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La nostra società e la bibliografia: il futuro è la reinterpretazione del passato

Ed eccoci all’ultimo capitolo di Bibliografia e sociologia dei testi di Donald McKenzie. È stato un percorso abbastanza impervio ma mi fa piacere che alcuni di voi abbiano apprezzato il mio sforzo nel raccontare questo fondamentale testo sulla storia dei libri.

Il terzo capitolo è intitolato Dialettica della bibliografia di oggi e a grandi linee parla della forma del testo e dei vari ambienti culturali a cui può essere applicata. McKenzie torna su un concetto che abbiamo già visto nei precedenti articoli (I testi ci parlano. I libri vanno interpretati e La bibliografia non dovrebbe occuparsi solo di libri): i testi non sono esclusivamente dei libri.

bibliografiaL’autore parla infatti di due concetti di testo: uno è suggellato dall’autore conchiuso in sé stesso e storicamente definibile; l’altro rimane sempre incompleto, aperto e sempre interpretabile. Nel primo caso c’è bisogno dello storico che cerca di riportare oggettivamente gli intenti dell’autore, le funzioni espressive del testo tenendo conto della sua ricezione.

«Il testo è da considerare un fatto bibliografico perché è localizzato, descritto, datato, attribuito a un autore e interpretato»

La bibliografia non fa altro che pescare questi testi dal passato e conservarli per le possibili future interpretazioni tenendo conto però di quelle precedenti.

McKenzie per avvalorare questa sua tesi cita due autori come John Locke e James Joyce. Locke diceva, nei suoi studi su San Paolo, che la veste tipografica di un testo può occultare il suo messaggio. Perciò la forma in cui un testo viene stampato influenza i possibili modi di lettura, inoltre può portare delle discordie sociali sulla sua corretta interpretazione: emblematico è il caso delle Bibbia.

Si può dunque affermare che la veste tipografica di un’opera dovrebbe essere concepita per esaltare e rendere fruibile il ragionamento dell’autore e non per stravolgerlo e strumentalizzarlo. Joyce infatti aveva concepito l’Ulisse in un modo tale che anche la veste tipografica aggiungesse un ulteriore significato al testo in sé per sé.

Lo storico del libro ritiene dunque che i libri possano essere forme espressive di qualche sottigliezza, e una pratica editoriale che ignora questo fatto probabilmente produrrà un testo carente per i parametri dell’autore.

Nessun testo di una qualche complessità può offrire un significato definitivo. Quando leggiamo o confrontiamo un testo, in pratica lo riscriviamo e gli diamo un significato in più. La bibliografia quindi deve occuparsi di tutti i testi registrati e può determinare il carattere unico e irripetibile di un singolo testo, di rilevare tutte le dimensioni intertestuali: in sintesi registrare e spiegare le forme materiali che mediano il significato. Come abbiamo già visto, la disciplina bibliografica accetta la costruzione di nuovi testi e delle loro forme interessandosi ai testi come prodotti sociali.

Ora però analizziamo quella apparente anomalia che conosciamo come sotto-categoria di testi non-libri. Possiamo utilizzare questa categoria per i testi orali, le immagini a stampa, o la fotografia che nella nostra società sono aspetti rilevanti per la comunicazione. La bibliografia si deve dunque occupare anche di questi testi non-scritti come dvd, siti web, videoclip, podcast, etc… Volendo i metodi bibliografici possono essere applicati anche al cinema.

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Bibliografia e sociologia dei testi

Quali possono essere i nostri archivi? Le biblioteche devono accogliere tutte le tipologie di “testi” in un ordine razionale, stabile, coerente e nello stesso tempo queste risorse devono essere socialmente accessibili.

Ormai nella società di oggi emerge il principio secondo cui si compra l’accesso e non l’oggetto: ormai non compriamo il libro in sé ma il tempo necessario per leggerlo.

Nell’ultima parte di questo capitolo McKenzie si chiede se ci sia un declino del libro: «No. Perché il testo sta prendendo altre forme. Il principio della registrazione e dell’accesso al catalogo e al possesso non è cambiato ma si è affinato».

Questi tre capitoletti offrono dunque un modello culturale che dovrebbe essere adottato da un’istituzione statale perché la prospettiva commerciale non ha interesse a occuparsi del passato. Però ci sono ancora molti ostacoli da superare per raggiungere i traguardi di McKenzie e i principali punti di discussione sono il copyright, l’archiviazione e l’accessibilità dei materiali.

Le biblioteche che non ricercano il profitto mantengono vivo l’interesse pubblico per la conservazione di questi testi: ne garantiranno l’autenticità e assicureranno la loro accessibilità.

Il messaggio principale di questo testo è che i libri non sono sempre sufficienti e proprio per questo c’è la necessità di plasmare un nuovo pensiero bibliografico al passo coi tempi.

 

I Robot sostituiranno gli scrittori?

Si dice che scrivere un romanzo sia un po’ come dare alla luce un figlio. Ed è verissimo. Siamo sempre stati abituati – giustamente – ad analizzare le opere narrative in base anche alla biografie degli autori che sono fatti di carne, di sentimenti e che vivono con noi su questo grande luogo chiamato pianeta Terra.

Tali certezze però non sono più così solide. Il 16 dicembre ho letto un articolo interessante sul Corriere della Sera, Storia di un computer scrittore, in cui vengono elencati alcuni progetti informatici dedicati alla scrittura di romanzi.

La tecnologia a mano a mano che si sviluppa tende a rimpiazzare l’attività umana. Ad esempio nel campo giornalistico esistono degli algoritmi che sono in grado di scrivere semplici notizie o di sbobinare in diretta i discorsi pubblici pronunciati durante eventi o conferenze. Uno di questi software si chiama “Quill” creato dal Chicago Narrative Science. Questo ente inoltre è convinto che nei prossimi anni il 90% degli articoli sarà scritto dai robot.

Leggendo questa notizia, la mia mente mi ha proiettato in un ambiente cinematografico come Blade Runner o Ex-machina, due pellicole che approfondiscono il divario intellettivo tra mente umana e cervello artificiale. Come facciamo a capire se un computer pensi come noi? Facile, bisogna applicare il Test di Turing.

Lasciando da parte le rievocazioni cinematografiche, il romanzo artificiale fa già parte della nostra realtà. Nel 2008 una casa editrice russa, la Astrel-Spb ha pubblicato il romanzo-bot Amore vero scritto in 72 ore da un sistema informatico. Come spiegano gli esperti, il computer è in grado di creare il 60% di un romanzo, ovvero la trama, ma è poi il programmatore a rappresentare ed aggregare i dati. Tale “creatività computazionale” può funzionare con un buon database di romanzi selezionati e tecniche più o meno complesse di elaborazione di linguaggio naturale.

Il tema che ho presentato qui è molto affascinante e complesso e ha bisogno senza dubbio di approfondimenti. Il primo saggio che ha sollevato questo problema fu Will robots ever have Literature? dello studioso Jerry Hobbs pubblicato nel 1990. Da quel momento si sono sviluppate diverse considerazioni, una delle più recenti è questa della BBC Could a robot write a novel?

I TheGiornalisti non parlano “completamente” di libri

Qualche mattina fa, avviando la mia app preferita di musica, mi sono chiesto perché abbia dei gusti musicali precisi ma non spiegabili. Voglio dire che tra me e il brano in ascolto scatta un rapporto di empatia. Succede anche con le persone. Quante volte giudichiamo con un solo sguardo uno sconosciuto che ci è davanti? Quante volte proviamo una sensazione strana che ci rende amichevoli o prudenti con chi abbiamo di fronte?

La musica per me funziona così. Non mi faccio molte domande. Non studio musicologia e non intendo studiarla (almeno per ora). Questo è il mio approccio alternativo con la cultura musicale che non potrei mai adottare con la letteratura.

5m75gzl1114l160npar1Al di là di queste mie considerazioni personali, da circa un mesetto ho incominciato ad ascoltare un nuovo gruppo romano che si chiama TheGiornalisti. Ne avevo già sentito parlare ma non avevo seguito i tanti consigli dei miei amici che mi esortavano ad ascoltarli. Forse era colpa del nome della band; non sopportavo l’idea di ascoltare qualcosa che potesse legarsi al mio lavoro e ritenevo il loro brand soltanto una strategia commerciale per indurmi a seguirli. Andò a finire che non li scelsi mai dal catalogo multimediale.

Questo però è il passato. Il presente è differente dato che sono stato colpito dal brano La fine dell’estate e il nuovo singolo Completamente.

l leader dei TheGiornalisti è un certo Tommaso Paradiso, non lo conoscevo, e tra le altre cose assomiglia tantissimo a Nanni Moretti (qualcun altro dice Pablo Escobar). Come scrisse Chiara Amendola sul “Corriere della Sera” nel 2015 la loro musica è “un amarcord che mescola suoni post Ottanta a testi ricchi di pathos”.

Processed with VSCOcam with x1 presetPerché parlo dei TheGiornalisti nel mio blog? La risposta si trova nell’intervista al frontman del gruppo e pubblicata pochi giorni fa da Il Libraio. Paradiso ha scritto tutti i testi delle canzoni e afferma che oggi ciò che influenza di più le sue composizioni sono le serie tv e i film.Oltre a ciò nell’intervista svela che il suo libro preferito è La repubblica di Platone ma non ci spiega il perché. Poi parte una frase troppo banale per essere proferita da un cantautore: «D’estate divoro ogni genere di libro. Basta che sia scritto bene. Negli altri mesi è più difficile. Ma d’estate leggo quanto legge un lettore normale durante l’anno».

Wow! Che cosa originale!

L’intervista, non lo nascondo, mi ha deluso molto e mi è sembrato che l’obiettivo dell’articolo fosse quello di promuovere l’ultimo disco e non invece quello di parlare di libri.

Pazienza.

L’ultima domanda del mio post: perché il gruppo si chiama così? Wikipedia dice che nel 2009 i membri della band hanno preso spunto dalla rivolta dei giornalisti di quell’anno (la protesta era rivolta contro la legge bavaglio fortemente voluta da Berlusconi). Inoltre il nome simbolizza anche la voglia di ritornare a scrivere musica. Non posso far altro che prenderne atto.

Dentro alla testa di David Foster Wallace

 

Non voglio perdere lo strascico di emozioni che stanno albergando nella mia coscienza e nel mio petto dopo la visione del film The end of the tour. La pellicola narra la vicenda  dell’intervista che David Foster Wallace rilasciò a David Lipsky, giornalista del Rolling Stone, in occasione di un suo tour letterario per la presentazione del suo ultimo romanzo. Siamo negli anni ’90, credo e penso.

Wallace ha raggiunto il successo col suo immenso libro – in tutti i sensi – Infinite Jest che diventa un caso editoriale americano e rende famoso l’autore. David, anche lui scrittore, decide di intervistarlo perché percepisce che il letterato con la bandana sia davvero un personaggio di cui si parlerà molto anche dopo la sua morte.

1401x788-theendofthetour_still2E’ bello notare come la relazione tra i due incominci come tutte le relazioni ovvero che sia basata sull’ipocrisia. Wallace tenta di essere più estroverso possibile ma Lipsky non sembra accorgersi del grande dono dello scrittore americano. I due arriveranno a scontrarsi per un fraintendimento: il punto di svolta che fa capire allo spettatore come il conflitto sia un aspetto di un’amicizia.

Wallace, è un essere strano. Ora non so dirvi se questa sia una peculiarità di tutti gli scrittori. Non ne conosco moltissimi e dunque per me è difficile dire se ci sia un legame tra il mestiere culturale e la pazzia. So che ci può essere un legame con la solitudine. Viene infatti dipinto e percepito un Wallace in preda all’isolamento affettivo e mediatico. Lo scrittore infatti vive in una casa male ammobiliata e ed anonima all’interno di un territorio che presenta solo grandi distesi di verde senza la frenesia cittadina dalla quale egli scappa.

Wallace non ha nemmeno la tv. L’apparecchio gli fa uno strano effetto: lo rincoglionisce sino a svuotargli il cervello. Dalla conversazione che i due hanno avuto, per gran parte avvenuta in macchina o in stanza d’albergo, emerge una visione culturale americana degenerata dove l’individuo può scoprire  se stesso solo nell’isolamento completo.

img_2738Non svelo nulla di nuovo se dico che Wallace si suicidò nel 2008. Indagare le ragioni del gesto non è affatto semplice ma si può comunque intuire che David Foster Wallace fosse vissuto nel momento sbagliato e nel posto sbagliato. Sfortuna per lui, fortuna per noi che abbiamo la grande opportunità di godere ancora dei suoi libri.

Revenant. Al limite della sopravvivenza. 

1452940687_the-revenant-trailer-screencaps-dicaprio-hardy37DiCaprio se lo è meritato l’Oscar? È la canonica domanda di chi non abbia visto il film Revenant. La mia risposta, dopo aver goduto della pellicola diretta da Iñárritu, è affermativa.

Andate al cinema e spendete quella manciata di euro, possibilmente risparmiando su qualcosa che danneggi la vostra salute come un pacchetto di sigarette o il menù mega-gigante di McDonald’s.

the-revenant-leo-leonardo-dicaprio-film-movie-natural-light-slrlounge-photogrpahy-kishore-sawh-4Lo spettacolo delle forti immagini evocative catapulta lo spettatore in una sorta di mondo onirico fatto di apparizioni e di sensazioni (per lo più di dolore). Il protagonista è un cacciatore e commerciante di pellami, Hugh Glass, che avrà la possibilità di resuscitare (avete capito bene proprio come Lui). Da qui, il senso del titolo: redivivo.

Non vorrei raccontare troppo ma il film contiene una storia di vendetta di un uomo violento contro altrettanti simili senza scrupoli. Pochi dialoghi e numerose inquadrature di immensi paesaggi naturali che richiamano il valore primordiale della vita e la sostanza della natura.

La scena che mi ha colpito di più è stata quella in cui il protagonista per riparasi dal freddo sviscera letteralmente il suo cavallo lipizzano e si adagia all’interno di esso per ripararsi da una tempesta di neve.the-revenant-16

La crudeltà, la spietatezza, il sangue, l’odio, l’omicidio sono facce di un uomo che perde la propria ragione e si affida ad un comportamento selvatico teso alla sopravvivenza.

In confronto agli occidentali, gli indiani antagonisti (per giusta causa) sembrano migliori degli occupanti nonostante la loro furia omicida. Il filo rosso che percorre il film possiamo dire che sia proprio questo sentimento di riparazione: occhio per occhio, dente per dente.

C302b87d200000578-0-image-a-36_1452820651948osa dire infine della scena dell’orso? Il regista sembra giustificare il comportamento del grizzly: voleva solo difendere gli orsetti da possibili predatori. Il bestione peloso avrà la peggio ma sarà presente per tutto il film in formato pelliccia sulle spalle del protagonista.

Ho cercato di spargere alcuni frammenti del film per non rovinare la sorpresa della proiezione.

Vi assicuro che dopo aver visto questa incredibile storia, eviterete di utilizzare alcuni modi di dire come “sono stanco morto”.

Il film è tratto dal romanzo The Revenant: A novel of revenge. Riporto la recensione apparsa su GoodReads dell’utente Cosimo:

Un buon romanzo storico e d’avventura sulla storia dei pionieri, più nello specifico degli uomini della frontiera o uomini delle montagne, esploratori cacciatori chiamati ‘trapper’ che fecero fortuna nelle terre incognite e nella natura incontaminata del West nell’epoca delle pellicce di castoro. Hugh Glass sopravvive all’aggressione di un grizzly e affronta una solitaria odissea tra il fiume Missouri e le Montagne Rocciose, nelle lande fredde della wilderness, degli indiani Arikara e dei bisonti, per vendicarsi degli uomini che lo hanno abbandonato moribondo e derubato delle armi e degli strumenti di sopravvivenza. La storia è avvincente, gli eventi hanno ottimo ritmo e lo stile è sobrio e efficace; il lettore si trova però a affrontare una narrazione che non crea una differenza, non ha voce artistica e si perde e confonde nella rievocazione, senza epica, senza rottura, senza alterità né singolarità.

Cosa ricordo di U. Eco.


Non sono mai impazzito per U. Eco. Non l’ho mai glorificato e quando ho letto il suo ultimo libro “Numero zero” sono rimasto insoddisfatto dalla lettura che avevo intrapreso con la convinzione che tutto sommato avrei potuto imparare qualcosa di interessante da un tale intellettuale.


Devo confessare un segreto: alcune riflessioni dello studioso si sono radicate nella mia coscienza letteraria. Una di queste ad esempio mi ha colpito esattamente il 4 dicembre 2013. Presso la Feltrinelli di p.zza Piemonte a Milano si stava svolgendo la presentazione del volume cinematografico scritto da Paolo Mereghetti. Conduceva Piera Detassis e come ospite c’era lui: il cinefilo Eco.

A quel tempo frequentavo due corsi di cinema e m’interessavano molto i dibattiti di quel genere: un periodo davvero intenso di fruizione cinematografica.

Mi accorsi di quanto il mio approccio col mondo del cinema fosse infantile quando Eco disse – vado a memoria: «Ormai guardo i film solo in tv. Non vado più al cinema da quando non è più possibile entrare in sala dopo l’inizio della proiezione. Mi piace vedere i film già iniziati e immergermi nello svolgimento della trama. È un po’ la metafora della vita, no?».

Scettico, accettai la provocazione ma personalmente era inammissibile non guardare un film dall’inizio. Nelle settimane successive m’interrogai su questa mia puerile abitudine e cominciai a guardarmi sul LCD di casa frammenti di film.

Questa tecnica mi arricchì molto e compresi che non era necessario sorbirsi tutto il minutaggio per godere dell’esperienza visiva.

 Finalmente avevo compreso la metafora: un film come la vita è fatta di dettagli trascurabili ma indispensabili se si ricerca una visione d’insieme.

Le lezioni dei grandi maestri in fondo non si comprendono mai immediatamente.