La morte a Venezia di Thomas Mann. Il fascino dell’abisso

Recensione “La morte a Venezia” di Thomas Mann, pubblicato da Mondadori

la morte a venezia

L’età che avanza è percepita come una malattia nella società di oggi. Chiunque di noi ha in testa l’immagine dell’attempata signora dell’alta borghesia che è stata sfigurata dal chirurgo plastico di fiducia: canotti al posto delle labbra e zigomi sporgenti. Perché si fa tutto questo? Invecchiare è così brutto? Non saprei rispondere, ma Thomas Mann ne La morte a Venezia cerca di capirlo per mezzo di Gustav Aschenbach, scrittore tedesco afflitto dalla noia del quotidiano. Gustav ha tutto: fama, soldi e salute. Aschenbach però non è felice, cova una malinconia: non aver vissuto appieno la giovinezza. Il protagonista allora decide di fare un viaggio per distrarsi e sceglie la Venezia degli anni ‘10 del Novecento (almeno così credo, dato che il libro venne stampato nel 1912).

Thomas Mann descrive con leggerezza e minuzia il fascino del centro lagunare per eccellenza, comprese le gondole e i gondolieri. Una città bomboniera che però nasconde un’incombente sventura: una forma mortale di colera. Aschenbach soggiorna nel lussuoso Albergo dei Bagni, dove nota un giovane ninfetto polacco e se ne innamora. Tadzio è la quintessenza della passione neoclassica dello scrittore tedesco.

Era un gruppo di giovani e di appena adolescenti, radunati intorno a un tavolino di vimini sotto la custodia di una istitutrice o dama di compagnia: tre ragazze apparentemente fra i quindici e i diciassette anni, un ragazzo dai lunghi capelli che poteva avere quattordici anni. Con meraviglia Aschenbach vide che il ragazzo era di una bellezza perfetta. Il suo viso, pallido e graziosamente chiuso, attorniato da ricci color miele, col naso diritto, la bocca amabile, un’espressione di gentile e divina serietà, ricordava le sculture greche dei tempi più nobili, e accanto alla purissima perfezione della forma recava un fascino così unico e personale, che parve non aver mai veduto né in arte né in natura nulla di così felicemente riuscito

In un primo momento, Aschenbach decide di fare i bagagli e andarsene da Venezia: è stufo del clima veneziano. Forse innervosito dal mercantilismo della Regina dei mari:

Alla prima stazione di barche prese una gondola e attraverso il tetro labirinto dei canali, sotto balconi leggiadri fiancheggiati da leoni di marmo, girando intorno a speroni di muraglie vischiose, lungo squallide facciate di palazzi in rovina che specchiavano grandi insegne di fondachi nelle acque cosparse di galleggianti detriti, si fece portare a San Marco. Non vi giunse senza fatica, perché il gondoliere, in combutta con fabbriche di merletti e vetrerie, cercava continuamente di sbarcarlo per vistare negozi e fare acquisti, e quando quella bizzarra traversata di Venezia incominciava a esercitare il suo incanto, il mercantilismo rapace della decaduta regina dei mari interveniva spiacevolmente a sciogliere la magia

foto Thomas Mann
Thomas Mann

Poi per colpa di varie incomprensioni con i fattorini, cambia idea e rimane all’albergo per ammirare la bellezza di Tadzio che ogni tanto ricambia gli sguardi dell’anziano scrittore. Arriva la notizia dell’epidemia di colera e parecchi turisti scappano spaventati. Aschenbach no, vuole immolarsi per il fascino di Tadzio. Lo scrittore noto per le sue capacità intellettive soccombe agli strali dell’amore, sacrificando persino la propria vita.

Non so se La Morte a Venezia abbia un palese messaggio. Tuttavia ne ho percepito uno: anche l’uomo più saggio e disciplinato del mondo può inciampare, cadere, e perdere sé stesso. La morte può simboleggiare il cambiamento che provoca in noi una persona che amiamo. La trasformazione è truce se l’amore non viene ricambiato, più dolce se invece esiste una corrispondenza. Però qua ci sono in ballo gli abissi dell’anima umana. Cosa succede quando si spegne la lampadina della ragione e incominciano a mescolarsi moralità e immoralità?

Ma la risolutezza morale al di là della scienza, della conoscenza che scioglie e inceppa, non è a sua volta una semplificazione, una chiarificazione morale del mondo e dell’anima, e quindi anche un invigorimento verso il male, l’illecito, il moralmente proibito? E la forma non ha due facce diverse? Non è morale e immorale a un tempo – morale come risultato ed espressione della decenza, immorale invece e addirittura antimorale in quanto contiene in sé per natura un’indifferenza morale, e anzi tende essenzialmente a sommettere l’etica al suo dominio superbo e assoluto?

Come avrete notato leggendo la citazione, tocchiamo alti livelli di riflessione filosofica. La morte a Venezia è un libro sulle radici oscure del desiderio – prendo in prestito la definizione di Piero Dorfles – in cui si scandaglia la complessità dell’animo umano. Thomas Mann getta in faccia al lettore la brutalità delle passioni di Aschenbach, condendo il racconto con elementi romantici che mitigano l’atmosfera drammatica del breve romanzo.

Il libro fa parte della lista Dorfles.

Autore: Paolo Castellano

Non cerco fama ma solo qualità e belle storie.

4 pensieri riguardo “La morte a Venezia di Thomas Mann. Il fascino dell’abisso”

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