Colazione da Tiffany di Truman Capote

Nel 1943 l’Europa era ancora incasinata dalla seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti, geograficamente lontani dal conflitto, risentivano comunque della lotta armata poiché avevano deciso di intervenire contro la coalizione capeggiata dalla Germania nazista. Ad una fotografia di deportazioni, uccisioni e disperazione si contrappone invece l’istantanea della vitalità e dell’anticonformismo newyorkese di Holly Golightly, la protagonista di Colazione da Tiffany. Il romanzo del giornalista e scrittore Truman Capote esce nel 1958 in un’America preoccupata dalla Guerra fredda, che mal sopportava la trasgressione, preferendo i valori della patria legati a una consolidata convenzione sociale. Il modello americano di quei tempi tendeva ad appiattire le differenze per creare una sorta di unificazione morale dei costumi degli americani per combattere l’aggressione politica e culturale dell’Unione sovietica. Capote concepisce dunque un romanzo che scardina questi schemi mentali e rimette in discussione un tipo di società che emargina gli individui più eccentrici, considerati una differenza da normalizzare.

copertina colazione tiffanyIl protagonista e narratore è proprio Truman Capote che racconta al lettore in che modo e perché sia stato colpito dalla storia di Holly Golightly, una ragazza di 19 anni che vive in un appartamentino della New York del 1943. Nelle prime pagine del libro, scopriamo che Holly è scomparsa e che probabilmente è stata avvistata in Africa. Perché Holly è finita nel continente africano? Lo saprete solo alla fine del romanzo. «Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell’appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano. Stampato con una certa eleganza formale, il biglietto diceva: Signorina Holiday Golightly, e sotto, in un angolo: in transito. Cominciò a perseguitarmi come un canzonetta: Signorina Holiday Golightly, in transito», così Capote viene a conoscenza dell’esistenza della protagonista. L’incontro tra i due avverrà in un secondo momento quando Holly chiederà allo scrittore di essere ospitata nel suo appartamento per sfuggire alle insistenze di un proprio amante.

Capote viene colpito dal modo sbarazzino e blasè di Holly: classica ragazza da metropoli, tutta moda e apparentemente superficiale. Un esempio di questa scioltezza mondana l’ho osservata nel dialogo in cui i due personaggi discutono di scrittura: «Con occhi sprezzanti, tornò ad osservare la stanza. “Che cosa fate qui voi, tutto il giorno?” Con un cenno del capo, indicai un tavolo carico di libri e di carte. “Scrivo.” “Credevo che gli scrittori fossero vecchissimi. Saroyan non è vecchio, lo so. L’ho conosciuto a una festa, e non è affatto vecchio. Anzi,” continuò, meditabonda, “se si fosse fatto meglio la barba… a proposito, è vecchio Hemingway?».

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Truman Capote – scrittore e giornalista

Nelle pagine seguenti Holly viene così definita da un altro suo amante occasionale: “la tipica ragazza della quale si legge sui giornali quando sbatte giù un flacone di barbiturici”. Qual è la colpa della giovane donna? Sicuramente il fatto di essere anticonformista in tutto: feste, relazioni, abiti, arredamento domestico. A proposito di quest’ultimo, Capote lo affresca così: «La sua camera da letto era in armonia con il salotto, perpetuava la stessa atmosfera da campeggio: casse e valige, tutte chiuse e pronte per essere portate via, come la proprietà di un criminale che si sente la giustizia alle calcagna», con il senno del poi, questa descrizione dà al lettore un importante indizio sul finale del romanzo.

I comportamenti estremi e allegri di Holly («Sono sempre un asso, io, quando si tratta di scandalizzare il prossimo») nascondono una personalità complessa e un passato problematico. La protagonista è concentrata solo sul presente e mette in secondo piano le coordinate passate e future della sua esistenza. Holly incarna l’uomo post-moderno che vive di simulacri e costruzioni immaginarie. La protagonista però, in una certa maniera, materializza le sue inclinazioni in una turbinosa vita spericolata attendendo un futuro risolutore. Come Vladimiro ed Estragone di Aspettando Godot, Holly si perde nei suoi discorsi, scollandosi dalla realtà e sprofondando talvolta in una subdola nostalgia che è sempre in agguato: «Non voglio dire che non mi interessi diventare ricca e celebre. Sono cose che ho in programma, e un giorno o l’altro cercherò di raggiungerle; ma, se dovesse succedere, il mio ego me lo voglio portare appresso. Voglio essere ancora io quando mi sveglierò una bella mattina e andrò a fare la prima colazione da Tiffany». Holly specifica perché si rechi spesso in quel negozio: «Ma non è per questo che vado pazza per Tiffany. Sapete quei giorni, quando vi prendono le paturnie? […] Le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente, ma non si sa che di che cosa si ha paura. Si sa che sta per capitarci qualcosa di brutto, ma non si sa che cosa». Ho infatti imparato una parola nuova, il sentimento che Holly ha descritto viene definito angst. Questo termine tedesco si riferisce ad un sentimento di timore e di angoscia che pervade la quotidianità di una persona. Cosa fa la nostra protagonista quando l’angst s’impossessa dei suoi pensieri? «Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. È una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d’argento e di portafogli di coccodrillo. Se riuscissi a trovare un posto vero e concreto dove abitare che mi desse le medesime sensazioni di Tiffany, allora comprerei un po’ di mobili e darei un nome al gatto».

Insomma, Colazione da Tiffany è un’ottima lettura per comprendere l’azione dell’anticonformismo nella società moderna. Credo che l’omonimo film, interpretato magnificamente da Audrey Hepburn, abbia stravolto il messaggio originario del romanzo di Capote. Il film cult ha edulcorato una vicenda che non ha affatto un finale da fiaba in salsa Disney. Dopo aver finito il libro mi sono chiesto: se domani dovessi incontrare Holly sul mio pianerottolo, come mi comporterei? Sarei giudice o sodale?

Questo libro fa parte della lista Dorfles.

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Carlo Levi e l’uso della letteratura per fare critica sociale

Recensione del romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, edito da Einaudi.

«I tre fantasmi bianchi picchiavano senza misericordia chi veniva a tiro, senza distinguere, poiché una volta tanto tutto era lecito, fra Signori e contadini, e tenevano tutta la strada in salti obliqui, presi dal furore, gridando invasati, scotendo nei balzi le bianche penne, come degli amok incruenti, o dei danzatori di una sacra danza del terrore». Il caso ha voluto che questo passo di Cristo si è fermato a Eboli mi sia capitato tra le mani nel periodo di Halloween. Ogni 31 ottobre dell’anno si ripetono le solite considerazioni su questa recente festa: “è un’americanata”, “importiamo sempre il peggio delle altre culture”, “abbiamo già il carnevale! Che senso ha celebrare la morte?”. Forse sull’argomentazione della “festa importata” si può cambiare idea. Come testimonia Levi nel suo romanzo, in Lucania negli anni Trenta si festeggiava una simile ricorrenza. I bambini andavano in giro con il viso impiastricciato di nero per simulare dei baffi. Gagliano, il paese in cui lo scrittore doveva scontare il confino, era molto povero e i ragazzini non potevano permettersi delle maschere. Carlo Levi si propose di fabbricargliele: «Mi misi all’opera, e feci con dei cilindri di carta bianca con dei buchi per gli occhi, una maschera per ciascuno, assai più grande del viso, che restava tutto coperto. Non so perché, ma forse per il ricordo delle funebri maschere contadine, o spinto senza volerlo, dal genio del luogo, le feci tutte uguali, dipinte di bianco e di nero, e tutte erano teste di morto, con le cavità nere delle occhiaie e del naso, e i denti senza labbra. I bambini non si impressionarono, anzi ne furono felici, e si affrettarono a infilarne, ne misero una anche al muso di Barone, e corsero via, spargendosi in tutte le case del paese. Era ormai sera, e quella ventina di spettri entravano gridando nelle stanze appena illuminate dai fuochi rossi dei camini, e dai lumi a olio ondeggianti. Le donne fuggivano atterrite: perché qui ogni simbolo è reale, e quei venti ragazzi erano davvero, quella sera un trionfo della morte».

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Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (1945)

L’autore di queste parole è Carlo Levi che nel suo diario-romanzo, pubblicato nel 1945 da Einaudi, descrive il confino inflittogli dal regime littorio. Mussolini utilizzava questa pena per neutralizzare e controllare gli oppositori politici interni ed esterni al suo partito. Carlo viveva a Torino, dove si laureò in medicina. Lo scrittore però aveva consacrato la propria vita all’arte, e quindi preferì fare il pittore invece che il medico. Dopo l’avvento del Fascismo, nella città sabauda incominciarono a crearsi dei gruppi di opposizione. In questo ambito Carlo collaborò con l’intimo amico Piero Gobetti (figura centrale dell’editoria italiana a cui sicuramente dedicherò spazio in futuro) ed è uno dei fondatori di Giustizia e Libertà. Come si legge nella prefazione dell’edizione degli Oscar Mondadori, più volte incarcerato, nel 1935 venne confinato in Lucania. Cristo si è fermato a Eboli nasce appunto da questa esperienza.

«Mi pareva di essere un verme chiuso dentro una noce secca. Lontano dagli affetti, nel guscio religioso della monotonia, aspettavo gli anni venturi, e mi pareva di essere senza base, liberato in un’aria assurda, dove era strano anche il suono della mia voce», scrive Levi a proposito della sua condizione da confinato. La Lucania degli anni Trenta non è affatto un luogo ospitale. Come suggerito dal titolo, è un posto abbandonato da Dio dove la popolazione più povera, i contadini, sopportano le angherie del ceto borghese che è sostenitore del fascismo. A Gagliano tutto sommato lo scrittore venne accolto molto bene. Il fatto che fosse un medico, un vero medico, indusse la popolazione affetta dalla malaria a coltivare un barlume di speranza. I contadini infatti non potevano curarsi perché nel loro paese natio non c’erano dottori ma solo “medicaciucci, non medici cristiani”. Levi li apostrofa così perché questi finti dottori “di medicina non sanno più nulla, se pure ne hanno mai saputo qualcosa”. I guaritori non hanno preparazione: «I rottami delle perdute conoscenze galleggiano senza più senso, in un naufragio di noia, su un mare di chinino, medicina unica per tutti i mali». Gli abitanti allora incominceranno a presentarsi da Levi ed egli sarà costretto a esercitare un mestiere mai fatto, quello di dottore. Come si evince dalla narrazione del pittore torinese, non era affatto facile procurarsi i medicinali perché in Lucania scarseggiavano le farmacie, e quelle poche che c’erano non avevano neppure strumenti di base come gli stetoscopi. Il protagonista però verrà intralciato dai medicaciucci che lo denunzieranno per “abuso di professione”. Così i fascisti gli negheranno il permesso di visitare i malati di Gagliano.

foto di Carlo Levi
Lo scrittore Carlo Levi

Cristo si è fermato a Eboli non è solo un bel romanzo ma anche una documento storico delle società contadine degli anni Trenta. Leggendo le sue descrizioni etnografiche, il mio pensiero si è rivolto alle immagini dei bambini africani delle varie pubblicità televisive dell’Unicef. Non credo di dire qualcosa di sbagliato, se affermo che molte zone del Meridione descritte da Levi assomigliavano alla povertà africana che oggi osserviamo nei nostri schermi a led attraverso gli spot delle ONG. La malaria era infatti presente nelle campagne della Basilicata: «Di bambini ce n’era un’infinità. In quel caldo, in mezzo alle mosche, nella polvere, spuntavano da tutte le parti, nudi del tutto o coperti di stracci. Io non ho mai visto una tale immagine di  miseria: eppure sono abituata, è il mio mestiere, a vedere ogni giorno decine di bambini poveri, malati e maltenuti. Ma uno spettacolo come quello di ieri non l’avevo mai neppure immaginato. Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili, e non le scacciavano neppure con le mani. Sì, le mosche gli passeggiavano sugli occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma», il brano che avete letto condensa i pensieri di Luisa Levi, sorella di Carlo e anche lei medico come il fratello. «Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi come dei vecchi, e scheletriti per la fame; i capelli pieni di pidocchi e di croste. Ma la maggior parte avevano delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria», conclude Luisa Levi che aveva attraversato Matera per raggiungere il fratello confinato.

Foto di Gagliano - Basilicata
Foto di Gagliano – Basilicata

Cristo si è fermato a Eboli suggerisce tanti temi su cui riflettere. L’ultimo che voglio affrontare è quello legato al problema meridionale, che neppure una dittatura riuscì a risolvere. Nelle pagine finali del romanzo, Levi sostenne che i piani centralizzati avrebbero portato dei benefici pratici ma “sotto qualunque segno sarebbero restate due Italie ostili”. Qui Carlo Levi si riferiva all’enorme gap sociale ed economico tra il Nord e Sud, presente ancora ai giorni nostri. Egli affermò che il sud aveva sostanzialmente tre problemi: «(1) Siamo innanzitutto di fronte al coesistere di due civiltà diversissime, nessuna delle quali è in grado di assimilare l’altra […] La civiltà contadina sarà sempre vinta, ma non si lascerà mai schiacciare del tutto, si conserverà sotto i veli della pazienza, per esplodere di tratto in tratto. (2) Il secondo aspetto è quello economico: è il problema della miseria. Quelle terre si sono andate progressivamente impoverendo; le foreste sono state tagliate, i fiumi si sono fatti torrenti, gli animali si sono diradati, invece degli alberi, dei prati e dei boschi, ci si è ostinati a coltivare il grano in terre inadatte. Non ci sono capitali, non c’è industria, non c’è risparmio, non ci sono scuole, l’emigrazione è diventata impossibile, le tasse sono insopportabili e sproporzionate: e dappertutto regna la malaria. (3) Infine c’è il lato sociale del problema […] Il vero nemico, quello che impedisce ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile ai contadini, è la piccola borghesia dei paesi. È una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale». Parole dure ma necessarie quelle di Levi sul Meridione.

In questo post sul capolavoro di Carlo Levi si potevano scrivere tante cose, ma ho voluto comunque evitare errate sintesi proponendo il limpido pensiero del pittore torinese, che nell’epoca attuale ha ancora molto da insegnare. Cristo si è fermato a Eboli è un libro da leggere per capire un pezzo di storia d’Italia che influenza tutt’ora l’attualità del Paese a forma di stivale.

Il libro fa parte della lista Dorfles.

Editoria Multimediale. Quello che non sappiamo (I parte)

Mi bastano davvero due righe per spiegare questo titolo. Da questo venerdì fino a maggio pubblicherò contenuti incentrati sull’editoria multimediale. Cercherò di illustrarvi ciò che ho appreso leggendo diversi testi che analizzano questo argomento.

Prima di affrontare i temi più caldi dell’editoria digitale devo incominciare a parlare di un termine che ha rivoluzionato la mia e la nostra scrittura: l’ipertesto.

Che cos’è allora questo ipertesto? Un ipertesto è una serie di documenti collegati tra loro tramite una parola chiave. Faccio un esempio pratico. Se ora parlo di web posso citare un mio vecchio articolo e proporvelo tramite parola chiave o concetto: scrittura nel web.

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Theodor Nelson

Quando leggiamo un libro, la lettura del testo è normale. Invece in un ipertesto si procede da un nodo all’altro tramite hyperlink.Uno dei grandi teorici del web, Theodor Nelson nel 1977 diceva che la sequenza unica in un testo non va bene a tutti perché è frutto delle scelte di un autore che possono non essere condivise dal lettore. Umberto Eco invece diceva che più collegamenti ci sono e più ci sembra di avere una parvenza di libertà ma in realtà siamo sempre obbligati a fare un determinato percorso.

Nelson sosteneva inoltre che un testo non sequenziale tende a ramificarsi e permette al lettore di effettuare delle scelte personali e questa tipologia di testo è adatta soprattutto per uno schermo interattivo, e tale affermazione fu fatta nel 1965.

Ipertesto quindi è un termine inventato da Nelson che lo definì come “una serie di pezzi di testo, collegati fra loro, che favoriscono un percorso di lettura”.

Però nel tempo sono state formulate altre definizioni di ipertesto. George P. Landow sosteneva inoltre che un ipertesto fossero dei blocchi di testo legati tra di loro attraverso collegamenti elettronici.

Jean Clément parla di ipertesto narrativo arrivando a definire il romanzo ipertestuale che può essere costruito da documenti non gerarchizzati che il lettore può attivare e permette un rapido accesso a ciascuno degli elementi costitutivi dell’insieme. 

Francesca Tomasi ha semplificato ulteriormente le cose e ha definito l’ipertesto come ogni forma di testualità che si presenta suddivisa in blocchi collegati fra loro con dei link.

ipertestoNelson inoltre parlò anche di Ipermedium e riprendo dunque la definizione di Wikipedia che dice: “Ipermedia o ipermedialità è un termine generico, derivato da ipertesto, che integra una raccolta di informazioni eterogenee, quali grafica, audio, video e testo, connessi tra loro in maniera non sequenziale. Il termine è un’evoluzione del termine multimedia, o multimedialità . Questo vocabolo venne usato per la prima volta da Ted Nelson in un articolo del 1965. Un classico esempio è il World Wide Web“.

Ci sono tre forme di ipertesto:

  • a struttura assiale, è simile a quella che troviamo nei libri, per esempio le note. E’ una struttura poco più complessa del libro di carta.
  • a struttura gerarchica, ci sono almeno nodi di tre livelli, per capirci il modello è quello del sito e della sua homepage. Viene utilizzata in ambito didattico per dare completezza all’informazione.
  • a struttura a rete, nasce in ambito pubblicitario e appare su Amazon quando ci vengono suggeriti gli acquisti. E’ un metodo utilizzato per farci comprare. In questa struttura un nodo finisce nell’altro ed è la struttura adatta per gli smartphone perché richiede minori click rispetto alla struttura gerarchica.

L’ingegnere e tecnologo americano Vannevar Bush fu il primo nel dopoguerra a concepire l’idea di ipertesto che usò per decriptare i messaggi dei nemici mentre lavorava nell’esercito americano. In un suo articolo, As We may Think, afferma che la mente umana impara attraverso associazioni libere, non in modo rigoroso e sequenziale. Bush costruì una macchina ipertestuale, Memex, concepita come estensione della memoria umana.

Nelson invece ideò Xanadu, una struttura digitale in tre dimensioni, un semicerchio in cui posso muovermi e avvicinarmi ai documenti, e le parole chiave sono collegate tra loro attraverso fasci di luce (i link). I collegamenti di Nelson sono permanenti, bidirezionali e i link sono semantici. Egli afferma che per realizzare un modello del genere sia necessario identificare la fonte e poi gestire le versioni. Xanadu generò quello che oggi conosciamo come Web.

L’ipertesto può anche essere utilizzato per creare dei romanzi. L’Ipertesto Letterario ha la seguente definizione secondo Wikipedia: “Il termine romanzo ipertestuale in letteratura indica le opere ottenute dalla commistione tra romanzo e ipertesto. In qualche modo queste opere sono chiamate anche iperromanzi, come erano stati definiti da Italo Calvino prima dell’uscita dell’ipertesto dagli ambienti di ricerca. In genere con il termine iperromanzo si vuole indicare il contenuto corrispondente a certe caratteristiche di complessità, sia esso sviluppato su libro oppure su un supporto informatico; con il termine romanzo ipertestuale si indica invece la modalità elettronica e ipertestuale dell’opera di narrativa, in qualche modo indipendentemente dai suoi contenuti. Un iperromanzo realizzato in forma di romanzo ipertestuale riesce a raggiungere la sua forma più compiuta, evidenziando tramite hyperlink tutti i legami che sono intrinseci a un’opera di questo tipo ha assunto un significato più specifico e legato non solo ai contenuti del romanzo ma anche alla sua forma.

Nei romanzi ipertestuali il lettore può leggere il contenuto di una pagina (mutuando un termine di Roland Barthes tale unità di testo è stata chiamata lessìa) e, per poter proseguire la lettura, si trova a dovere scegliere quale hyperlink seguire per passare alla pagina (lessia) successiva, in tale modo realizzando un proprio percorso personale all’interno della serie di elementi predisposti e tra di loro relazionati dall’autore. Quando i romanzi ipertestuali sono realizzati con supporti informatici possono anche includere suoni, immagini, filmati e altre applicazioni, diventando così dei romanzi ipertestuali multimediali (in inglese anche chiamati hypermedia). Un romanzo ipertestuale, se costruito con una struttura complessa e a maglia, e non banalmente con una sequenza di pagine legate tra di loro in modo sequenziale, automaticamente realizza alcuni dei punti indicati da Calvino come caratteristici dell’iperromanzo”.

Il primo esempio concreto di ipertesto letterario è Afternoon, a story di Michael Joyce pubblicato nel 1990 dalla casa editrice EastGate. Su internet si dovrebbe trovare gratuitamente per Twelve Blue di Joyce. Questi romanzi sono stati creati con un software chiamato StorySpace che costa molto. L’alternativa gratuita e più performante è Twine ed è un programma usato per fare storytelling.

So che questa parte è stata un po’ noiosa ma nella prossima parleremo di Ebook.

I consigli di Luciano Bianciardi per diventare un buon intellettuale 

rodin-pensatore-640x250Esiste un’ampia gamma di manualistica e di proposte didattiche per imparare a scrivere. Alcuni di questi corsi sono tutt’altro che economici e i loro risultati spesso non ripagano il tempo e il denaro spesi.

Poi, mi chiedo, è possibile trapiantare un talento? Qua si aprirebbe una lunga diatriba: la scrittura è un dono o un’abilità da sviluppare? Per ora non voglio dibattere su quest’argomento.

Secondo Luciano Bianciardi però è possibile apprendere utili trucchetti per diventare, almeno in apparenza, un famoso e apprezzato intellettuale.

E’ chiaro che sta al lettore selezionare la giusta chiave di lettura. La mia è quella che chiama in causa la provocazione intellettuale. La struttura di guida è solo un pretesto per rendere interessante e curiosa una sorta di critica all’élite culturale del tempo.

pravd1oParticolarmente ispirata è l’ultima parte in cui Bianciardi fa un ampio utilizzo delle metafore calcistiche per ribadire un fondamentale concetto: conta la strategia e non la bravura.

In questo sapido volumetto è dunque concentrato tutto lì Bianciardi pensiero che, sappiamo benissimo noi tutti, non si risparmiò mai dal denunciare i molti difetti della società italiana del 1967. La lettura di questo libro può essere considerata anche un viaggio nel tempo: vengono citati Togliatti e Fanfani – c’è ancora qualcuno tra i millennials che li ricordi?

Non sono un grande esperto del letterato, non ci ho fatto una tesi di laurea, ma ho letto La vita agra e mi è piaciuto tantissimo. Ammiro molto Bianciardi soprattutto per la sua verve polemica senza filtri: una lucidità e uno stile per nulla prostrato ai potenti di turno. Per decenni è stato dimenticato e fortunatamente in questi ultimi anni sta avendo la giusta ricompensa per il suo lavoro culturale.

 

Cassola tra politica e realtà

carlo_cassola-211x300L’uomo che vedete in fotografia, con una splendente camicia bianca, non è un nuovo ministro del governo Renzi. Se lo avesse incontrato probabilmente non gli sarebbe dispiaciuto conoscerlo per capire quanto la politica italiana sia mutata così lentamente.

Da quello che ho letto su di lui, intuisco che in passato debba esser stato uno scrittore molto tollerante. Fu amico nei ’30 dei figli di Mussolini ma poi decise di arruolarsi nella Resistenza.

Cassola è sempre stato un anticonformista: convinto delle proprie idee si è persino permesso di criticare quel fenomeno di opposizione armata che negli anni ’60 gli causò numerosi gratta capi.

claudia-300x300 Molte critiche fioccarono anche in occasione della pubblicazione de La ragazza di Bube avvenuta da parte di Einaudi nel 1960 e il romanzo nello stesso anno vinse il Premio Strega (nella foto lo scrittore è affiancato da una bellissima Claudia Cardinale – che invidia).

Parlo di questo libro perché è l’ultimo che ho letto. Anche l’unico per dire la verità.

Mi è piaciuto a metà. La nota più positiva è rappresentata dal linguaggio e dallo stile. Per amor del cielo, se dovete acquisire un canone di scrittura, vi prego, incominciate dalla produzione letteraria di quest’uomo. E la nota più negativa? La trama. Non la sopportavo; era davvero troppo semplice. Per non parlare dell’amore eterno di Mara nei confronti di quel (inconsapevole) delinquente di Bube. Una storia troppo piatta, e infatti piace a mia madre. Non c’è nessun colpo di scena, nel senso che le cose vanno come devono andare.

Con questo pippone critico non voglio dire che il libro non si presti a letture più profonde. C’è il tema della Resistenza. Argomento molto strumentalizzato politicamente, anche nel nostro presente. Questo è ed era un tasto dolente. La pubblicazione del libro ottenne molto successo di pubblico ma le critiche degli intellettuali di sinistra furono spietate. Due in particolare;

libro_244Italo Calvino disse: “I romanzi di Cassola sono sbiaditi come l’acqua della rigovernatura dei piatti, in cui nuota l’unto dei sentimenti ricuci nati’’. Pesante?

Togliatti non fu meno duro, definì lo scrittore romano come “un diffamatore della resistenza”.

Devo dirvi la verità, queste cattiverie mi hanno reso Cassola ancora più simpatico.

Perché il web è invaso da anniversari?

Leggendo un articolo dedicato a Benedetto Croce apparso il 12 febbraio sul Corriere della Sera, sono stato colpito dall’incipit a firma di Roberto Calasso.

Le ricorrenze sono ingannevoli. Fanno credere che si celebrino o si ricordino sempre le stesse cose come immobilizzazioni della memoria, incrostazioni del passato. Ma non è così. Il lavoro ineludibile e inesorabile del tempo si esercita anche sul passato. Uno stesso passato vive quale apparve ai suoi tempi, poi quale appare al presente, e ancora vivrà quale apparirà nel futuro.

Dopo aver letto queste parole mi sono chiesto che senso hanno oggi gli anniversari? Se penso a quelli matrimoniali mi rispondo col fatto che quella data corrisponde a qualcosa di positivo, o di negativo, a seconda dei punti di vista.

E’ davvero necessario ogni giorno ricordare la nascita o la morte di personaggi famosi? Oppure bisognerebbe ricordare solo quelle cose che nel presente corrono il pericolo di essere dimenticate? Dovremmo fare una scelta. Non possiamo ricordare a caso solo per raccogliere mi piace o followers piazzando qualche nome famoso sulle nostre bacheche social.

A questo proposito vorrei citare un altro esimio intellettuale che sulla rivista Internazionale il 16 febbraio 2012 affermò:

La separazione tra ciò che deve e non deve essere ricordato determina il destino degli anniversari. Gli eventi storici più importanti secondo la storia ufficiale vengono commemorati in pompa magna (un classico esempio è l’attacco di Pearl Harbor), mentre altri anniversari sono relegati all’oblio. Strappandoli alla “non storia”, possiamo imparare molto su noi stessi.

Lo ha affermato