Carlo Levi e l’uso della letteratura per fare critica sociale

Recensione del romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, edito da Einaudi.

Annunci

«I tre fantasmi bianchi picchiavano senza misericordia chi veniva a tiro, senza distinguere, poiché una volta tanto tutto era lecito, fra Signori e contadini, e tenevano tutta la strada in salti obliqui, presi dal furore, gridando invasati, scotendo nei balzi le bianche penne, come degli amok incruenti, o dei danzatori di una sacra danza del terrore». Il caso ha voluto che questo passo di Cristo si è fermato a Eboli mi sia capitato tra le mani nel periodo di Halloween. Ogni 31 ottobre dell’anno si ripetono le solite considerazioni su questa recente festa: “è un’americanata”, “importiamo sempre il peggio delle altre culture”, “abbiamo già il carnevale! Che senso ha celebrare la morte?”. Forse sull’argomentazione della “festa importata” si può cambiare idea. Come testimonia Levi nel suo romanzo, in Lucania negli anni Trenta si festeggiava una simile ricorrenza. I bambini andavano in giro con il viso impiastricciato di nero per simulare dei baffi. Gagliano, il paese in cui lo scrittore doveva scontare il confino, era molto povero e i ragazzini non potevano permettersi delle maschere. Carlo Levi si propose di fabbricargliele: «Mi misi all’opera, e feci con dei cilindri di carta bianca con dei buchi per gli occhi, una maschera per ciascuno, assai più grande del viso, che restava tutto coperto. Non so perché, ma forse per il ricordo delle funebri maschere contadine, o spinto senza volerlo, dal genio del luogo, le feci tutte uguali, dipinte di bianco e di nero, e tutte erano teste di morto, con le cavità nere delle occhiaie e del naso, e i denti senza labbra. I bambini non si impressionarono, anzi ne furono felici, e si affrettarono a infilarne, ne misero una anche al muso di Barone, e corsero via, spargendosi in tutte le case del paese. Era ormai sera, e quella ventina di spettri entravano gridando nelle stanze appena illuminate dai fuochi rossi dei camini, e dai lumi a olio ondeggianti. Le donne fuggivano atterrite: perché qui ogni simbolo è reale, e quei venti ragazzi erano davvero, quella sera un trionfo della morte».

cristo si è fermato ad Eboli copertina
Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (1945)

L’autore di queste parole è Carlo Levi che nel suo diario-romanzo, pubblicato nel 1945 da Einaudi, descrive il confino inflittogli dal regime littorio. Mussolini utilizzava questa pena per neutralizzare e controllare gli oppositori politici interni ed esterni al suo partito. Carlo viveva a Torino, dove si laureò in medicina. Lo scrittore però aveva consacrato la propria vita all’arte, e quindi preferì fare il pittore invece che il medico. Dopo l’avvento del Fascismo, nella città sabauda incominciarono a crearsi dei gruppi di opposizione. In questo ambito Carlo collaborò con l’intimo amico Piero Gobetti (figura centrale dell’editoria italiana a cui sicuramente dedicherò spazio in futuro) ed è uno dei fondatori di Giustizia e Libertà. Come si legge nella prefazione dell’edizione degli Oscar Mondadori, più volte incarcerato, nel 1935 venne confinato in Lucania. Cristo si è fermato a Eboli nasce appunto da questa esperienza.

«Mi pareva di essere un verme chiuso dentro una noce secca. Lontano dagli affetti, nel guscio religioso della monotonia, aspettavo gli anni venturi, e mi pareva di essere senza base, liberato in un’aria assurda, dove era strano anche il suono della mia voce», scrive Levi a proposito della sua condizione da confinato. La Lucania degli anni Trenta non è affatto un luogo ospitale. Come suggerito dal titolo, è un posto abbandonato da Dio dove la popolazione più povera, i contadini, sopportano le angherie del ceto borghese che è sostenitore del fascismo. A Gagliano tutto sommato lo scrittore venne accolto molto bene. Il fatto che fosse un medico, un vero medico, indusse la popolazione affetta dalla malaria a coltivare un barlume di speranza. I contadini infatti non potevano curarsi perché nel loro paese natio non c’erano dottori ma solo “medicaciucci, non medici cristiani”. Levi li apostrofa così perché questi finti dottori “di medicina non sanno più nulla, se pure ne hanno mai saputo qualcosa”. I guaritori non hanno preparazione: «I rottami delle perdute conoscenze galleggiano senza più senso, in un naufragio di noia, su un mare di chinino, medicina unica per tutti i mali». Gli abitanti allora incominceranno a presentarsi da Levi ed egli sarà costretto a esercitare un mestiere mai fatto, quello di dottore. Come si evince dalla narrazione del pittore torinese, non era affatto facile procurarsi i medicinali perché in Lucania scarseggiavano le farmacie, e quelle poche che c’erano non avevano neppure strumenti di base come gli stetoscopi. Il protagonista però verrà intralciato dai medicaciucci che lo denunzieranno per “abuso di professione”. Così i fascisti gli negheranno il permesso di visitare i malati di Gagliano.

foto di Carlo Levi
Lo scrittore Carlo Levi

Cristo si è fermato a Eboli non è solo un bel romanzo ma anche una documento storico delle società contadine degli anni Trenta. Leggendo le sue descrizioni etnografiche, il mio pensiero si è rivolto alle immagini dei bambini africani delle varie pubblicità televisive dell’Unicef. Non credo di dire qualcosa di sbagliato, se affermo che molte zone del Meridione descritte da Levi assomigliavano alla povertà africana che oggi osserviamo nei nostri schermi a led attraverso gli spot delle ONG. La malaria era infatti presente nelle campagne della Basilicata: «Di bambini ce n’era un’infinità. In quel caldo, in mezzo alle mosche, nella polvere, spuntavano da tutte le parti, nudi del tutto o coperti di stracci. Io non ho mai visto una tale immagine di  miseria: eppure sono abituata, è il mio mestiere, a vedere ogni giorno decine di bambini poveri, malati e maltenuti. Ma uno spettacolo come quello di ieri non l’avevo mai neppure immaginato. Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili, e non le scacciavano neppure con le mani. Sì, le mosche gli passeggiavano sugli occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma», il brano che avete letto condensa i pensieri di Luisa Levi, sorella di Carlo e anche lei medico come il fratello. «Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi come dei vecchi, e scheletriti per la fame; i capelli pieni di pidocchi e di croste. Ma la maggior parte avevano delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria», conclude Luisa Levi che aveva attraversato Matera per raggiungere il fratello confinato.

Foto di Gagliano - Basilicata
Foto di Gagliano – Basilicata

Cristo si è fermato a Eboli suggerisce tanti temi su cui riflettere. L’ultimo che voglio affrontare è quello legato al problema meridionale, che neppure una dittatura riuscì a risolvere. Nelle pagine finali del romanzo, Levi sostenne che i piani centralizzati avrebbero portato dei benefici pratici ma “sotto qualunque segno sarebbero restate due Italie ostili”. Qui Carlo Levi si riferiva all’enorme gap sociale ed economico tra il Nord e Sud, presente ancora ai giorni nostri. Egli affermò che il sud aveva sostanzialmente tre problemi: «(1) Siamo innanzitutto di fronte al coesistere di due civiltà diversissime, nessuna delle quali è in grado di assimilare l’altra […] La civiltà contadina sarà sempre vinta, ma non si lascerà mai schiacciare del tutto, si conserverà sotto i veli della pazienza, per esplodere di tratto in tratto. (2) Il secondo aspetto è quello economico: è il problema della miseria. Quelle terre si sono andate progressivamente impoverendo; le foreste sono state tagliate, i fiumi si sono fatti torrenti, gli animali si sono diradati, invece degli alberi, dei prati e dei boschi, ci si è ostinati a coltivare il grano in terre inadatte. Non ci sono capitali, non c’è industria, non c’è risparmio, non ci sono scuole, l’emigrazione è diventata impossibile, le tasse sono insopportabili e sproporzionate: e dappertutto regna la malaria. (3) Infine c’è il lato sociale del problema […] Il vero nemico, quello che impedisce ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile ai contadini, è la piccola borghesia dei paesi. È una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale». Parole dure ma necessarie quelle di Levi sul Meridione.

In questo post sul capolavoro di Carlo Levi si potevano scrivere tante cose, ma ho voluto comunque evitare errate sintesi proponendo il limpido pensiero del pittore torinese, che nell’epoca attuale ha ancora molto da insegnare. Cristo si è fermato a Eboli è un libro da leggere per capire un pezzo di storia d’Italia che influenza tutt’ora l’attualità del Paese a forma di stivale.

Il libro fa parte della lista Dorfles.

I consigli di Luciano Bianciardi per diventare un buon intellettuale 

rodin-pensatore-640x250Esiste un’ampia gamma di manualistica e di proposte didattiche per imparare a scrivere. Alcuni di questi corsi sono tutt’altro che economici e i loro risultati spesso non ripagano il tempo e il denaro spesi.

Poi, mi chiedo, è possibile trapiantare un talento? Qua si aprirebbe una lunga diatriba: la scrittura è un dono o un’abilità da sviluppare? Per ora non voglio dibattere su quest’argomento.

Secondo Luciano Bianciardi però è possibile apprendere utili trucchetti per diventare, almeno in apparenza, un famoso e apprezzato intellettuale.

E’ chiaro che sta al lettore selezionare la giusta chiave di lettura. La mia è quella che chiama in causa la provocazione intellettuale. La struttura di guida è solo un pretesto per rendere interessante e curiosa una sorta di critica alla élite culturale del tempo.

pravd1o

Particolarmente ispirata è l’ultima parte in cui Bianciardi fa un ampio utilizzo delle metafore calcistiche per ribadire un fondamentale concetto: conta la strategia e non la bravura.

In questo sapido volumetto è dunque concentrato tutto il Bianciardi pensiero che, sappiamo benissimo noi tutti, non si risparmiò mai dal denunciare i molti difetti della società italiana del 1967. La lettura di questo libro può essere considerata anche un viaggio nel tempo: vengono citati Togliatti e Fanfani – c’è ancora qualcuno tra i millennials che li ricordi?

Non sono un grande esperto del letterato, non ci ho fatto una tesi di laurea, ma ho letto La vita agra e mi è piaciuto tantissimo. Ammiro molto Bianciardi soprattutto per la sua verve polemica senza filtri: una lucidità e uno stile per nulla prostrato ai potenti di turno. Per decenni è stato dimenticato e fortunatamente in questi ultimi anni sta avendo la giusta ricompensa per il suo lavoro culturale.

 

Cassola tra politica e realtà

carlo_cassola-211x300L’uomo che vedete in fotografia, con una splendente camicia bianca, non è un nuovo ministro del governo Renzi. Se Cassola lo avesse incontrato probabilmente non gli sarebbe dispiaciuto conoscere la grande speranza della res pubblica per capire quanto la politica italiana sia mutata così lentamente e sprofondata così velocemente. Ora non accusatemi di fare propaganda, per piacere.

Da quello che ho letto su Cassola, intuisco che in passato debba esser stato uno scrittore molto tollerante. Fu amico nei ’30 dei figli di Mussolini ma poi decise di arruolarsi nella Resistenza.

A suo modo Cassola è stato un anticonformista: convinto delle proprie idee, si è persino permesso di criticare l’opposizione armata che negli anni ’60 gli causò numerosi grattacapi.

Carlo Cassola Foto
Claudia Cardinale e Carlo Cassola

Apprezzati furono i suoi primi racconti, come non ricordare la struggente ambientazione de Il taglio del bosco (Mondadori). Molte critiche invece fioccarono in occasione della pubblicazione de La ragazza di Bube avvenuta da parte di Einaudi nel 1960 e il romanzo vinse nello stesso anno il Premio Strega (nella foto lo scrittore è affiancato da una bellissima Claudia Cardinale – che invidia).

Parlo di questo libro perché è l’ultimo che ho letto. Anche l’unico per dire la verità. Per ora. Sono sicuro che tra le mie mani finirà qualche altra sua intrigante opera.

Parlando de La ragazza di Bube, decreto subito la mia impressione di lettura: mi è piaciuto a metà. La nota più positiva è sicuramente rappresentata dal linguaggio e dallo stile. Per amor del cielo, se dovete acquisire un canone di scrittura, vi prego, incominciate dalla produzione letteraria di quest’uomo. E la nota più negativa? La trama. Non la sopportavo; era davvero troppo semplice. Per non parlare dell’amore eterno di Mara nei confronti di quel (inconsapevole) delinquente di Bube. Una storia troppo piatta, e infatti piace a mia madre. Non c’è nessun colpo di scena, nel senso che le cose vanno come devono andare.

Con questo pippone critico non voglio dire che il libro non si presti a letture più profonde. C’è il tema della Resistenza. Argomento molto strumentalizzato politicamente, anche nel nostro presente. Questo è ed era un tasto dolente. La pubblicazione del libro ottenne molto successo di pubblico ma le critiche degli intellettuali di sinistra furono spietate. Due in particolare:

copertina ragazza bubeItalo Calvino disse: «I romanzi di Cassola sono sbiaditi come l’acqua della rigovernatura dei piatti, in cui nuota l’unto dei sentimenti ricuci nati». Pesante?

Togliatti non fu meno duro, definì lo scrittore romano come “un diffamatore della resistenza”.

Devo dirvi la verità, queste cattiverie mi hanno reso Cassola ancora più simpatico.

Le critiche al romanzo di Cassola derivano dalla convinzione che tutti i partigiani furono degli eroi senza macchia e con un solido codice morale. Sappiamo che storicamente non fu così. Basta leggere Fenoglio per capirlo. Cassola si era solo permesso di far notare alcuni aspetti della resistenza che la retorica politica aveva cacciato sotto il tappeto.

Perché il web è invaso da anniversari?

Leggendo un articolo dedicato a Benedetto Croce apparso il 12 febbraio sul Corriere della Sera, sono stato colpito dall’incipit a firma di Roberto Calasso.

Le ricorrenze sono ingannevoli. Fanno credere che si celebrino o si ricordino sempre le stesse cose come immobilizzazioni della memoria, incrostazioni del passato. Ma non è così. Il lavoro ineludibile e inesorabile del tempo si esercita anche sul passato. Uno stesso passato vive quale apparve ai suoi tempi, poi quale appare al presente, e ancora vivrà quale apparirà nel futuro.

Dopo aver letto queste parole mi sono chiesto che senso hanno oggi gli anniversari? Se penso a quelli matrimoniali mi rispondo col fatto che quella data corrisponde a qualcosa di positivo, o di negativo, a seconda dei punti di vista.

E’ davvero necessario ogni giorno ricordare la nascita o la morte di personaggi famosi? Oppure bisognerebbe ricordare solo quelle cose che nel presente corrono il pericolo di essere dimenticate? Dovremmo fare una scelta. Non possiamo ricordare a caso solo per raccogliere mi piace o followers piazzando qualche nome famoso sulle nostre bacheche social.

A questo proposito vorrei citare un altro esimio intellettuale che sulla rivista Internazionale il 16 febbraio 2012 affermò:

La separazione tra ciò che deve e non deve essere ricordato determina il destino degli anniversari. Gli eventi storici più importanti secondo la storia ufficiale vengono commemorati in pompa magna (un classico esempio è l’attacco di Pearl Harbor), mentre altri anniversari sono relegati all’oblio. Strappandoli alla “non storia”, possiamo imparare molto su noi stessi.

Lo ha affermato 

Cosa ricordo di U. Eco.


Non sono mai impazzito per U. Eco. Non l’ho mai glorificato e quando ho letto il suo ultimo libro “Numero zero” sono rimasto insoddisfatto dalla lettura che avevo intrapreso con la convinzione che tutto sommato avrei potuto imparare qualcosa di interessante da un tale intellettuale.


Devo confessare un segreto: alcune riflessioni dello studioso si sono radicate nella mia coscienza letteraria. Una di queste ad esempio mi ha colpito esattamente il 4 dicembre 2013. Presso la Feltrinelli di p.zza Piemonte a Milano si stava svolgendo la presentazione del volume cinematografico scritto da Paolo Mereghetti. Conduceva Piera Detassis e come ospite c’era lui: il cinefilo Eco.

A quel tempo frequentavo due corsi di cinema e m’interessavano molto i dibattiti di quel genere: un periodo davvero intenso di fruizione cinematografica.

Mi accorsi di quanto il mio approccio col mondo del cinema fosse infantile quando Eco disse – vado a memoria: «Ormai guardo i film solo in tv. Non vado più al cinema da quando non è più possibile entrare in sala dopo l’inizio della proiezione. Mi piace vedere i film già iniziati e immergermi nello svolgimento della trama. È un po’ la metafora della vita, no?».

Scettico, accettai la provocazione ma personalmente era inammissibile non guardare un film dall’inizio. Nelle settimane successive m’interrogai su questa mia puerile abitudine e cominciai a guardarmi sul LCD di casa frammenti di film.

Questa tecnica mi arricchì molto e compresi che non era necessario sorbirsi tutto il minutaggio per godere dell’esperienza visiva.

 Finalmente avevo compreso la metafora: un film come la vita è fatta di dettagli trascurabili ma indispensabili se si ricerca una visione d’insieme.

Le lezioni dei grandi maestri in fondo non si comprendono mai immediatamente.

Tarantino e i suoi 8 malandrini.

Ambientato sei o otto anni dopo la guerra civile americana (1861-1865), un cacciatore di taglie a bordo di una carrozza sta attraversando un paesaggio innevato nel Wyoming. I due passeggeri sono diretti a Red Rock dove la fuggitiva Daisy Domergue dovrà essere giustiziata. Sulla strada incontrano il Maggiore Marquis Warren, un soldato nero in divisa e Chris Mannix, il futuro sceriffo di Red Rock.

I 4 personaggi, inseguiti da una violentissima tempesta di neve, sono obbligati a fermarsi all’emporio di Minnie in attesa che la bufera cessi. All’interno del rifugio ci sono tre ospiti e alcuni di loro sembrano essere molto sospetti.

 The Hateful Eight è un film che parte molto lento nella prima parte ma che accelera nella seconda quando il regista punta sulla violenza e sulla chiarezza attraverso un flashback che ci chiarisce per bene le idee riguardo il ruolo dei personaggi nella misteriosa vicenda.

 L’attrice (Jennifer Jason Leight) che interpreta Daisy è davvero formidabile, una pazza e instabile ricercata che in realtà si dimostra una lucida e malvagia assassina (nelle scene finali sembra un demone uscito dall’Inferno dantesco). S. L. Jackson sempre più bravo e spettacolare. Le sue espressioni e la sua gestualità sono davvero un tocco magico per la pellicola. Secondo me si meriterebbe un Oscar.

Il regista con i suoi ultimi film cerca di stimolare una riflessione sulla società americana ed in particolare sugli scontri legati alle discriminazioni denunciate dalle comunità di afroamericani subite da parte delle forze armate. Ricordo che il 26 ottobre 2015 Quentin Tarantino era in piazza contro la violenza della polizia di New York dichiarando: “Sono un essere umano con una coscienza”.

Non mancano le scene splatter a cui Tarantino ci ha abituati in questi anni ma devo dire che sono ben calibrate in modo tale da non essere troppo inverosimili. Il film dura parecchio perché gran parte delle scene è dialogata e quindi il peso del minutaggio si fa sentire. Posso dire che valga la pena vederlo soprattutto per il finale esaustivo e ovvio.

 

“Ovvio” nel senso che un finale migliore e più logico non si sarebbe potuto immaginare. Quindi se vi piacciono le storie western, se vi piace il mistero e se gradite pezzi d’interiora che svolazzano qua e là per lo schermo allora questo è il film che fa per voi.

Vogliamo dire qualcosa sulla colonna sonora? Ennio Morricone è un vero maestro e sono molto fiero che abbia la mia stessa nazionalità. Quest’uomo ci dimostra di essere molto più moderno e creativo della maggior parte di musicisti che in questo periodo schiamazzano in televisione.