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Editoria Multimediale. Quello che non sappiamo (I parte)

Mi bastano davvero due righe per spiegare questo titolo. Da questo venerdì fino a maggio pubblicherò contenuti incentrati sull’editoria multimediale. Cercherò di illustrarvi ciò che ho appreso leggendo diversi testi che analizzano questo argomento.

Prima di affrontare i temi più caldi dell’editoria digitale devo incominciare a parlare di un termine che ha rivoluzionato la mia e la nostra scrittura: l’ipertesto.

Che cos’è allora questo ipertesto? Un ipertesto è una serie di documenti collegati tra loro tramite una parola chiave. Faccio un esempio pratico. Se ora parlo di web posso citare un mio vecchio articolo e proporvelo tramite parola chiave o concetto: scrittura nel web.

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Theodor Nelson

Quando leggiamo un libro, la lettura del testo è normale. Invece in un ipertesto si procede da un nodo all’altro tramite hyperlink.Uno dei grandi teorici del web, Theodor Nelson nel 1977 diceva che la sequenza unica in un testo non va bene a tutti perché è frutto delle scelte di un autore che possono non essere condivise dal lettore. Umberto Eco invece diceva che più collegamenti ci sono e più ci sembra di avere una parvenza di libertà ma in realtà siamo sempre obbligati a fare un determinato percorso.

Nelson sosteneva inoltre che un testo non sequenziale tende a ramificarsi e permette al lettore di effettuare delle scelte personali e questa tipologia di testo è adatta soprattutto per uno schermo interattivo, e tale affermazione fu fatta nel 1965.

Ipertesto quindi è un termine inventato da Nelson che lo definì come “una serie di pezzi di testo, collegati fra loro, che favoriscono un percorso di lettura”.

Però nel tempo sono state formulate altre definizioni di ipertesto. George P. Landow sosteneva inoltre che un ipertesto fossero dei blocchi di testo legati tra di loro attraverso collegamenti elettronici.

Jean Clément parla di ipertesto narrativo arrivando a definire il romanzo ipertestuale che può essere costruito da documenti non gerarchizzati che il lettore può attivare e permette un rapido accesso a ciascuno degli elementi costitutivi dell’insieme. 

Francesca Tomasi ha semplificato ulteriormente le cose e ha definito l’ipertesto come ogni forma di testualità che si presenta suddivisa in blocchi collegati fra loro con dei link.

ipertestoNelson inoltre parlò anche di Ipermedium e riprendo dunque la definizione di Wikipedia che dice: “Ipermedia o ipermedialità è un termine generico, derivato da ipertesto, che integra una raccolta di informazioni eterogenee, quali grafica, audio, video e testo, connessi tra loro in maniera non sequenziale. Il termine è un’evoluzione del termine multimedia, o multimedialità . Questo vocabolo venne usato per la prima volta da Ted Nelson in un articolo del 1965. Un classico esempio è il World Wide Web“.

Ci sono tre forme di ipertesto:

  • a struttura assiale, è simile a quella che troviamo nei libri, per esempio le note. E’ una struttura poco più complessa del libro di carta.
  • a struttura gerarchica, ci sono almeno nodi di tre livelli, per capirci il modello è quello del sito e della sua homepage. Viene utilizzata in ambito didattico per dare completezza all’informazione.
  • a struttura a rete, nasce in ambito pubblicitario e appare su Amazon quando ci vengono suggeriti gli acquisti. E’ un metodo utilizzato per farci comprare. In questa struttura un nodo finisce nell’altro ed è la struttura adatta per gli smartphone perché richiede minori click rispetto alla struttura gerarchica.

L’ingegnere e tecnologo americano Vannevar Bush fu il primo nel dopoguerra a concepire l’idea di ipertesto che usò per decriptare i messaggi dei nemici mentre lavorava nell’esercito americano. In un suo articolo, As We may Think, afferma che la mente umana impara attraverso associazioni libere, non in modo rigoroso e sequenziale. Bush costruì una macchina ipertestuale, Memex, concepita come estensione della memoria umana.

Nelson invece ideò Xanadu, una struttura digitale in tre dimensioni, un semicerchio in cui posso muovermi e avvicinarmi ai documenti, e le parole chiave sono collegate tra loro attraverso fasci di luce (i link). I collegamenti di Nelson sono permanenti, bidirezionali e i link sono semantici. Egli afferma che per realizzare un modello del genere sia necessario identificare la fonte e poi gestire le versioni. Xanadu generò quello che oggi conosciamo come Web.

L’ipertesto può anche essere utilizzato per creare dei romanzi. L’Ipertesto Letterario ha la seguente definizione secondo Wikipedia: “Il termine romanzo ipertestuale in letteratura indica le opere ottenute dalla commistione tra romanzo e ipertesto. In qualche modo queste opere sono chiamate anche iperromanzi, come erano stati definiti da Italo Calvino prima dell’uscita dell’ipertesto dagli ambienti di ricerca. In genere con il termine iperromanzo si vuole indicare il contenuto corrispondente a certe caratteristiche di complessità, sia esso sviluppato su libro oppure su un supporto informatico; con il termine romanzo ipertestuale si indica invece la modalità elettronica e ipertestuale dell’opera di narrativa, in qualche modo indipendentemente dai suoi contenuti. Un iperromanzo realizzato in forma di romanzo ipertestuale riesce a raggiungere la sua forma più compiuta, evidenziando tramite hyperlink tutti i legami che sono intrinseci a un’opera di questo tipo ha assunto un significato più specifico e legato non solo ai contenuti del romanzo ma anche alla sua forma.

Nei romanzi ipertestuali il lettore può leggere il contenuto di una pagina (mutuando un termine di Roland Barthes tale unità di testo è stata chiamata lessìa) e, per poter proseguire la lettura, si trova a dovere scegliere quale hyperlink seguire per passare alla pagina (lessia) successiva, in tale modo realizzando un proprio percorso personale all’interno della serie di elementi predisposti e tra di loro relazionati dall’autore. Quando i romanzi ipertestuali sono realizzati con supporti informatici possono anche includere suoni, immagini, filmati e altre applicazioni, diventando così dei romanzi ipertestuali multimediali (in inglese anche chiamati hypermedia). Un romanzo ipertestuale, se costruito con una struttura complessa e a maglia, e non banalmente con una sequenza di pagine legate tra di loro in modo sequenziale, automaticamente realizza alcuni dei punti indicati da Calvino come caratteristici dell’iperromanzo”.

Il primo esempio concreto di ipertesto letterario è Afternoon, a story di Michael Joyce pubblicato nel 1990 dalla casa editrice EastGate. Su internet si dovrebbe trovare gratuitamente per Twelve Blue di Joyce. Questi romanzi sono stati creati con un software chiamato StorySpace che costa molto. L’alternativa gratuita e più performante è Twine ed è un programma usato per fare storytelling.

So che questa parte è stata un po’ noiosa ma nella prossima parleremo di Ebook.

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I consigli di Luciano Bianciardi per diventare un buon intellettuale 

rodin-pensatore-640x250Esiste un’ampia gamma di manualistica e di proposte didattiche per imparare a scrivere. Alcuni di questi corsi sono tutt’altro che economici e i loro risultati spesso non ripagano il tempo e il denaro spesi.

Poi, mi chiedo, è possibile trapiantare un talento? Qua si aprirebbe una lunga diatriba: la scrittura è un dono o un’abilità da sviluppare? Per ora non voglio dibattere su quest’argomento.

Secondo Luciano Bianciardi però è possibile apprendere utili trucchetti per diventare, almeno in apparenza, un famoso e apprezzato intellettuale.

E’ chiaro che sta al lettore selezionare la giusta chiave di lettura. La mia è quella che chiama in causa la provocazione intellettuale. La struttura di guida è solo un pretesto per rendere interessante e curiosa una sorta di critica all’élite culturale del tempo.

pravd1oParticolarmente ispirata è l’ultima parte in cui Bianciardi fa un ampio utilizzo delle metafore calcistiche per ribadire un fondamentale concetto: conta la strategia e non la bravura.

In questo sapido volumetto è dunque concentrato tutto lì Bianciardi pensiero che, sappiamo benissimo noi tutti, non si risparmiò mai dal denunciare i molti difetti della società italiana del 1967. La lettura di questo libro può essere considerata anche un viaggio nel tempo: vengono citati Togliatti e Fanfani – c’è ancora qualcuno tra i millennials che li ricordi?

Non sono un grande esperto del letterato, non ci ho fatto una tesi di laurea, ma ho letto La vita agra e mi è piaciuto tantissimo. Ammiro molto Bianciardi soprattutto per la sua verve polemica senza filtri: una lucidità e uno stile per nulla prostrato ai potenti di turno. Per decenni è stato dimenticato e fortunatamente in questi ultimi anni sta avendo la giusta ricompensa per il suo lavoro culturale.

 

Cassola tra politica e realtà

carlo_cassola-211x300L’uomo che vedete in fotografia, con una splendente camicia bianca, non è un nuovo ministro del governo Renzi. Se lo avesse incontrato probabilmente non gli sarebbe dispiaciuto conoscerlo per capire quanto la politica italiana sia mutata così lentamente.

Da quello che ho letto su di lui, intuisco che in passato debba esser stato uno scrittore molto tollerante. Fu amico nei ’30 dei figli di Mussolini ma poi decise di arruolarsi nella Resistenza.

Cassola è sempre stato un anticonformista: convinto delle proprie idee si è persino permesso di criticare quel fenomeno di opposizione armata che negli anni ’60 gli causò numerosi gratta capi.

claudia-300x300 Molte critiche fioccarono anche in occasione della pubblicazione de La ragazza di Bube avvenuta da parte di Einaudi nel 1960 e il romanzo nello stesso anno vinse il Premio Strega (nella foto lo scrittore è affiancato da una bellissima Claudia Cardinale – che invidia).

Parlo di questo libro perché è l’ultimo che ho letto. Anche l’unico per dire la verità.

Mi è piaciuto a metà. La nota più positiva è rappresentata dal linguaggio e dallo stile. Per amor del cielo, se dovete acquisire un canone di scrittura, vi prego, incominciate dalla produzione letteraria di quest’uomo. E la nota più negativa? La trama. Non la sopportavo; era davvero troppo semplice. Per non parlare dell’amore eterno di Mara nei confronti di quel (inconsapevole) delinquente di Bube. Una storia troppo piatta, e infatti piace a mia madre. Non c’è nessun colpo di scena, nel senso che le cose vanno come devono andare.

Con questo pippone critico non voglio dire che il libro non si presti a letture più profonde. C’è il tema della Resistenza. Argomento molto strumentalizzato politicamente, anche nel nostro presente. Questo è ed era un tasto dolente. La pubblicazione del libro ottenne molto successo di pubblico ma le critiche degli intellettuali di sinistra furono spietate. Due in particolare;

libro_244Italo Calvino disse: “I romanzi di Cassola sono sbiaditi come l’acqua della rigovernatura dei piatti, in cui nuota l’unto dei sentimenti ricuci nati’’. Pesante?

Togliatti non fu meno duro, definì lo scrittore romano come “un diffamatore della resistenza”.

Devo dirvi la verità, queste cattiverie mi hanno reso Cassola ancora più simpatico.

Perché il web è invaso da anniversari?

Leggendo un articolo dedicato a Benedetto Croce apparso il 12 febbraio sul Corriere della Sera, sono stato colpito dall’incipit a firma di Roberto Calasso.

Le ricorrenze sono ingannevoli. Fanno credere che si celebrino o si ricordino sempre le stesse cose come immobilizzazioni della memoria, incrostazioni del passato. Ma non è così. Il lavoro ineludibile e inesorabile del tempo si esercita anche sul passato. Uno stesso passato vive quale apparve ai suoi tempi, poi quale appare al presente, e ancora vivrà quale apparirà nel futuro.

Dopo aver letto queste parole mi sono chiesto che senso hanno oggi gli anniversari? Se penso a quelli matrimoniali mi rispondo col fatto che quella data corrisponde a qualcosa di positivo, o di negativo, a seconda dei punti di vista.

E’ davvero necessario ogni giorno ricordare la nascita o la morte di personaggi famosi? Oppure bisognerebbe ricordare solo quelle cose che nel presente corrono il pericolo di essere dimenticate? Dovremmo fare una scelta. Non possiamo ricordare a caso solo per raccogliere mi piace o followers piazzando qualche nome famoso sulle nostre bacheche social.

A questo proposito vorrei citare un altro esimio intellettuale che sulla rivista Internazionale il 16 febbraio 2012 affermò:

La separazione tra ciò che deve e non deve essere ricordato determina il destino degli anniversari. Gli eventi storici più importanti secondo la storia ufficiale vengono commemorati in pompa magna (un classico esempio è l’attacco di Pearl Harbor), mentre altri anniversari sono relegati all’oblio. Strappandoli alla “non storia”, possiamo imparare molto su noi stessi.

Lo ha affermato 

Revenant. Al limite della sopravvivenza. 

1452940687_the-revenant-trailer-screencaps-dicaprio-hardy37DiCaprio se lo è meritato l’Oscar? È la canonica domanda di chi non abbia visto il film Revenant. La mia risposta, dopo aver goduto della pellicola diretta da Iñárritu, è affermativa.

Andate al cinema e spendete quella manciata di euro, possibilmente risparmiando su qualcosa che danneggi la vostra salute come un pacchetto di sigarette o il menù mega-gigante di McDonald’s.

the-revenant-leo-leonardo-dicaprio-film-movie-natural-light-slrlounge-photogrpahy-kishore-sawh-4Lo spettacolo delle forti immagini evocative catapulta lo spettatore in una sorta di mondo onirico fatto di apparizioni e di sensazioni (per lo più di dolore). Il protagonista è un cacciatore e commerciante di pellami, Hugh Glass, che avrà la possibilità di resuscitare (avete capito bene proprio come Lui). Da qui, il senso del titolo: redivivo.

Non vorrei raccontare troppo ma il film contiene una storia di vendetta di un uomo violento contro altrettanti simili senza scrupoli. Pochi dialoghi e numerose inquadrature di immensi paesaggi naturali che richiamano il valore primordiale della vita e la sostanza della natura.

La scena che mi ha colpito di più è stata quella in cui il protagonista per riparasi dal freddo sviscera letteralmente il suo cavallo lipizzano e si adagia all’interno di esso per ripararsi da una tempesta di neve.the-revenant-16

La crudeltà, la spietatezza, il sangue, l’odio, l’omicidio sono facce di un uomo che perde la propria ragione e si affida ad un comportamento selvatico teso alla sopravvivenza.

In confronto agli occidentali, gli indiani antagonisti (per giusta causa) sembrano migliori degli occupanti nonostante la loro furia omicida. Il filo rosso che percorre il film possiamo dire che sia proprio questo sentimento di riparazione: occhio per occhio, dente per dente.

C302b87d200000578-0-image-a-36_1452820651948osa dire infine della scena dell’orso? Il regista sembra giustificare il comportamento del grizzly: voleva solo difendere gli orsetti da possibili predatori. Il bestione peloso avrà la peggio ma sarà presente per tutto il film in formato pelliccia sulle spalle del protagonista.

Ho cercato di spargere alcuni frammenti del film per non rovinare la sorpresa della proiezione.

Vi assicuro che dopo aver visto questa incredibile storia, eviterete di utilizzare alcuni modi di dire come “sono stanco morto”.

Il film è tratto dal romanzo The Revenant: A novel of revenge. Riporto la recensione apparsa su GoodReads dell’utente Cosimo:

Un buon romanzo storico e d’avventura sulla storia dei pionieri, più nello specifico degli uomini della frontiera o uomini delle montagne, esploratori cacciatori chiamati ‘trapper’ che fecero fortuna nelle terre incognite e nella natura incontaminata del West nell’epoca delle pellicce di castoro. Hugh Glass sopravvive all’aggressione di un grizzly e affronta una solitaria odissea tra il fiume Missouri e le Montagne Rocciose, nelle lande fredde della wilderness, degli indiani Arikara e dei bisonti, per vendicarsi degli uomini che lo hanno abbandonato moribondo e derubato delle armi e degli strumenti di sopravvivenza. La storia è avvincente, gli eventi hanno ottimo ritmo e lo stile è sobrio e efficace; il lettore si trova però a affrontare una narrazione che non crea una differenza, non ha voce artistica e si perde e confonde nella rievocazione, senza epica, senza rottura, senza alterità né singolarità.

Cosa ricordo di U. Eco.


Non sono mai impazzito per U. Eco. Non l’ho mai glorificato e quando ho letto il suo ultimo libro “Numero zero” sono rimasto insoddisfatto dalla lettura che avevo intrapreso con la convinzione che tutto sommato avrei potuto imparare qualcosa di interessante da un tale intellettuale.


Devo confessare un segreto: alcune riflessioni dello studioso si sono radicate nella mia coscienza letteraria. Una di queste ad esempio mi ha colpito esattamente il 4 dicembre 2013. Presso la Feltrinelli di p.zza Piemonte a Milano si stava svolgendo la presentazione del volume cinematografico scritto da Paolo Mereghetti. Conduceva Piera Detassis e come ospite c’era lui: il cinefilo Eco.

A quel tempo frequentavo due corsi di cinema e m’interessavano molto i dibattiti di quel genere: un periodo davvero intenso di fruizione cinematografica.

Mi accorsi di quanto il mio approccio col mondo del cinema fosse infantile quando Eco disse – vado a memoria: «Ormai guardo i film solo in tv. Non vado più al cinema da quando non è più possibile entrare in sala dopo l’inizio della proiezione. Mi piace vedere i film già iniziati e immergermi nello svolgimento della trama. È un po’ la metafora della vita, no?».

Scettico, accettai la provocazione ma personalmente era inammissibile non guardare un film dall’inizio. Nelle settimane successive m’interrogai su questa mia puerile abitudine e cominciai a guardarmi sul LCD di casa frammenti di film.

Questa tecnica mi arricchì molto e compresi che non era necessario sorbirsi tutto il minutaggio per godere dell’esperienza visiva.

 Finalmente avevo compreso la metafora: un film come la vita è fatta di dettagli trascurabili ma indispensabili se si ricerca una visione d’insieme.

Le lezioni dei grandi maestri in fondo non si comprendono mai immediatamente.