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Categoria dedicata ai romanzi italiani

se i muri potessero raccontare

Anche le fabbriche hanno un’anima

se i muri potessero raccontareDopo tre anni dal precedente romanzo, Maurilio Riva torna in libreria con la sua ultima fatica intitolata Se i muri potessero raccontare (Unicopoli). Lo scrittore milanese, di origine tarantina, torna nuovamente a raccontare il mondo operaio degli anni ’60 e ’70. Riva è davvero un grande conoscitore dei temi proletari grazie al suo passato lavorativo: egli ha infatti sperimentato in prima persona i vizi e le virtù del lavoratore faticando in un’importante azienda lombarda nel campo delle telecomunicazioni in cui, tra le altre cose, ha ambientato il suo ultimo volume. L’aspetto più sorprendente del libro è sicuramente la struttura narrativa: un mosaico di storie operaie rese note dalla laconica voce immaginaria della fabbrica in cui i lavoratori sono stati impiegati. A onor del vero, la “fabbrica animata” non si limita solo a raccontare le biografie dei propri occupanti ma esprime anche parecchi giudizi sul presente e il futuro delle strategie aziendali; il più delle volte le considerazioni dell’edificio parlante hanno un carattere esplicito:

citazione libro se i muri potessero raccontare

Credo che non sia possibile elaborare una sintesi del libro. Come scrive l’autore, nell’opera troviamo infatti le testimonianze di un microcosmo operaio realmente esistito; ogni racconto è un frammento indipendente che si lega però ai ricordi delle pareti di calcestruzzo dello stabilimento industriale. Dalle pagine de Se i muri potessero raccontare, il lettore percepisce che per il proletariato la fabbrica sia un ambiente ambivalente dove le gioie e dolori di un umanità stanca  si mescolano ad un’assidua routine lavorativa. Inoltre ritengo che il tema centrale della pubblicazione sotto esame sia l’alienazione prodotta dal sistema industriale. Moreno Senzamacchia, un personaggio su cui si soffermano i ricordi dello stabilimento, con la sua cultura rappresenta il necessario farmaco per aggredire l’insopportabile conformismo produttivo.

se i muri potessero raccontare

Riva ha uno stile chiaro e scorrevole, animato da un frizzante citazionismo: ho trovato formidabili i riferimenti a Walter Benjamin, Charles Baudelaire e Carlo Levi. Considerando un aspetto di mera editoria, mi è difficile definire con completezza il genere dell’opera: mi sono trovato a sfogliare un libro che è un ibrido tra un saggio e un romanzo.  Potremmo definirlo una non-fiction intrisa di nozionismo e precisi riferimenti storici, ma sarebbe un’etichetta inadeguata all’intuizione letteraria di Riva. Di sicuro la struttura narrativa assomiglia molto alla celebre Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

A chi consiglierei questo libro? Senza dubbio a un lettore motivato che voglia rileggere la storia operaia da un inedito punto di vista. Maurilio sa cogliere la criticità del mondo moderno che sta dimenticando la propria recente storia industriale in nome di un progresso sempre più invadente e, perché no, più inquietante:

se i muri potessero raccontare

La lettura di Se i muri potessero raccontare tutto sommato è stata gradevole, resa ancor più interessante dalle testimonianze raccolte da Riva che danno al lettore un vivido affresco della multiforme umanità di una fabbrica che ha perso tutto tranne che i propri ricordi. Per questo motivo, come è possibile non resistere alla commozione, dopo aver terminato il capitoletto dedicato ad Ultimo, in cui viene sviscerato quel dolore immane che prova un padre davanti alla prematura morte di un figlio? Un pacchetto di fazzoletti non è bastato.

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L’abitudine di essere conformisti

Il tema del conformismo è forse sottovalutato al giorno d’oggi. Paradossalmente dovremmo parlare di conformismo proprio perché le nostre abitudini quotidiane assomigliano sempre di più a quelle di altre persone di cui ignoriamo l’identità. Se volessimo etichettare tale fenomeno potremmo chiamarlo conformismo sociale. Però cosa significa questo termine? Restando terra a terra, senza inerpicarci sulle vette filosofiche del pensiero, un individuo conformista è definito tale se delega al gruppo di cui fa parte la facoltà di decidere sulle cose – dalle più banali a quelle più importanti. Tale atteggiamento si verifica perché l’uomo ab origine ha un bisogno innato di sentirsi parte di una classe di individui. Per questo cerca di schivare come può i severi giudizi della massa per non correre il pericolo di essere allontanato da essa. Insomma, conformarsi alle abitudini del gruppo è un modo per sentirsi meno soli e intessere facilmente nuove relazioni, sacrificando sull’altare dell’ipocrisia la propria individualità. A tal proposito ne L’arte di conoscere se stessi, il filosofo Arthur Schopenhauer spiega  al lettore che egli decise di isolarsi dalla società del suo tempo dopo aver compreso meglio se stesso e aver appurato l’inconsistenza intellettiva della gente che in passato aveva frequentato. Dalle parole del pensatore ho dedotto che scegliere di essere conformisti o anticonformisti è in primis una decisione politica. Questa mia deduzione è stata poi ulteriormente confermata dalla lettura de Il conformista di Alberto Moravia, un romanzo edito da Bompiani che uscì nel 1951.

alberto moravia fotoVeniamo al contenuto del libro. Il romanzo si apre con la descrizione di un tragico evento accaduto al protagonista quando era ancora un ragazzino spensierato ma dall’indole violenta (uccideva le lucertole per divertimento). Marcello è un bambino dai lineamenti femminili e dai modi affettuosi, a causa di queste sue particolarità viene bullizzato dai compagni di classe che lo chiamano “Marcellina”. Oltre ai problemi scolastici, Marcello deve far i conti con una famiglia incasinata (quanto lo capisco). Suo padre è fuori di testa: in una scena fa un fattura bucando una fotografia in prossimità degli occhi del figlio e della moglie. Moravia non lo scrive esplicitamente, ma la follia del capo famiglia è probabilmente innescata dalle abitudini libertine della madre, una bella donna, che pensa più alle serate con amici e amanti piuttosto che agli impegni domestici. L’infanzia e la vita di Marcello subiscono un deciso cambiamento quando nel libro appare Lino, un sacerdote spretato, che cerca di violentarlo, dopo averlo adescato con la scusa di regalargli una rivoltella. La violenza non avviene perché Marcello sparerà al pedofilo. Moravia interrompe il racconto e ricomincia la narrazione presentandoci un Marcello Clerici ormai adulto. Siamo più o meno verso la fine degli anni Trenta e il protagonista lavora per la polizia politica fascista, l’OVRA. Il lettore assiste ai preparativi del suo matrimonio con Giulia, una bella ragazza di una famiglia del ceto medio. Marcello però viene incaricato di spiare l’antifascista Quadri, un suo ex-professore che si trova a Parigi. Il protagonista per far piacere ai suoi superiori decide allora di organizzare il suo viaggio di nozze nella capitale francese per non insospettire il sovversivo da monitorare. Parigi cambia Marcello che fino alla fine del libro s’interrogherà sul suo presente e sul suo avvenire di “normalità” nel regime fascista. Il finale del romanzo mi ha abbastanza scosso perché mi è sembrato totalmente in contrasto con il ritmo della narrazione, che ha un incedere lento, lacunoso e ovattato.

il conformista moravia

Il Conformista di Alberto Moravia (1951)

I temi contenuti nel libro sono molti. L’argomento principale, come ho spiegato nell’attacco del post, è senza dubbio il conformismo. Marcello desidera fortemente lavare il suo disagio sociale adeguandosi nella massa. Come diceva Baudelaire, solo nella confusione un uomo può essere anonimo. Tale è la filosofia del personaggio che non si fa problemi ad abbracciare apertamente il fascismo, dedicando tutte le sue energie alle missioni che gli vengono proposte. A Marcello non interessano gli ideali propugnati da Mussolini, egli cerca solo il consenso del prossimo col minimo sforzo. Paradossalmente, fino alle prime avvisaglie del crollo della dittatura, il nostro protagonista sembra essere soddisfatto del suo compromesso; la sua recitazione trova terreno fertile nel appiattimento culturale inflazionato dal fascismo. Per sembrare una persona normale, Marcello deve solo agire per “la famiglia e per la patria”. Giulia, sua moglie, infatti è una donna della classe media senza orizzonti e abituata ad un pensiero sciocco e banale. Marcello la sceglie solo per una questione di immagine: sposandola potrà davvero dimostrare la sua normalità di fronte a tutti. Marcello quindi è il simbolo di una dittatura che osteggia qualsiasi dibattito critico. Per questo le certezze del protagonista incominceranno a vacillare quando incontrerà i coniugi Quadri, soprattutto la moglie del professore, Lina, che lo farà impazzire d’amore.

Criticare significa giudicare. Esercitare il giudizio critico significa mettere in discussione i precedenti capisaldi che si sono radicati nella nostra vita. Nel caso di Marcello, vediamo che egli fino all’ultimo istante non vuole ammettere le colpe e attribuisce tutto al destino. Marcello per non ammettere il suo fallimento da uomo e soprattutto da padre scarica tutto sul fatalismo: «Marcello ricordò Lino, causa di tutte le vicende della sua vita e spiegò, riflessivamente: “Quando si dice fatalità si dicono appunto tutte queste cose, l’amore e il resto… tu non potevi agire come hai agito e lei non poteva, appunto, non partire con il marito”». Il conformismo allora può essere paragonato ad una droga che assumiamo per distorcere la realtà, inducendo il nostro stomaco ad ingoiare ciò che la nostra lingua rigetterebbe subito. Il pensiero critico infatti crea divisioni e contrasti. Per esercitarlo serve coraggio e costanza.

Questo libro è contenuto nella lista Dorfles.

Per terminare vorrei consigliarvi l’ascolto de “Il Conformista” di Giorgio Gaber. Secondo me, un pezzo divino che sa spiegare al largo pubblico che cosa sia davvero il conformismo:

 

 

Le otto montagne e la sensazione del sentiero sbagliato

Il motivo di una scelta letteraria

foto libro le otto montagneQuando arriva l’estate si presentano delle domande che si ripetono da secoli. Una di queste è “Ci facciamo una vacanza al mare o in montagna?”. I gusti sono gusti e oggi con l’internazionalizzazione della consueta villeggiatura anche la città è divenuta metà turistica: New York, Praga, Stoccolma etc… Personalmente è da parecchi anni che non vedo il mare. La spiegazione è che da qualche anno mi ritiro in Valsesia nel periodo estivo. Ho dunque incominciato ad apprezzare la montagna con tutti i pregi e i difetti delle cime rocciose. Chiaramente il periodo di licenza da Milano ha influito sulle mie letture. Quale lettura estiva avrei potuto intraprendere che fosse adeguata all’ambiente vacanziero in cui mi piace stare? Ho dunque scelto Le otto montagne di Paolo Cognetti pubblicato da Einaudi. Ovviamente ho preso in considerazione questo romanzo anche perché ha vinto l’edizione del 2017 del (prestigioso?) Premio Strega. Quindi mi sono chiesto se fosse davvero il miglior romanzo italiano del 2016. Come sempre la risposta non è così scontata.

Di cosa parla il romanzo

foto di paolo cognetti

Paolo Cognetti

Le otto montagne è un romanzo di formazione – accelerata direi. Il protagonista è Pietro, un milanese che si trova a passare le sue vacanze a Grana, una paese ai piedi del Monte Rosa. Sin da bambino il protagonista è affetto da una sorta di smarrimento esistenziale: Milano lo opprime col suo grigiore e la montagna invece lo mette a dura prova soprattutto ad alta quota. Oltre a questi problemi, Pietro non va d’accordo con suo padre, insomma non come lui vorrebbe. Le cose incominciano a cambiare quando incontra Bruno, abitante di Grana, che diverrà il suo migliore amico. Un’amicizia che durerà più di 20 anni. Il libro dunque parla essenzialmente dello sbocciare e dell’appassire di un sodalizio. Nella narrazione ci sono poi altri spunti come il tema del rapporto col padre, delle relazioni con le donne e infine del luogo adatto all’esistenza dell’individuo. Scorrendo le pagine poi si scoprirà che Pietro sceglie di vivere in Nepal, nello specifico sull’Himalaya, dove collabora con una ONG che soccorre e aiuta le persone povere e gli orfani.

Poca originalità

Non so come entrare nella questione e allora comincerei col dire che ho fatto fatica a terminare Le otto montagne di Cognetti. Questo libro non mi ha fatto provare un granché. Tanti autori hanno approfondito il rapporto tra natura e modernità. Abbiamo dunque una vasta gamma di scritti su questo tema. Mi aspettavo qualcosa di più introspettivo. Invece le pagine sono passate senza lasciarmi qualcosa di pregnante o su cui riflettere. Avete presente quando cercate un buon sentiero ma vi perdete e siete costretti a tornare indietro? Ecco, la sensazione di lettura si avvicina a tale smarrimento. Questo libro manca di originalità anche nello stile che si presenta scarno ed essenziale, tendente all’appiattimento lessicale (evitato nella terminologia specifica dell’ambiente montuoso). Mi sono appuntato una decina di passaggi ma nulla più. Il passo più interessante rimane l’indovinello del torrente del padre di Pietro: «Guarda quel torrente, lo vedi? – disse. – Facciamo finta che l’acqua sia il tempo che scorre. Se qui dove siamo noi è il presente, da quale parte pensi che sia il futuro?». Ripetendo ciò che ho scritto all’inizio, per esperienza personale conosco abbastanza bene la montagna e la gente che la abita. Negli anni ho notato che il rapporto con la natura rende più spigolosi e pragmatici, se volete meno disposti al compromesso e alla politica. Non sono rari i dispetti e le faide tra famiglie concorrenti nei piccoli paesini d’alta quota. Sarà un mio gusto personale ma mi piacerebbe forse un romanzo che narri questi aspetti meno noti che la solita nenia sentimentale sull’amicizia tragicamente perduta.

Podcast | Tommaso e il fotografo cieco | Gesualdo Bufalino

9788845254932_0_0_300_80Continuano le mie sperimentazioni nel mondo del podcasting. Ecco a voi la nuova puntata sul complesso “iper-romanzo” di Gesualdo Bufalino Tommaso e il fotografo cieco (Bompiani). Non è stato facile produrre questa audio-recensione perché il romanzo di Bufalino è una pubblicazione zeppa di riferimenti letterari, costruita con un lessico ricercato e questi elementi sono impastati in una trama (apparentemente) confusionaria e a tratti indecifrabile.

Ricordo inoltre che potete trovare altre audio-recensioni di questo genere cliccando alla voce “Podcast” nel menu di navigazione (oppure clicca qui).

foto libro gattopardo

Il Gattopardo che c’è in noi

Quando penso al termine Gattopardo mi vengono in mente due cose: la prima è una discoteca ubicata in una chiesa sconsacrata vicino a casa mia e la seconda la voce del giornalista statunitense Alan Friedman. Non penso mai al romanzo e neppure a Tomasi di Lampedusa.

Poi che nome è Tomasi? Ve lo siete mai chiesto?

La risposta è questa: Tomasi è un cognome! Il nome dell’autore è Giuseppe.

giuseppe-tomasi-sedutoA parte questa veloce boutade, voglio sottolineare che ho letto questo romanzo a 24 anni. Già su Twitter mi hanno fatto notare che il libro si legge solitamente alle medie. Ma qualcuno può spiegarmi come un ragazzino di 12 anni sia in grado di capire la complessità della psicologia dei personaggi gattopardeschi?

Lancio la provocazione.

Aggiungo solo che a 24 anni leggere i classici diviene un piacere perché è un po’ come trovare un baule impolverato in cantina contenente delle monete d’oro o delle fotografie dimenticate della propria famiglia. Insomma i classici rappresentano un momento cruciale per il lettore autoctono: una fervida riflessione sulla propria eredità storica.

Il Gattopardo non si legge per raccontare agli amici che Angelica è il personaggio più affascinante del libro, Tancredi il più spregiudicato e Don Fabrizio Salina il più simpatico. No! Tomasi di Lampedusa ci restituisce delle stupende pagine di prosa italiana che si concentrano sulla storia della Sicilia penetrando con la sua scrittura nei pregi e i difetti di quella terra baciata dal sole che non conosce dei.

Vorrei invitarvi a concentrare la vostra attenzione sul finale perché penso che sia una delle più affascinanti parti conclusive che abbia mai letto e fa così:

Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo quel che rimaneva di Benedicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose in un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida

istock_000002396683xsmallE’ un Alano. Benedicò intendo. Nella citazione come si capisce è impagliato. Il cane – come riportato dallo stesso autore – è un simbolo della decadenza e della trasformazione della nobiltà italiana: da molossoide potente a sagoma spenta e fragile cosparsa di polvere.

Qualcuno di voi penserà: “Non hai citato la frase più famosa del libro e nemmeno il film di Luchino Visconti!”.

E’ vero, ma lo fanno tutti. E allora che senso ha parlarne?

Questo romanzo fa parte della lista stilata dal critico letterario Piero Dorfles.