Il Gattopardo che c’è in noi.

gattopardoQuando penso al termine Gattopardo mi vengono in mente due cose: la prima è una discoteca ubicata in una chiesa sconsacrata vicino a casa mia e la seconda la voce del giornalista statunitense Alan Friedman. Non penso mai al romanzo e neppure a Tomasi di Lampedusa.

Poi che nome è Tomasi? Ve lo siete mai chiesto?

La risposta è questa: Tomasi è un cognome! Il nome dell’autore è Giuseppe.

giuseppe-tomasi-sedutoA parte questa veloce boutade, voglio sottolineare che ho letto questo romanzo a 24 anni. Già su Twitter mi hanno fatto notare che il libro si legge solitamente alle medie. Ma qualcuno può spiegarmi come un ragazzino di 12 anni sia in grado di capire la complessità della psicologia dei personaggi gattopardeschi?

Lancio la provocazione.

Aggiungo solo che a 24 anni leggere i classici diviene un piacere perché è un po’ come trovare un baule impolverato in cantina contenente delle monete d’oro o delle fotografie dimenticate della propria famiglia. Insomma i classici rappresentano un momento cruciale per il lettore autoctono: una fervida riflessione sulla propria eredità storica.

Il Gattopardo non si legge per raccontare agli amici che Angelica è il personaggio più affascinante del libro, Tancredi il più spregiudicato e Don Fabrizio Salina il più simpatico. No! Tomasi di Lampedusa ci restituisce delle stupende pagine di prosa italiana che si concentrano sulla storia della Sicilia penetrando con la sua scritturanei pregi e i difetti di quella terra baciata dal sole che non conosce dei.

Vorrei invitarvi a concentrare la vostra attenzione sul finale perché penso che sia una delle più affascinanti parti conclusive che abbia mai letto e fa così:

Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo quel che rimaneva di Benedicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose in un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovoò pace in un mucchietto di polvere livida

istock_000002396683xsmallE’ un Alano. Benedicò intendo. Nella citazione come si capisce è impagliato. Il cane – come riportato dallo stesso autore – è un simbolo della decadenza e della trasformazione della nobiltà italiana: da molossoide potente a sagoma spenta e fragile cosparsa di polvere.

Qualcuno di voi penserà: “Non hai citato la frase più famosa del libro e nemmeno il film di Luchino Visconti!”.

E’ vero, ma lo fanno tutti. E allora che senso ha parlarne?

 

 

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