Lampaduza di Davide Cammarrone

Si muore in mare per disperazione. Il sacrificio vale la pena?

cover di Lampaduza di Davide Camarrone

Se pensiamo alle vacanze estive non possiamo fare a meno di immaginarci una splendida spiaggia bagnata da un mare luccicante. Dall’acqua si è inoltre sviluppata la vita e pensare che le onde possano uccidere non è plausibile. Invece il mare è un mostro crudele che ha stroncato l’esistenza di molti migranti che sono partiti dalle coste del nord Africa per approdare in Europa.

La disperazione degli esseri umani che decidono di affidare il loro destino all’oceano e a barconi malconci ricopre l’argomento principale del saggio di Davide Cammarrone, Lampaduza, pubblicato nel 2014 da Sellerio. Dunque il libro ha già 5 anni ma rimane attuale perché, come è noto a tutti, gli sbarchi non si sono ancora fermati. L’autore è un giornalista che lavora per la Rai a Palermo.

In 145 pagine Cammarrone ripercorre le tragedie migratorie degli ultimi anni che hanno riguardato i profughi che tentano di raggiungere Lampedusa: l’isola più a sud dell’Italia. Come avrete notato, il nome dell’isola non è quello canonico ma la variante terminologica Lampaduza utilizzata da migranti. I migranti potrebbero sbarcare in altri luoghi ma scelgono Lampedusa perché per quelle persone l’isola è un simbolo di libertà e speranza.

Lampedusa ha subito tanti cambiamenti; l’isola un tempo era infatti verde e boscosa come l’Irlanda e invece adesso è brulla e in preda alla cementificazione e alla desertificazione. Inoltre gli abitanti non fanno più i pescatori – o almeno ne rimangono pochi – perché hanno deciso di fare gli albergatori per il crescente turismo causato in parte dall’esposizione mediatica legata all’immigrazione via mare.

I lampedusani sono stati sempre un popolo pacifico, disposto all’ospitalità del più debole. Tuttavia, dopo i tantissimi sbarchi di migranti, la popolazione locale si è innervosita poiché l’accoglienza costa caro, e senza l’aiuto di uno Stato che non mette in campo nessuna strategia efficace, è davvero difficile gestire in autonomia l’arrivo di chi è sopravvissuto in mare per giorni, patendo la fame e la sete.

C’è chi dà tutto per scontato, semplificando quel che accade secondo una simmetria standard: da una parte, i migranti violenti e, dall’altra, i lampedusani abbandonati e stanchi; oppure, i migranti sfiniti e i lampedusani insensibili. Di qua o di là. Bianco e nero, senza alcuna sfumatura di grigio.

I lampedusani quando scorgono in lontananza un barcone, rivolgono a loro l’epiteto di mischini. Non è affatto un insulto ma una parola che esprime empatia. Come scrive Cammarrone, nell’antico arabo, «meskin» significa infatti povero, senza nulla, disgraziato.

Le speranze di una nuova vita pacifica si scontrano però contro il muro dell’incontrovertibile realtà italiana. Molti migranti finiscono col fare lavori duri e usuranti nelle campagne. Tutto ciò produce un risentimento senza pari. Che senso ha avuto sopravvivere alle onde e ai pesci per ridursi in schiavitù?

Terraferma è il nome che le isole più piccole danno alle isole più grandi: per Lampedusa, la terraferma è la Sicilia, e per la Sicilia, la terraferma è l’Italia, l’Europa. È solo questione di proporzioni. Di relazioni.

Autore: Paolo Castellano

Non cerco fama ma solo qualità e belle storie.

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