Per altri consigli potete leggere questo mio articolo: 9 consigli per scrivere meglio su Facebook.

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I Robot sostituiranno gli scrittori?

Si dice che scrivere un romanzo sia un po’ come dare alla luce un figlio. Ed è verissimo. Siamo sempre stati abituati – giustamente – ad analizzare le opere narrative in base anche alla biografie degli autori che sono fatti di carne, di sentimenti e che vivono con noi su questo grande luogo chiamato pianeta Terra.

Tali certezze però non sono più così solide. Il 16 dicembre ho letto un articolo interessante sul Corriere della Sera, Storia di un computer scrittore, in cui vengono elencati alcuni progetti informatici dedicati alla scrittura di romanzi.

La tecnologia a mano a mano che si sviluppa tende a rimpiazzare l’attività umana. Ad esempio nel campo giornalistico esistono degli algoritmi che sono in grado di scrivere semplici notizie o di sbobinare in diretta i discorsi pubblici pronunciati durante eventi o conferenze. Uno di questi software si chiama “Quill” creato dal Chicago Narrative Science. Questo ente inoltre è convinto che nei prossimi anni il 90% degli articoli sarà scritto dai robot.

Leggendo questa notizia, la mia mente mi ha proiettato in un ambiente cinematografico come Blade Runner o Ex-machina, due pellicole che approfondiscono il divario intellettivo tra mente umana e cervello artificiale. Come facciamo a capire se un computer pensi come noi? Facile, bisogna applicare il Test di Turing.

Lasciando da parte le rievocazioni cinematografiche, il romanzo artificiale fa già parte della nostra realtà. Nel 2008 una casa editrice russa, la Astrel-Spb ha pubblicato il romanzo-bot Amore vero scritto in 72 ore da un sistema informatico. Come spiegano gli esperti, il computer è in grado di creare il 60% di un romanzo, ovvero la trama, ma è poi il programmatore a rappresentare ed aggregare i dati. Tale “creatività computazionale” può funzionare con un buon database di romanzi selezionati e tecniche più o meno complesse di elaborazione di linguaggio naturale.

Il tema che ho presentato qui è molto affascinante e complesso e ha bisogno senza dubbio di approfondimenti. Il primo saggio che ha sollevato questo problema fu Will robots ever have Literature? dello studioso Jerry Hobbs pubblicato nel 1990. Da quel momento si sono sviluppate diverse considerazioni, una delle più recenti è questa della BBC Could a robot write a novel?