“Il viaggio nel passato” di Stefan Zweig

Recensione del racconto “il viaggio nel passato” di Stefan Zweig, edito da Ibis

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La copertina del libro dice già tutto: una coppia che si saluta prima che uno dei due salga sul treno e si diriga lontano dall’amante. Sembra di vedere le tipiche cartoline d’epoca, in bianco e nero, che sicuramente chiunque di noi conserva ancora in quei comò gravidi di ricordi famigliari. Viaggio nel passato (Ibis), scritto nel 1929, è sicuramente un lungo racconto sulla conquista e perdita dell’amore. Lo scrittore Stefan Zweig però non narra una banale vicenda sentimentale ma una passione che non riesce a trovare la sublimazione carnale, perdendosi in una promessa di unione e felicità che poi verrà dissipata dal tempo.

copertina il viaggio nel passato di Stafan ZweigE di quel passato, di quel fuoco della sua giovinezza in cui le notti e i giorni si erano consumati nei tormenti, non c’era più altro che una debole luce, una quieta, buona luce di amicizia che non pretendeva niente e non costituiva pericolo

La trama del racconto

Siamo a Francoforte, in un’industria chimica dove Ludwig, un ventenne di umili origini diplomato in chimica, svolge dell’attività di laboratorio. L’azienda appartiene al consigliere G. che è un ricco imprenditore, sposato con una donna splendida. Ludwig lavora molte ore al giorno e non si ferma mai: cerca di riscattarsi economicamente e di puntare a un ceto più alto. Ludwig è però un ragazzo coscienzioso e rispettabile, per nulla arrogante, qualità che piacciono al Consigliere G. cosicché il giovane chimico diventa presto il braccio destro dell’imprenditore.

Ludwig si trasferisce nella reggia del consigliere e lì conosce la moglie, per la quale Ludwig perde subito la testa. I giorni trascorrono e tra il protagonista e la donna si accende una passione amorosa che culminerà in un ardente bacio. All’improvviso Ludwig è costretto a volare in Messico per questioni lavorative. Egli allora strappa una promessa alla donna: al suo ritorno si dichiareranno al mondo intero, o almeno questo è quello che lui vorrebbe da lei. Nel frattempo scoppia la prima guerra mondiale, Ludwig non riesce a tornare in Germania e negli anni di esilio in Sud America decide di sposarsi, mettendo al mondo dei figli.

Finito il conflitto mondiale, il protagonista torna dalla sua antica amata, ma si rende conto che l’amore per lei ha preso una piega insolita. Il desiderio ormai non può essere soddisfatto perché l’età e i cambiamenti storici hanno stravolto il contesto in cui tanti anni prima era sbocciato.

foto dello scrittore Stefan Zweig
Stefan Zweig – scrittore

Non appartiene alla natura umana vivere soltanto di ricordi e così, come le piante e ogni altro prodotto della terra traggono nutrimento dalla terra stessa e dalla luce che proviene dal cielo che filtra continuamente affinché i colori non impallidiscano e la corolla non perda i petali, anche i sogni, apparentemente così poco terreni, hanno bisogno di alimentarsi, di un po’ di sensualità, di tenerezza e di immagini che li aiutino a mantenersi desti, altrimenti il sangue coagula e la loro luminosità impallidisce

Vortice e oblio temporale

Il volumetto ha una struttura narrativa molto interessante: le prime pagine sono dedicate alla riunione dei due amanti alla stazione di Francoforte. Da lettore, mi sono sentito disorientato. L’orientamento ritorna quando si sfoglia la digressione sul passato di Ludwig e sull’incontro, avvenuto tra i due prima della partenza per il Messico. Viaggio nel passato è basato sul tema dell’amore possibile; un termine che userei per tutte quelle scintille d’amore che promettevano grandi cose ma che si sono perse nella voragine del tempo. Quante volte si fantastica su una persona, sperando in una ventata di speranza e vitalità in grado di dare una scossa alle nostre aspettative sentimentali. Alcuni chiamano questo fenomeno “pensiero magico”, io lo definirei illusione.

Ludwig ha per anni pensato a una donna fantasma, idealizzandola, che poi ha perso nonostante il ricongiungimento tardivo. Il fatto è che l’avanzata dell’età ci trasforma e deforma i nostri ricordi. La persona che abbiamo amato in passato tende a scomparire, estinguendosi dalla realtà. Una metamorfosi con cui tutti, prima o poi, facciamo i conti.

“Il taglio del bosco” di Carlo Cassola

Recensione del racconto “Il taglio del bosco” di Carlo Cassola, pubblicato da Einaudi

Ci sono tormenti che non cessano nemmeno con lo scorrere del tempo. Lo sa bene il boscaiolo Guglielmo, protagonista de Il taglio del bosco (Einaudi, la mia copia) di Carlo Cassola, scrittore noto ai più per il libro La ragazza di Bube. Il racconto lungo, pubblicato nel 1950 sulla rivista Paragone-Letteratura, si concentra sui 5 mesi di lavoro di un taglialegna toscano che ottiene un appalto per tagliare un bosco nei pressi di Massa Marittima. Non c’è una trama specifica: Cassola immerge il lettore nella piccola comunità di cinque boscaioli toscani che per mesi vivono insieme dentro a un capanno e che passano tutto il giorno, quando il meteo lo permette, a spaccare legna all’aperto.

copertina il Taglio del boscoGuglielmo, protagonista 38enne del racconto Il taglio del bosco, è un uomo spezzato e annichilito dalla morte prematura della moglie. L’uomo ha due figlie, Irma e Adriana, che sono accudite da Caterina, sorella di Guglielmo. Sin dalle prime pagine, leggiamo che il nostro boscaiolo pensa solamente ai conti di casa e non sembra incline a mostrare affetto nei confronti delle figlie. Per lui i sentimenti non sono importanti. Ciò che è importante sono i soldi che fortunatamente entrano nella casa di Guglielmo grazie alla sua abnegazione lavorativa.

Personaggi tormentati dalla vita

Perché Guglielmo ha un atteggiamento distaccato verso il mondo e la famiglia? Non bisogna giudicare troppo frettolosamente. La causa della condotta del boscaiolo viene rivelata poco a poco attraverso dei flash back che ci riportano alla tragica vicenda della moglie, morta per un male incurabile ai reni. Chiaramente Guglielmo soffre, è tormentato dal rimorso e dai fantasmi di un passato che non lo abbandonano mai, nemmeno quando intraprende un appalto del taglio di un bosco che lo terrà lontano da casa per circa 6 mesi. Guglielmo non è però il solo personaggio con un passato complesso e problematico. Nella compagine di boscaioli partiti per l’abbattimento degli alberi troviamo Fiore, Amedeo, Francesco e Germano. Amedeo è il cugino di Guglielmo, Fiore un maturo e scontroso boscaiolo, Francesco un cuoco ed ex-commerciante e infine Germano un taglialegna ventenne. Cassola delinea in modo davvero interessante e realistico la psicologia di questa comunità di lavoratori: è davvero sorprendente la maestria dello scrittore nel non cadere in facili stereotipi come quelli del boscaiolo che spacca legna e mette in mostra la propria virilità. Non dobbiamo però trascurare un altro fondamentale personaggio: il carbonaio. Una figura drammatica che ha perso tutto nella propria esistenza e che vive solo per la sepoltura.

Il messaggio di Carlo Cassola

Il racconto presenta inoltre un gioco di metafore: la forza fisica in contrasto con la debolezza della mente. Eccezionali sono anche le descrizioni paesaggistiche dell’autore che mi hanno lasciato senza fiato. Ne propongo una che si sofferma sugli effetti della luce lunare sulla foresta toscana:

«Il pendio erboso era madido di luce. Era come se una mano invisibile lo avesse inondato di un liquido prezioso. Le ombre sghembe della capanna e delle piante che il taglio aveva rispettato risaltavano nere come l’inchiostro. Nel crinale di fronte, ciascun albero spiccava isolato, sì che sarebbe stato possibile contarli, almeno fino a un certo punto, oltre il quale impiccolivano, venendo a formare una linea continua. In basso si snodava il nastro luccicante del fiume Sellate»

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Carlo Cassola – scrittore

Il lavoro per Guglielmo è una distrazione. Lo aiuta a non pensare alla propria tragedia esistenziale. Un po’ come facciamo tutti. Per esempio il sottoscritto, quando giunge qualche delusione d’amore, si applica compulsivamente alla scrittura per lenire le scottature sentimentali. Il dolore logora ma fa anche crescere. La scomparsa prematura della moglie ha infatti reso Guglielmo un lavoratore migliore: egli è destinato a diventare un imprenditore del legno, garantendo un futuro stabile alle figlie. Il prezzo della cognizione del dolore è molto alto. Il racconto poi riflette alcuni snodi importanti della vita di Carlo Cassola: il testo preso in esame fu scritto dopo la morte di sua moglie Rosa. La letteratura può dunque essere una terapia per interiorizzare e superare gli eventi drammatici delle nostre esistenze.

Se dovessi interpretare il principale messaggio de Il taglio del bosco, direi che secondo Cassola il dolore di una separazione va affrontato direttamente. Negarlo significa soffrire ancora di più.

“Il diario” di Anna Frank

Recensione del “Diario” di Anne Frank, pubblicato da Einaudi.

Il diario di Anna Frank (Einaudi) non è solo una testimonianza preziosa sulla persecuzione degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, ma è anche e soprattutto un inno alla vita. In questo libro – pubblicato per la prima volta nel 1947 – una giovanissima Anna racconta l’improvvisa fuga da casa sua nel 1942 per rifugiarsi in un magazzino con la propria famiglia e altre quattro persone.

copertina diario anne frankSiamo ad Amsterdam, i tedeschi hanno occupato i Paesi Bassi e gli ebrei non possono più condurre una vita sicura: da tempo il nucleo famigliare dei Frank indossa la stella gialla di David e non può accedere a molti luoghi pubblici, come le scuole, le biblioteche, i circoli di tennis. Dal diario si evince molto bene che il padre di Anna aveva previsto la drammatica situazione e si era perciò impegnato ad allestire un rifugio per nascondere la moglie e le due figlie, Anna e Margot. Il rifugio ha tutti gli agi di una casa normale e può contare sul rifornimento di cibo e di oggetti di prima necessità grazie alla generosa collaborazione di alcuni colleghi del padre di Anna. L’autrice del diario non esce dal nascondiglio per molto tempo, un’alienazione coatta che dura due anni, dal 1942 al 1944.

Un diario sulla maturazione di un’adolescente

Durante la salvifica prigionia, Anna sente il bisogno di intraprendere un discorso con qualcuno: la ragazzina desidera avere un’amica a cui confidare ogni suo pensiero e umore. Kitty, il nome del diario di Anna Frank, nasce da questa urgenza. La scrittura di Anna è chiara e lucida: non è per nulla improvvisata; anzi, è la stessa Anna che più volte dichiara che la stesura dei suoi pensieri sono un ottimo esercizio per far maturare il suo cervello e il suo stile. La giovane ebrea sogna di diventare una scrittrice/giornalista.

diarioIl diario contiene anche il resoconto di tutti i litigi, le gioie, l’amore per Peter e le incomprensioni che gravitano nell’alloggio segreto. Anna è una ragazzina molto sveglia e arguta. La sua vitalità è però spesso in contrasto con le aspettative della madre che desidera una Anna “più ubbidiente e meno sfacciata”. Intanto nell’alloggio arrivano le notizie dal mondo esterno che, a giorni alterni, portano speranze e delusioni riguardo alla fine della guerra. Il testo di Anna è la dimostrazione che gli ebrei (e tutti gli altri) sapevano benissimo quali fossero i fini dei nazisti: «Spesso le SS vanno anche in giro con delle liste e suonano solo dove sanno di trovare un ricco bottino. Spesso si paga una cifra, tanto a testa. È come la caccia agli schiavi che si faceva un tempo. Però non è affatto uno scherzo, è troppo triste […] Non si salva nessuno, vecchi, bambini, neonati, donne incinte, malati, tutti, tutti camminano insieme verso la morte […] Io stessa ho paura se penso a tutti quelli cui mi sentivo così intimamente legata e che adesso sono in mano ai più crudeli carnefici mai esistiti. E tutto solo perché sono ebrei».

Il microcosmo di Anna Frank

Come hanno sottolineato diversi critici letterari, Anna è molto abile a cogliere un microcosmo dell’alloggio segreto: c’è chi ruba, chi offende e c’è un conflitto generazionale: i grandi non comprendono appieno i bisogni dei giovani e viceversa. I giorni passano e le strade olandesi diventano un inferno. Sparatorie, furti e risse sono gli eventi che i rifugiati osservano dalla loro piccola finestra. Per non parlare poi delle bombe che gettano estremo sconforto sull’intera comunità clandestina. Anna sa benissimo quale sia il suo destino. La deportazione e il ritrovamento dell’alloggio segreto da parte delle SS sono nell’aria, ma l’autrice del diario non demorde.

foto cannone in miniaturaLa giovane ebrea è piena di speranza e la persecuzione per lei è solo un elemento di maturità per apprezzare in profondità la meraviglia della natura. Anna nel suo diario critica l’indifferenza degli uomini e da vera intellettuale delinea le cause e le conseguenze della guerra: «A cosa serve mai la guerra, perché la gente non può vivere insieme tranquilla, perché tutto deve essere devastato? […] Perché ogni giorno si spendono milioni per la guerra e non c’è un centesimo per l’assistenza medica, gli artisti e la povera gente? […] Non credo che la guerra sia causata solo dagli uomini grandi, dai governanti e dai capitalisti. No, il piccolo uomo la fa altrettanto volentieri, altrimenti i popoli si sarebbero ribellati già da molto tempo! Nell’uomo c’è proprio l’impulso di distruggere, di uccidere, di assassinare e infierire, e finché tutta l’umanità, senza eccezioni, non avrà subito una grande metamorfosi, la guerra continuerà a infuriare, e tutto quello che è stato costruito, coltivato e cresciuto, sarà di nuovo distrutto e disintegrato, per poi cominciare da capo!».

Il libro fa parte della lista Dorfles e qui sotto trovate un bel podcast prodotto da Radio3 che è dedicato al Diario di Anna Frank.

 

La vita segreta di Andrew O’Hagan

Recensione del libro “La vita segreta” di Andrew O’Hagan pubblicato da Adelphi.

Terminando La vita segreta (Adelphi) di Andrew O’Hagan, mi sono reso conto di quanto stia cambiando il rapporto tra mente e corpo nelle nostre società al tempo di Internet. La trasformazione tecnologica sta mutando persino il concetto di identità umana. Attualmente si parla molto dell’intelligenza artificiale nel campo delle smart-city (città intelligenti). In un contesto cittadino siamo da sempre stati abituati ai camion verdi della spazzatura guidati dagli operatori ecologici. In un probabile futuro non sarà più così: gli automezzi si guideranno da soli e verranno collegati ai sensori dei cassonetti. La raccolta dei rifiuti sarà automatizzata e di conseguenza diverrà più efficiente. Questo è uno dei modi in cui verrà sfruttata l’intelligenza artificiale. Però sorgono delle domande: c’è un limite all’intelligenza artificiale? Le macchine acquisiranno le facoltà intellettive dell’uomo? Per ora i pareri degli esperti sono discordanti, ma pare abbastanza chiaro che il futuro ci riserverà delle sorprese. In questo ambito, la tanto vituperata letteratura di fantascienza era stata profetica (pensiamo alle opere di autori come Bradbury, Orwell, Asimov).

copertina la vita segreta di Andrew O'HaganLe tecnologie ci stanno cambiando la vita. Le macchine hanno trasformato ed estinto molte professioni tradizionali. Nel mio caso, penso al giornalismo. Oggi per fare giornalismo bastano tre cose: uno smartphone, un collegamento internet e delle idee. Rispetto al passato c’è stata una vera e propria rivoluzione. L’evoluzione dei mezzi di comunicazione ha però influenzato la nostra visione del mondo, ha intaccato l’unicità dell’identità umana. Facebook e Instagram ci permettono di avere una vita parallela, filtrata, in cui abbiamo il controllo della nostra immagine pubblica. Manipoliamo e siamo manipolati da un fenomeno collettivo: interconnessione in tempo reale tra individui diversi. Miliardi di utenti ogni giorno pubblicano contenuti originali per distinguersi dalla massa. Ma chi è la massa?

Lo scrittore Andrew O’Hagan ha scritto un volume intitolato La vita segreta – tre storie vere dell’èra digitale che è stato pubblicato nel 2017 dalla casa editrice Adelphi. O’Hagan nel suo libro racconta tre storie dedicate alle trasformazioni del mondo digitale. Il primo capitolo è dedicato all’enigmatica figura di Julian Assange, hacker e fondatore del progetto Wikileaks; il secondo capitolo – molto avvincente e appassionante – parla invece delle identità false del deep-web; mentre il terzo e ultimo capitolo si concentra sul mitico (in tutti i sensi) inventore dei Bitcoin (valuta digitale) Satoshi Nakamoto. Qual è il filo conduttore di queste tre storie? O’Hagan scrive: «È nata una storia su come un io digitale e un io reale possano essere perennemente in conflitto […] i problemi umani sono sempre gli stessi, e il sofisticato lavorio dei computer non può cambiare questo dato di fatto». Dunque lo scrittore scozzese sostiene che oggi esistano uomini che “infestino come fantasmi la macchina scintillante, e che suscitano più di un dubbio”. Palese, tra le righe, il riferimento all’espressione Ghost in the Machine creata dal filosofo Gilbert Ryle nel saggio intitolato Il concetto di mente del 1949 per riferirsi al dualismo cartesiano tra mente e corpo.

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Andrew O’Hagan – scrittore

«In un mondo in cui ognuno può essere chiunque, e dove essere reali non conta poi molto, ho voluto risalire all’uomo e ai suoi problemi, ed è questo che guida le mie storie, la nozione che i nostri computer non sono ancora noi stessi. Nella casa degli specchi, quelli che vediamo sono solo dei riflessi», spiega O’Hagan nella prefazione a La vita segreta.

Seppur breve, il capitolo che mi è piaciuto di più è quello intitolato L’invenzione di Ronnie Pinn. «Alcuni di noi fingono di avere relazioni che non hanno, solo per il senso di libertà che ne ricavano, e alcuni per la stessa ragione ricorrono alla pornografia. La costruzione del finto Ronnie trascese la creazione di un personaggio letterario: divenne qualcosa di personale, come vivere un’altra vita, un po’ come un attore, cercando non solo di imitare l’esperienza di una persona possibile, ma anche di vedere se fossi in grado di sviluppare nei suoi confronti un senso di realtà e di empatia», questo è il breve riassunto della seconda parte del libro. O’Hagan infatti racconta di aver scovato le generalità di un suo coetaneo, Ronald Alexander Pinn (morto a 20 anni nel 1984), presso il cimitero di Camberwell. Lo scrittore ha voluto fare un esperimento: riportare in vita il giovane defunto trasportandolo nel mondo virtuale. La simulazione ha avuto un incredibile successo e ha dato alla luce un “digividuo”. Per dare legittimità a Ronnie è servito un falso certificato di nascita: «I certificati avviano un processo di legittimazione: se si dispone di un certificato di nascita si possono ottenere altri documenti, e in questo modo si consolida la ‘leggenda’ di un’identità fittizia», sottolinea l’autore. Ronnie quindi si iscrive ai socialnetwork e incomincia ad avere alcuni amici digitali come lui. Facebook è lo strumento perfetto per assecondare una vita inventata.

pexels-photo-265626.jpegSfogliando le pagine, mi sono poi imbattuto nel termine Weavrs. I Weavrs sono “dei robot per social media dotati di personalità che pubblicano post sui loro sentimenti, i loro spostamenti, le loro esperienze”. Non è inquietante? Non finisce qua. Questi Weavrs possono anche creare dei blog, estraendo dati dai social media: vere e proprie personalità creatrici del web. Inoltre ho scoperto che le identità digitali fittizie vengono create per fare spionaggio industriale, indagini di polizia, sorveglianza governativa, marketing e pubbliche relazioni. Esistono persino operazioni di False flag per danneggiare la reputazione di qualcuno diffondendo materiale falso a suo nome.

Per concludere, come scrive O’Hagan ne la sua La vita segreta: «La nostra esperienza del web deve fare i conti con la percezione di ciò che il web sta diventando nelle mani di chi ne abusa. Questa tecnologia è ormai un sistema di sorveglianza, una fabbrica di menzogne, un congegno portatile di marketing, una bacheca aziendale, una piattaforma globale per dogmatici e fanatici, oltre che un pratico strumento per potenziare la propria vita».

“Il giovane Holden” di J.D. Salinger

Recensione del romanzo “Il giovane Holden” di J.D. Salinger (Einaudi)

Tutti, o quasi, almeno una volta nella vita, hanno letto o sfogliato le pagine de Il giovane Holden (pubblicato nel 1951 da Einaudi) di J.D. Salinger. Un romanzo che, per cliché o per superficialità, è ritenuto dai moderni pedagoghi una lettura fondamentale per la crescita intellettuale di un ragazzino/adolescente. Ho percorso anch’io questo iter, non pensate male. La lettura de Il giovane Holden mi fu commissionata quando avevo su per giù 12-13 anni – la memoria non aiuta molto quando si scende nei particolari. Cosa compresi dalle vicende di Holden Caulfield? Assolutamente nulla. Ho sempre avuto il vago ricordo di un brano del libro in cui il protagonista del romanzo si scazzottava con un ragazzo e poi fuggiva via nella neve con addosso un cappotto e un cappello rosso (un ricordo letterario scombinato e mescolato con altre scene del libro).

il giovane holden copertinaHolden non è affatto uno stereotipo ma lo considero un personaggio archetipo. A parte questa considerazione, il romanzo di Salinger racconta il vagabondaggio newyorkese di Holden dopo essere fuggito dall’Istituto Pencey (Agerstown, Pennsylvania): «Mi avevano sbattuto fuori. Dopo Natale non dovevo più tornare, perché avevo fatto fiasco in quattro materie e non mi applicavo e le solite storie». La narrazione è ambientata nel dopo guerra, alcuni critici affermano verso la fine degli anni Quaranta. Per entrare nello specifico, l’evasione di Holden avviene nel periodo natalizio, pochi giorni prima del ritorno a casa per trascorrere con la sua famiglia le vacanze di Natale. Holden ha uno stretto rapporto con i suoi fratelli: D.B. scrittore affermato e sceneggiatore di Hollywood, Phoebe ragazzina arguta e Allie il fratello morto di leucemia. Colgo l’occasione per fare una piccola precisazione sulla trama del romanzo. Il valore del libro non è tanto l’intreccio ma il linguaggio utilizzato dall’io narrante. Il libro è dunque interessante non per cosa racconta ma per come la materia narrativa è esposta. In estrema sintesi, la vicenda di Holden è divisa in tre atti: 1. Fuga dalla scuola, 2. Nomadismo cittadino, 3. Dialogo con Phoebe. Tutto qua.

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Una New York degli anni ’50 sommersa dalla neve

«Avevo sedici anni, allora, e adesso ne ho diciassette, e certe volte mi comporto come se ne avessi tredici», una frase estremamente lucida per un ragazzo che si trova in un centro psichiatrico. Holden racconta la storia del suo vagabondaggio mentre è in cura – questa modalità narrativa mi ricorda molto La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Holden è un ragazzo di un metro e ottanta molto inquieto, con i capelli grigi tagliati a spazzola. È un giovane scisso: sperimenta un’impossibile riconciliazione tra il suo istinto infantile e la pulsione della maturità. Holden fuma, beve, bestemmia, accudisce la sorellina ma allo stesso tempo fa a botte con i suoi coetanei, ha paura del sesso, maltratta il proprio corpo senza rimorsi e non dà valore al denaro: «Io me ne infischio, però certe volte mi secco quando la gente mi dice di comportarmi da ragazzo della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più vecchio di quanto sono – sul serio – ma la gente non c’è caso che se ne accorga». Il giovane newyorkese odia tutto e tutti. Non sopporta i suoi compagni di scuola (Stradlater e Ackley), gli fa schifo il cinema e sputa veleno sull’aria blasé dei frequentatori dei night.

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J.D. Salinger – scrittore

L’io narrante inevitabilmente manipola il punto di vista del lettore. Sfogliando le pagine, non ci si rende conto della schizofrenia di Holden. Il ragazzo è più volte allontanato dai suoi conoscenti. Anche il fatto che Holden cerchi di raggiungere i suoi amici telefonicamente nel cuore della notte evince una mentalità borderline. Holden è sicuramente un ragazzo malato: soffre di una potente depressione. La patologia è scaturita dalla morte dell’amato fratello Allie. Lo spiega lo stesso Holden, descrivendo il guantone da prenditore (in inglese catcher, vi dice qualcosa?) infarcito di poesie del fratello scomparso: «Ora è morto. Gli è venuta la leucemia ed è morto quando stavamo nel Maine, il 18 luglio del 1946 […] Aveva solo tredici anni e loro volevano farmi psicanalizzare e compagnia bella perché avevo spaccato tutte le finestre del garage. Non posso biasimarli. No, francamente. Ho dormito nel garage, la notte che lui è morto, e ho spaccato col pugno tutte quelle dannate finestre, così, tanto per farlo».

Little Shirley Beans copertina discoLa depressione di Holden si acutizza per colpa della società newyorkese. Come spiega il protagonista, New York è una città crudele che non guarda in faccia nessuno. Quello che conta a New York è quanto denaro hai e non quello che sei. Mi hanno sconvolto alcune frasi buttate a caso nei lunghi monologhi di Holden – soliloqui dedicati a vari personaggi incontrati in passato – rivolte al suicidio come “in realtà, però, avevo voglia di suicidarmi”. Holden vive sul filo del rasoio, i suoi professori lo sanno benissimo – la cosa mi ha fatto incazzare. Gli adulti che interagiscono con Holden sanno solo spendere parole di conforto ma non fanno nulla di concreto. Holden è il frutto avvelenato di una società malata che non sa più affrontare la complessità dell’esistenza umana. La vita di Holden si è frantumata come il disco Little Shirley Beans, comprato per la sorellina Phoebe: «Mi cadde di mano il disco della vecchia Phoebe. Si ruppe in cinquanta pezzi a dir poco. Era in una grossa busta e tutto quanto, ma si ruppe lo stesso. A momenti piangevo, mi sentivo in un modo terribile, ma non feci altro che tirare fuori i pezzi della busta e mettermeli nella tasca del soprabito. Non servivano più a un accidente, ma non me la sentivo di buttarli via». Non è così però. Nella vita è possibile ricomporre i pezzi e andare avanti. Ciò che non ci distrugge ci fortifica. Frase strainflazionata ma reale. I pezzi di Holden vengono raccolti dalla sorellina Phoebe, vera salvatrice e punto di riferimento del protagonista: «Allora le dissi del disco. – Senti, ti avevo comprato un disco, – le dissi. – Però l’ho rotto venendo a casa -. Tirai fuori i pezzi dalla tasca del soprabito e glieli feci vedere. – Ero sborniato, – dissi. – Dammi i pezzi, – disse lei. – Li conservo -. Me li tolse subito di mano e li mise nel cassetto del comodino. Mi lascia secco, quella ragazzina».

La vicenda de Il giovane Holden ci insegna che i momenti bui della vita possono essere rischiarati dal rapporto con le persone amate. Nelle società moderne è sempre più difficile scovare dei sentimenti autentici, perché nelle metropoli tutti usano e sono usati da tutti: i valori d’uso e di scambio prevalgono su quelli sentimentali. La visione metropolitana disgrega gli esseri umani e Holden lo ha sperimentato sulla propria pelle. Gli uomini più sensibili sono destinati a una lunga agonia se non trovano un’adeguata ancora di salvezza.

Questo libro fa parte della lista Dorfles.

“Uno studio in rosso” di Arthur Conan Doyle

Recensione del romanzo “Uno studio in rosso” di Arthur Conan Doyle.

«Il delitto più banale è spesso il più misterioso poiché non presenta caratteristiche nuove o particolari da cui si possono trarre delle deduzioni». Ho deciso di introdurre il post su Uno studio in rosso (Mondadori) di Arthur Conan Doyle con una frase del celeberrimo investigatore privato Sherlock Holmes mentre riflette su un caso di omicidio che sembra apparentemente irrisolvibile: un uomo morto è stato ritrovato in una casa disabitata di Londra. Non c’è nessun segno di colluttazione e nessuna ferita sul cadavere. Come è possibile? L’assassino sarà forse un fantasma? Perché sul muro c’è la scritta RACHE? Scotland Yard (la polizia londinese) brancola nel buio. Non sa più a che santo affidarsi. Solo una persona può risolvere il caso e questo individuo è certamente Sherlock Holmes.

pexels-photo-268460.jpegUno studio in rosso è la pubblicazione capostipite del moderno romanzo poliziesco. Il libro fu pubblicato nel 1887. Come scrive Hugh Greene nella sua prefazione al libro del 1974, Conan Doyle vendette il copyright di Uno studio in rosso all’editore Ward, Lock & Co. per 25 sterline. Le avventure di Holmes e Watson sono un caso editoriale tuttora vivo e vegeto. I gialli di Conan Doyle hanno persino ispirato blockbuster americani e una serie tv di grandissimo successo. Pensandoci bene, non ho ancora parlato della spalla dell’investigatore inglese. Non sapete chi sia Watson? Impossibile! Nel dubbio ve lo spiego in due secondi: John Watson, medico militare in congedo dalla seconda guerra anglo-afghana, è il coinquilino/socio di Holmes. Il medico vive con l’investigatore nell’appartamento del 221B di Baker Street (Londra). Grazie alla sua curiosità e al suo scetticismo è entrato nell’immaginario comune attraverso la arcinota sentenza “Elementare Watson!”

copertina studio in rossoUno studio in rosso è un giallo strutturato bene, spedito e dilettevole: la digressione sul deserto del Colorado – contenuta nella parte seconda e intitolata Il paese dei santi – è davvero sublime. Ho prevalentemente letto il volume negli spostamenti metropolitani durante il mio periodo di lezioni universitarie. Sfogliando nervosamente le pagine, mi sono reso conto di quanto sia così affascinante il personaggio di Sherlock Holmes: le sue pratiche investigative basate sull’intuizione e su un rigoroso procedimento scientifico sembrano riti magici da castello di Hogwarts. L’intelligenza di Holmes è straordinaria. Non c’è a Londra un investigatore migliore. Egli è infatti il pioniere di una nuova tecnica d’indagine che si basa sostanzialmente sullo studio assiduo della chimica e della storia dei passati casi di delitti risolti dalla polizia. Però Holmes ha anche dei difetti. Ce li spiega nel dettaglio il suo amico e sodale Watson: «La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. In fatto di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica, sembrava che Holmes sapesse poco o nulla. Una volta mi accadde di citare Thomas Carlyle. Mi chiese nel modo più ingenuo chi era e che cosa aveva fatto. Ma la mia meraviglia giunse al colmo quando scoprii casualmente che ignorava la teoria di Copernico nonché la composizione del sistema solare. Il fatto che un essere civile, in questo nostro diciannovesimo secolo, non sapesse che la terra gira attorno al sole mi pareva così straordinario che stentavo di capacitarmene».

Foto di Arthur Conan Doyle
Arthur Conan Doyle – scrittore

Prendendo spunto da questa citazione, mi azzarderei ad affermare che Sherlock Holmes sia la metafora del trionfo della tecnica e del progresso. Oggi come nella fine dell’Ottocento, la scienza è in grado di offrire risposte a fatti che nel passato risultavano inspiegabili. Rispetto a Sherlock Holmes abbiamo a disposizione delle nuove tecnologie che ci permettono di accrescere le nostre competenze, arricchendo la nostra esistenza. Sherlock è il trionfo dello studio e dell’abnegazione professionale. Si presenta però un problema: cosa ce ne facciamo di queste cose quando dimentichiamo il contesto e il mondo in cui viviamo, rinchiudendoci dentro a scatole mentali che limitano i nostri orizzonti conoscitivi? Credo che il protagonista di Uno studio in rosso risponderebbe che il mondo è nostro e che tutti i suoi aspetti hanno una matrice di causa ed effetto. Nulla è lasciato al caso. Una filosofia appropriata ad un cinico investigatore.

Il libro fa parte della lista Dorfles.