Riemersione letteraria ed esistenziale

Facciamo un riassunto dei libri letti in questi ultimi mesi

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È da un po’ che non scrivo e con questo post volevo farvi sapere che sono ancora vivo. Perché non ho pubblicato nulla finora? Rispondo con molta franchezza: non ero ispirato. Questo non significa che abbia smesso di leggere — avrei troppi sensi di colpa. Tuttavia credo che sia meglio non pubblicare quando non ho molto da dire o non riesco a confezionare un articolo interessante e in grazia di Dio. Nel mio e nel vostro rispetto.

Quindi rieccomi qua con un breve aggiornamento sulle poche letture fatte in questi mesi. Alcuni titoli mi hanno lasciato senza parole, considerando la sovrapposizione tra vita reale e letteraria. Nello specifico parlo del personaggio Kitty, ragazza immatura e manipolatrice che illude un povero Cristo che le voleva bene, scegliendo un altro; della serie ti strappo il cuore, lo riduco in coriandoli e lo calpesto finché non diventa poltiglia. Vi assicuro che fatti analoghi sono all’ordine del giorno.

Infine anticipo che sono in piena sessione d’esami e potrei latitare ancora un pochettino. Ho inoltre accantonato per il momento i titoli della lista Dorfles che sono assai complessi da analizzare e necessitano di una quantità considerevole di tempo che ora non ho.

Il velo dipinto di W. Somerset Maugham

il velo dipinto di Maugham

Un romanzo ambientato nella Cina degli anni ‘20 in cui volteggiano i drammi sentimentali di una giovane coppia inglese, Kitty e Walter. #Maugham si sofferma sulla crisi matrimoniale dei due: un tragedia coniugale che ha distrutto anche il più piccolo atomo dell’infinito amore di Walter, dopo i ripetuti tradimenti di Kitty con un viceconsole inglese. #Ilvelodipinto è certamente un libro dedicato alle ferite d’amore che, ahinoi, certe volte non si rimarginano producendo sinistre inquietudini. Perché può capitare che gli uomini e le donne fingano di amarsi per inseguire un’insensata autodistruzione.

Book blogger di Giulia Ciarapica

book blogger, libro di Giulia CiarapicaPossedere un blog di libri non significa essere un critico letterario. Dico questo perché mi sembra che il volume sia indirizzato ai lettori appassionati e non agli addetti ai lavori. In più, i professionisti della critica hanno uno stipendio – spesso inadeguato alle loro competenze – che legittima in qualche modo la loro funzione. Scrivere di libri sul web è ormai un hobby, nobilissimo, ma attenzione a non prendersi troppo sul serio. Se qualcuno mi spiega cosa vuol dire poi “critica letteraria 2.0” è ben accetto.

Diecimila di Andrea Kerbakercopertina Kerbaker Diecimila

Durante una recentissima passeggiata notturna, si sono materializzati nel mio cervello alcuni passaggi di questo inedito e particolare libricino. Il tema che ha coinvolto maggiormente le mie sinapsi è stato quello legato all’elaborazione del rifiuto e dell’abbandono: condizioni subite dal volume #Diecimila, animato magistralmente dalla penna di Andrea #Kerbaker. In fondo, parlare di libri significa soprattutto parlare di uomini: in ogni epoca e tempo dilaniati dall’infinita battaglia tra istinto e logica. In più #Diecimila è anche un elogio della lettura che permette agli stolidi lettori di cogliere le gioie e le storture dell’umanità. Per quanto riguarda la qualità materiale e impaginazione del volumetto, posso solo dire che #Interlinea è sinonimo di alto valore editoriale.

Se vuoi essere contemporaneo: leggi i classici di Gabriele LaviaSe vuoi essere contemporaneo leggi i classici, libro di Gabriele Lavia

Il saggio parte dal presupposto che il futuro sia scritto nel passato e non nell’immaginazione di un possibile avvenire. Ecco allora che il Classico, ovvero un must di lettura, è quel testo che ci fa prendere coscienza del nostro “essere storico”. Classico è inoltre l’autore e non un singolo titolo. Secondo #GabrieleLavia, gli autori classici sono quelli che hanno affrontato con coraggio quel “mestiere di vivere” che noi moderni snobbiamo alla grande. Perché leggere allora Omero, Sofocle, Shakespeare, Molière, Kant, Goethe, Foscolo, Leopardi, Melville, Dostoevskij, Tolstòj, Nietzsche, Strindberg, Čechov, Pirandello, Kafka e Pasolini? Semplice: sono persone più acute, più percettive, più intelligenti e più avanti di noi.

 

“Il viaggio nel passato” di Stefan Zweig

Recensione del racconto “il viaggio nel passato” di Stefan Zweig, edito da Ibis

La copertina del libro dice già tutto: una coppia che si saluta prima che uno dei due salga sul treno e si diriga lontano dall’amante. Sembra di vedere le tipiche cartoline d’epoca, in bianco e nero, che sicuramente chiunque di noi conserva ancora in quei comò gravidi di ricordi famigliari. Viaggio nel passato (Ibis), scritto nel 1929, è sicuramente un lungo racconto sulla conquista e perdita dell’amore. Lo scrittore Stefan Zweig però non narra una banale vicenda sentimentale ma una passione che non riesce a trovare la sublimazione carnale, perdendosi in una promessa di unione e felicità che poi verrà dissipata dal tempo.

copertina il viaggio nel passato di Stafan ZweigE di quel passato, di quel fuoco della sua giovinezza in cui le notti e i giorni si erano consumati nei tormenti, non c’era più altro che una debole luce, una quieta, buona luce di amicizia che non pretendeva niente e non costituiva pericolo

La trama del racconto

Siamo a Francoforte, in un’industria chimica dove Ludwig, un ventenne di umili origini diplomato in chimica, svolge dell’attività di laboratorio. L’azienda appartiene al consigliere G. che è un ricco imprenditore, sposato con una donna splendida. Ludwig lavora molte ore al giorno e non si ferma mai: cerca di riscattarsi economicamente e di puntare a un ceto più alto. Ludwig è però un ragazzo coscienzioso e rispettabile, per nulla arrogante, qualità che piacciono al Consigliere G. cosicché il giovane chimico diventa presto il braccio destro dell’imprenditore.

Ludwig si trasferisce nella reggia del consigliere e lì conosce la moglie, per la quale Ludwig perde subito la testa. I giorni trascorrono e tra il protagonista e la donna si accende una passione amorosa che culminerà in un ardente bacio. All’improvviso Ludwig è costretto a volare in Messico per questioni lavorative. Egli allora strappa una promessa alla donna: al suo ritorno si dichiareranno al mondo intero, o almeno questo è quello che lui vorrebbe da lei. Nel frattempo scoppia la prima guerra mondiale, Ludwig non riesce a tornare in Germania e negli anni di esilio in Sud America decide di sposarsi, mettendo al mondo dei figli.

Finito il conflitto mondiale, il protagonista torna dalla sua antica amata, ma si rende conto che l’amore per lei ha preso una piega insolita. Il desiderio ormai non può essere soddisfatto perché l’età e i cambiamenti storici hanno stravolto il contesto in cui tanti anni prima era sbocciato.

foto dello scrittore Stefan Zweig
Stefan Zweig – scrittore

Non appartiene alla natura umana vivere soltanto di ricordi e così, come le piante e ogni altro prodotto della terra traggono nutrimento dalla terra stessa e dalla luce che proviene dal cielo che filtra continuamente affinché i colori non impallidiscano e la corolla non perda i petali, anche i sogni, apparentemente così poco terreni, hanno bisogno di alimentarsi, di un po’ di sensualità, di tenerezza e di immagini che li aiutino a mantenersi desti, altrimenti il sangue coagula e la loro luminosità impallidisce

Vortice e oblio temporale

Il volumetto ha una struttura narrativa molto interessante: le prime pagine sono dedicate alla riunione dei due amanti alla stazione di Francoforte. Da lettore, mi sono sentito disorientato. L’orientamento ritorna quando si sfoglia la digressione sul passato di Ludwig e sull’incontro, avvenuto tra i due prima della partenza per il Messico. Viaggio nel passato è basato sul tema dell’amore possibile; un termine che userei per tutte quelle scintille d’amore che promettevano grandi cose ma che si sono perse nella voragine del tempo. Quante volte si fantastica su una persona, sperando in una ventata di speranza e vitalità in grado di dare una scossa alle nostre aspettative sentimentali. Alcuni chiamano questo fenomeno “pensiero magico”, io lo definirei illusione.

Ludwig ha per anni pensato a una donna fantasma, idealizzandola, che poi ha perso nonostante il ricongiungimento tardivo. Il fatto è che l’avanzata dell’età ci trasforma e deforma i nostri ricordi. La persona che abbiamo amato in passato tende a scomparire, estinguendosi dalla realtà. Una metamorfosi con cui tutti, prima o poi, facciamo i conti.

Viaggio al centro di Tempo di Libri

In questo post voglio fare qualcosa di diverso. Non ci sarà la consueta recensione letteraria. Immagino che lo abbiate già capito dal titolo dell’articolo. Bene, allora facciamo un bilancio di Tempo di Libri, la fiera internazionale dell’editoria che si è tenuta dal 8 al 12 marzo presso il MiCo FieraMilanoCity. Premetto subito una cosa, ho partecipato alla fiera per ragioni lavorative. Nonostante il contrattempo professionale, ho avuto l’opportunità di girovagare per i due padiglioni in cerca di piccoli tesori da acquistare. Chi segue il mio profilo Instagram, sa bene che lo stand di cui mi sono innamorato a prima vista è stato quello di Adelphi. Il motivo non era legato alla modernità della struttura del punto vendita, bensì all’immenso e meraviglioso catalogo colorato adagiato in minimali librerie: un panorama da togliere il fiato.

Ritornando al punto, dicevo che ho girovagato per la fiera per tutto il weekend. Un fine settimana che si stava rivelando interessate anche da un punto di vista sentimentale, ma che poi non ha acquisito i favori di Cupido, peccato. Scusate il piccolo sfogo personale, ritorno istantaneamente alla cronaca libraria. Ho infatti notato che l’affluenza dei visitatori, molto bassa di venerdì, ha toccato il picco domenica: una marea di gambe accostate a piramidi di volumi. Ho provato a chiedere a qualche editore se la mia percezione fosse stata corretta, e mi hanno risposto di sì. Secondo loro, Milano non sarà mai all’altezza dei numeri esplosivi del Salone del Libro di Torino perché il capoluogo lombardo offre tantissime iniziative culturali tutto l’anno: viene dunque a mancare il concetto di “evento”, ovvero un avvenimento unico e irripetibile. Ricordo che Tempo di libri è almeno il terzo evento milanese dedicato ai libri degno di nota dopo Book Pride e Book City Milano. Ho inoltre domandato se il costo del biglietto fosse troppo alto: «Per i ragazzi ci sono molti sconti, e poi il prezzo si allinea a quello di altre fiere», ha replicato un anonimo e oscuro editore.

L’unico mio rammarico è quello di aver seguito poche presentazioni. Tra un articolo e l’altro, non sono riuscito a partecipare agli eventi più blasonati come quelli con Pippo Baudo, Massimo Recalcati, Gerry Scotti, Ivana Spagna, Silvio Muccino… Sono certo che, se conoscete i miei gusti e quello che scrivo in questo blog, troverete immediatamente gli intrusi nella precedente lista. Tuttavia, a dir la verità, ho partecipato a qualche incontro. Ne ho parlato in questo articolo Memoria e Shoah al centro di Tempo di libri che ho scritto per il magazine online Mosaico.

Chiaramente ho fatto alcuni acquisti. Curiosi? Ecco qui sotto le copertine delle mie compere:

copertina in ricordo del mio amato cane di Yoram Kaniuk PierreCercavo qualcosa di triste, o quantomeno di più tragico della mia vita amorosa, e ho scommesso tutto su questa copertina: un cane affranto e con le lacrimuccie batte senza dubbio, direi per 10 a 0, un cuore infranto. Che esistenza agra, la mia eh!, non quella della dolce bestiolina stilizzata

 

 

copertina il violino di Auschwitz

La storia che sta dietro all’ideazione di questo libro è molto commovente. Non ve la spoilero perché la trovate descritta nel libro per ragazzi. Il libro l’ho comprato per averne una copia personale, dato che un violino simile, come ho raccontato nell’articolo per Mosaico, rappresenta un pezzo fondamentale della storia della mia famiglia

 

 

copertina Kerbaker DiecimilaUn libro che parla di sé stesso. Serve altro per definire la mia scelta? Ho poi incontrato, più volte, Kerbaker durante i giorni di Tempo di Libri. Era inevitabile poiché quest’anno è stato il direttore della kermesse letteraria. In un incontro fugace, ho colto l’occasione per chiedere una sua dedica: con gentilezza mia ha donato una frase molto ironica, che tuttavia terrò privata

 

copertina book blogger ciarapicaHo voluto dare fiducia a questa giovane blogger. Spero di non pentirmene. Anche se, sfogliando velocemente le pagine del saggio, ho notato una concezione alquanto creativa del concetto di “critica letteraria”. Non voglio però nutrire i preconcetti. Vi farò sapere a lettura ultimata. Perché ho artigliato il roseo volume? Only for the topic

La vita segreta di Andrew O’Hagan

Recensione del libro “La vita segreta” di Andrew O’Hagan pubblicato da Adelphi.

Terminando La vita segreta (Adelphi) di Andrew O’Hagan, mi sono reso conto di quanto stia cambiando il rapporto tra mente e corpo nelle nostre società al tempo di Internet. La trasformazione tecnologica sta mutando persino il concetto di identità umana. Attualmente si parla molto dell’intelligenza artificiale nel campo delle smart-city (città intelligenti). In un contesto cittadino siamo da sempre stati abituati ai camion verdi della spazzatura guidati dagli operatori ecologici. In un probabile futuro non sarà più così: gli automezzi si guideranno da soli e verranno collegati ai sensori dei cassonetti. La raccolta dei rifiuti sarà automatizzata e di conseguenza diverrà più efficiente. Questo è uno dei modi in cui verrà sfruttata l’intelligenza artificiale. Però sorgono delle domande: c’è un limite all’intelligenza artificiale? Le macchine acquisiranno le facoltà intellettive dell’uomo? Per ora i pareri degli esperti sono discordanti, ma pare abbastanza chiaro che il futuro ci riserverà delle sorprese. In questo ambito, la tanto vituperata letteratura di fantascienza era stata profetica (pensiamo alle opere di autori come Bradbury, Orwell, Asimov).

copertina la vita segreta di Andrew O'HaganLe tecnologie ci stanno cambiando la vita. Le macchine hanno trasformato ed estinto molte professioni tradizionali. Nel mio caso, penso al giornalismo. Oggi per fare giornalismo bastano tre cose: uno smartphone, un collegamento internet e delle idee. Rispetto al passato c’è stata una vera e propria rivoluzione. L’evoluzione dei mezzi di comunicazione ha però influenzato la nostra visione del mondo, ha intaccato l’unicità dell’identità umana. Facebook e Instagram ci permettono di avere una vita parallela, filtrata, in cui abbiamo il controllo della nostra immagine pubblica. Manipoliamo e siamo manipolati da un fenomeno collettivo: interconnessione in tempo reale tra individui diversi. Miliardi di utenti ogni giorno pubblicano contenuti originali per distinguersi dalla massa. Ma chi è la massa?

Lo scrittore Andrew O’Hagan ha scritto un volume intitolato La vita segreta – tre storie vere dell’èra digitale che è stato pubblicato nel 2017 dalla casa editrice Adelphi. O’Hagan nel suo libro racconta tre storie dedicate alle trasformazioni del mondo digitale. Il primo capitolo è dedicato all’enigmatica figura di Julian Assange, hacker e fondatore del progetto Wikileaks; il secondo capitolo – molto avvincente e appassionante – parla invece delle identità false del deep-web; mentre il terzo e ultimo capitolo si concentra sul mitico (in tutti i sensi) inventore dei Bitcoin (valuta digitale) Satoshi Nakamoto. Qual è il filo conduttore di queste tre storie? O’Hagan scrive: «È nata una storia su come un io digitale e un io reale possano essere perennemente in conflitto […] i problemi umani sono sempre gli stessi, e il sofisticato lavorio dei computer non può cambiare questo dato di fatto». Dunque lo scrittore scozzese sostiene che oggi esistano uomini che “infestino come fantasmi la macchina scintillante, e che suscitano più di un dubbio”. Palese, tra le righe, il riferimento all’espressione Ghost in the Machine creata dal filosofo Gilbert Ryle nel saggio intitolato Il concetto di mente del 1949 per riferirsi al dualismo cartesiano tra mente e corpo.

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Andrew O’Hagan – scrittore

«In un mondo in cui ognuno può essere chiunque, e dove essere reali non conta poi molto, ho voluto risalire all’uomo e ai suoi problemi, ed è questo che guida le mie storie, la nozione che i nostri computer non sono ancora noi stessi. Nella casa degli specchi, quelli che vediamo sono solo dei riflessi», spiega O’Hagan nella prefazione a La vita segreta.

Seppur breve, il capitolo che mi è piaciuto di più è quello intitolato L’invenzione di Ronnie Pinn. «Alcuni di noi fingono di avere relazioni che non hanno, solo per il senso di libertà che ne ricavano, e alcuni per la stessa ragione ricorrono alla pornografia. La costruzione del finto Ronnie trascese la creazione di un personaggio letterario: divenne qualcosa di personale, come vivere un’altra vita, un po’ come un attore, cercando non solo di imitare l’esperienza di una persona possibile, ma anche di vedere se fossi in grado di sviluppare nei suoi confronti un senso di realtà e di empatia», questo è il breve riassunto della seconda parte del libro. O’Hagan infatti racconta di aver scovato le generalità di un suo coetaneo, Ronald Alexander Pinn (morto a 20 anni nel 1984), presso il cimitero di Camberwell. Lo scrittore ha voluto fare un esperimento: riportare in vita il giovane defunto trasportandolo nel mondo virtuale. La simulazione ha avuto un incredibile successo e ha dato alla luce un “digividuo”. Per dare legittimità a Ronnie è servito un falso certificato di nascita: «I certificati avviano un processo di legittimazione: se si dispone di un certificato di nascita si possono ottenere altri documenti, e in questo modo si consolida la ‘leggenda’ di un’identità fittizia», sottolinea l’autore. Ronnie quindi si iscrive ai socialnetwork e incomincia ad avere alcuni amici digitali come lui. Facebook è lo strumento perfetto per assecondare una vita inventata.

pexels-photo-265626.jpegSfogliando le pagine, mi sono poi imbattuto nel termine Weavrs. I Weavrs sono “dei robot per social media dotati di personalità che pubblicano post sui loro sentimenti, i loro spostamenti, le loro esperienze”. Non è inquietante? Non finisce qua. Questi Weavrs possono anche creare dei blog, estraendo dati dai social media: vere e proprie personalità creatrici del web. Inoltre ho scoperto che le identità digitali fittizie vengono create per fare spionaggio industriale, indagini di polizia, sorveglianza governativa, marketing e pubbliche relazioni. Esistono persino operazioni di False flag per danneggiare la reputazione di qualcuno diffondendo materiale falso a suo nome.

Per concludere, come scrive O’Hagan ne la sua La vita segreta: «La nostra esperienza del web deve fare i conti con la percezione di ciò che il web sta diventando nelle mani di chi ne abusa. Questa tecnologia è ormai un sistema di sorveglianza, una fabbrica di menzogne, un congegno portatile di marketing, una bacheca aziendale, una piattaforma globale per dogmatici e fanatici, oltre che un pratico strumento per potenziare la propria vita».

“Il giovane Holden” di J.D. Salinger

Recensione del romanzo “Il giovane Holden” di J.D. Salinger (Einaudi)

Tutti, o quasi, almeno una volta nella vita, hanno letto o sfogliato le pagine de Il giovane Holden (pubblicato nel 1951 da Einaudi) di J.D. Salinger. Un romanzo che, per cliché o per superficialità, è ritenuto dai moderni pedagoghi una lettura fondamentale per la crescita intellettuale di un ragazzino/adolescente. Ho percorso anch’io questo iter, non pensate male. La lettura de Il giovane Holden mi fu commissionata quando avevo su per giù 12-13 anni – la memoria non aiuta molto quando si scende nei particolari. Cosa compresi dalle vicende di Holden Caulfield? Assolutamente nulla. Ho sempre avuto il vago ricordo di un brano del libro in cui il protagonista del romanzo si scazzottava con un ragazzo e poi fuggiva via nella neve con addosso un cappotto e un cappello rosso (un ricordo letterario scombinato e mescolato con altre scene del libro).

il giovane holden copertinaHolden non è affatto uno stereotipo ma lo considero un personaggio archetipo. A parte questa considerazione, il romanzo di Salinger racconta il vagabondaggio newyorkese di Holden dopo essere fuggito dall’Istituto Pencey (Agerstown, Pennsylvania): «Mi avevano sbattuto fuori. Dopo Natale non dovevo più tornare, perché avevo fatto fiasco in quattro materie e non mi applicavo e le solite storie». La narrazione è ambientata nel dopo guerra, alcuni critici affermano verso la fine degli anni Quaranta. Per entrare nello specifico, l’evasione di Holden avviene nel periodo natalizio, pochi giorni prima del ritorno a casa per trascorrere con la sua famiglia le vacanze di Natale. Holden ha uno stretto rapporto con i suoi fratelli: D.B. scrittore affermato e sceneggiatore di Hollywood, Phoebe ragazzina arguta e Allie il fratello morto di leucemia. Colgo l’occasione per fare una piccola precisazione sulla trama del romanzo. Il valore del libro non è tanto l’intreccio ma il linguaggio utilizzato dall’io narrante. Il libro è dunque interessante non per cosa racconta ma per come la materia narrativa è esposta. In estrema sintesi, la vicenda di Holden è divisa in tre atti: 1. Fuga dalla scuola, 2. Nomadismo cittadino, 3. Dialogo con Phoebe. Tutto qua.

new york 1950
Una New York degli anni ’50 sommersa dalla neve

«Avevo sedici anni, allora, e adesso ne ho diciassette, e certe volte mi comporto come se ne avessi tredici», una frase estremamente lucida per un ragazzo che si trova in un centro psichiatrico. Holden racconta la storia del suo vagabondaggio mentre è in cura – questa modalità narrativa mi ricorda molto La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Holden è un ragazzo di un metro e ottanta molto inquieto, con i capelli grigi tagliati a spazzola. È un giovane scisso: sperimenta un’impossibile riconciliazione tra il suo istinto infantile e la pulsione della maturità. Holden fuma, beve, bestemmia, accudisce la sorellina ma allo stesso tempo fa a botte con i suoi coetanei, ha paura del sesso, maltratta il proprio corpo senza rimorsi e non dà valore al denaro: «Io me ne infischio, però certe volte mi secco quando la gente mi dice di comportarmi da ragazzo della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più vecchio di quanto sono – sul serio – ma la gente non c’è caso che se ne accorga». Il giovane newyorkese odia tutto e tutti. Non sopporta i suoi compagni di scuola (Stradlater e Ackley), gli fa schifo il cinema e sputa veleno sull’aria blasé dei frequentatori dei night.

Salinger foto
J.D. Salinger – scrittore

L’io narrante inevitabilmente manipola il punto di vista del lettore. Sfogliando le pagine, non ci si rende conto della schizofrenia di Holden. Il ragazzo è più volte allontanato dai suoi conoscenti. Anche il fatto che Holden cerchi di raggiungere i suoi amici telefonicamente nel cuore della notte evince una mentalità borderline. Holden è sicuramente un ragazzo malato: soffre di una potente depressione. La patologia è scaturita dalla morte dell’amato fratello Allie. Lo spiega lo stesso Holden, descrivendo il guantone da prenditore (in inglese catcher, vi dice qualcosa?) infarcito di poesie del fratello scomparso: «Ora è morto. Gli è venuta la leucemia ed è morto quando stavamo nel Maine, il 18 luglio del 1946 […] Aveva solo tredici anni e loro volevano farmi psicanalizzare e compagnia bella perché avevo spaccato tutte le finestre del garage. Non posso biasimarli. No, francamente. Ho dormito nel garage, la notte che lui è morto, e ho spaccato col pugno tutte quelle dannate finestre, così, tanto per farlo».

Little Shirley Beans copertina discoLa depressione di Holden si acutizza per colpa della società newyorkese. Come spiega il protagonista, New York è una città crudele che non guarda in faccia nessuno. Quello che conta a New York è quanto denaro hai e non quello che sei. Mi hanno sconvolto alcune frasi buttate a caso nei lunghi monologhi di Holden – soliloqui dedicati a vari personaggi incontrati in passato – rivolte al suicidio come “in realtà, però, avevo voglia di suicidarmi”. Holden vive sul filo del rasoio, i suoi professori lo sanno benissimo – la cosa mi ha fatto incazzare. Gli adulti che interagiscono con Holden sanno solo spendere parole di conforto ma non fanno nulla di concreto. Holden è il frutto avvelenato di una società malata che non sa più affrontare la complessità dell’esistenza umana. La vita di Holden si è frantumata come il disco Little Shirley Beans, comprato per la sorellina Phoebe: «Mi cadde di mano il disco della vecchia Phoebe. Si ruppe in cinquanta pezzi a dir poco. Era in una grossa busta e tutto quanto, ma si ruppe lo stesso. A momenti piangevo, mi sentivo in un modo terribile, ma non feci altro che tirare fuori i pezzi della busta e mettermeli nella tasca del soprabito. Non servivano più a un accidente, ma non me la sentivo di buttarli via». Non è così però. Nella vita è possibile ricomporre i pezzi e andare avanti. Ciò che non ci distrugge ci fortifica. Frase strainflazionata ma reale. I pezzi di Holden vengono raccolti dalla sorellina Phoebe, vera salvatrice e punto di riferimento del protagonista: «Allora le dissi del disco. – Senti, ti avevo comprato un disco, – le dissi. – Però l’ho rotto venendo a casa -. Tirai fuori i pezzi dalla tasca del soprabito e glieli feci vedere. – Ero sborniato, – dissi. – Dammi i pezzi, – disse lei. – Li conservo -. Me li tolse subito di mano e li mise nel cassetto del comodino. Mi lascia secco, quella ragazzina».

La vicenda de Il giovane Holden ci insegna che i momenti bui della vita possono essere rischiarati dal rapporto con le persone amate. Nelle società moderne è sempre più difficile scovare dei sentimenti autentici, perché nelle metropoli tutti usano e sono usati da tutti: i valori d’uso e di scambio prevalgono su quelli sentimentali. La visione metropolitana disgrega gli esseri umani e Holden lo ha sperimentato sulla propria pelle. Gli uomini più sensibili sono destinati a una lunga agonia se non trovano un’adeguata ancora di salvezza.

Questo libro fa parte della lista Dorfles.

“Uno studio in rosso” di Arthur Conan Doyle

Recensione del romanzo “Uno studio in rosso” di Arthur Conan Doyle.

«Il delitto più banale è spesso il più misterioso poiché non presenta caratteristiche nuove o particolari da cui si possono trarre delle deduzioni». Ho deciso di introdurre il post su Uno studio in rosso (Mondadori) di Arthur Conan Doyle con una frase del celeberrimo investigatore privato Sherlock Holmes mentre riflette su un caso di omicidio che sembra apparentemente irrisolvibile: un uomo morto è stato ritrovato in una casa disabitata di Londra. Non c’è nessun segno di colluttazione e nessuna ferita sul cadavere. Come è possibile? L’assassino sarà forse un fantasma? Perché sul muro c’è la scritta RACHE? Scotland Yard (la polizia londinese) brancola nel buio. Non sa più a che santo affidarsi. Solo una persona può risolvere il caso e questo individuo è certamente Sherlock Holmes.

pexels-photo-268460.jpegUno studio in rosso è la pubblicazione capostipite del moderno romanzo poliziesco. Il libro fu pubblicato nel 1887. Come scrive Hugh Greene nella sua prefazione al libro del 1974, Conan Doyle vendette il copyright di Uno studio in rosso all’editore Ward, Lock & Co. per 25 sterline. Le avventure di Holmes e Watson sono un caso editoriale tuttora vivo e vegeto. I gialli di Conan Doyle hanno persino ispirato blockbuster americani e una serie tv di grandissimo successo. Pensandoci bene, non ho ancora parlato della spalla dell’investigatore inglese. Non sapete chi sia Watson? Impossibile! Nel dubbio ve lo spiego in due secondi: John Watson, medico militare in congedo dalla seconda guerra anglo-afghana, è il coinquilino/socio di Holmes. Il medico vive con l’investigatore nell’appartamento del 221B di Baker Street (Londra). Grazie alla sua curiosità e al suo scetticismo è entrato nell’immaginario comune attraverso la arcinota sentenza “Elementare Watson!”

copertina studio in rossoUno studio in rosso è un giallo strutturato bene, spedito e dilettevole: la digressione sul deserto del Colorado – contenuta nella parte seconda e intitolata Il paese dei santi – è davvero sublime. Ho prevalentemente letto il volume negli spostamenti metropolitani durante il mio periodo di lezioni universitarie. Sfogliando nervosamente le pagine, mi sono reso conto di quanto sia così affascinante il personaggio di Sherlock Holmes: le sue pratiche investigative basate sull’intuizione e su un rigoroso procedimento scientifico sembrano riti magici da castello di Hogwarts. L’intelligenza di Holmes è straordinaria. Non c’è a Londra un investigatore migliore. Egli è infatti il pioniere di una nuova tecnica d’indagine che si basa sostanzialmente sullo studio assiduo della chimica e della storia dei passati casi di delitti risolti dalla polizia. Però Holmes ha anche dei difetti. Ce li spiega nel dettaglio il suo amico e sodale Watson: «La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. In fatto di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica, sembrava che Holmes sapesse poco o nulla. Una volta mi accadde di citare Thomas Carlyle. Mi chiese nel modo più ingenuo chi era e che cosa aveva fatto. Ma la mia meraviglia giunse al colmo quando scoprii casualmente che ignorava la teoria di Copernico nonché la composizione del sistema solare. Il fatto che un essere civile, in questo nostro diciannovesimo secolo, non sapesse che la terra gira attorno al sole mi pareva così straordinario che stentavo di capacitarmene».

Foto di Arthur Conan Doyle
Arthur Conan Doyle – scrittore

Prendendo spunto da questa citazione, mi azzarderei ad affermare che Sherlock Holmes sia la metafora del trionfo della tecnica e del progresso. Oggi come nella fine dell’Ottocento, la scienza è in grado di offrire risposte a fatti che nel passato risultavano inspiegabili. Rispetto a Sherlock Holmes abbiamo a disposizione delle nuove tecnologie che ci permettono di accrescere le nostre competenze, arricchendo la nostra esistenza. Sherlock è il trionfo dello studio e dell’abnegazione professionale. Si presenta però un problema: cosa ce ne facciamo di queste cose quando dimentichiamo il contesto e il mondo in cui viviamo, rinchiudendoci dentro a scatole mentali che limitano i nostri orizzonti conoscitivi? Credo che il protagonista di Uno studio in rosso risponderebbe che il mondo è nostro e che tutti i suoi aspetti hanno una matrice di causa ed effetto. Nulla è lasciato al caso. Una filosofia appropriata ad un cinico investigatore.

Il libro fa parte della lista Dorfles.