Conformisti di Gillo Dorfles

Seguire la massa o contrapporsi alle mode del momento?

Come avrete intuito leggendo questo blog, l’obiettivo dei contenuti di SfogliaLibri non è quello di raggiungere notorietà a tutti i costi – faticando dietro a strategie social, notti insonni per i mancati like e ansia da followers – ma è quello di darvi autenticità (sperando anche nella qualità). Quindi, no alle manie da influencer. Questa non è la vita che fa per me. Con ciò, so di essere un anti-conformista in un mondo digitale popolato da conformismo. Ormai la maggior parte degli utenti della Rete insegue la fama e la riconoscibilità: vogliamo sentirci parte di quella élite di soggetti che ogni ora e ogni minuto è corteggiata dagli ammiratori.

Questi pensieri – che sto elaborando in sincerità – sono stati prodotti da una recente lettura. Il libro in questione si chiama Conformisti. La morte dell’autenticità (Castelvecchi) di Gillo Dorfles. L’autore è stato un noto critico d’arte ed è partente del famoso critico letterario Piero Dorfles.

Che cos’è il conformismo

Una parola, conformismo, utilizzatissima ma forse poco compresa da chi la usa. Dorfles ne spiega immediatamente, nelle prime pagine del suo saggio, il significato. In altre parole conformismo è “un determinato habitus mentale che finisce per essere accettato dalla maggioranza senza alcun accenno critico e di autocritica”. Più chiari di così si muore.

Il conformismo lo si nota in diversi ambiti umani. Consideriamo la moda, i vestiti. Ebbene, dagli abiti che portiamo si può intuire che inclinazioni, educazione o modo di essere ci appartengano. Contrariamente, questi elementi focalizzati sul prossimo formano i nostri giudizi e sensazioni. “Quello indossa un cappellino della Vans? Lo fanno tutti!”. Tipica frase che potremmo ascoltare durante un aperitivo cittadino.

Il buon senso

Un’altra ramificazione del conformismo può essere il cosiddetto buon senso. Dorfles sostiene infatti che è difficile capire dove cominci e dove finisca non solo il buon senso ma anche il senso comune, che sia un’opinione accettata da un raggruppamento di persone. Tutti e due i comportamenti sono infatti incrostati di conformismo.

Incapaci di un’autonomia del giudizio, provvisti di una scarsa critica (e autocritica), gli “uomini della strada” (e ancor più i dirigenti, i famigerati vip della nostra economia e della nostra cultura) si adagiano quasi sempre nella culla del senso comune e del buon senso, credendo così di evitare il peggio, mentre è proprio il peggio che così viene a galla: non tanto per un’assenza di senso comune, quanto per un’assenza di rivolta contro il conformismo del senso comune.

Dunque essere succubi dell’opinione pubblica è un comportamento da evitare. Facile dirlo. Eppure, dobbiamo essere consapevoli che l’appiattimento delle idee è un fenomeno pericoloso che può portare a gravi scenari. Sì, sto parlando di una tirannia, una dittatura. In fondo, nel Ventennio fascista tutti dovevano fare lo stesso saluto, indossare gli stessi abiti, vedere gli stessi film, eccetera. Sul conformismo di questo periodo storico Alberto Moravia ci ha perfino scritto un libro intitolato Il conformista.

Ci vuole coraggio per forgiare una propria coscienza e determinazione per rifiutarsi di ubbidire supinamente ai dettami e alle illusioni d’una opinione corrente: “quasi sempre eterodiretta e pertanto pericolosa per un sano sviluppo per la propria personalità”.

Ma chi sono coloro che abbracciano ciecamente le regole del buon senso? Secondo Dorfles, che cita lo scrittore La Capria, sono gli individui che fanno parte della popolazione di media età, media cultura e medio benessere, che hanno paura di sganciarsi dalla propria condizione.

I finti anti-conformisti

Per ricapitolare: il conformismo è la morte dell’autenticità perché il singolo non pensa e non crea novità asservendosi alle idee di un determinato gruppo. Dunque perché non diventiamo tutti anti-conformisti? Così si potrebbe risolvere il problema della morte dell’autenticità, vero? Non esattamente.

Innanzitutto una persona decide di consegnarsi al conformismo perché ha un carattere difettoso e un’insicurezza nel difendere il proprio giudizio. Così almeno sostiene Dorfles. Tuttavia, è altresì dannoso essere contrari a qualsiasi cosa per partito preso, dimostrando a tutti i costi il proprio individualismo e la propria originalità.

La propria individualità va comunque difesa: rinunciarci per la comoda appartenenza a una qualche consorteria è sempre controproducente, ma è altrettanto condannabile l’atteggiamento rivoltoso sbandierato soltanto per una snobistica ricerca di originalità a tutti i costi.

VOTO

Classificazione: 2.5 su 5.

Autore: Paolo Castellano

Non cerco fama ma solo qualità e belle storie.

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