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Gadda e il gomitolo linguistico

C’è una pratica già estinta – o quasi– che si chiama “organizzazione della corrispondenza”. Nel 2016 riceviamo lettere di carta solo dagli amici delle società elettriche o dall’amministrazione comunale che ci sollecita a pagare una multa.  Si è persa la magia dell’attesa. Ora ci affidiamo all’immediatezza delle chat e allora ecco che fioccano whatsapp, telegram e snapchat.

È quindi un atto eroico mettersi a leggere un complicato scambio di missive tra due intellettuali che dibattono su temi editoriali ed esistenziali.

Il 22 marzo ho terminato la lettura di Un gomitolo di concause che raccoglie le lettere che Carlo Emilio Gadda inviò tra i ’50 e i ’60 ad un giovane Piero Citati.

814c05dbb934e927750cfe8c73b40cac_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyConfidando che voi abbiate compreso il mio stile ellittico, non è un libro facilmente interpretabile senza la lettura dell’organizzato apparato di note.

Gadda mi ha stupito. Da un grande della letteratura mi sarei aspettato un tono laconico e cattedratico e invece nulla di tutto questo.

Ho notato un grande sperimentalismo linguistico: una sorta di ibridazione tra il latino, il dialetto e l’italiano corrente.

Di sicuro non è un libro fondamentale ma sicuramente può aiutarci a conoscere più da vicino un grande scrittore che non ricorre molto spesso nei discorsi degli intellettuali.

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