“La cripta dei cappuccini” e il tramonto austro-ungarico

Recensione del romanzo “La cripta dei cappuccini” di Joseph Roth.

Un mattina mentre facevo colazione, alla radio parlavano di pensioni. I presentatori sostenevano che il periodo lavorativo dovesse essere più lungo, e di conseguenza i lavoratori avrebbero dovuto accettare di andare in pensione più tardi rispetto alle generazioni passate. Coloro che chiamavano e intervenivano nella trasmissione però non erano assolutamente d’accordo. All’improvviso uno dei due conduttori non si è più trattenuto e ha esclamato: “Diamine! Questa è la modernità, bisogna adeguarsi”. L’esternazione dello speaker radiofonico ha provocato al mio cervello un movimento involontario del pensiero e mi sono chiesto: “Chi non si adegua alle contingenze del presente è già morto e inutile per la società?” Ecco allora che mi è tornato in mente Francesco Ferdinando Trotta, il protagonista dell’ottimo romanzo di Joseph Roth, intitolato La cripta dei cappuccini (Adelphi).

criptadeicappucciniTrotta è un nobile viennese. Non lavora, non studia, passa il suo tempo nei migliori locali viennesi a discutere con gli amici, anche loro altolocati. Dai suoi discorsi si percepisce un’irresistibile noia per il lusso e la vita troppo comoda che egli conduce. Trotta non ha più stimoli e gli unici momenti di distrazione arrivano quando un cugino, messo male economicamente, bussa alla sua porta per chiedergli la parte di eredità che gli è stata promessa. Per il Trotta il denaro è come i cioccolatini, abituato al lusso, egli lo spende senza pensarci. I suoi ideali politici sono legati alla monarchia austro-ungarica perché un suo parente, il luogotenente di fanteria Joseph Trotta, fu definito “l’eroe di Solferino”. Il protagonista del libro però percepisce che la bella vita viennese stia finendo: “il frainteso e abusato spirito della vecchia monarchia”.

Venti gelidi spirano sull’Europa del 1914. Scoppia la prima guerra mondiale. Trotta, onorando la tradizione militare della sua casata, decide di andare a combattere. Viene però fatto prigioniero e condotto in Siberia. Riesce a tornare a casa, dopo rocambolesche avventure, ma il conflitto ha cambiato per sempre Vienna e ovviamente anche l’Impero austro-ungarico che viene smembrato. In patria Trotta non riesce più a ritrovare le vecchie abitudini e fatica ad adeguarsi alla modernità: i principi della monarchia sono un ostacolo per la convivenza civile. Il protagonista stenta a riconoscere persino sua moglie, Elisabeth, sposata poco prima di impugnare il fucile per la grande guerra. La donna lavora in uno studio artistico e ha una sorta di relazione con la socia in affari. Trotta si sente confuso e non sa cosa fare. Rimane inattivo fino alla fine dei suoi giorni. Egli allontanerà perfino suo figlio, mandandolo in Francia da una famiglia di amici.

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Joseph Roth – scrittore

“Non mi curai più del mondo […] andai alla cripta dei cappuccini”. Sicuramente questa è una delle frasi chiave del romanzo. La cripta, il monumento funebre dei reali, è il simbolo della pietrificazione del passato. La cultura austro-ungarica di Trotta è troppo ingombrante da poter essere emendata dal presente. Secondo il protagonista l’unica soluzione è l’estinzione senza compromesso. Trotta abdica alle sue funzioni sociali fino alla fine della sua esistenza. La metafora letteraria ordita dallo scrittore Joseph Roth è davvero attuale. Pensiamo all’Italia e al suo dibattito pubblico. Nel 2017 stiamo ancora parlando di comunismo e fascismo, dimenticandoci delle sfide del presente come l’ambiente, il lavoro, l’economia traballante. In sintesi, ci sono parecchi dirigenti che, come il Trotta, continuano caparbiamente a difendere lo status quo fregandosene dell’avvenire delle nuove generazioni.

Qui sotto trovate un interessante podcast, dedicato al libro, che è stato prodotta da Radio3.

 

Autore: Paolo Castellano

Non cerco fama ma solo qualità e belle storie.

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