Come curare il nostro giornalismo morente minacciato dal mondo digitale

Recensione del saggio di Domenico Quirico intitolato “Un tuffo nel pozzo” (Vita e Pensiero).

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articolo 21Le immagini sanguinose e violente dell’aggressione al giornalista del programma televisivo Nemo hanno sconvolto l’opinione pubblica. Commenti indignati e analisi televisive hanno fatto da contorno a questa vicenda avvenuta ad Ostia ai primi di novembre. Si è gridato alla difesa dell’articolo 21, che se non lo sapete, tutela la libertà di opinione. Effettivamente mi ha fatto molta impressione vedere un uomo, che in uno scontro dialettico, non ha avuto la possibilità di argomentare a causa di una violenza fisica (la testata sul setto nasale). Il bruto mette le mani addosso al suo interlocutore quando non è in grado di ribattere dialetticamente e perché lo vuole sovrastare nel modo più facile e veloce. Il violento è poi stato arrestato dalle forze di polizia, ma certi commenti a suo sostegno ci hanno fatto sbattere la testa contro il muro per la vergogna.

Il sistema democratico è fondato sul dialogo e la discussione, quando la violenza si affaccia deve essere punita, e nel caso Ostia fortunatamente si sono presi dei provvedimenti. L’aggressore è infatti finito in carcere. La vicenda però ha suscitato un dibattito sul giornalismo e sulla sua importanza nelle nazioni moderne. Solitamente gli esperti sostengono che la prosperità del mondo giornalistico sia un termometro per misurare il grado di libertà di una democrazia. Attualmente ci sono parecchi elementi che influenzano le redazioni giornalistiche: la sopravvivenza economica, i rapporti politici, le denunce, etc… Forse è giunto il momento di portare il discorso su un altro piano: chi è oggi un buon giornalista?

foto libro quirico tuffo pozzoQuesta è infondo la domanda che ha ispirato la pubblicazione di Domenico Quirico intitolata Il tuffo nel pozzo (Vita e Pensiero). L’inviato de La Stampa ha elaborato un breve saggio sul valore odierno del giornalismo, partendo dalla propria esperienza personale. Nel libro egli dichiara che oggi il giornalismo stia morendo perché ha acquisito un basso valore per i lettori. A causa della velocità dei social network e di internet, le lente redazioni non riescono a stare al passo con il flusso informativo digitale e di conseguenza vengono scavalcate. Quirico si scaglia soprattutto sulla forma dell’editoriale: «Diciamolo con forza: l’editoriale ha ucciso l’anima del giornalismo che è racconto, immersione nella realtà, contagio del presente. È come se parlassimo di un cadavere. Non è più che il superstite della sua fama. Non c’è un editoriale che abbia cambiato la storia del mondo, ci sono molti onesti racconti della realtà che lo hanno fatto». Secondo Quirico, lo scopo del buon giornalismo è quello di scardinare i meccanismi dell’indifferenza. Il giornalismo deve stimolare una reazione, un’emozione in chi legge ogni mattina un articolo davanti a una bevanda bollente.

I fatti per provocare tali reazioni emotive devono essere raccolti sul campo. Quirico valuta negativamente le attuali strategie redazionali italiane che fanno un largo uso dei giornalisti da desk, che passano ore e ore ad estrapolare notizie dalla dimensione virtuale dimenticandosi di quella reale. L’inviato, partendo dal racconto dei suoi viaggi di lavoro in Africa, critica aspramente l’insopportabile abitudine dei giornalisti da “albergo” che non si muovono dai loro nidi protetti e producono reportage di guerra per sentito dire: «Ritornai al Polana: il prestigioso collega era lì, in realtà non si era mosso. Mi accolse ai bordi della piscina abbronzato in ogni centimetro di pelle, la tinta del reporter esotico!, avvolto da un accappatoio bianco. Sorseggiava una fresca bevanda e leggeva… un romanzo. Si informò con l’educata indifferenza di un vecchio maestro delle mie peregrinazioni, apprezzò con eleganza lo sforzo del dilettante ansioso».

Il tuffo nel pozzo è un libro concepito per dare un’interpretazione alla attuale crisi del giornalismo. Il lavoro giornalistico oggi è sempre più minacciato da manipolazioni (fake news), nazionalismi, intimidazioni mafiose (testata di Ostia). Quirico allora afferma che solo una nuova rivoluzione umanistica possa salvare il valore della notizia e di conseguenza della democrazia.

Enrico Mentana foto
Enrico Mentana alla Mircosoft House di Milano

A proposito di fake news, il 16 novembre ho partecipato al mio primo evento dell’edizione del 2017 di Book City, la grande kermesse letteraria milanese. Con due miei amici, mi sono recato presso la Microsoft House, un edificio moderno e tecnologico a due passi da China Town, che è stato concepito anche per ospitare eventi culturali. Quella sera Enrico Mentana, stimato giornalista televisivo, ha parlato della potenzialità negativa delle fake news. Il giornalista ha sostanzialmente detto che è normale quindi imbattersi in notizie che sono esplicitamente delle bufale in un’epoca in cui “tutti possono scrivere e non hanno un’identità certa sul web”. Egli ha detto che le bufale, o come va di moda adesso, le fake news, sono strumenti utilizzati anche dalle democrazie e dai regimi attuali. Mentana ha fatto l’esempio della Russia e dell’America. Per quanto riguarda Putin, egli è certo che i russi abbiano studiato a fondo gli effetti dei social network sulle democrazie occidentali e di conseguenza li abbiano utilizzati per fare i loro interessi. «Oggi il giornalismo deve scendere in campo con le fake news. Se sono nel mezzo di una diretta e arriva una notizia, anche dubbia, ho il dovere di darla, ovviamente col beneficio del dubbio. Non c’è tempo per verificarla subito, e non comunicarla vorrebbe dire consegnare i telespettatori alla concorrenza. La verifica avviene poi in un secondo momento». A margine di queste considerazioni, vorrei dire però che non si è spesa una sola parola sui lettori. L’informazione per ritrovare credibilità certamente ha bisogno di buoni giornalisti, ma soprattutto di un pubblico alfabetizzato e provvisto di pensiero critico. Anche se le responsabilità sono diverse, nel ciclo dell’informazione si sono sviluppate delle lacune culturali che forse vanno ricercate nelle criticità dell’educazione di oggi. Criticità che sono presenti però anche in molte altre parti del mondo.

foto libro parole e potereIl 17 novembre, in una sera milanese gelida e desertica, mi sono invece recato al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano. Alle 20 incominciava un evento interessante sulle fake news, sulla libertà d’espressione e sull’hate speech. Gli esperti che hanno animato l’evento erano i docenti Oreste Pollicino (Bocconi) e  Giulio Enea Vigevani (Bicocca) , coordinati dal giornalista radiofonico Maurizio Melis. L’incontro, seppure improntato sulla presentazione del volume Parole e potere (Egea), ha toccato macro temi come l’attuale dibattito sulla libertà di espressione in rete. Vigevani ha infatti dichiarato che l’anonimato favorisce la  nascita di nuove idee; questa condizione “mascherata” ci libera da autocensure e ci permette di esprimere il nostro pensiero in totale libertà senza avvertire la minima pressione censoria. Pollicino invece ha insistito sul fenomeno della polarizzazione delle opinioni nel mondo digitale. Internet oggi è uno strumento utilizzato in primo luogo per accrescere i nostri pregiudizi sulla realtà. Su questo problema si è espresso Vigevani che ha spiegato come l’utente medio utilizzi uno strumento di ricerca sul web: «Fateci caso. Quando scriviamo qualcosa all’interno del campo di ricerca di Google, formuliamo delle domande, che però non sono affatto neutre». In effetti sembra proprio così. L’utente suggerisce al motore di ricerca le risposte che gli interessano e dunque salta il meccanismo formativo della ricerca classica che porta una persona a leggere diversi argomenti, anche contrastanti con le sue posizioni, prima di farsi una sufficiente opinione sul tema in discussione. Chiaramente questo meccanismo di “conferma dei pregiudizi” può darsi che favorisca il mercato delle fake news. In fondo una notizia falsa è un’informazione che non troviamo nei siti accreditati che però conferma alcune nostre sensazioni.

Per rivitalizzare il moribondo ruolo dei giornalisti, forse si dovrebbe ragionare su le problematiche citate nell’articolo ma so benissimo che questi miei pensieri sono relativamente utopistici dato il perenne tono da campagna elettorale che in Italia ci ha abituati a guardare solo agli interessi del presente e non a quelli del futuro.

Se il tema vi incuriosisce vi consiglio i seguenti articoli precedentemente pubblicati  in questo blog: Il Guardian avverte i giornalisti: “I social network distruggono i contenuti di alta qualità” e Il Social Journalism spiegato a tutti.

Un alveare per spiegare l’economia dello stato moderno

Recensione del saggio “La favola delle api” di Bernard Mandeville.

Non c’è metafora migliore per parlare della nostra società di quella concepita dal medico olandese Bernard Mandeville. Molti di voi probabilmente conosceranno già l’inventiva di questo scrittore, ma come si dice in questi casi, repetita iuvant. Mandeville nella sua La favola delle api mette a nudo l’ipocrisia e il moralismo dei pensatori del suo tempo. L’opera letteraria di Mandeville – una favoletta dalle sfumature politiche/satiriche – fu pubblicata nel 1724 e venne corredata anche da due saggi: il Saggio sulla carità e le scuole di carità, e Indagine sulla natura della società. Normalmente non mi sarebbe mai passato per l’anticamera del cervello di sperimentare questa tipologia di lettura. Vi sembrerà strano, ma il libro fa parte della collana Economica di Laterza. L’opera quindi è strettamente legata all’ambito economico: un mondo inesplorato dai miei studi prettamente umanistici. Ritornando però alla motivazione di lettura, ho deciso di impossessarmi del volume di Mandeville dopo alcune lezioni di un corso universitario a cui ho partecipato. Sono rimasto sbalordito dalla lucidità delle teorie sulla società moderna di Mandeville, che tutt’oggi mi sembrano ancora molto attuali. Dal Settecento al Duemila le cose non sono affatto cambiate in materia di vizi e virtù nel tessuto sociale delle grandi metropoli.

la favola delle api copertinaCercherò di fare una sintesi della storiella delle api – che si trova facilmente online (basta saper usare Google) – partendo dall’immagine di un alveare di api. In questo ambiente prosperano gli insetti che ogni giorno sono indaffarati a produrre miele. L’alveare è ovviamente la metafora di una città moderna, avvolta dal rumore dei suoi abitanti. Le api dell’alveare si lamentano dei vizi dei propri regnanti e chiedono alla divinità di distribuire a tutti le virtù. Giove accoglie queste suppliche e decide di mettere al bando il vizio. A poco a poco, le api che ricercano il lusso e l’esagerazione del gusto abbandonano l’alveare non potendo più soddisfare i propri capricci. Di conseguenza tutti gli insetti artigiani che producevano i beni di lusso per le api viziose chiudono le loro botteghe. In poco tempo l’alveare, essendosi impoverito e non avendo più le materie prime per auto-sostenersi, perde la propria frenesia e vitalità andando incontro all’estinzione. La società delle api muore perché i propri abitanti furono così stupidi da non riconoscere che il vizio in realtà portava dei benefici pubblici.

foto di Bernard Mandeville
Bernard Mandeville – medico scrittore

«La gente che rimprovera di continuo gli altri, leggendo questi versi imparerebbe a guardare in casa propria, ed esaminando la propria coscienza si vergognerebbe di protestare per ciò di cui è più o meno colpevole», si legge ne La favola delle api. Mandeville sostiene infatti che ognuno di noi si abbandoni ai vizi perché i vizi sono la solida base delle società moderne. In particolare, egli si concentra sul concetto di lusso. Per Mandeville, il lusso rappresenta tutto ciò che non è necessario alla sopravvivenza dell’essere umano. Gli uomini primitivi infatti si accontentavano delle ghiande, mentre quelli moderni, mossi dal proprio orgoglio, cercano in qualsiasi maniera di accrescere la propria condizione sociale, ottenendo maggiore benessere attraverso l’acquisizione di nuove comodità. Per soddisfare le proprie aspettative, l’uomo deve necessariamente vivere in società e acquisire determinati atteggiamenti per conseguire gli obiettivi desiderati. È dunque molto chiaro che, secondo Mandeville, in una società moderna, l’essere umano si muova in due dimensioni: una pubblica e una privata. Le due visioni chiaramente non coincidono. L’uomo orgoglioso fornisce ai suoi simili l’immagine a cui egli aspira e non mostra realmente le proprie intenzioni per preservare la coesistenza sociale. In poche parole s’imbriglia l’orgoglio per convenienza sociale. Se consideriamo il lato economico di questi atteggiamenti, vien da sé che colui che vuole accrescere la sua posizione sociale sarà costretto a consumare. Gli acquisti e gli agi ottenuti col denaro sono dunque un mezzo per scalare la società: “Emo ergo sum”, mi perdoneranno i latinisti per questa distorsione classicista. Questo meccanismo è indubbiamente un incentivo al progresso economico e al consolidarsi della ricchezza di una nazione.

Ho cercato di elaborare, con una sintesi stringente, il fulcro del pensiero di Mandeville. Ammettendo però di aver omesso importanti elementi che potrete riscontrare nel suo saggio edito da Laterza. Immagino che in questo momento vi starete chiedendo che cosa ne pensi della sua teoria. In linea di massima, il mio giudizio è molto positivo. Penso infatti che la maggior parte dei meccanismi sociali descritti da Mandeville sia ancora presente. Prendiamo ad esempio i booktuber. Sono convinto che molti di loro puntino alla fama nonostante i proclami sulla divulgazione culturale. Diciamoci la verità, a gran parte della gente piace l’approvazione altrui e pur di raggiungerla inventa i più strani stratagemmi da mettere in pratica, e non c’è niente di male perché è la società umana a creare questi appetiti. Prevenendo una legittima domanda, personalmente ho aperto questo blog per impratichirmi sulla comunicazione letteraria e non per inseguire la chimera della popolarità culturale. Considero il mio blog una sorta di laboratorio, aperto a tutti i lettori della rete, che sempre più spesso mi incoraggiano e mi supportano in questo difficile e complicato percorso. Perché la lettura è un’attività fatta di metodo e abnegazione. Un po’ come la vita monacale.

Dorfles e i 100 libri che dovremmo leggere

Quali sono i libri che dobbiamo leggere almeno una volta nella nostra vita? Una domanda che potrebbe provocare talmente tante discussioni da non finire più. Per nostra fortuna ci sono degli intellettuali che ci hanno fatto risparmiare tempo, stilando delle lunghe liste dei volumi necessari alla nostra crescita intellettuale. Anche giornali come Le Monde e network tv come la BBC si sono cimentati nel creare delle liste. I loro elenchi però hanno dei difetti: sono troppo sbilanciati dalla cultura che li ha generati. La lista di Le Monde contiene molti titoli francesi e quella della BBC si focalizza molto sulla letteratura inglese. Questa mia osservazione non è una critica ma solo una presa di coscienza sulle storture che le liste possono avere.

Piero Dorfles – Critico letterario

L’idea che mi ero fatto sulle liste però è mutata dopo la lettura di un saggio che parla di libi. Mi riferisco a I Cento Libri: che rendono più ricca la nostra vita di Piero Dorfles. Se siete degli abituali frequentatori del mondo della cultura, non vi sarà sfuggito un certo richiamo all’arte, leggendo il cognome Dorfles. Ecco, non sto parlando del centenario Gillo Dorfles, pittore, filosofo e celebre critico d’arte. Il Dorfles che ha scritto il libro sotto inchiesta è il critico letterario, che ha condotto famosi programmi radiofonici e televisivi.

Dorfles dice che la lettura ci aiuta a vivere meglio e ad evitare l’alienazione sociale: «Ma perché abbia degli effetti positivi, la lettura deve essere libera, critica e analitica». Ci sono intellettuali ottusi che non liberano né la coscienza e neppure la creatività. Leggere non ci rende persone migliori, se le storie che leggiamo non si diffondono nelle strade, nei parchi, nei tram. Secondo il mio modesto parere, le attuali sfide editoriali si concentrano solo sul marketing e non sulla divulgazione della lettura: si intortano i lettori per rifilare loro l’ultimo best-seller.

Ci sarebbe ancora molto da dire sul libro. Troverete altre mie considerazioni nel podcast qui sotto.

 

Ecco la lista dei libri contenuti in questo volume. Spero di riuscire a recensirli tutti, prima o poi. I titoli sottolineati sono quelli letti.

Swift, I viaggi di Gulliver
Bulgakov, Il Maestro e Margherita
Huxley, Il mondo nuovo
Orwell, 1984
Bradbury, Fahrenheit 451
Sciascia, Todo modo
Orwell, La fattoria degli animali
Tolstoj, Guerra e pace
Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo
Roth, La cripta dei cappuccini
Hemingway, Addio alle armi
Levi, Cristo si è fermato a Eboli
Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini
Frank, Diario
Levi, Se questo è un uomo
Vittorini, Uomini e no
Fenoglio, Il partigiano Johnny
Twain, Le avventure di Huckleberry Finn
Stevenson, L’Isola del tesoro
Conrad, Lord Jim
London, Il richiamo della foresta
Verne, Il giro del mondo in 80 giorni
Kipling, Il libro della giungla
Conan Doyle, Uno studio in rosso
Verne, Ventimila leghe sotto i mari
Christie, Poirot a Styles Court
Molnár, I ragazzi della via Paal
Hammett, Il falcone maltese
Shakespeare, Macbeth
Maupassant, Bel Ami
Dumas, Il conte di Montecristo
Dostoevskij, Delitto e castigo
Hugo, I miserabili
De Amicis, Cuore
Mann, I Buddenbrook
Scott Frizgerald, Il grande Gatsby
Moravia, Il conformista
Shakespeare, Amleto
Gončarov, Oblomov
Čechov, Zio Vanja
Melville, Bartleby lo scrivano
Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde
Kafka, Il processo
Svevo, La coscienza di Zeno
Pirandello, Il fu Mattia Pascal
Moravia, Gli indifferenti
Camus, Lo straniero
Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie / Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò
Wilde, Il ritratto di Dorian Gray
Dickens, Ballata di Natale
Stoker, Dracula
Barrie, Peter Pan
Hesse, Siddharta
Poe, Racconti del mistero, dell’incubo e del terrore
Balzac, La pelle di zigrino
Shelley, Frankenstein
Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?
Goethe, I dolori del giovane Werther
Tolstoj, Anna Karenina
Brontȅ, Cime tempestose
Austen, Orgoglio e pregiudizio
Flaubert, Madame Bovary
Mann, La morte a Venezia
Mitchell, Via col vento
Lawrence, L’amante di Lady Chatterley
Maugham, Il velo dipinto
Nabokov, Lolita
Pasternàk, Il dottor Živago
Capote, Colazione da Tiffany
Shakespeare, Romeo e Giulietta
Turgenev, Padri e figli
Conrad, Cuore di tenebra
Kafka, Il castello
Canetti, Auto da fé
Borges, Finzioni
Buzzati, Il deserto dei tartari
Beckett, Aspettando Godot
Roth, Il lamento di Portnoy
Grimm, Le fiabe del focolare
Stendhal, La Certosa di Parma
Dickens, David Copperfield
Conrad, La linea d’ombra
Golding, Il signore delle mosche
London, Martin Eden
Collodi, Le avventure di Pinocchio
Salinger, Il giovane Holden
Morante, L’isola di Arturo
Burgess, Arancia meccanica
Calvino, Il barone rampante
Kafka, La metamorfosi

 

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Il saggio non litiga mai. Accenni di autodifesa verbale

Recensione del libro “Piccolo manuale di autodifesa verbale” di Barbara Berckhan pubblicato da Feltrinelli.

Si vince in difesa e non in attacco

foto litigioCombattenti si nasce e non si diventa avrebbero detto gli Spartani. La frase può avere senso se siamo dei lottatori di Sumo o dei pugili. Nella nostra società democratica il combattimento è prevalentemente verbale anziché fisico. Quotidianamente ci capita di avere degli attriti e discutere con chi non ci rispetta e vuole calpestarci. Come reagire allora alle provocazioni? Le strategie sono varie ma quelle proposte da Barbara Berckhan sono spiazzanti. L’autrice di Piccolo manuale di autodifesa verbale edito dalla casa editrice Feltrinelli cerca di convincerci che possiamo prendere ispirazione dalle arti marziali per difenderci, e sottolineo difenderci, dai cafoni della parola. Siamo noi che plasmiamo la nostra felicità e infelicità nei rapporti interpersonali. La Berckhan infatti scrive: «Il mondo là fuori, fondamentalmente, è neutro. Sono i nostri pensieri a darcene un significato». Secondo l’autrice ogni dialogo provoca in noi delle reazioni e il “non combattere è la via d’uscita più semplice e anche più sicura nella trappola delle provocazioni”.

Le 5 regole di una buona autodifesa

barbara berckhan
Barbara Berckhan

Essere superiori nelle conversazioni tossiche è possibile e secondo la Berckhan sono cinque i capisaldi da tenere presente quando si è immersi in una discussione:

  1. Quello che gli altri fanno o dicono è essenzialmente una proposta: non abbiamo alcun obbligo nell’accettare le proposte altrui.
  2. Il nostro cervello produce pensieri “automatici”. Riconosciamoli e mettiamo in dubbio quelli negativi e aggressivi.
  3. Dobbiamo imparare ad essere liberi di analizzare un problema da una certa distanza senza lasciarci coinvolgere troppo da vicino.
  4. Bisogna capire quali siano le nostre priorità personali in modo da preferire la qualità della propria vita rispetto allo scontro.
  5. Per ultimo, impariamo ad accettare la diversità degli altri rinunciando a volerli cambiare in tutti i modi.

Piccole strategie dialettiche

4158266_280463Come avrete capito non siamo di fronte ad una strategia dialetticamente aggressiva. La Berckhan suggerisce alcuni metodi come la contro-domanda all’insulto. Tipo: “Lo sai che mi sembri un tipo insipido.” “Cosa intendi con insipido?” “No, volevo dire che non ti conosco e quindi non ho capito che personalità hai”. La contro-domanda è utile per effettuare dei chiarimenti a commenti che potrebbero darci fastidio. Alcuni di voi però si chiederanno perché sia consigliabile la difesa rispetto all’attacco. L’autrice spiega bene cosa comporta litigare. Quando abbiamo un battibecco energico il nostro corpo si affatica a causa dello stress e incomincia a produrre cortisolo, una sostanza che non fa per niente bene al nostro organismo. Siamo dunque liberi di litigare ma dobbiamo essere consci che le diatribe turbano le nostre giornate e molto spesso ci distolgono dai nostri obiettivi primari. I talk-show sono un esempio di comunicazione litigiosa tesa all’annullamento dei contenuti. Quando i politici non vogliono esprimersi su temi delicati cercano in tutti i modi di buttarla in caciara. Per farlo attaccano personalmente il loro interlocutore per attizzare il fuoco del litigio. Il Piccolo manuale di autodifesa verbale è un buon testo da studiare per incominciare a sgomberare dalla propria vita tutte quelle relazioni che ci provocano acidità di stomaco.

I social network e l’arte di utilizzarli bene

Recensione del libro “Social Network: comunicazione e marketing” di Francesco Tissoni.

 

Il grande mercato dei social network

instagram-1183715_1280Oggi i social network sono un grande mercato, uno sterminato suq, dove si vende di tutto – alcuni tentano anche di offrire la propria anima al miglior compratore (non va sempre bene però). Gli utenti più fortunati e con voglia di emergere diventano influencer. Cosa significa? Essenzialmente parliamo di un cartellone pubblicitario ambulante con due gambe, un cuore pulsante e tanto desiderio di scrivere sulle proprie bacheche social sperando in un boom di like. Nell’atto di vendere viene meno l’autenticità: quando si vuole persuadere qualcuno sono ammesse anche le bugie. L’autenticità è allora merce rara e spesso ciò che è autentico finisce nella categoria trash. Fateci caso. Le liti sugli autobus, le cadute rovinose, l’ebrezza degli schiamazzi tra amici sono aspetti di vita difficilmente manipolabili. Forse per questo motivo piacciono tanto alle persone e hanno contribuito ad accrescere la fama di pagine Facebook come Welcome To Favelas e Intrashttenimento. Poi arriva la viralità che col suo potere trascina in alto (o in basso, dipende dalla vostra prospettiva) improbabili personaggi come “Saluta Antonio” che si beccano 1000 euro a serata in qualche discoteca del sud. Fessi noi o fortunati loro? Domanda troppo complicata da un punto di vista filosofico.

Un libro per sfruttare le potenzialità social

copertina del libro social networkLe dinamiche dei social sono tutt’ora materia di studio dei corsi universitari a causa della loro fluidità e continuo mutamento. Uno dei saggi che certamente ha tentato di fare un po’ chiarezza sul tema è stato Social Network: comunicazione e marketing del Prof. Francesco Tissoni, docente di Editoria Multimediale dell’Università Statale degli Studi di Milano. Il volume è un alquanto datato perché è stato pubblicato da Apogeo nel 2014. Sono passati dunque 3 anni e molte cose stanno cambiando nell’ambito dei social network; basti pensare all’imminente avvento della realtà virtuale. Nella prima parte del libro Tissoni affronta essenzialmente, a livello generale, i cambiamenti del web e le peculiarità di questo nuovo mezzo di comunicazione attraverso la narrazione della sua origine citando la storia dei padri di internet. Tissoni afferma che scrivere per il web sia un’arte da apprendere: ci sono delle regole precise da osservare che possiamo raggruppare sotto il minimo comune denominatore della brevità. Nella seconda parte di Social Network, Tissoni invece analizza in modo più accurato il legame tra social network e marketing: vengono elencati diversi case history per capire come alcune aziende abbiano sfruttato virtuosamente le potenzialità di Twitter, Facebook e Foursquare.

L’invasione delle infografiche

foto di francesco tissoni
Francesco Tissoni

Il capitolo più interessante rimane il quarto, quello dedicato alle infografiche. Come dice il nome, il neologismo unisce i termini informazione e grafica. Se avete un pochino di dimestichezza con la carta stampata avrete certamente notato che c’è stata un’esplosione di infografiche. I direttori utilizzano queste soluzioni per rendere fruibili più facilmente i dati che possono essere letti in maniera più intuitiva rispetto alla loro collocazione in qualche tabella. Tissoni afferma che un’infografica può essere efficace se presenta un buon equilibrio tra estetica e funzionalità. L’autore dice che la prima infografica della storia fu quella della metropolitana di Londra, disegnata dall’ingegnere Harry Charles Beck nel 1931. Venendo ad aspetti più concreti, come si crea un’infografica? Ci sono due momenti da rispettare. Il primo è teorico e l’altro è pratico. Nella prima fase dobbiamo fare una verifica sui dati che saranno alla base della nostra infografica. Questa è una fase fondamentale della progettazione. Per la grafica possiamo utilizzare dei programmi che si trovano sul web come Eas.ly o Infogram. Questo però è solo uno dei tanti elementi che dobbiamo considerare quando vogliamo utilizzare i social network per fare comunicazione aziendale.

La pessima abitudine di rinunciare a pensare

Recensione del saggio di Ermanno Bencivenga intitolato “La scomparsa del pensiero” edito da Feltrinelli

Leggi velocemente e sarai meglio di Einstein

foto scheda memoriaSfogliando un numero della rivista Sette sono capitato su un’inchiesta dedicata alla manipolazione mentale di chi organizza i corsi per rafforzare la memoria. Chi studia all’università – me compreso – sa bene di cosa si parla. Ogni bacheca, o quasi, di un ateneo ospita un volantino che pubblicizza i miracolosi effetti della lettura veloce. “Più leggi veloce, prima ti laureerai”. Balla colossale. Da normale studente senza doti eccezionali posso dire che il segreto di una buona carriera universitaria è la costanza. Svicolando da questo tema universitario, mi ha sorpreso l’aspetto oscuro di questi corsi: i costi in primis e i tentativi di coinvolgimento al limite dell’ossessione/stalking in secundis. Chi organizza questi cicli di incontri formativi alla fine vuole che il proprio cliente sborsi una montagna di quattrini. E come si fa a convincere una persona a farlo? Manipolandola. Si può utilizzare anche la tecnica del “love bombing”. «Facciamo di tutto per farti sentire bene, come puoi lasciarci?». Un ricatto morale. Ci siamo capiti.

Non smettiamo di pensare

foto la scomparsa del pensieroUn altro soggetto che tende a manipolare le persone è sicuramente la pubblicità. Certe volte compriamo un marchio solo per le immagini e le conseguenti impressioni che abbiamo provato davanti al televisore. Per evitare la manipolazione bisogna pensare. L’esercizio del pensiero è necessario per sentirci uomini consapevoli della nostra esistenza piena zeppa di limiti e contraddizioni. Questo è l’argomento centrale del curioso saggio di Ermanno Bencivenga intitolato La scomparsa del pensiero: perché non possiamo rinunciare a ragionare con la nostra testa pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli. Bencivenga si è laureato in Filosofia nella mia università (la Statale di Milano) e ora insegna all’università della California a Irvine. Bencivenga è convinto che le giovani leve stiano attraversando un cambiamento generazionale in cui l’utilizzo della logica è stato ampiamente sacrificato sull’altare del multitasking. Questo è un male perché molti ragazzi abdicando al pensiero finiscono col perdere il senso critico che secondo il professore è uno degli elementi fondamentali per una buona democrazia. I cittadini ben formati e pensanti sanno prendere decisioni responsabili affrancandosi dalle sirene del populismo che attualmente sono in voga nella scena politica italiana. Bencivenga sostiene dunque che pensare sia una necessità e pensar bene una virtù.

Più logos e meno pathos

foto ermanno bencivenga
Ermanno Bencivenga – filosofo e docente universitario

L’emotività non sempre ci aiuta a prendere le giuste decisioni. Anzi secondo Bencivenga è probabile che ci inducano a un passo falso. «Se è vero che non siamo solo o in prima battuta razionali, è vero però che siamo anche razionali; il pensiero e il ragionamento non costituiscono il nostro modo originario di gestire l’ambiente vitale e sociale, ma a un certo punto li abbiamo acquisiti. Perché allora non ce ne serviamo?», si chiede il professore. Non c’è dubbio che coltivare un pensiero critico costi fatica. Studio, volontà e sacrificio sono i principali ingredienti per edificare una solida coscienza culturale che possa accendere le nostre intuizioni. La logica però non è solo istruzione ma la si può altresì rafforzare con le relazioni quotidiane. Prendere le giuste decisioni non è solo frutto di una mente eccezionale ma anche di una serie di sbagli e quindi di esperienza personale accumulata negli anni. Inoltre Bencivenga individua i tre elementi che possono persuadere un individuo e questi sono il pathos, l’ethos e il logos. Scomodando Aristotele il pathos è l’emotività, l’ethos l’autorità dell’oratore e il logos il discorso razionale. Nei talkshow prevale nettamente l’ethos perché il logos ha tempi più lunghi che sono incompatibili con i ritmi televisivi. Questi tre elementi allora agiscono tutti manipolando le nostre passioni, le nostre emozioni; la differenza è quali emozioni siano. Bencivenga inoltre critica l’approccio delle attuali generazioni al mondo digitale: «Spetta dunque a noi chiederci se nell’orgia di messaggi digitali che riceviamo ci rimanga il tempo per l’analisi – per identificare gli elementi di quei messaggi, per recepirne il diverso valore, per decidere a quali elementi vogliamo prestare la nostra fiducia e il nostro impegno». Il saggio però termina con una nota positiva. Bencivenga crede che l’esercizio della logica possa stimolare i cittadini a pensare perché infondo i ragazzi di oggi hanno grandi capacità che non sono state ancora correttamente sviluppate.