“Uno studio in rosso” di Arthur Conan Doyle

Recensione del romanzo “Uno studio in rosso” di Arthur Conan Doyle.

copertina studio in rosso

«Il delitto più banale è spesso il più misterioso poiché non presenta caratteristiche nuove o particolari da cui si possono trarre delle deduzioni». Ho deciso di introdurre il post su Uno studio in rosso (Mondadori) di Arthur Conan Doyle con una frase del celeberrimo investigatore privato Sherlock Holmes mentre riflette su un caso di omicidio che sembra apparentemente irrisolvibile: un uomo morto è stato ritrovato in una casa disabitata di Londra. Non c’è nessun segno di colluttazione e nessuna ferita sul cadavere. Come è possibile? L’assassino sarà forse un fantasma? Perché sul muro c’è la scritta RACHE? Scotland Yard (la polizia londinese) brancola nel buio. Non sa più a che santo affidarsi. Solo una persona può risolvere il caso e questo individuo è certamente Sherlock Holmes.

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Uno studio in rosso è la pubblicazione capostipite del moderno romanzo poliziesco. Il libro fu pubblicato nel 1887. Come scrive Hugh Greene nella sua prefazione al libro del 1974, Conan Doyle vendette il copyright di Uno studio in rosso all’editore Ward, Lock & Co. per 25 sterline. Le avventure di Holmes e Watson sono un caso editoriale tuttora vivo e vegeto. I gialli di Conan Doyle hanno persino ispirato blockbuster americani e una serie tv di grandissimo successo. Pensandoci bene, non ho ancora parlato della spalla dell’investigatore inglese. Non sapete chi sia Watson? Impossibile! Nel dubbio ve lo spiego in due secondi: John Watson, medico militare in congedo dalla seconda guerra anglo-afghana, è il coinquilino/socio di Holmes. Il medico vive con l’investigatore nell’appartamento del 221B di Baker Street (Londra). Grazie alla sua curiosità e al suo scetticismo è entrato nell’immaginario comune attraverso la arcinota sentenza “Elementare Watson!”

copertina studio in rosso

Uno studio in rosso è un giallo strutturato bene, spedito e dilettevole: la digressione sul deserto del Colorado – contenuta nella parte seconda e intitolata Il paese dei santi – è davvero sublime. Ho prevalentemente letto il volume negli spostamenti metropolitani durante il mio periodo di lezioni universitarie. Sfogliando nervosamente le pagine, mi sono reso conto di quanto sia così affascinante il personaggio di Sherlock Holmes: le sue pratiche investigative basate sull’intuizione e su un rigoroso procedimento scientifico sembrano riti magici da castello di Hogwarts. L’intelligenza di Holmes è straordinaria. Non c’è a Londra un investigatore migliore. Egli è infatti il pioniere di una nuova tecnica d’indagine che si basa sostanzialmente sullo studio assiduo della chimica e della storia dei passati casi di delitti risolti dalla polizia. Però Holmes ha anche dei difetti. Ce li spiega nel dettaglio il suo amico e sodale Watson: «La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. In fatto di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica, sembrava che Holmes sapesse poco o nulla. Una volta mi accadde di citare Thomas Carlyle. Mi chiese nel modo più ingenuo chi era e che cosa aveva fatto. Ma la mia meraviglia giunse al colmo quando scoprii casualmente che ignorava la teoria di Copernico nonché la composizione del sistema solare. Il fatto che un essere civile, in questo nostro diciannovesimo secolo, non sapesse che la terra gira attorno al sole mi pareva così straordinario che stentavo di capacitarmene».

Foto di Arthur Conan Doyle
Arthur Conan Doyle – scrittore

Prendendo spunto da questa citazione, mi azzarderei ad affermare che Sherlock Holmes sia la metafora del trionfo della tecnica e del progresso. Oggi come nella fine dell’Ottocento, la scienza è in grado di offrire risposte a fatti che nel passato risultavano inspiegabili. Rispetto a Sherlock Holmes abbiamo a disposizione delle nuove tecnologie che ci permettono di accrescere le nostre competenze, arricchendo la nostra esistenza. Sherlock è il trionfo dello studio e dell’abnegazione professionale. Si presenta però un problema: cosa ce ne facciamo di queste cose quando dimentichiamo il contesto e il mondo in cui viviamo, rinchiudendoci dentro a scatole mentali che limitano i nostri orizzonti conoscitivi? Credo che il protagonista di Uno studio in rosso risponderebbe che il mondo è nostro e che tutti i suoi aspetti hanno una matrice di causa ed effetto. Nulla è lasciato al caso. Una filosofia appropriata ad un cinico investigatore.

Il libro fa parte della lista Dorfles.

Autore: Paolo Castellano

Non cerco fama ma solo qualità e belle storie.

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