Il dilemma dell’intellettuale

Recensione del libro “Che intellettuale sei?” di Alfonso Berardinelli, pubblicato da Nottetempo

copertina che intellettuale sei

Non c’è niente da fare. Non si smette mai di imparare. L’ho constatato dopo aver terminato Che intellettuale sei? (Nottetempo) di Alfonso Berardinelli, apprezzato critico letterario e saggista, che non conoscevo. E mi è dispiaciuto perché il suo pensiero sulla critica letteraria è davvero affascinante. Tutto sommato non è successo nulla di grave.

Un anno fa ho comprato casualmente un volumetto del 2011 in cui sono raccolti 6 interventi che l’autore ha pubblicato ed elaborato in alcuni convegni – il Foglio, Sole 24 Ore, Salone del libro di Torino e saggi vari.

Scorrendo le prime paginette, Berardinelli stupisce subito il lettore con un’intervista a sé stesso. Un’auto-intervista in cui si chiede che cosa voglia dire essere un intellettuale nel 2010. Il suo tono è ironico ma anche pungente. Egli sbertuccia i falsi intellettuali da salotto o da rotocalco:

Oggi i filosofi scrivono molto sui nostri giornali. Sono molto ascoltati, anche quando non si capisce cosa dicono

giornale

Senza buttarla troppo in caciara, mi vengono in mente tutti quelli ideologi o pensatori da tastiera che troviamo su Facebook, Twitter e nella blogosfera. Berardinelli non li prende in considerazione, ma io lo faccio dato che ormai l’informazione in ogni sua manifestazione passa dal Web.

La disamina del saggista non fa a meno della storia. Vengono citati infatti i filosofi Neoantichi che “tendono irresistibilmente a trasformarsi in teologi e mitologi”, e i filosofi Assolutamente moderni che invece “tendono alla scienza e alla tecnica”. Addentrandoci però nel pensiero di Berardinelli, scopriamo che in generale gli intellettuali possono essere inseriti in tre macro caselle: i metafisici, i tecnici e i critici. Non scenderò nei dettagli ma ognuno ha i suoi pregi e difetti. Quelli più sfortunati forse sono i critici che necessitano della solitudine per corroborare la loro funzione:

Il critico ha bisogno del senso comune, di esperienze comuni, e di un linguaggio nel quale si possano dire cose che forse non interessano a Dio e che certo non servono al Progresso

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Nella categoria dei critici rientrano Montaigne e Kierkegaard, per i quali le singole vite individuali erano un campo e uno strumento necessario di conoscenza.

Il volumetto affronta poi lo spinoso tema della commistione tra letteratura e politica. Tema su cui ho riflettuto recentemente dopo aver partecipato alla presentazione del nuovo saggio di un famosissimo autore che appoggiò l’ex-leader del principale partito di sinistra in Italia. Come ci poniamo di fronte a uno scrittore che è interessato alla res publica? Berardinelli è lapidario e non ha dubbi: lo scrittore-intellettuale non è compatibile con lo scrittore politico:

Lo scrittore manipola immagini mentali, lavora sulle parole e sulle idee. Il politico manipola altri esseri umani, cerca di modificarne il comportamento

Berardinelli scrive che i maggiori scrittori politici del Novecento furono George Orwell (Omaggio alla Catalogna) e Simone Weil (La prima radice) perché scrissero di politica adottando un punto di vista esterno ai fatti politici.

Non c’è mai in Orwell e nella Weil nessuna identificazione con il ceto politico e con le classi dirigenti

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Dunque gli intellettuali devono stare attenti a maneggiare la materia politica. In gioco c’è la loro reputazione e credibilità di fronte alla storia. Tuttavia, come afferma l’autore del volumetto sotto esame, la critica intellettuale – mettiamoci anche quella letteraria – non ha un effetto sul mondo e non cambia le sorti del genere umano. “La critica non fa succedere nulla” perché fa parte del mondo che racconta.

Il capitolo che mi è piaciuto meno è quello sul pensiero mistico. Detto ciò, mi sono invece gustato con soddisfazione le parti Misantropia e critica sociale e Esiste ancora la critica militante?

Per evitare fraintendimenti, ecco come Berardinelli interpreta il concetto di misantropia:

La misantropia è avversione, diffidenza e disprezzo non tanto per l’uomo e l’umanità in astratto, quanto piuttosto per l’uomo in quanto animale sociale, per l’umanità vista nei suoi comportamenti socievoli

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Moliére, Pascal, l’Amleto di Shakespeare sono i termini di paragone utilizzati dal critico letterario per spiegare al lettore che la misantropia ha prodotto capolavori in letteratura, stigmatizzando i comportamenti borghesi che inquinano la natura umana. Questi intellettuali guardano altrove, il loro pensiero si distacca dal mondo in cui vivono, basato sulla violenza e sull’ipocrisia. Ribadisco che la misantropia non è dunque la volontà di uno sterminio di massa ma il desiderio che tutte le convenzioni sociali possano crollare, e con loro anche l’infelicità dell’essere umano. Anche Jonathan Swift con I viaggi di Gulliver prende per il culo il popolo inglese del Settecento. Lo scrittore inglese ritiene che “la società sia un edificio costruito con mille illusioni, errori e piccole follie, del quale si può tutt’al più ridere negli intervalli dell’angoscia”. Altro esempio di misantropo potrebbe essere Baudelaire: il dandy che si chiude in una forma trascendentale di comportamento inaccessibile.

Che intellettuale sei? non esprime giudizi indiscutibili sugli intellettuali che popolano l’ecosistema della repubblica delle lettere. Nonostante ciò, ho percepito una grido, seppur lieve, d’allarme sullo stato della critica letteraria in Italia. Questa mia impressione ha trovato conferma in un video su Youtube in cui Berardinelli parla della letteratura di oggi.

Nessun critico letterario riuscirà a leggere l’innumerevole numero di libri pubblicati se non organizzerà una squadra di lavoro […] Se i nuovi scrittori e i nuovi lettori non sanno più nulla, o sanno pochissimo, di ciò che è avvenuto in passato, per il critico non solo sarà difficile dare giudizi, ma perfino farsi capire perché a tutto il suo pubblico mancano i punti di riferimento. Quando il passato viene dimenticato totalmente, il presente si autoriferisce e quindi non si confronta con nessun altro valore esterno ad esso

Nel capitolo sulla critica militante, ho trovato curiosa la differenza tra critico e recensore:

Il critico militante è un tipo di scrittore la cui opera si manifesta a puntate: il lettore dovrebbe intuire che sono le puntate di un romanzo intellettuale che racconta il presente. Il recensore , invece, si distingue per questo: ha sempre l’impressione che facendo recensioni sta sprecando il suo tempo e le sue energie, perché invece, per essere veramente creativo, dovrebbe scrivere anche lui, come tutti, un romanzo o un libro di poesia. Il critico non fa questi sogni

Berardinelli ha ragione, la critica è una forma di autobiografia, un’autobiografia letteraria di chi cerca di penetrare nel tessuto della realtà moderna.

Autore: Paolo Castellano

Non cerco fama ma solo qualità e belle storie.

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